lunedì 22 agosto 2016
Fratelli della notte
mercoledì 20 aprile 2011
La famiglia
sabato 2 aprile 2011
Il serpente e il bambino
Il bambino era diventato ormai un adolescente e adesso possedeva una bella mountain bike rossa, con la quale si aggirava per le strade del paese, per i boschi e i prati dei suoi dintorni. Stava percorrendo un tratto di salita della strada provinciale quando vide un serpente attraversargli la strada. I serpenti erano pericolosi per l’uomo e bisognava ucciderli appena si incontravano, questo era quello che gli avevano insegnato fin da bambino. Il serpente adesso cercava di arrivare all’altro ciglio della strada. Pedalò in fretta e passò sopra di lui con la ruota. Il serpente era rimasto schiacciato, nella metà di quel corpo longilineo, ma proseguiva la sua corsa. Il ragazzo girò e tornò indietro per ripassarci sopra di nuovo. Il serpente adesso stava sulla difensiva, s’era raccolto in se stesso, come per convogliare le ultime energie rimastegli e dare l’ultima strenua battaglia a quell’aggressore così potente e terribile. Smise di pedalare e fece avanzare la bicicletta spostandosi con i piedi, poi schiacciò il serpente con la ruota posteriore, muovendola avanti e indietro con la pressione sul manubrio. Intanto stava osservando il comportamento del serpente. Addentava il copertone con tutta la sua forza, mostrando i denti sottili e aguzzi, nonostante il suo corpo fosse ormai del tutto lacerato e insanguinato. Era una difesa disperata e dignitosa allo stesso tempo. Una scena che turbò profondamente il ragazzo. Adesso gli dispiaceva per quel serpente. Si ricordava di aver letto da qualche parte che non tutti i serpenti sono velenosi, che esistono vipere e bisce, e che esse sono riconoscibili per tante caratteristiche diverse, che le vipere se non sono infastidite non aggrediscono nessuno; che i serpenti se lasciati in pace sono animali inoffensivi. Meditava su queste cose mentre osservava la tormentata agonia del serpente che lui adesso stava uccidendo. In un fremito di rabbia, mista a colpa, finì di ammazzare il serpente, sfregandogli la testa con la ruota e mettendo così fine alle sue sofferenze. Si sentiva in colpa per ciò che aveva fatto e ripensò alla prima volta che uccise un serpente, quando era un bambino e girava su un triciclo rosso. Si accorse allora di essere cambiato e decise che d’ora in poi non avrebbe più ammazzato un serpente. Mai più. Adesso i serpenti voleva solo incontrarli come esseri liberi che andavano per la loro strada. Era stato proprio il serpente a fargli cambiare idea. Con quell’atto di disperata difesa dall’aggressione era come se avesse parlato al ragazzo e in quell’occasione, proprio mentre moriva, era stato un suo maestro di vita.
domenica 1 novembre 2009
Una tomba nella foresta
“I morti custoditi nella crosta terrestre, che girano ogni giorno la lenta ruota del mondo, in pace fra le eclissi, gli asteroidi, le polverose stelle nuove, con le ossa chiazzate di terra e le cellule del midollo che si trasformano in fragile pietra, le dita intrecciate alle radici, uniti a Thot e ad Agamennone, ai semi e alle cose non nate.”
giovedì 5 febbraio 2009
Racconti - Il cammino invisibile
L’alba spuntò sulle valli, e il cielo cominciò a risplendere della luce del sole nascente, tingendosi di un azzurro cupo. La luce arrivò subito portandosi dietro di sé la meraviglia della sua improvvisa apparizione. Il padre aveva portato con sé il figlio, perché sapeva che al figlio piaceva la montagna, piaceva camminare per i sentieri e i boschi esplorando quel mondo vicino ma così sconosciuto. Alcune volte si era avviato da solo dandogli non poche preoccupazioni. Perciò aveva capito che era meglio se gli avesse permesso di venire assieme a lui. Era estate e i boschi si erano riempiti di funghi. Il padre disse al figlio di cominciare a rovistare in prossimità delle macchie di faggio, sotto i rami. Il ragazzo trovò dei porcini ma non era sicuro se fossero buoni, perché gli sembravano chiari e così li fece vedere al padre. “Certo che sono buoni, sono chiari perché crescono in prossimità ei faggi. Questo è il porcino dei faggi, un fungo molto delicato, forse migliore del porcino scuro dei querceti.” Continuarono a rovistare e contemporaneamente a salire verso la barriera della grande foresta di faggio e abete bianco. Era la prima volta che il padre lo portava con sé così lontano. Una volta a scuola il professore aveva domandato in classe quale fosse il desiderio immediato di ogni alunno. Alcuni avevano risposto una bella macchina, altri una bella casa... diventare pilota di formula uno. Ad egli , il primo desiderio venutogli in mente era stato “vorrei andare con mio padre sulle montagne” e gli altri e il professore lo avevano quasi ridicolizzato. Il ragazzo non aveva mai visto gli enormi abeti così da vicino. Da casa vedeva spuntare le loro cime nella foresta e gli sembravano appartenere ad un mondo bellissimo e misterioso. Procedettero nel salire verso una radura, nella quale uno zampillo d’acqua sorgiva rumoreggiava nell’aria. Gli disse il nome delle fontana. Tutto aveva un nome in quella foresta in apparenza dimenticata da Dio e dagli uomini. Il padre via via gli insegnava i posti migliori dove i funghi crescevano. “Ifunghi nascono sempre nello stesso posto. Perciò è inutile camminare per ore e ore senza meta. Devi ricordarti precisamente i posti dove crescono. Soprattutto il porcino poi è il fungo più abitudinario.” Attraversarono un fossato e una radura dove cresceva un tipo d'erba dagli steli sottilissimi: anche quella radura aveva il suo nome. “Quest’erba è molto scivolosa; stai sempre attento quando ci cammini sopra.” Si inoltrarono nella foresta dove gli abeti ormai dominavano con i loro tronchi secolari. Il loro cane da caccia si divertiva a scorazzare libero per la foresta. Ogni tanto il cane si perdeva di vista e il padre lo fischiava con il suo personale richiamo. Il padre stava sempre in apprensione se il suo cane da caccia si assentava per troppo tempo. Percorrevano dei sentieri che si districavano come labirinti nella buia foresta e ogni tanto il padre si fermava e dava un’occhiata in giro per orientarsi. Trovarono lungo la strada tante varietà di funghi. Il padre rivelava al figlio il loro nome popolare in dialetto e le loro proprietà. Ogni specie aveva una personalità, come del resto qualsiasi essere della terra. Alcuni come i porcini si mimetizzavano, altri si nascondevano a gruppi sotto le foglie; poi c’erano quelli che si vedevano in lontananza, come le mazze di tamburo. Il fungo che il ragazzo trovò più particolare era però il fungo dell’abete. Il padre disse al figlio che questo fungo si chiamava “abetino” perché cresceva sempre vicino agli abeti e aveva il loro stesso profumo. Le sue lamelle producevano un lattice rosso come il sangue. Il ragazzo amava scovarli sotto le macchie di abete, mentre risplendevano da lontano nella penombra, con il loro vivo colore arancione. Il figlio a volte si stancava a camminare e avrebbe voluto fermarsi. Ma non osava dirlo al padre, perché voleva dimostrargli che poteva portarlo con lui e che non si sarebbe stancato. Il ragazzo sarebbe voluto diventare forte e tenace e avrebbe voluto avere delle buone gambe come lui. Ormai erano saliti parecchio e respiravano la verginità dell’aria fredda dell’alta montagna. Il cane ad un certo punto aveva rizzato il pelo, senza né abbaiare né digrignare i denti. “Se il cane ha rizzato il pelo a quel modo è perché ha sentito la presenza del lupo. Altrimenti la cosa non si spiegherebbe.” Il fantasma si aggirava accanto a loro, solitario e pauroso. Il ragazzo ebbe la sensazione di trovarsi finalmente al cospetto del mondo selvaggio, quel mondo di cui leggeva nei romanzi d’avventura e sul quale amava fantasticare. Sbucarono in un pianoro bellissimo, baciato dalla luce dorata del sole e il ragazzo vide la cima della montagna ormai vicina. Ammirò la sua selvaggia bellezza e i suoi occhi si riempirono di stupore quando osservò i pini loricati aggrappati alla roccia come tanti guardiani remoti e misteriosi. “Ci siamo allontanati troppo salendo. Adesso dobbiamo scendere” disse il padre. Dalla foresta di faggio scesero costeggiando i fossati che portavano l’acqua a valle attraverso i boschi, raccogliendo i funghi che incrociavano per caso e parlando degli animali e delle piante del bosco. Il padre imitò il verso del colombaccio e disse che era un uccello molto selvatico. Poi parlò degli alberi enormi che esistevano una volta. Ricordò un acero colossale, poi abbattuto, sul quale si appollaiavano i colombi selvatici che lui non riusciva a vedere per quanto fosse alto. Si ritrovarono poi nei pressi di un abete fatto a pezzi dal fulmine. Gli enormi pezzi squarciati erano stati sparati come proiettili a lunga distanza dal luogo dove si ergeva il tronco. Il padre disse che era molto pericoloso trovarsi nel bel mezzo di un temporale in una foresta di abeti. Ritornarono a valle attraversando alcuni pascoli e raccogliendo i funghi prataioli che crescevano in mezzo ai prati e poi si diressero nei boschetti di cerro, dove raccolsero tanti porcini neri. Il padre disse al ragazzo di non dover pensare che, solo per il fatto di andare in posti lontani, avrebbe per forza di cose trovato più funghi. I boschetti vicini al villaggio nascondevano anfratti dove se ne potevano raccogliere tantissimi. Ma sapeva che il ragazzo più che cercare funghi desiderava cercare i paesaggi dell'alta montagna. Non era ancora mezzogiorno quando discesero gli ultimi boschi prima delle strade del villaggio. Poi arrivarono finalmente sulla soglia di casa…
martedì 9 dicembre 2008
Racconti - Il demone bianco
venerdì 28 novembre 2008
Racconti - L'inganno
(vincitore alla VII edizione del concorso letterario nazionale "Il Fauno d'Oro" di Contursi Terme - 3°classificato) La sera si approssimava gelida. Al crepuscolo l’aria fredda della neve era calata sulle valli. Il cacciatore aggiunse legna secca al fuoco. Doveva essere un bel fuoco quello, in modo da creare tanta brace. Quando la brace si formò abbondante uscì fuori e andò nell’orto a cercare un masso. Portò la grossa pietra nel caminetto, ponendola sui carboni ardenti. La temperatura fuori continuava a calare con il passare delle ore. L’aria era gelida, secca. Uno strato di vetrato scivoloso ricopriva la strada. La pietra cominciò a diventare rossa, ardente per il forte calore. Il figlio guardava quelle strane operazioni, chiedendosi a cosa servisse quella pietra. La guardava, osservandola brillare di luce rossastra. Il padre uscì poi di nuovo e tornò con un sacco, di quelli che solitamente si adoperavano per il grano. Il sacco non era vuoto e sbirciando all’interno, il figlio vide che era pieno di paglia. Il padre poi levò la pietra ardente dal fuoco spostandola sullo scalino del caminetto. La pietra ora doveva raffreddarsi. Il figlio domandò al padre a cosa servisse quella pietra e quel sacco pieno di paglia, ma egli non rispose. Poi il padre sganciò il fucile dal muro su cui era appeso, lo aprì e cominciò a pulirlo. Possedeva un fucile classico, con i due cani che si alzavano col pollice della mano destra. Aveva preso dalla scatola delle munizioni le cartucce più piccole, quelle che servivano per gli animali di piccola taglia. La madre e la sorella erano intanto occupate a preparare la cena e non badavano a quelle operazioni. Il padre uscì di nuovo e andò nella dispensa a tagliare un pezzo di lardo. Poi tirò un po’ di brace, e vi posò il pezzo di lardo, poggiandolo su un piccolo treppiedi. Il grasso cominciò a sciogliersi e a colare sulla brace, diffondendo un fumo dall'odore forte di rancido. “A cosa serve questo?” disse il bambino. “Questo è l’inganno” rispose il padre sorridendo. La pietra s’era raffreddata e il cacciatore la inserì nel sacco pieno di paglia. “La pietra deve raffreddarsi, altrimenti la paglia prende fuoco” spiegò al figlio. Tolse il lardo dal fuoco, ormai ben arrostito, poi si procurò della carta e lo avvolse in essa. Lo inserì nella tasca del giubbotto verde che portava sempre per andare a caccia. Si mise il fucile a tracolla e il sacco in spalla. Uscì fuori nell’aria secca e fredda, sotto lo sguardo curioso del bambino; il cane del cacciatore era rinchiuso nella bottega e guaiva per non poter partecipare alla battuta di caccia. Dalla strada principale sbucò in un viottolo in discesa, che portava al torrente. Sentiva solo lo scricchiolio della neve ghiacciata sotto i suoi scarponi pesanti; per il resto non v’era altro rumore: il villaggio era sommerso dal silenzio, come una coperta lo avvolgeva nella calma serata invernale. Scese nel greto del torrente e prese la torcia, perché ormai la luce dei lampioni era lontana. Il torrente era ghiacciato, anche se sotto la coltre vitrea l’acqua scorreva silenziosa per sbucare di tanto in tanto e riprendere il suo cammino sotterraneo sotto il ghiaccio. Tolse il lardo dalla carta e lo pose su una pietra. Poi si allontanò e si sedette sopra un masso, nascosto dai rami di alcuni alberi, in un punto dove avrebbe potuto tenere la visuale del letto del torrente. C’era la luce della luna e il biancore della neve permetteva di notare qualunque animale si fosse avvicinato. Prese il sacco e vi inserì le gambe. La pietra arroventata avrebbe tenuto caldi i suoi piedi. L’aria era gelida e doveva forse stare fermo per ore, immobile, perché non poteva permettersi di fare rumore. Appoggiò il fucile carico all’albero e mise le mani nelle tasche del giubbotto. Restò un’ora in quella posizione, quando finalmente sentì il rumore di un animale sulla neve. La volpe come al solito scendeva lungo il fossato, avvicinandosi al territorio degli strani dèi che vivevano nelle valli; con la neve il cibo era scarso e sapeva che là avrebbe potuto predare quei goffi uccelli che non sapevano volare, ammucchiati dentro le costruzioni degli strani dèi della valle. Era stata attratta dall’odore denso della carne bruciata e non sapeva che là ad aspettarla c’era la morte… Il cacciatore vide la sagoma scura della volpe avvicinarsi nei pressi della pietra dove aveva posto l’esca. Puntò il fucile tenendolo stretto sulla spalla destra, accarezzò il grilletto, mirò e fece fuoco. Allo sparo si accompagnò solo un breve guaito e poi il tonfo della volpe sulla neve ghiacciata. Il cacciatore svuotò il sacco e lo utilizzò per porvi la piccola volpe. Suo figlio era andato a letto ma era rimasto sveglio. Sarebbe voluto andare con suo padre per partecipare a quell’insolita battuta di caccia. Sentì uno sparo lontano squarciare la calma gelida della notte e capì che proveniva dal fucile di suo padre. Attese il suo ritorno. Il padre rientrò a casa, lui sbucò dal letto e si rivestì per andargli incontro. Gli domandò cosa avesse cacciato e il padre rispose che aveva cacciato una volpe. “Andiamo, te la voglio far vedere”. Il cacciatore portò il figlio nel magazzino dove scuoiava la cacciagione e gli mostrò la preda che aveva catturato. “E’ una volpe rossa, con la punta della coda bianca; ci stanno altri esemplari di volpi qui da noi che invece sono di taglia più grande e con il pelo grigio” disse. “Il pezzo di lardo che avevo preparato è servito da esca. La volpe ha sentito l’odore e si è avvicinata, per questo ti parlavo prima di inganno” aggiunse il padre. Il bambino continuò a guardare un po’ malinconico la bella volpe dal pelo rosso. Avrebbe desiderato che non fosse morta, avrebbe voluto che si ridestasse da quel sonno per potergli accarezzare il morbido e caldo mantello…



