lunedì 18 gennaio 2010

Paura



" E così, passo dopo passo, facendo seguire a uno scavo dove poggiare il piede ad un altro scavo dove poggiare l'altro piede, minuscola particella di vita che arranca faticosamente sospesa in aria come una mosca sulla parete  della Mooseshide Mountain, si aprì un varco verso l'alto."
(Jack London, tratto da Un'arrampicata sulla slavina)



Aveva aggirato il fianco della montagna e s’era portato dietro l’altro versante, e adesso la serra appariva completamente diversa, mostrando un volto meno dolce e rassicurante. Piegò nella foresta attraversando un dente di roccia che si ergeva come un castello. Abeti, pini, pioppi e faggi convivevano su questo sperone, la cui cima era presidiata da un vecchio pino fantasma. C’erano alberi piccoli e grandi che crescevano sulla roccia, aggrappati ad essa sembravano fuggire la terra per ritirarsi in alto su quelle nude superfici di pietra. Passò accanto al costone roccioso dove c’erano quei tre pini con le radici scoperte, disperatamente attaccate al terreno. Resistiamo sembravano dire, da qui non ce ne andremo mai. Poi vide il pino bruciato lo scorso anno. Si ricordava l’enorme tronco con le possenti radici aggrappate alla roccia. Un albero maestoso ora accasciato a terra, con lo scheletro bianco annerito dal fuoco. Non era stato il fulmine a ridurlo così ma la mano consapevole di un uomo. E adesso quel cadavere arboreo sembrava il muto testimone di un’apocalisse silenziosa e inevitabile, di un male indecifrabile, nato tra i recessi di una lucida volontà annientatrice… Entrò nella foresta di faggio seguendo il sentiero e non vide più la serra. Sbucò in una radura e le montagne riapparvero. Quella più distante, a sud, mostrava il suo versante inaccessibile con pareti di roccia grigia che si espandevano dappertutto, su cui crescevano sparpagliati pini lontani che sembravano apparizioni fantastiche, di un mondo che esisteva solo nei sogni. Rimase per un po’ ad osservare quello spettacolo e si immaginò solo in mezzo a quella desolazione di roccia verticale. Poi proseguì per il sentiero e incontrò la biforcazione. Dove salire a destra, per raggiungere l’avvallamento situato tra le due montagne e il tracciato seguiva proprio il valico che le separava. A sinistra invece il sentiero continuava ad attraversare chilometri di foresta sterminata, popolata da laghetti e misteriosa come i lupi che la percorrevano ogni notte. Salì e ad un certo punto rivide il versante della montagna che stava a nord, molto più vicino. I pini erano aggrappati alla roccia e alla base delle pareti verticali c’era un tappeto di enormi massi rotondi, che erano rotolati negli anni giù da quel versante instabile che si sbriciolava di continuo attraverso i millenni. Stava quasi raggiungendo l’avvallamento ma non riusciva a distogliere lo sguardo da quelle pareti verticali, da quella visione selvaggia che parlava di un posto ancora intatto, forse mai percorso da nessun uomo. Mentre saliva prese la decisione: sarebbe arrivato al tappeto di massi e avrebbe tentato di scalare quei pendii rocciosi così ripidi e scoscesi, per arrivare sulla sommità della serra. Vista da lì la scalata non pareva così difficile. Ma le montagne ingannano sempre da lontano. Abbandonò il sentiero e si diresse in alto; doveva superare un tratto di bosco intricato per poi sbucare sul tappeto di massi. Il bosco appariva davvero qualcosa di primordiale e là, mentre superava gli ostacoli che la vegetazione intricata gli frapponeva, sentiva che una forza vitale e un’agilità istintiva si accumulavano lentamente in lui. Si sentiva un estraneo, lontano dalla civiltà, anche perché là difficilmente qualcuno avrebbe potuto trovarlo e questa considerazione non faceva che dargli ancora più euforia. Sbucò in un tratto scoperto e sopra di sé, abbarbicati sul ripido pendio che degradava nel bosco, apparvero i pini loricati, che brillavano al sole sotto lo sfondo di un cielo di un cupo colore azzurro. Ritornò a salire facendosi largo tra le piccole macchie di faggio e si ritrovò alla base del tappeto di massi. Una desolazione bianca abitata dalle piccole lucertole di montagna. Lo attraversò saltando da un masso ad un altro e riuscì finalemente a raggiungere la base della parete. Piccoli pini crescevano a stento tra quelle rocce arse perennemente dal sole. Iniziò a salire la parete, aggrappandosi agli appigli di roccia. Le rocce erano instabili, il terreno franava e il pietrisco scivolava sotto i piedi. Il cuore gli palpitava e il sudore gli colava dalla fronte sotto quel sole cocente, bianco come le pietre che esso illuminava. Ma nonostante tutto continuò nella scalata. Procedeva lentamente, tastando gli appigli con le mani e assicurandosi che il terreno non franasse sotto i piedi. Raggiunse delle rocce compatte ma adesso la parete diventava completamente verticale. Sotto di lui intanto era cresciuto il vuoto e il tappeto di massi s’era fatto ormai lontano; sembrava un materasso messo là per accelerare, piuttosto che evitare, la morte di chi fosse incidentalmente caduto dalla parete. Guardò in basso. Immaginò le sue mani che scivolavano dalla tenuta salda di quelle rocce e il corpo che volava giù parallelo alla parete e poi si schiantava sul quel materasso di pietra. Era arrivato quasi ad un punto di non ritorno. Avrebbe potuto proseguire nell’arrampicata ma se fosse scivolato, visto l’elevato grado di pendenza della parete, sarebbe volato giù e quel tappeto di massi sarebbe diventato il suo letto di morte. Una morte che magari sarebbe arrivata dopo la lunga agonia di un corpo dissanguato e dalle ossa frantumate, dove palpitavano ancora i sussulti della vita. Cominciò a tremare e sentì che un principio di disperazione iniziava ad assalirlo. Pensò alla sua famiglia, al padre, alla madre e ai fratelli, alla nonna, e li vide tranquilli nel soggiorno di casa, inconsapevoli di dove egli si trovasse, con i volti preoccupati, carichi di apprensione. Si sentì davvero solo e come estraniato dal mondo. Ma riuscì ad essere più forte del panico che voleva invaderlo e cominciò a riflettere razionalmente sul da farsi. Devo stare calmo adesso, diceva tra sé. Doveva assolutamente tirarsi fuori di lì e cercare un’altra via. Non restava altro che scendere tornando indietro per un tratto e poi salire in diagonale la parete, trasversalmente, per poi raggiungere un punto dal quale si sarebbe potuto arrampicare facilmente fino a sbucare nei pressi della sommità della montagna. Conclusione che avrebbe rappresentato anche la fine di quell’avventura. Lentamente scese e riuscì per due volte a non scivolare mentre il pietrisco cedeva sotto gli scarponi in vibram. Pensò che era una fortuna avere quelle scarpe. Adesso stava costeggiando la parete procedendo in diagonale. Aveva già individuato il prossimo obiettivo: uno sperone di roccia in alto a forma d’artiglio, perpendicolare alla parete, in mezzo al quale sarebbe passato; un’ insenatura nella roccia che lo avrebbe sicuramente condotto sotto la cima della montagna. Si ricordava che in quella zona dei lastroni di roccia scendevano come scalini lungo il dirupo: da lì non sarebbe stato difficile arrampicarsi. Adesso doveva di nuovo salire. Altro pietrisco scivolosco. Franava sotto i suoi piedi e si trasformava in tante piccole pietre rotolanti lungo il pendio, che si perdevano nel vuoto con quel rumore sordo e carico di brutti presagi… Cadde giù in un istante e nemmeno se ne accorse. Il pietrisco sfuggì sotto le scarpe senza dare il preavviso e lui scivolò di colpo lungo il pendio fino a quando non si arrestò. Si rialzò col cuore palpitante, come se si ridestasse da un sonno veloce, tornò in sé e si accorse che il suo corpo era intatto e che andava tutto bene. Era andato giù di una decina di metri, strisciando su quei sassolini aguzzi. Poi vide che il braccio era insanguinato. Il gomito si era lacerato, lasciando intravedere l’osso, e le ginocchia si erano graffiate. Ok, non è successo niente, ripeteva fra sé. Proseguì nei suoi intenti e lentamente, facendo attenzione a dove posava i piedi e tenendo sempre la mano appoggiata alla parete, per non perdere l’equilibrio, riuscì finalmente ad arrivare all’artiglio di roccia. Quest’ultimo gli sembrava un soccorritore mitologico che lo stesse aspettando al varco per condurlo verso la salvezza. Quando passò nell’insenatura che stava tra l’artiglio e la parete si sentì risollevato e capì per istinto che il peggio era passato. L’istinto del pericolo era uguale all’istinto della salvezza e in mezzo ai due stava l’incoscienza, che é la parte più importante, perché è qui che hanno luogo la maggioranza delle nostre azioni. Trovò i gradini di roccia e nonostante stesse ancora arrampicandosi sull’orlo di un precipizio capì di essere a contatto con un terreno solido, rassicurante nella sua veste di pietra. Raggiunse la sommità della montagna e raggiunse anche la serenità. Ce l’ho fatta disse, ce l’ho fatta come sempre, pensò con l’inevitabile orgoglio che attende sempre chi supera le prove più difficili. Si era lasciato alle spalle il versante dirupato e adesso stava in un giardino popolato da giganteschi pini che come bonsai ornavano le rocce di quella montagna. Quello sì, era un posto per gli uomini, per i vecchi e per i bambini, dove non c’era ombra di pericolo ma solo serenità e pace. Là il dio della natura era il sommo giardiniere, che aveva creato quel luogo per sugellare con le forme del legno e della pietra la sua grandezza manifesta. Sorrise alla vista del giardino degli dèi invisibili e cominciò a scendere lungo i sentieri che aggiravano i suoi meandri, per raggiungere la fontana e lavare tutto quel sangue che gli s’era asciugato addosso…

sabato 2 gennaio 2010

Diario - 31 dicembre 2009



Vincenzo A. e Marta al riparo dal vento sotto un bonsai "non addomesticato" - foto by Indio. sotto: 1.loricati sul crinale ovest in eccellente stato vegetativo 2. un'immagine simbolica della lotta per la vita: uno dei due "fratelli" ha compiuto il suo trapasso ma il suo corpo resterà  ancora per molti decenni ad affrontare il vento impetuoso delle creste; 3. lungo l'ultimo tratto del crinale ovest, dove incontriamo le prime "sentinelle" della foresta di abete bianco; 4.  la ripida e selvaggia parete della "timpa del ladro", presso Piano Iannace; 5. La luna fa capolino tra i rami della foresta avvolta ormai dall'oscurità della sera

"Andare in montagna è tornare a casa"
(John Muir, pioniere della preservazione dei grandi spazi selvaggi)
 


Ultimo dell'anno al giardino degli dei - Tra i loricati del crinale ovest

Con l’amico Vincenzo A. dovevamo organizzarci questo Natale per una due giorni sul Pollino, con l’obiettivo di percorrere tutta la cresta di Serra delle Ciavole affrontando il secondo giorno il crinale nord del Dolcedorme…
ma il tempo non è stato clemente e così abbiamo optato per il 31, che le previsioni davano come un giorno soleggiato. Invece di stare a casa pensando ai preparativi per il cenone e per i festeggiamenti notturni  dedicheremo quest’ultimo giorno dell’anno alla contemplazione del “giardino degli dei”. Ad accompagnarci anche Marta, girlfriend di Vincenzo e nostra maestra di arrampicata sportiva in alcune falesie del Lazio. Il cielo è sereno e la giornata promette bene. L’itinerario è stato percorso da me decine di volte, ma mi piace sempre ritornare negli stessi posti, che stessi poi non sono mai, perché la mutevolezza della natura e delle stagioni dona ai luoghi atmosfere sempre diverse.Come diceva John Muir andare in montagna è come tornare a casa e questo atteggiamento vale come non mai per la mia montagna più cara, ovvero la Serra di Crispo, un giardino roccioso popolato da monumentali pini loricati e circondato dall’immensa foresta dominata dalle cime sempreverdi dell’abete bianco. Ed eccoci sul sentiero che attraversa il bosco Cugno dell’Acero.  Al Piano di San Francesco prendiamo il mio “sentiero segreto” che costeggia all’inizio il canale dell’omonimo bosco e che attraversa il regno dell’abete bianco. La vecchia strada forestale è invasa da decine e decine piccoli abeti bianchi. Avranno dieci - quindici anni. Riflettiamo su questo fatto e anche se non siamo dei botanici concludiamo che essendo  la strada in piano e non in pendenza forse i semi degli abeti germogliano con più facilità; inoltre il terreno ritiene maggiore umidità e dato che c’è la strada la luce del sole penetra nel bosco e aiuta a crescere i piccoli abeti. Fra qualche anno forse il sentiero scomparità, inghiottito dalla foresta, proprio grazie a questi piccoli abeti. Mi piacerebbe arrivare a cento anni, poter tornare qui e vedere chi di loro sia riuscito a vincere la “battaglia per la vita” ammirando quelli che si ergeranno con le loro cime sulla foresta. La camminata procede allegramente. Parliamo della “bifolchità” e dell’eccentricità dei pollinesiani… una scoperta per Marta che pollinesiana non è! Cerchiamo inoltre di prospettare l’eventuale mio ritiro in solitudine nella foresta, vivendo in una caverna, praticando la caccia al cinghiale la raccolta di frutti del bosco. A quel punto, quando sarei diventato un “trapper” potrei vestirmi con una pelle di cinghiale… così il mio nome nuovo sarebbe “Dente di Cinghiale”, in omaggio al grande trapper “Unghia d’Orso” del grande film di cui siamo appassionati io e Vincenzo: “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”.
A Piano Iannace non c’è traccia di neve. Non avevo mai visto la montagna a dicembre in queste condizioni. I venti di scirocco e le alte temperature hanno spogliato la montagna del suo bianco manto invernale. Al Piano di Toscano la situazione è la stessa. Procediamo per il sentiero classico e arriviamo sulla sommità di Serra Crispo, ammirando i monumentali pini loricati contornati da giganteschi e arrotondati massi rocciosi. Ora maestosi e dritti, ora piegati dalla forza dei venti, dai rami contorti, scheletrici e bianchi ma ancora in piedi, accasciati a terra e marcescenti… Ammiriamo in particolare il pino loricato che cresce in mezzo a due giganteschi massi rocciosi: un vero monumento della natura. C’è una splendida luce oggi, quella ideale per il fotografo naturalista. L’aria è tersa e montagne, paesi e valli lontane si stagliano nitidamente all’orizzonte.  Lo Ionio e il Golfo di Sibari, le coste della Puglia, la diga di Senise e le valli desertiche attorno a Craco… e poi il Monte Alpi, il Sirino, gli Alburni il mar Tirreno e (forse), persino il Vesuvio, per ritornare in Calabria con i lontani monti dell’Orsomarso. 
Il Pollino sembra dominare gli estremi orizzonti di questa parte del mondo... La natura selvaggia quassù continua a perpetrarsi secondo le leggi che le sono proprie, in quella primordiale lotta della vita a contatto con le grandi forze che muovono il cosmo. La vita e la morte, la rinascita, la lotta con gli elementi,  entrano in scena in questo selvaggio anfiteatro naturale dove il pino loricato è il protagonista supremo.  Non c’è traccia di altri esseri umani e il silenzio domina sulla sommità della montagna; il  sibilo impetuoso del vento che imperversa oggi sui crinali scoperti sembra essere anch’esso parte di questo silenzio . Si può parlare di wilderness, concetto che esprime “sia una condizione che uno stato d’animo” perché la natura selvaggia ha una vita propria ma rappresenta al tempo stesso una via per l’elevazione interiore dell’uomo che sa entrare in sintonia con i suoi ritmi… Riparati dal forte vento da un loricato “bonsai” consumiamo il nostro pranzo frugale. Dalla cima ci dirigiamo verso il crinale nord-ovest, molto selvaggio e percorso in genere da pochi “eletti”. Attraversiamo un nevaio  ghiacciato creando dei gradini con i talloni. Le rocce del crinale sono delimitate da colonie di maestosi esemplari di pino loricato. Bisogna trovarsi la strada tra  i massi rocciosi e le macchie di ginepro e aggirare i punti in cui il crestone diviene impraticabile.La spalla ovest  è coperta di tanto in tanto dal bosco di faggio. Un’ultima colonia di imponenti pini loricati popola un’ isola di terreno roccioso scoperto, poi ritorna il bosco e lo attraversiamo seguendo la linea del versante. Siamo sulla “ timpa del ladro” e qui vicino è situata  la grotta del brigante Franco, una caverna con l’ imboccatura simile ad un pozzo e  profonda circa quattro metri. Possiamo ammirare in tutta la sua estensione la foresta di faggio e abete bianco che ammanta i pendii della montagna. Vincenzo mi confessa che anche per lui Serra di Crispo è la montagna che più di tutte gli è “rimasta nel cuore”. Anche Marta ha potuto ammirare la bellezza delle nostre montagne e io sono sempre contento di mostrare agli amici quei luoghi spesso “scoperti” e percorsi in solitudine nei miei vagabondaggi sulle montagne. L’ultimo tratto del crinale è popolato da alcune piante giovani di pino loricato e di abete bianco.
Ritroviamo finalmente il sentiero che conduce a Piano Iannace e a Pietra Castello mentre la luce rossastra annuncia l’imminente tramonto del sole. Alle spalle ci lasciamo la ripida parete rocciosa del crinale ovest, illuminata dalla tersa luce del crepuscolo mentre il sole scompare in pochi secondi dietro la sagoma di Serra del Prete, il cui aspetto mi ricorda vagamente un “gigante buono”. Superiamo Canale Gugno dell’Acero e ci lasciamo dietro il bosco di faggio sbucando a Piano Iannace. Ci aspetta una lunga discesa, mentre il buio cala lentamente nella foresta e la  luna piena  sorge alzandosi in direzione del nostro cammino, quasi a volerci indicare la via da seguire.  Procediamo con le lampade frontali e il silenzio che domina tutt’intorno nei meandri della foresta sembra non esserci più estraneo. Certo, in una serata come questa in cui ci  si prepara alle piazze delle città affollate di gente, ai botti e alle luci sfarzose  potrebbe sembrare anacronistico parlare del silenzio della foresta. Ma c’è sempre da imparare dalla natura, perché indipendentemente dalle convenzioni umane, qui nella foresta domani non ci sarà un 2010. Semplicemente l’alba rischiarerà gli anfratti del bosco e gli uccelli col loro canto annunceranno l’arrivo del giorno nuovo, com’è stato e come sempre dovrebbe essere…