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martedì 1 febbraio 2011

Wakan Tanka - di Elémire Zolla

Caccia al bisonte in un dipinto di George Catlin

"La concezione originaria del Pellerossa è esente dalle categorie e impostazioni europee; manca completamente l'idea di Dio Signore che tutto sovrasta e regge, misterioso e temibile oggetto d'amore: il wakan tanka sioux è soltanto una forza vastissima e solenne. Ancor meno presente tra i Pellerossa era l'ateismo epicureo che i libertini europei del Seicento s'illudevano di incontrare in loro. Per un sioux  l'altro non è in primo luogo l'uomo. Chiudersi in una comunanza di uomini umanamente in disputa sarebbe per lui soffocante. Il Sioux, aggirandosi nel fitto d'una foresta, percepisce come suo prossimo ogni animale occhieggiante tra le fronde, ma anche ogni tronco, fiore, gemma, lichene, fungo, a ciascuno rivolge attenzione e saluti. Osserva la forma della terra come un'articolazione intellettuale e passionale, su cui incombono misteriose le montagne: offrono conoscenza a chi le scali per raccogliersi tra i nidi d'aquile e alle valli elargiscono le acque vive. Infine il Pellerossa sente come suo fratello maggiore, terribile e fausto, l'uccello del tuono, insieme al lampo e al vento. Nel cielo legge il discorso oracolare degli astri che lo guidano nella notte e gli annunciano eventi, parlandogli all'intimo. Il Pellerossa vive affiatato, identificato con ciò che, abbracciandolo o ferendolo, lo avvolge."
(Elémire Zolla - tratto da: La nube del telaio)

giovedì 22 aprile 2010

Lasciatemi essere un uomo libero - Capo Giuseppe dei Nez Percé


Capo Giuseppe ( Tuono che rimbomba sulle montagne), Nez Percé

Let me be a free man - free to travel, free to stop, free to work, free to trade where I choose, free to choose my own teachers, free to follow the religion of my fathers, free to think and talk and act for myself - and I will obey every law, or submit to the penalty.
Whenever the white man treats the Indian as they treat each other, then we will have no more wars. We shall all be alike - brothers of one father and one mother, with one sky above us and one country around us, and one government for all. Then the Great Spirit Chief who rules above will smile upon this land, and send rain to wash out the bloody spots made by brothers' hands from the face of the earth. For this time the Indian race are waiting and praying. I hope that no more groans of wounded men and women will ever go to the ear of the Great Spirit Chief above, and that all people may be one people.


Lasciatemi essere un uomo libero, libero di viaggiare, libero di lavorare, libero di commerciare dove scelgo di farlo, libero di scegliermi i maestri, libero di seguire la religione dei miei padri, libero di parlare, pensare e agire per me stesso — e io rispetterò tutte le leggi o sarò punito secondo la legge. Se gli uomini bianchi tratteranno gli indiani come si trattano fra di loro non ci saranno più guerre. Saremo uguali — fratelli con lo stesso padre e la stessa madre, con un cielo sopra di noi e una terra intorno a noi e un governo per tutti. Allora il Grande Capo Spirito che governa ogni cosa sorriderà sopra questa terra e manderà la pioggia per lavare le macchie di sangue che le mani dei fratelli hanno lasciato sulla faccia della terra. La razza indiana attende e prega perché venga quel giorno. Io spero che alle orecchie del Grande Capo Spirito non giungano più i lamenti di uomini e donne feriti, e che tutti i popoli possano essere un solo popolo.

sabato 15 agosto 2009

Wakan Tanka e la Ruota della Medicina: la visione del mondo degli Indiani d’America

gli Indiani d'America in un dipinto di Fredric Remington - sotto: 1. una foto del grande Edward S. Curtis raffigurante un medicine man 2. sepoltura indiana dei Blackfeet in una foto dell'etnografo e fotografo Walter Mc Clintock 3. una ruota di medicina 4. la Medicine Wheel nel logo di un'organizzazione nativa di oggi 5. logo di una campagna per la liberazione di Leonard Peltier, attivista dell'American Indian Movement 6. pittura di sabbia Navajo (sand painting) a scopo cerimoniale raffigurante il Cerchio con le quattro direzioni

“Presso di noi non c’erano templi o santuari che non fossero quelli della natura. Uomo della natura, l’indiano era intensamente poetico. Avrebbe ritenuto sacrilego costruire una casa per Colui che si poteva incontrare faccia a faccia nelle misteriose, ombrose navate della foresta primordiale, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia, e lassù nella volta ingioiellata del cielo notturno!”

(Charles Eastman)

Gli Indiani d’America hanno rappresentato una grande cultura nella storia recente dell’umanità. Perseguitati e decimati dalle guerre coloniali degli Stati Uniti, considerati dei selvaggi contrari al progresso dell’umanità, ancora oggi in lotta per l’affermazione dei loro diritti e la difesa della loro cultura tradizionale, essi possono offrirci spunti molto importanti per riflettere sul ruolo dell’uomo nel suo rapporto con l’ambiente naturale, in un’epoca come quella attuale caratterizzata dallo stravolgimento dei cicli naturali e dal continuo sperpero di risorse naturali. Gli Indiani d’America (ma in genere tutti i popoli tribali: gli indiani americani ci hanno offerto solamente molte più testimonianze) avevano una visione molto semplice dell’uomo e della natura. Per la loro religione l’uomo non era un essere superiore la cui missione fosse quella di assogettare sotto di sé ogni manifestazione della natura. Nella Bibbia invece l’uomo è il padrone assoluto, creato a immagine e somiglianza di Dio che lo incita a dominare su ogni altra creatura della terra. Penso come loro che non siamo, noi esseri umani, talmente speciali rispetto agli animali, per possedere l’anima o un posto in paradiso; siamo diversi, certo, ma non superiori. L’uomo per gli indiani era invece parte della natura, parte di un Tutto, ed ogni cosa appartenente alla natura era degna di considerazione e venerazione; persino le rocce, l’acqua, la terra erano considerate qualcosa “di vivo”; quasi “parlavano” per essere i testimoni e i custodi delle gesta degli antenati. L’indiano non aveva paura poi della morte, in quanto la morte, nella loro visione del mondo, faceva parte della vita. L’indiano era cosciente della vera natura del suo posto nel mondo. Non c’era come nelle religioni monoteiste attuali, ma anche come in un certo esistenzialismo nichilista di matrice laica, un rapporto nevrotico (ovviamente è un mio giudizio personale) con la morte. Con la cessazione della vita l’uomo si ricongiungeva al Grande Mistero, alla natura, all’eternità delle cose. La vita per l’indiano, proprio perché intessuta fortemente con i ritmi della vita naturale, era connaturata dalla ciclicità e seguiva la successione delle stagioni, per cui tutto ritornava nel mondo ma contemporaneamente tutto si trasformava. L’uomo capiva di essere inserito in un equilibrio delicato che riguardava tutti gli esseri della terra; la sua intenzione perciò era vivere in armonia con la natura, i suoi cicli e le sue trasformazioni. Questa visione “ecocentrica” del mondo era una diretta espressione del modo di vita indiano, basato su una sorta di comunismo primitivo che portava l’indiano a ritenere inconcepibile il concetto di proprietà privata e la superiorità dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi, una visione del mondo che è riassunta in una celebre frase dei nativi americani passata alla storia: “non è la terra che appartiene all’uomo ma è l’uomo che appartiene alla terra”. Per affrontare l'argomento delle tradizioni e della spiritualità indiana non basterebbe un'enciclopedia; mi limiterò ad esporre liberamente alcuni aspetti della loro visione del mondo.

Alla base della spiritualità indiana c’era il concetto di Wakan Tanka, parola sioux che significa "Grande Mistero", tradotto erroneamente dai gesuiti col termine Grande Spirito (fatto questo che evidentemente mostra come i missionari tendessero ad influenzare ed a vedere sotto la luce del cristianesimo le concezioni religiose dei popoli nativi). Come afferma Eastman, autore del bellissimo libro L’anima dell’indiano:

per lui esso era il concetto supremo, portatore della massima gioia e del massimo appagamento possibili in questa vita. Il culto del “Grande Mistero” era silenzioso, solitario, scevro da ogni egoismo. Era silenzioso, perché ogni parola è necessariamente imperfetta; perciò le anime dei miei antenati si innalzavano a Dio in muta venerazione.

Questo concetto è molto lontano dal Dio delle religioni monoteiste, in quanto il Grande Mistero, Wakan Tanka, era concepito come una forza invisibile presente in tutte le cose, ovvero si identificava con la stessa natura. Scrive Eastman:

agli elementi e alle grandiose forze della natura – il Fulmine, il Vento, l’Acqua, il Fuoco e il Gelo – si guardava con sacro timore come a potenze spirituali, ma sempre di carattere secondario e intermedio. Noi credevamo che lo spirito permeasse di sé tutto il creato, e che ogni essere avesse un’anima anche se in gradi diversi, e non necessariamente un’anima consapevole. L’albero, la cascata, l’orso grigio incarnano tutti una Forza, e come tali sono oggetto di venerazione.

Come afferma ancora Eastman l’indiano era un pensatore logico e chiaro e il suo culto riguardava in ultima analisi il mondo fisico. Tuttavia l’indiano

non aveva ancora fatto una mappa dell’immenso campo della natura né aveva espresso la sua meraviglia in termini scientifici. Con la sua limitata conoscenza di cause ed effetti vedeva miracoli ovunque – il miracolo della vita nel seme dell’uovo, il miracolo della morte nel balenio del fulmine e nell’oceano in burrasca. Nessun prodigio poteva sorprenderlo, come un animale che si metta a parlare, o il Sole che si fermi in mezzo al cielo. La nascita da una vergine non gli sarebbe parsa molto più miracolosa della nascita di ogni bambino che viene al mondo, né il miracolo dei pani e dei pesci lo avrebbe stupito più del raccolto che cresce da una sola spiga di grano.

I riti di questo culto fisico, d’altra parte, erano assolutamente simbolici; l’indiano non tributava un culto al Sole più di quanto il cristiano adori la Croce. Il Sole e la Terra, secondo un’ovvia parabola, appena più ricca di metafora poetica che di verità scientifica, erano ai suoi occhi i genitori di ogni forma di vita organica. Dal Sole, il padre universale, deriva il principio vivificante della natura, e nel grembo paziente e fecondo di nostra madre, la Terra, si celano gli embrioni degli uomini e delle piante.

Anche se Wakan Tanka esprime la Forza ineffabile che dà origine a tutte le cose e anche se appare invisibile, in ultima analisi non è come separato dal mondo e dalla Terra. E’ sempre nella natura che va ricercato il fondamento della spiritualità dei nativi americani. Wakan Tanka è perciò nella stessa natura: negli animali, nelle piante e nel vento… nella stessa materia inanimata. Come afferma Simone Bedetti

il respiro della sua esistenza può essere riconosciuto solo a partire da tutte le cose. Il legame profondo che unisce gli Indiani d’America alla Terra, concepita come madre e sorella, Terra che dà nutrimento a tutti i suoi figli, che accoglie i suoi morti e grazie alla quale tutte le creature possono vivere, non può non influenzare tutto il loro pensiero, ogni tipo di riflessione intorno alla loro esistenza.

Wakan Tanka non fa riferimento ad un Essere pefetto, al di là e al di sopra di tutti gli altri. Il Grande Mistero non è inoltre un essere unico e immobile: “… singolare come espressione verbale e plurale nel significato, non è una personificazione; lo sono le sue manifestazioni: fenomeni naturali come il Vento, le Stelle (il woniya di Wakan Tanka, il respiro del Grande Respiro), il Sole (Wi), la Luna (Hanwi), la nascita di un bambino. E’ a Wakan Tanka, l’energia suprema, la fonte di tutte le cose e presente in tutte le cose, che si rivolge un Sioux quando prega…” (Marco Messignan, sulla spiritualità dei Sioux).

In complesse pratiche tradizionali come la ricerca della visione, il rito della Capanna del Sudore e la Danza del Sole si cercava proprio il contatto con il Grande Mistero . Scriveva Eastman:

la comunione solitaria con l'Invisibile, la più alta espressione della nostra vita religiosa, è parzialmente racchiusa nella parola hambeday - letteralmente "sensazione misteriosa" - , che è stata variamente tradotta come "digiuno" o "sogno". Più propriamente si potrebbe rendere con "coscienza del divino"

Proprio in quanto Wakan Tanka è l’origine di tutte le cose, esso è posto nel centro della Ruota di medicina degli Indiani d’America. La Ruota di medicina è il simbolo per eccellenza dei nativi americani, e racchiude in qualche modo l’intera cultura di questo popolo e le sue tradizioni spirituali. La Ruota aveva la forma di un cerchio costruito sulla terra con sassi e ciottoli. Spesso al centro della Ruota veniva posto un cranio di bisonte, animale sacro a molte tribù, che diventava proprio il simbolo di Wakan Tanka. Come scriveva Alce Nero

tutto ciò che il Potere del Mondo fa, lo fa in un circolo. Il cielo è rotondo, e ho sentito dire che la terra è rotonda come una palla, e che così sono le stelle. Il vento, quando è più potente, gira in turbini. Gli uccelli fanno i loro nidi circolari, perché la loro religione è la stessa nostra. Il sole sorge e tramonta sempre in un circolo. La luna fa lo stesso, e tutti e due sono rotondi. Perfino le stagioni formano un grande circolo, nel loro mutamento, e sempre ritornano al punto di prima. La vita dell'uomo è un circolo, dall'infanzia all'infanzia, e lo stesso accade con ogni cosa dove un potere si muove. Le nostre tende erano rotonde, come i nidi degli uccelli, e inoltre erano sempre disposte in circolo, il cerchio della nazione, un nido di molti nidi, dove il Grande Spirito voleva che noi covassimo i nostri piccoli. Ma i Wasichu ci hanno messi in queste scatole quadrate. Il nostro potere se ne è andato e stiamo morendo, perché il potere non è più in noi.

Come dice Hyemeyohsts Storm, pittore nativo autore di numerose rappresentazioni del Cerchio nel suo famoso libro Sette Frecce:

il Cerchio della Ruota di medicina è l’universo. E’ mutamento, vita, morte, nascita e apprendimento. Questo Grande Cerchio è la dimora del corpo, della mente e del cuore, è il ciclo di tutte le cose che esitono. Il Cerchio è il nostro modo di toccare e di provare armonia con tutte le altre cose che ci stanno intorno; e per coloro che cercano di capire, il Cerchio è il loro specchio.

All’interno del cerchio sono tracciate le Quattro Direzioni o Quattro Venti (Nord, Sud, Ovest ed Est), simboli di altrettante energie spirituali. Nella Ruota l’uomo non è un centro, ma un frammento tra i frammenti, creatura tra le creature; l’individuo dipende da tutte le creature e tutte dipendono da Wakan Tanka. L’individuo per i nativi americani nasceva in una dei quattro quadranti dalle quali prendeva pregi e difetti…

Come afferma giustamente Simone Bedetti, bisogna concepire la Ruota di medicina non come simbolo di pefezione, ma come simbolo di mutamento e trasformazione. La Ruota è il simbolo dell’armonia universale, nel quale trovano posto tutte le cose, ma quest’armonia è frutto delle trasformazioni e dei continui mutamenti. Cioè siamo in presenza di un’armonia nella disarmonia. Questo concetto, espresso dal pensiero dei nativi americani è un’acquisizione anche della filosofia della scienza attuale se si pensa ad esempio ad un autore contemporaneo come Ilya Prigogine secondo cui “l’ordine galleggia nel disordine”. Come scrive Simone Bedetti riprendendo le considerazioni di Kenneth Meadows, il significato di “medicina” “non è uno strumento terapeutico volto a lenire i sintomi di una malattia fisica, mentale e spirituale, ma indica principalmente il potere della realizzazione nella consapevolezza dell’armonia, che a sua volta costituisce il senso ultimo dell’esistenza umana. Ed è con la realizzazione, intesa come partecipazione consapevole e responsabile all’armonia universale, che si guarisce: è questa la medicina della Ruota”. L’armonia della Ruota non è nient’altro che l’armonia della nostra stessa esistenza nella natura, il riconoscimento di essere parte di essa e dei suoi ritmi. Per gli indiani la natura era sacra, anche perché la stessa esistenza dell’indiano americano dipendeva da essa. Non era una concezione astratta ma derivava dal modo di vita delle tribù native. Per l’indiano abenaki Joseph Bruchac ad esempio, l’indiano era attento alla salvaguardia delle specie animali e i vecchi indiani ripetevano che l’uomo non doveva pensare solo a se stesso ma anche alle generazioni future che sarebbero venute (un’acquisizione questa che è oggi è fatta propria dell’ecologismo moderno...). Il cosiddetto “pensiero ecologico” degli antichi nativi americani era infatti considerato una necessità pratica di vita piuttosto che una realtà divina (e quindi astratta); era cioè il risultato finale di esperienze primordiali. La sacralità della natura era così l’elemento più importante della Ruota di Medicina. Il recupero di questo senso di appartenenza e di rispetto per l'ambiente naturale è una sfida per l'uomo contemporaneo. Concludiamo con queste evocative parole di Pete Chatches, indiano dakota...

Ogni essere vivente, in sé, è una forza: persino una minuscola formica, una farfalla, un albero, un fiore, una pietra: poiché in ognuno di essi vive il Grande Spirito. L’attuale modo di vivere dei bianchi tiene questa forza lontana da noi, la indebolisce. C’è bisogno di tempo e pazienza per riavvicinarsi alla natura e lasciarsi aiutare da essa. Tempo, per meditare su questo e comprendere. Voi ne avete così poco per la contemplazione e l’osservazione: siete sempre di corsa, continuamente incitati, sempre a caccia di qualcosa. Questa inquietudine, questo inutile sforzo impoverisce gli uomini.

Riferimenti:

L’anima dell’indiano, Charles A. Eastman

La Ruota di medicina degli Indiani d’America, Simone Bedetti

I segreti degli Indiani d’America, Simone Bedetti

I Sioux, Marco Messignan

domenica 22 febbraio 2009

In memoria di Corbin Harney

(Dal sito www.nativiamericani.it) Corbin Harney, il Capo spirituale degli Shoshone occidentali che ha sfidato il governo federale, opponendosi alle sperimentazioni delle armi nucleari sulla propria terra, è morto all’età di 87 anni. Corbin era un veterano della seconda guerra mondiale ed era molto conosciuto per il suo attivismo contro la radioattività e le armi nucleari, Robert Hager, l’avvocato degli Shoshoni occidentali, ha dichiarato che la perdita ” È irreparabile per la Nazione degli Shoshoni occidentali. ” Ian Zabarte, ministro per il Consiglio Nazionale degli Shoshoni occidentale, ha ricordato che Harney era sempre attento e risoluto nel provare ad impedire la proliferazione delle armi nucleari ed a proteggere la sua gente contro le minacce ed i rischi che la tecnologia nucleare propone. Harney ha viaggiato intorno al mondo come relatore ed ecologista. Ha ricevuto premi nazionali ed internazionali ed ha partecipato come relatore alle Nazioni Unite a Ginevra. E’ autore inoltre di due libri, “The Way it is: One Water, One Air, One Earth” (Blue Dolphin Publishing, 1995, in Italia pubblicato dalla Xenia con il titolo “Una sola Madre Terra”) e “The Nature Way”. E’ stato sepolto nella Battle Mountain Indian Community, dove riposa già sua moglie Marge. Riporto qui la “Chiamata all’azione” di Corbin, tratta dal libro “Una sola Madre Terra”: “Come popolo nativo non stiamo cercando semplicemente di difendere noi stessi, poiché credo che molta gente in tutto il mondo sia già preoccupata di come stanno andando le cose. Ben presto tutti capiranno che dobbiamo fermare tutto questo. Mi piacerebbe vedere gente che inizia a parlare ad altra gente, che si unisce e che pone domande come “Che cosa faremo? Chi lo farà? Chi ne vuole parlare? Come possiamo unirci tutti insieme? Cosa possiamo dirci l’un l’altro?” Non vergogniamoci, non sentiamoci timidi. Anch’io una volta mi vergognavo, ma oggi eccomi qui a parlare. Non facciamo di questo mondo un mondo malato. Non abusiamone, non sfruttiamo troppo le risorse che vi sono là fuori, come il petrolio, i gas, il carbone e le altre cose. Usiamole con parsimonia. Anche l’energia elettrica dobbiamo utilizzarla il minimo necessario. Sostenete le vostre nazioni indiane, i vostri popoli nativi, in tutto il mondo, poiché esso è stato dato al popolo nativo ovunque perché ne avesse cura. Uscite la fuori e fate qualcosa per il popolo indiano, che oggi soffre, io vedo, in tutto il mondo. Soffre non solo in California, in Nevada e nello Idaho, ma in ogni altro luogo del mondo. Continuiamo a soffrire perché nessuno ci ha dato ascolto e nel frattempo ci hanno preso le nostre terre e le hanno usate per distruggere il resto del mondo. Spero che la gente pensi seriamente a queste cose scriva lettere e faccia altre cose indirizzate ai rappresentanti del Congresso, ai propri leader a Washington, per far loro sapere ciò che pensiamo. E la gente nativa: dobbiamo lavorare insieme e parlarci. I nostri anziani un tempo lavoravano insieme, parlavano insieme, cantavano insieme e così via. Noi non lo facciamo, ma ne abbiamo bisogno, così che possiamo cominciare a venir fuori da dietro il cespuglio e riconoscere che siamo i custodi di questa Madre Terra. Al sito dei test nucleari in Nevada, al Livermore Lab in California e ovunque lavoriamo, ogni giorno eseguiamo Cerimonie del Mattino e ricordo alla gente che è ciò che dovremmo fare insieme: che è molto importante pregare per nostra Madre Terra, così che possa continuare a darci acqua e aria pulite e dare di che vivere alle generazioni future. E dico loro: “se stessimo seguendo la via spirituale, non faremmo mai ciò che stiamo facendo oggi, abusare di Madre Terra, poiché il nostro modo di vita spirituale ci insegna ad avere cura di ciò che abbiamo”. Non vedo altro modo in cui possiamo cambiare questo mondo, se non unendoci tutti insieme e pregando la Terra e quindi risvegliando il resto di noi. Molto tempo fa gli anziani dicevano che sarebbe giunto un tempo in cui i nativi avrebbero dovuto guidare tutti gli altri fuori da questo caos ed è quello che stiamo cercando di fare ora.” Noi, molto umilmente, ringraziamo Corbin per aver lottato per proteggere il suo popolo, per aver custodito e onorato le tradizioni dei suoi Antenati, per il messaggio che lascia alle future generazioni: un messaggio di lotta per i propri diritti, di difesa della propria Terra, ma anche un messaggio spirituale forte di rispetto delle proprie Tradizioni culturali e spirituali, quale indiscusso e riconosciuto Capo spirituale tra la propria gente.

sabato 31 marzo 2007

Discorso di Capo Seattle


Questo discorso fu fatto da capo Seattle all’Assemblea Tribale del 1854, in risposta ad una offerta di acquisto che il “Grande Capo” di Washington (Douglas) fece per una vasta area di territorio indiano in cambio di una riserva per il popolo indiano. La risposta del Capo indiano Seattle rimane ancor oggi il più bello e profondo documento ecologico mai scritto!
Capo Seattle

“Il Grande Capo a Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. Il Grande Capo ci manda anche parole di amicizia e di buona volontà. Questo è gentile da parte sua perché noi sappiamo che egli ha poco bisogno della nostra amicizia in cambio. Ma noi prenderemo in considerazione la sua offerta. Perché sappiamo che se noi non vendiamo la nostra terra l’uomo bianco può venire con i fucili e prendersela.Come è possibile comprare o vendere il cielo, il tepore della terra? L’idea è estranea a noi. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua sotto il sole, come potete voi comprarli?Ogni zolla di questa terra è sacra al il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ed ogni ronzio di insetti è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre nel cavo degli alberi reca con sé la memoria dell’uomo rosso.I morti dell’uomo bianco dimenticano la loro terra natale quando vanno a passeggiare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa terra meravigliosa, perché essa è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra e la terra è parte di noi. I fiori profumati sono nostre sorelle; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli; le creste rocciose, il profumo delle praterie, il calore dei pony e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia.Per questo, quando il Grande Capo di Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Il Grande Capo ci manda a dire che ci riserverà uno spazio ove muoverci affinché possiamo vivere confortevolmente fra di noi. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Prenderemo, dunque, in considerazione la sua offerta. Ma non sarà facile. Questa terra è sacra per noi. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solo acqua, è il sangue dei nostri padri. Se vi venderemo la nostra terra, dovete ricordarvi che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni riflesso spirituale nell’acqua chiara dei laghi parla di avvenimenti e di ricordi nella vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli, essi ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi venderemo le nostre terre, dovete ricordarvi ed insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovete usare per essi le stesse gentilezze che usereste per un fratello.L’uomo rosso si è sempre ritirato di fronte all’uomo bianco che avanzava, come la foschia delle montagne corre prima del sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono suolo sacro, e così queste colline, questi alberi, questa parte di terra è per noi consacrata. Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale ad un’altra, perché è come uno straniero che irrompe furtivo nel cuore della notte e carpisce alla terra tutto quello che gli serve. La terra non è suo fratello ma suo nemico e quando l’ha conquistata passa oltre. Egli abbandona la tomba di suo padre dietro di sé e ciò non lo turba. Rapina la terra ai suoi figli, e non si preoccupa. La tomba di suo padre, il patrimonio dei suoi figli cadono nell’oblio. Egli tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come cose da comprare, sfruttare, vendere come si fa con le pecore o con le perline luccicanti. La sua ingordigia divorerà la terra e lascerà dietro di sé solo deserto. Io non so. I nostri modi sono diversi dai vostri. La vista delle vostre città provoca dolore agli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò è perché l’uomo rosso è selvaggio e non capisce. Non c’è nessun posto silenzioso nelle città dell’uomo bianco. Nessun luogo ove percepire lo schiudersi delle gemme a primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non comprendo. Un assordante frastuono sembra insultare le orecchie. E quale significato ha vivere in quei posti se l’uomo non può ascoltare il grido solitario del caprimulgo o il chiacchierio delle rane attorno ad uno stagno? Io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il suono dolce del vento che si slancia come una freccia sulla superficie di uno stagno, e l’odore del vento reso terso dalla pioggia meridiana o profumato dal pino pignone. L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose condividono lo stesso respiro: gli animali, gli alberi, gli uomini tutti condividono lo stesso respiro. L’uomo bianco non sembra dare importanza all’aria che respira; come un uomo in agonia da molti giorni egli è intorpidito dal puzzo. Ma se noi vi venderemo la nostra terra dovrete ricordarvi che l’aria per noi è preziosa, che l’aria condivide il suo spirito con tutto ciò che essa fa vivere. Il vento che diede il primo alito ai nostri nonni è lo stesso che raccolse il loro ultimo sospiro. E il vento deve dare anche ai nostri figli lo spirito della vita. E se noi vi venderemo la nostra terra voi la dovete custodire divisa come sacra, come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare ad assaggiare il dolce vento che reca le fragranze della prateria. Così prenderemo in esame la tua offerta di comprare la nostra terra. Se decideremo di accettare io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli. Io sono un selvaggio e non conosco altro modo. Ho visto migliaia di carcasse di bisonti imputridire sulla prateria abbandonati dall’uomo bianco che gli ha sparato da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non comprendo come il “cavallo di ferro” fumante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per vivere. Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali scomparissero, l’uomo morirebbe per la grande solitudine del suo spirito. Perché quello che accade agli animali, presto accadrà all’uomo. Tutte le cose sono collegate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che calpestano è la cenere dei nostri nonni. Affinché i vostri figli rispettino la terra, dite loro che essa si arricchisce con la dipartita dei nostri congiunti. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri figli: che la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra essi sputano se stessi. Così noi sappiamo. La terra non appartiene all’uomo; l’uomo appartiene alla terra. Così noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate come i membri di una famiglia sono legati dallo stesso sangue. Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli della terra. Non è l’uomo che tesse la trama della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a sé stesso. Persino l’uomo bianco, il cui Dio cammina e dialoga con lui come amico con amico, non può sottrarsi al destino comune. Dopo tutto, possiamo essere fratelli. Vedremo. Una cosa noi sappiamo che forse l’uomo bianco scoprirà un giorno: il nostro Dio è lo stesso Dio. Voi forse pensate che lo possedete come volete possedere la nostra terra; ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo, e la Sua misericordia è uguale per l’uomo rosso e per l’uomo bianco. La terra è a Lui preziosa e nuocere alla terra è accumulare disprezzo sul suo Creatore. Anche i bianchi passeranno, forse prima di tutte le altre tribù. Continuate a contaminare i giacigli dei vostri focolari e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti. Ma nel morire risplenderete luminosamente, infiammati dalla forza del Dio che vi ha portato in questa terra e per qualche motivo speciale vi ha dato il dominio su questa terra e sull’uomo rosso. Questo destino è per noi un mistero, perché non capiamo quando tutti i bisonti vengono massacrati, i cavalli selvaggi domati, i luoghi più segreti delle foreste violati da molti uomini e la vista delle colline fiorite rovinata dai fili che parlano. Dov’è il bosco? Andato. Dov’è l’aquila? Andata. Come dire addio all’agile pony e alla caccia? E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. Così prenderemo in considerazione la tua offerta di comprare la nostra terra. Se saremo d’accordo dovrai assicurarci la riserva che ci hai promesso. Là, forse, potremo finire i nostri brevi giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra e la sua memoria sarà solo l’ombra di una nube attraverso la prateria, queste spiagge e queste foreste conterranno ancora gli spiriti del mio popolo. Perché essi amano questa terra, come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Quindi se noi vi venderemo la nostra terra amatela come noi l’abbiamo amata. Abbiatene cura come noi ne abbiamo avuta. Conservate nella vostra mente la memoria della terra come è quando la prendete. E con tutta la vostra forza, con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, preservatela per i vostri figli e amatela … come Dio ama tutti noi. Una cosa noi sappiamo. Il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Nemmeno l’uomo bianco può essere esonerato dal comune destino. Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo.”

La natura nelle parole degli Indiani d'America

Io sono una roccia,ho visto la vita e la morte,ho conosciuto la fortuna, la preoccupazione e il dolore.Io vivo una vita da roccia.Sono una parte di nostra Madre, la Terra.Ho sentito battere il suo cuore sul mio,ho sentito i suoi dolori e la sua gioia. Io vivo una vita da roccia.Sono un parte di nostro Padre, il Grande Mistero.Ho sentito le sue preoccupazioni e la sua saggezza.Ho visto le sue creature, i miei fratelli,gli animali, gli uccelli, i fiumi e i venti parlanti, gli alberi,tutto quello che sta sulla Terrae tutto quello che nell'Universo è. Io sono parente delle stelle.Io posso parlare, quando conversi con mee ti ascolterò, quando parlerai.I o ti posso aiutare, quando hai bisogno di aiuto. Ma non mi ferire, perché io posso sentire, come te. Io ho la forza di guarire, eppure all'inizio tu dovrai cercarla.Forse tu pensi che io sia solo una roccia;che giace nel silenzio, sull'umido suolo. Ma io non sono questo.Io sono una parte della vita,io vivo, io aiuto coloro che mi rispettano.

(Penna d'Aquila Danzante, 1973 )

Le colline sono sempre più belle delle case di pietra.In una grande città la vita si riduce ad un'esistenza artificiale. Molti uomini sentono ancora a stento la vera terra sotto i piedi, vedono ancora appena crescere le piante, eccetto che in vasi di fiori, e solo di rado lasciano dietro di sé le luci delle strade, per lasciar agire su di loro la magia di un cielo notturno cosparso di stelle. Quando gli uomini vivono così lontano da tutto quello che il Grande Spirito ha creato, allora dimenticano facilmente le sue leggi.

(Tatanga Mani)

I vecchi dakota erano saggi. Loro sapevano che il cuore di un essere umano che si estranea dalla natura, s'indurisce; loro sapevano che la mancanza di profondo rispetto per gli esseri viventi e per tutto ciò che cresce, presto lascia morire anche il profondo rispetto per gli uomini. Per questo motivo l'influsso della natura, che rende i giovani capaci di sentimenti profondi, era un importante elemento della loro educazione.

(Orso in Piedi, Dakota)

Io sono nato libero, libero come l'aquila,che vola sopra il grande cielo azzurro; un vento leggero sfiora il suo volto. Io sarò libero.

(Dion Panteah, 15 anni, Pueblo Zuni)