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lunedì 22 agosto 2016

Fratelli della notte




 Sono le quattro di pomeriggio ed ho ancora mezz'ora di luce per scendere e accamparmi. E' sempre bene non farsi sorprendere dal buio quando si deve bivaccare, perché la scelta e la predisposizione del campo sarebbero difficoltose, pur avendo con sé la lampada frontale. Scelgo una piazzola nel bosco, a ridosso di un masso e poco distante da un grande faggio. Calpesto bene la neve prima di stendervi il telo di base. Assicuro  la copertura con piccozza, bastoncini, rami d'albero. Di vento non ce n'è, ma è sempre bene non rischiare. Intanto il freddo cala assieme al buio. Ci sono impronte di lupi lungo il sentiero e anche più giù, dove sorge l'acqua della fonte: probabilmente si tratta di lupi che andavano a bere. Siamo più a bassa quota rispetto alle creste, ma il freddo si sente maggiormente ai Piani. Entro in tenda e vi porto tutto quello che ho. Dovrò starci più di dieci ore e spero in tutto questo tempo di riuscire a dormire. La tenda è sulla neve e la neve è ovviamente fredda, ma il materassino mi isola abbastanza dal terreno.  Fuori si sente solo il verso degli allocchi; assieme ai lupi che si muovono come fantasmi sono i miei "fratelli della notte". La temperatura si è abbassata, ci saranno meno quindici gradi fuori. Per riscaldare un po' l'ambiente accendo una candelina che avevo nel kit di sopravvivenza. Riguardo tutte le foto, poi non resta che mettersi nel sacco per provare a dormire. Ci riesco un po', svegliandomi diverse volte. Il freddo si fa sentire e per stare più al caldo indosso anche il piumino. Mi giro e rigiro sul materassino finché, forse verso le quattro, piombo in un sonno profondo. Nel dormiveglia di questa notte è come se le parti del mio corpo si fossero separate, come se si trattasse di individui diversi, con esigenze diverse. Mi sveglio alle sette e mezza. La tenda è illuminata dai raggi del sole, guardo fuori e la cima del Dolcedorme risplende di luce. Rimetto tutto a posto e sgombero il campo nel giro di mezz'ora. I piedi sono intorpiditi: le scarpe, infatti, sono ghiacciate, ma camminando il sangue si rimetterà in moto e mi riscalderà. Arrivo ai Piani, la neve è immacolata, l'atmosfera selvaggia. Più avanti trovo le impronte fresche di un branco di lupi: dovrebbero essere tre. Fratelli della notte.

mercoledì 20 aprile 2011

La famiglia


Partirono all’alba, quando il cielo era ancora tinto di quell’azzurro cupo che si schiarisce  col lento e nascosto sorgere del sole. Si portarono sulla strada principale per le viuzze strette del paese. Là li attendeva il boscaiolo che gli avrebbe tagliato quel vecchio cerro che cresceva sul ciglio della strada. Il trattore annunciò il suo arrivo con il rombo pesante e le luci dei fari che penetravano l’aria bluastra dell’alba. Salirono tutt’e due appoggiandosi alle scalette laterali e il trattore si avviò. Il padre e il boscaiolo chiacchieravano ad alta voce, a causa del rumore che faceva il motore. Poi incontrarono la strada sterrata che saliva in alto, per i boschetti che circondavano le ultime case e i campi ormai quasi tutti incolti; per i pascoli ormai invasi da rovi, su cui il bosco si espandeva, quando la ghianda attecchiva alla terra, e dai germogli spuntavano i nuovi alberelli. Per quei pascoli in cui ancora si vedeva qualche vecchio pastore col suo cappello a falde strette e la giacca di velluto infestata dai tafani dell’estate, con la faccia bruciata dal sole e il corpo nodoso come le radici degli alberi. Si udiva il suo richiamo, i versi di quella lingua che solo il pastore e il suo gregge comprendono; e c’era l’abbiare dei cani che minacciosi si dirigevano verso gli sconosciuti che passavano  accanto al gregge, percorrendo i sentieri scavati dagli animali; poi il pastore si alzava dal posto fresco che si era scelto all’ombra della quercia e si avvicinava per richiamare i cani e scambiare quattro chiacchiere.  “U’ valano”, era detto così il pastore delle mucche e “ ’u picuraro”, il pastore di pecore e capre che ancora viveva la transumanza e si incontrava d’estate, col gregge che pascolava finalmente all’aria fresca della montagna. Ma i sentieri si stavano riempendo di erbacce, quelli che un tempo erano campi coltivati  adesso erano terreni messi a semina dalla natura stessa. Il mondo civile cambiava velocemente mentre la natura ritornava lentamente ad espandere la vita secondo le sue leggi. 


Era ancora buio quando i fari del trattore abbagliarono una lepre in mezzo alla strada. Se ne stava là, ferma, stupita e impaurita da quella luce improvvisa che spuntava come nulla dalle tenebre. Sarebbe potuta sparire con un balzo, saltando al lato della strada, trovando riparo tra i cespugli, invece se ne stava ancora là, ipnotizzata dalla luce. Alla fine lentamente si decise ad abbandonare la strada e si buttò nei rovi sparendo nell’oscurità bluastra che lentamente si dissolveva. Il sole sorgeva e boschi e pascoli si riempivano della luce tersa del giorno, quella luce allegra e vivida che mette sempre armonia nei propri pensieri.


Arrivarono al vecchio rudere dell’ovile circondato da grossi cerri. Il ragazzo amava quegli alberi. Non ne erano rimasti tanti ormai dei vecchi giganti secolari. Le moderne motoseghe li avevano abbattuti e la loro alta chioma non si ergeva più sul bosco come un tempo. "E’ stato distrutto tutto", si lasciò sfuggire il padre un giorno con un’aria che lasciava trasparire malinconia. 


Arrivarono ai boschetti di loro proprietà e si portarono nel punto in cui sorgeva il grande cerro da abbattere, vicino al vecchio pagliaro. Era un albero dal tronco scuro e molto grosso e ai sui piedi c’era una strana segatura. Dava l’idea di un albero cavo. "Quando questo vecchio albero sarà abbattuto gli altri potranno crescere", disse il padre. E aggiunse che l’albero era  grosso quasi come adesso, quand'era ragazzo.

Il boscaiolo scaricò gli attrezzi dal trattore: la motosega, l’accetta, la mazza e i cunei; la benzina e la lima per affilare la catena. Accese il motore e cominciò a varie riprese a creare la tacca sull’albero, poi levò quella che somigliava ad una fetta d’anguria. Il padre disse al ragazzo che dovevano allontanarsi. Il boscaiolo fece penetrare la lama dall’altro lato del tronco; l’albero cominciò a sussultare, poi perse l’equilibrio... e si sentì il rumore del legno che si rompe e così stramazzò al suolo con uno schiaffo rumoroso alla strada sterrata; si spezzò qualche ramo e qualcun altro volava, e cadendo l’albero investiva una giovane pianta destinata a rinsecchirsi, mentre le altre vicine avrebbero finalmente visto la luce e sarebbero cresciute dritte.

Adesso bisognava cominciare a segare l’albero, dividendolo in tronchetti e partendo dal ceppo. Il tronco era cavo. Quando arrivò a segare il secondo ceppo dalla cavità spuntò una coda. Nel tronco c’era un nido di ghiri. Madre, padre e figli. Una famiglia. La motosega aveva sfiorato gli animali per pochi centimetri. La coppia uscì fuori, erano spaventati e disorientati. Uno si portò sul tronco. Il ragazzo lo afferrò subito con la mano destra, quasi d’istinto. L’animale si liberò subito dalla  debole stretta del ragazzo e con un salto di quattro metri scomparve tra i cespugli. Il padre rimproverò il ragazzo. "Non avresti dovuto farlo. Poteva staccarti un dito!". L’altro ghiro si arrampicò quasi che lo avesse preso per un albero, sui pantaloni del padre, che si divincolò goffamente da quell’assalto. Quella scena fece sorridere il ragazzo.

Il boscaiolo continuò a segare l’albero, quasi ignaro di quello che avevano combinato. I piccoli erano rimasti all’interno del nido, e quando il ceppo fu spaccato in due caddero a terra, dimenandosi ciechi in quel mondo oscuro, alla ricerca di quel calore materno che era stato, fino a quel momento,  l’unica sicurezza della loro breve vita. Non sarebbero durati a lungo là per terra. Uno dei tronchetti era rotolato e ne aveva schiacciato uno, che ancora si muoveva con le sue minuscole budella di fuori, tinte di sangue. Il ragazzo smise di aiutare il padre e il boscaiolo nello spaccare la legna e cercò di mettere in salvo i cuccioli di ghiro. Ne prese uno in mano e si stupì della capacità che aveva di avvinghiarsi ai suoi guanti di pezza. Il ragazzo si arrampicò sul lato destro della strada e trovò una buca naturale per terra, tra i cespugli. Tirò il piccolo essere che era rimasto aggrappato al guanto della sua mano destra: non voleva mollare la presa e dovette tirare con forza per staccare le sue unghia dalla stoffa. Dopo averne riposto uno andò a prendere gli altri.  Ce n’erano altri quattro oltre a quello morto; un altro si muoveva ancora, ma forse era ferito perché urtato anch’esso dai ceppi. Il padre esortò il ragazzo a lasciar perdere i cuccioli e a ritornare a lavorare.  Dopo averli messi tutti nella buca si rimise anche lui al lavoro. Quando finirono il padre spiegò al ragazzo che non doveva preoccuparsi, perché la madre avrebbe recuperato i cuccioli e li avrebbe portati da qualche altra parte, in un luogo sicuro tra gli alberi. 

Il giorno dopo il ragazzo trovò la scusa di farsi un giro per funghi e ritornò a piedi alla buca, nel bosco dove aveva riposto quelle piccole creature. Nella buca era rimasto solo un cucciolo, ed era morto. Era quello ferito, e che lui aveva riposto lo stesso nella buca, assieme agli altri. Un fratello sfortunato che il Caos del mondo aveva rispedito indietro nei labirinti del Nulla. Se i cuccioli fossero stati divorati da qualche volpe il cucciolo morto non sarebbe rimasto là. Era la prova che era stata  la madre a prenderli. La madre, che conosceva per istinto la presenza della morte, lo aveva lasciato là, recuperando gli altri cuccioli e portandoli su un altro albero. Lì forse la famiglia avrebbe ritrovato una nuova casa nella pace del bosco…

sabato 2 aprile 2011

Il serpente e il bambino


Eccoli arrivare dalle tenebre remote della mente, nel cuore della notte. Le serpi sono dappertutto, spuntano dalle viscere della terra, materializzandosi come spettri. Si attorcigliano, scappano o si insidiano lentamente tra i ciuffi d’erba. E lui non si può muovere, e non sa cosa fare; aspetta il suo destino restando immobile, ormai prigioniero di un attimo che diventa eterno… perché i serpenti sono dovunque ed ogni passo è un’insidia e non si può più scappare; ma in tutto quel vortice di corpi verdastri e longilinei non sembra esserci minaccia: è come se non lo vedessero, e si attorcigliano alle sue gambe, vi scorrono in mezzo e vengono inghiottiti dalla terra, nell’’ignoto dal quale sono venuti. Esseri con le sembianze di un mondo primitivo e impenetrabile, con la sua storia scritta su quelle squame e che vive ancora nello sguardo enigmatico di quegli occhi inespressivi… Il sogno finisce e il risveglio si porta con sé il sollievo di essere al sicuro nel letto della propria stanza, lontano da quella minaccia, lontano da quel nido di serpenti…

Al paese dove viveva c’era da sempre la paura dei serpenti. Nei giorni infuocati dell’estate a volte i serpenti capitavano vicino alle case, si infilavano spaventati sotto le cataste del legname o tra le insenature dei muri di pietra. Se la gente li trovava per strada si dava da fare subito per ammazzarli. Con i bastoni, con i soffietti di ferro, con le scope, con la prima cosa che gli capitasse tra le mani. Non facevano distinzioni tra serpenti velenosi e non velenosi, tra bisce e vipere. I serpenti erano tutti delle vipere malefiche, la cui semplice vista bastava a far calare nel vicinato un’atmosfera di non solo di preoccupazione, ma direi quasi di terrore. Era proprio un giorno d’estate quello e il bambino giocava col suo triciclo rosso di plastica, in mezzo alle stradine che circondavano casa sua. Era un bambino di quattro anni. Col triciclo stava scendendo lungo una stradina che conduceva alle scalinate che portavano verso la chiesa. Vide un serpente strisciare sul pavimento di pietra della strada. Era un serpente grigio e sottile, che si muoveva con eleganza sul terreno. Era stato abituato a pensare che fosse necessario uccidere i serpenti quando si incontravano, perché erano pericolosi. Così pensò bene di passarci sopra con le ruote del suo triciclo. Il serpente fu fatto a pezzi e il bambino andò subito dalla madre per comunicargli che aveva ammazzato una vipera, poi la condusse sul luogo dove giacevano ancora i resti martoriati del serpente. La madre si meravigliò per il coraggio del bambino, che non aveva avuto paura, ma si spaventò pure, perché il serpente avrebbe potuto morderlo. Il bambino crebbe vantandosi di quell’atto di coraggio; l’uccisione della vipera era diventata una specie di prova di iniziazione nella sua infanzia, un evento che ricordava sempre con un certo orgoglio.

Il bambino era diventato ormai un adolescente e adesso possedeva una bella mountain bike rossa, con la quale si aggirava per le strade del paese, per i boschi e i prati dei suoi dintorni. Stava percorrendo un tratto di salita della strada provinciale quando vide un serpente attraversargli la strada. I serpenti erano pericolosi per l’uomo e bisognava ucciderli appena si incontravano, questo era quello che gli avevano insegnato fin da bambino. Il serpente adesso cercava di arrivare all’altro ciglio della strada. Pedalò in fretta e passò sopra di lui con la ruota. Il serpente era rimasto schiacciato, nella metà di quel corpo longilineo, ma proseguiva la sua corsa. Il ragazzo girò e tornò indietro per ripassarci sopra di nuovo. Il serpente adesso stava sulla difensiva, s’era raccolto in se stesso, come per convogliare le ultime energie rimastegli e dare l’ultima strenua battaglia a quell’aggressore così potente e terribile. Smise di pedalare e fece avanzare la bicicletta spostandosi con i piedi, poi schiacciò il serpente con la ruota posteriore, muovendola avanti e indietro con la pressione sul manubrio. Intanto stava osservando il comportamento del serpente. Addentava il copertone con tutta la sua forza, mostrando i denti sottili e aguzzi, nonostante il suo corpo fosse ormai del tutto lacerato e insanguinato. Era una difesa disperata e dignitosa allo stesso tempo. Una scena che turbò profondamente il ragazzo. Adesso gli dispiaceva per quel serpente. Si ricordava di aver letto da qualche parte che non tutti i serpenti sono velenosi, che esistono vipere e bisce, e che esse sono riconoscibili per tante caratteristiche diverse, che le vipere se non sono infastidite non aggrediscono nessuno; che i serpenti se lasciati in pace sono animali inoffensivi. Meditava su queste cose mentre osservava la tormentata agonia del serpente che lui adesso stava uccidendo. In un fremito di rabbia, mista a colpa, finì di ammazzare il serpente, sfregandogli la testa con la ruota e mettendo così fine alle sue sofferenze. Si sentiva in colpa per ciò che aveva fatto e ripensò alla prima volta che uccise un serpente, quando era un bambino e girava su un triciclo rosso. Si accorse allora di essere cambiato e decise che d’ora in poi non avrebbe più ammazzato un serpente. Mai più. Adesso i serpenti voleva solo incontrarli come esseri liberi che andavano per la loro strada. Era stato proprio il serpente a fargli cambiare idea. Con quell’atto di disperata difesa dall’aggressione era come se avesse parlato al ragazzo e in quell’occasione, proprio mentre moriva, era stato un suo maestro di vita.
 
Un quartiere popolare di una grande città con macchine e gente ovunque. La distesa di asfalto e cemento che copre ogni cosa... Una stanzetta di una vecchia palazzina, adibita a studio di Tattoo e Piercing. La ragazza incide un “tribale” sulla spalla sinistra del ragazzo, ma ignora che sta riproducendo i contorni di una pittura di sabbia Navajo, simbolo di un antico popolo che dialogava con la terra. E’ una ruota di medicina, e rappresenta il cerchio con le quattro direzioni. Dal centro del cerchio, il mistero del mondo, si dipartono dei serpenti stilizzati: sembrano quasi uscire da un nido, vanno rispettivamente a nord, a sud a est e ad ovest, disegnando una spirale di armonia e allo stesso tempo di mutamento. Il cerchio all’interno del quale sono compresi ha anch’esso le sembianze di un serpente. I piccoli serpenti rappresentano forse le direzioni della conoscenza e così anche gli uomini, che uscendo dal nido cercano subito di comprendere il mondo… proprio come quando lui si imbattè la prima volta lungo” la strada di un serpente”.

domenica 1 novembre 2009

Una tomba nella foresta






(Racconto premiato al  concorso letterario Il Fauno d’Oro edizione 2010, di Contursi Terme, 3° classificato)
 


“I morti custoditi nella crosta terrestre, che girano ogni giorno la lenta ruota del mondo, in pace fra le eclissi, gli asteroidi, le polverose stelle nuove, con le ossa chiazzate di terra e le cellule del midollo che si trasformano in fragile pietra, le dita intrecciate alle radici, uniti a Thot e ad Agamennone, ai semi e alle cose non nate.”
(Cormac Mc Carthy)

Vista dalla valle la montagna appare come una grande piramide rocciosa, con un versante più dolce, ricoperto da un’estesa selva di faggi e abeti e un altro pauroso, selvaggio, che cade a picco sui pascoli sottostanti, abitato da alberelli di leccio abbarbicati sui dirupi rocciosi e percorso alla sua base dalla ferita di un torrente che scorre in mezzo ad un groviglio di rovi e di spine. La cresta rocciosa della montagna come un filo separa i due versanti e sale ripida fino alla cima, popolata in alcuni tratti da una grande varietà di piante e alberi delle specie più svariate; un luogo che sembrerebbe l’opera del capriccio di un ignoto giardiniere, che avesse deciso di far convivere su queste rocce così ripide piante e alberi recoprocamente estranei. E poi c’è quell’enorme fenditura nella montagna, che corre attraverso la foresta e spezza la sua ondulata armonia per la gola profonda scavata dal torrente. Abeti coraggiosi crescono lungo il corso del fossato, in mezzo alla roccia. C’è n’è uno ormai morto, che cadendo è rimasto accasciato alla parete rocciosa, destinato a marcire in piedi in quella posizione precaria, che gli ha impedito così di ricevere la degna sepoltura dell’acqua e della roccia. Il torrente è ghiacciato e desolato d’inverno mentre a primavera l’acqua spumeggiante corre giù lungo gli enormi massi; d’estate il torrente scompare, lasciando solo i relitti che si è portato con la sua corsa stagionale: tronchi marcescenti, rami secchi e pietre circondati dalla terra arida e un silenzio interrotto solo dal fruscìo delle foglie dei faggi che crescono lungo le sponde della gola. La gola è un corridoio nella foresta, che però non conduce da nessuna parte per chi non conosce i meandri di queste selve apparentemente innocue. Si può sbucare in un pianoro se si lascia il torrente guadandolo e salendo lungo il sentiero che si snoda sui pendii popolati dagli abeti. Oppure si possono incontrare “le Carceri”. E’ un luogo del bosco fitto e rappresenta il naturale prosieguo della gola; i pastori diedero al posto questo nome perché la gente qui si perdeva, e la foresta diventava una prigione che aveva alberi al posto di sbarre, cancelli vegetali che si perpetravano all’infinito in un’angosciosa attraversata. E poi v’è la cima con i segni della civiltà dei contadini: il santuario con la una chiesa povera e spoglia e le casette dei pellegrini, in onore della Vergine, la dea cattolica di quella montagna. Sotto la chiesa, tra gli alberi, c’è una piccola grotta, dove si dice che la Vergine fece la sua prima apparizione. Vi si accede tramite una scalinata scavata nella roccia. C’è sempre una grande frescura qui. Piccoli topolini di montagna si aggirano tra immaginette e candele e sembrano osservare curiosi i visitatori, pronti a scattare al minimo movimento brusco; con quegli occhietti neri che sembrano parlare di una saggezza ancestrale ma indecifrabile… Il santuario è il luogo delle feste, dei pellegrinaggi. La Vergine ha l’aspetto di una contadina, piccola, con un viso rotondo. Porta la corona e un vestito ricamato; è la regina dei pastori e dei contadini e in suo onore due volte l’anno si festeggia la prima volta la sua ascensione al santuario montano dopo il lungo inverno e la seconda il suo ritorno a valle, nella chiesa del paese. E poi c’è la grande festa di luglio sulla cima della montagna, con i pastori e i contadini di tutte le remote contrade della Lucania del nord e del sud, provenienti dalle montagne, dalle colline e dal mare. D’ inverno la chiesa è vuota e non ha più la sua madonna, e tutto il santuario resta avvolto dalla desolazione della neve e delle intemperie, come un avamposto di un’antica civiltà che abbia abbandonato sconsolata quelle montagne per fuggire altrove…

Faceva caldo quel giorno. Tutta la montagna era affollata di pellegrini. Muli, asini e cavalli coperti di roba e al loro seguito famiglie di contadini, donne, uomini, vecchi e giovani. Venivano a piedi dai loro paesi e percorrevano le strade polverose delle contrade di quelle valli e poi giungevano ai piedi della montagna e si inerpicavano sui sentieri che conducevano sulla cima del sacro monte. Pastori col completo di velluto, con le facce scolpite dagli elementi. Donne dalle mani tozze, con i volti bruciati dal sole delle campagne, con i loro fazzoletti chiari sulla testa. Bambini, ragazzi, famiglie intere. Soprattutto questa era la festa dei pastori, forse perché in essi più che in altri si avvertiva quel bisogno di una presenza divina che vegliasse su di loro nelle lande desolate di quelle aspre e anonime montagne. L’aria dei boschi si riempiva dei suoni delle zampogne, dei tamburelli e delle totarelle e degli organetti; un’atmosfera di sacralità e di gioia festosa al tempo stesso, accompagnata dalle urla dei suonatori e dal contorcersi dei corpi a quel ritmo che entrava nel sangue. Una melodia che era stata la colonna sonora della vita di quella gente, da sempre. Una musica che si perdeva nei millenni, che era legata a quella terra come le radici di un albero secolare. Sulla cima della montagna i pellegrini formavano accampamenti e si costruivano capanne di frasche con i rami degli alberi. Capre e pecore venivano portate fin lassù in pellegrinaggio per poi essere sgozzate, scuoiate e arrostite sul posto. Sembrava e forse anzi lo era, un rito sacrificale. Si sentivano belati delle bestie e il sangue sporcava le pietre, pelli e interiora giacevano su posto mentre i contadini si adoperavano a tagliare tendini e ossa con accette e con lunghi coltelli affilati. Scorrevano litri di vino, che ondeggiava nelle bottiglie per venire tracannato dagli uomini e finire nelle loro vene; vino che diventava sangue e arrossiva le facce di quegli uomini scuri, vino che diventava musica, movimento frenetico e urla euforiche. All’interno della chiesa non c’era aria di allegria. Donne si battevano il petto e il rumore rimbombava tra le navate. Qualcuna si accovacciava, e inginocchiata si muoveva per terra leccando il pavimento della chiesa. E dopo quell’atto di penitenza a volte si ritrovavano con la lingua piena di sangue. Poi c’erano le donne che indossavano il loro abito da sposa sopra i vestiti, che si toglievano davanti alla vergine in segno di devozione. Restava alla vergine quel vestito bianco che dentro di sé nascondeva i sogni e i rimpianti e il dolore o magari la gioia di quelle donne. E nel ripostiglio accanto alla chiesa quegli abiti da sposa, con il loro pallido biancore, si accumulavano e dentro di essi si potevano immaginare i volti e le anime che sembravano contenere. La chiesa era piena di tante facce commosse. Aspettavano il loro turno per parlare alla santa Vergine dei loro affanni, delle delusioni e delle loro speranze più profonde. Un ragazzo si avvicinò al volto della statua. Piangeva e aveva un fazzoletto in mano. Bagnava le dita nelle sue lacrime riportandole sul volto di legno della statua. Questo è il mio dolore, sembrava volesse dirgli, adesso lo conosci, è anche il tuo. Un altro atto di devozione era la danza in chiesa accompagnata dalle zampogne. Ma la tarantella che si eseguiva sotto l’altare non era festosa e gioiosa come quelle che continuamente andavano avanti sulla montagna per tutta la giornata. Si ballava con le facce serie e speranzose, con un atteggiamento quasi di ritegno. E poi c’erano quelle sculture realizzate con le candele, ex voto, che venivano portate sulla testa dalle donne, costruzioni architettoniche di devozione popolare, templi in miniatura della loro fede. E tutt’intorno a questo movimento di migliaia di uomini e animali, si stagliavano montagne imponenti, che rinchiudevano l’orizzonte a nord come a sud. Era come se da quella sommità gli uomini potessero penetrare, grazie alla Vergine, il caos del mondo che regnava sulle nude rocce affilate; come se in quell’angolo di montagna gli uomini tentassero di dare un ordine all’universo, con le gerarghie divine, le grazie e i miracoli. Gli uomini cercavano il conforto in una luce divina, ed era la speranza che la ruota del caos girasse per una qualche circostanza in loro favore. E quelle montagne erano sinistre forse perché non avendo dei santuari sulle loro cime parlavano di un mondo senza dèi, dove a decidere le sorti di tutti gli esseri erano il vento e il fulmine, la pioggia e la neve.

La vecchia era arrivata quassù assieme ai figli e i nipoti. Era stata a messa, era andata a salutare la sua madonna e alla sua vista il cuore gli si era riempito di commozione, come sempre. Forse perché in questa madonna di legno erano accumulate tutte le speranze della gente di queste valli. Essa dava il volto alle generazioni dei pellegrini passate e future, ai vivi come ai morti. La speranza incoronata di un popolo intero. La vecchia s’era riposata nell’erba, all’ombra delle capanne di frasche e poi s’era allontanata fino al margine dei boschi, dove cominciava un altro mondo, un mondo fatto di alberi e pietre e silenzio, conosciuto solo dal lupo, dallo scoiattolo o dal colombaccio e da tutti gli esseri che là nascevano e morivano. Era andata nei boschi e da lì non era più ritornata. Erano andati a cercarla ma sembrava inghiottita dalla foresta. Forse, per la curiosità si era spinta troppo avanti e la luce gli si era chiusa alle spalle, come una immensa porta evanescente, e non era riuscita più a capire in che direzione dovesse andare. Per quasi un anno non si seppe più niente di lei, né si riuscì a ritrovare il suo corpo.

Il giovane pastore risaliva la gola scavata dal fossato mantenendosi sopra la sponda destra. Una densa vegetazione di faggi e di lecci ricopriva le rocce della montagna. Arrivò ad uno spiazzo nella foresta, dove alberi secolari di faggio e pareti di roccia ripida erano gli elementi più vistosi di quel giardino primitivo. A seguirlo c’era il suo cane che esplorava i dintorni del pianoro. Aveva lasciato le pecore più indietro, che si spostavano uniformemente da un promontorio ad un altro senza mai interrompere quel brucare che durava tutta la giornata. Più sopra la vegetazione finiva e si incontrava uno strano terriccio rosso, con delle pietre che avevano dei fori al loro interno, strani contenitori di un vasellame preistorico della natura. Sopra c’era un avvallamento tra due costoni di roccia grigia e dura che da lontano davano l’impressione della presenza di una gola che gola non era, perché in mezzo non scorreva alcun torrente. Da lì si poteva raggiungere poi la cresta che proseguiva la sua parabola ascendente fino alla cima, fino al santuario della Vergine. Il cane stava rovistando al di là di alcuni massi rocciosi. Il pastore notò da lontano che teneva qualcosa in bocca. Il cane si avvicinò al pastore scodinzolando felice con quella cosa che pendeva dalle sue mascelle. Era una testa umana, ridotta ad un teschio. Ancora v’ erano attaccati brandelli di pelle rinsecchita e capelli. Il pastore ebbe un fremito alla vista di quella macabra apparizione e il cuore cominciò a battergli forte. Invocò la Vergine della montagna. Carcasse di animali ne aveva viste sempre, ma mai avrebbe pensato di trovare le ossa di un essere umano. Si ricordò della vecchia scomparsa l’anno prima e pensò che di sicuro il cadavere appartenesse a lei. Doveva subito fare qualcosa. Il cane intanto aveva lasciato la testa per terra ed egli osservò le orbite vuote, senza più lo sguardo su quel mondo, oscure come oscura era la morte. Doveva avvisare qualcuno, prima di tutto i carabinieri e quindi doveva tornare al paese. Ma non poteva lasciarla là dov’era. Doveva nascondere la testa in un luogo sicuro per poi venire a prenderla assieme alle guardie. Prese dalla tasca uno dei sacchetti di plastica che portava sempre addosso. Poi afferrò un rametto secco di faggio con la mano destra, mentre con la sinistra teneva la busta di plastica. Si chinò e fece rotolare lentamente la testa spingendola col rametto nella busta. Una volta che fu dentro afferrò le estremità della busta e si avviò lungo la sponda del torrente con quel macabro resto umano. Qualcuno da lontano lo avrebbe preso per un cercatore di funghi. Conosceva un posto dove nelle pareti di roccia si aprivano dei buchi a forma di caverna, dei ripostigli primordiali scavati dagli elementi. In uno di quei buchi nascose la busta con la testa. La sera ritornò al paese col suo gregge e andò ad avvisare le guardie del ritrovamento. La mattina dopo tre carabinieri arrivarono assieme al pastore nel posto dove egli aveva nascosto la testa. Misero un carabiniere a piantonarla mentre gli altri procedettero nelle ricerche. Il carabiniere rimase là fermo a fare la guardia a quel teschio che nessuno avrebbe voluto, se non la nuda terra per nasconderlo tra le sue viscere. Il pastore si unì alle guardie e fece loro da guida. Gli altri resti non erano lontanissimi dal posto in cui il cane aveva ritrovato la testa. C’erano ossa e c’erano brandelli della veste che la vecchia aveva indossato il giorno della grande festa in onore della Vergine, il giorno in cui lei si era persa in quella prigione di alberi e rocce. Vicino ai suoi resti trovarono una fascia di ramaglie secche. Aveva tentato di farsi un fuoco, anche se non esisteva nessuna cosa quella sera con cui potesse accendere la legna. E poi l’aria gelida della notte calò su quella foresta e il buio inghiottì ogni cosa, e così anche lei…

giovedì 5 febbraio 2009

Racconti - Il cammino invisibile

"...poi pensò al padre che era morto in quella terra e pianse nudo sotto la pioggia." (Cormac Mc Carthy )

La montagna che percorsi assieme a mio padre appare sempre la stessa, ma in realtà tutto viene mutato dal fluire del tempo. Spesso ho la sensazione che ciò che io posso vedere con i miei occhi sia tutto inafferrabile, transitorio, provvisorio… Ho ritrovato alberi maestosi abbattuti dai fulmini, o bruciati dagli uomini oppure in procinto di rinsecchirsi. Vorrei a volte fermare il tempo e altre volte vorrei che esso fosse già passato per rimarginare le ferite inferte alla terra. Sì, a volte vorrei fermare la bellezza del mondo, sottrarla alla paura della violenza del tempo. Ma in realtà questo eterno ciclo così tormentato dalla natura è per me anche fonte di consolazione. Mi rattristo se ritrovo un uccellino morto per terra, caduto dal nido, svestito della bellezza della vita, ma poi mi risollevo quando nello stesso momento posso ascoltare il cinguettio degli uccelli del bosco, con la loro armonia che ritorna ad ogni sorgere del sole. La morte ridiventa preludio alla vita, ma ad ogni ciclo qualcosa scompare per sempre. So che ritroverò gli stessi animali nel bosco, ma so anche che non saranno uguali a quelli che avevo visto tanti anni fa, se non per il loro mantello o il piumaggio. Tutto scompare e tutto ricompare, ma solo in apparenza sotto le stesse vesti. I sentieri di quella foresta che attraversai in compagnia di mio padre la prima volta scompaiono o si fa flebile la loro traccia… altre strade si creeranno, o verranno riscoperti gli antichi tracciati. Ma sempre potremmo avvertire che quei passi ci sono ancora, anche se invisibili. Il ricordo è un’immagine sfumata, inafferrabile, imprecisa. Ma esso rimane dentro di noi, e quello che vedremo in futuro lo vedremo sotto il riflesso di quell’immagine sfuocata. Il ricordo ci aiuterà a riconoscere ciò che avremo di fronte, sia le cose nuove e sia ciò che conoscevamo pur avendolo dimenticato... Il ricordo di chi ci ha dato la vita, di colui che non potremo più vedere né sentire accompagnerà sempre il nostro cammino, e la sua voce ci continuerà a parlare, anche senza poterla più ascoltare…

L’alba spuntò sulle valli, e il cielo cominciò a risplendere della luce del sole nascente, tingendosi di un azzurro cupo. La luce arrivò subito portandosi dietro di sé la meraviglia della sua improvvisa apparizione. Il padre aveva portato con sé il figlio, perché sapeva che al figlio piaceva la montagna, piaceva camminare per i sentieri e i boschi esplorando quel mondo vicino ma così sconosciuto. Alcune volte si era avviato da solo dandogli non poche preoccupazioni. Perciò aveva capito che era meglio se gli avesse permesso di venire assieme a lui. Era estate e i boschi si erano riempiti di funghi. Il padre disse al figlio di cominciare a rovistare in prossimità delle macchie di faggio, sotto i rami. Il ragazzo trovò dei porcini ma non era sicuro se fossero buoni, perché gli sembravano chiari e così li fece vedere al padre. “Certo che sono buoni, sono chiari perché crescono in prossimità ei faggi. Questo è il porcino dei faggi, un fungo molto delicato, forse migliore del porcino scuro dei querceti.” Continuarono a rovistare e contemporaneamente a salire verso la barriera della grande foresta di faggio e abete bianco. Era la prima volta che il padre lo portava con sé così lontano. Una volta a scuola il professore aveva domandato in classe quale fosse il desiderio immediato di ogni alunno. Alcuni avevano risposto una bella macchina, altri una bella casa... diventare pilota di formula uno. Ad egli , il primo desiderio venutogli in mente era stato “vorrei andare con mio padre sulle montagne” e gli altri e il professore lo avevano quasi ridicolizzato. Il ragazzo non aveva mai visto gli enormi abeti così da vicino. Da casa vedeva spuntare le loro cime nella foresta e gli sembravano appartenere ad un mondo bellissimo e misterioso. Procedettero nel salire verso una radura, nella quale uno zampillo d’acqua sorgiva rumoreggiava nell’aria. Gli disse il nome delle fontana. Tutto aveva un nome in quella foresta in apparenza dimenticata da Dio e dagli uomini. Il padre via via gli insegnava i posti migliori dove i funghi crescevano. “Ifunghi nascono sempre nello stesso posto. Perciò è inutile camminare per ore e ore senza meta. Devi ricordarti precisamente i posti dove crescono. Soprattutto il porcino poi è il fungo più abitudinario.” Attraversarono un fossato e una radura dove cresceva un tipo d'erba dagli steli sottilissimi: anche quella radura aveva il suo nome. “Quest’erba è molto scivolosa; stai sempre attento quando ci cammini sopra.” Si inoltrarono nella foresta dove gli abeti ormai dominavano con i loro tronchi secolari. Il loro cane da caccia si divertiva a scorazzare libero per la foresta. Ogni tanto il cane si perdeva di vista e il padre lo fischiava con il suo personale richiamo. Il padre stava sempre in apprensione se il suo cane da caccia si assentava per troppo tempo. Percorrevano dei sentieri che si districavano come labirinti nella buia foresta e ogni tanto il padre si fermava e dava un’occhiata in giro per orientarsi. Trovarono lungo la strada tante varietà di funghi. Il padre rivelava al figlio il loro nome popolare in dialetto e le loro proprietà. Ogni specie aveva una personalità, come del resto qualsiasi essere della terra. Alcuni come i porcini si mimetizzavano, altri si nascondevano a gruppi sotto le foglie; poi c’erano quelli che si vedevano in lontananza, come le mazze di tamburo. Il fungo che il ragazzo trovò più particolare era però il fungo dell’abete. Il padre disse al figlio che questo fungo si chiamava “abetino” perché cresceva sempre vicino agli abeti e aveva il loro stesso profumo. Le sue lamelle producevano un lattice rosso come il sangue. Il ragazzo amava scovarli sotto le macchie di abete, mentre risplendevano da lontano nella penombra, con il loro vivo colore arancione. Il figlio a volte si stancava a camminare e avrebbe voluto fermarsi. Ma non osava dirlo al padre, perché voleva dimostrargli che poteva portarlo con lui e che non si sarebbe stancato. Il ragazzo sarebbe voluto diventare forte e tenace e avrebbe voluto avere delle buone gambe come lui. Ormai erano saliti parecchio e respiravano la verginità dell’aria fredda dell’alta montagna. Il cane ad un certo punto aveva rizzato il pelo, senza né abbaiare né digrignare i denti. “Se il cane ha rizzato il pelo a quel modo è perché ha sentito la presenza del lupo. Altrimenti la cosa non si spiegherebbe.” Il fantasma si aggirava accanto a loro, solitario e pauroso. Il ragazzo ebbe la sensazione di trovarsi finalmente al cospetto del mondo selvaggio, quel mondo di cui leggeva nei romanzi d’avventura e sul quale amava fantasticare. Sbucarono in un pianoro bellissimo, baciato dalla luce dorata del sole e il ragazzo vide la cima della montagna ormai vicina. Ammirò la sua selvaggia bellezza e i suoi occhi si riempirono di stupore quando osservò i pini loricati aggrappati alla roccia come tanti guardiani remoti e misteriosi. “Ci siamo allontanati troppo salendo. Adesso dobbiamo scendere” disse il padre. Dalla foresta di faggio scesero costeggiando i fossati che portavano l’acqua a valle attraverso i boschi, raccogliendo i funghi che incrociavano per caso e parlando degli animali e delle piante del bosco. Il padre imitò il verso del colombaccio e disse che era un uccello molto selvatico. Poi parlò degli alberi enormi che esistevano una volta. Ricordò un acero colossale, poi abbattuto, sul quale si appollaiavano i colombi selvatici che lui non riusciva a vedere per quanto fosse alto. Si ritrovarono poi nei pressi di un abete fatto a pezzi dal fulmine. Gli enormi pezzi squarciati erano stati sparati come proiettili a lunga distanza dal luogo dove si ergeva il tronco. Il padre disse che era molto pericoloso trovarsi nel bel mezzo di un temporale in una foresta di abeti. Ritornarono a valle attraversando alcuni pascoli e raccogliendo i funghi prataioli che crescevano in mezzo ai prati e poi si diressero nei boschetti di cerro, dove raccolsero tanti porcini neri. Il padre disse al ragazzo di non dover pensare che, solo per il fatto di andare in posti lontani, avrebbe per forza di cose trovato più funghi. I boschetti vicini al villaggio nascondevano anfratti dove se ne potevano raccogliere tantissimi. Ma sapeva che il ragazzo più che cercare funghi desiderava cercare i paesaggi dell'alta montagna. Non era ancora mezzogiorno quando discesero gli ultimi boschi prima delle strade del villaggio. Poi arrivarono finalmente sulla soglia di casa…

martedì 9 dicembre 2008

Racconti - Il demone bianco

Eppure io porto anche qui i miei antichi, soavi fardelli, Li porto, uomini e donne, li porto con me dove vado, Dichiaro che mi è impossibile riuscire a disfarmene, Io sono colmo di essi, e li colmerò a mia volta. (Walt Whitman) "...c'era al suo proposito un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago, senza nome, che a volte soverchiava completamente tutto il resto con la sua intensità; eppure era tanto mistico e quasi indicibile ch'io quasi dispero di renderlo in forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che sopra ogni altra cosa m'atterriva” (Herman Melville)
Mise la sveglia alle quattro di mattina. Preparò lo zaino, con tutti gli accessori. Era puntiglioso in questo, e divideva i vari reparti dello zaino così come indicavano i manuali. Le cose più pesanti al centro dello zaino, sopra, le provviste di cibo sotto, chiuse in sacchetti di plastica. Il telo termico di emergenza, l’accendino, la mappa e il taccuino degli appunti. La macchina fotografica protetta dal fagotto della giacca a vento. Non aveva sonno, ma sapeva che per affrontare l’escursione avrebbe dovuto dormire un po’. Quella notte si svegliò più di una volta. Aveva un po’ di tensione. Tutte le paure tornavano col calare delle tenebre, facendo la loro apparizione nei pensieri che gli si affollavano durante il sonno. Sognò distese di neve ghiacciate e vette mai viste prima. Sognò la foresta buia e quei sentieri che si sovrapponevano come un labirinto senza uscita. Si svegliò l’ultima volta prima dello squillo della sveglia, nel pieno della notte. Le paure sarebbero svanite quando egli si fosse levato dal letto e il suo corpo si fosse messo in movimento, per affrontare il freddo gelido della strada. Non fece rumore per non svegliare i suoi. Non gli aveva detto dove andava; gli aveva solo detto che sarebbe partito e poi ritornato la sera tardi. Non dovevano preoccuparsi, sarebbe tornato a casa. Questo poteva bastare. Si vestì, fece colazione e si mise lo zaino in spalla. Sentì la sicurezza delle sue forze, l’energia nei suoi muscoli, l’avventura di un giorno non vuoto, che sicuramente non avrebbe dimenticato. Uscì nell’aria gelida, nelle strade del villaggio deserte. Abbandonò la strada asfaltata e si avviò nell’oscurità di una stradina che portava verso i boschi. Quella era l’ingresso nel suo solitario mondo appartato, dal quale entrava e usciva ogni tanto. Tutto era oscurità e silenzio, e persino il rumore dei suoi passi e l’affanno della salita facevano parte di quel silenzio. Camminare in solitudine non significa essere solo, perché il cammino che si percorre è la compagnia della propria anima. E poi aveva il suo zaino, i suoi scarponi, che durante il cammino sono i compagni a cui fare riferimento. La sua macchina fotografica, che era l’occhio con cui avrebbe comunicato al resto del suo mondo ciò che avrebbe visto: alla fine nient’altro che dei miseri ritagli per farsi accettare dagli altri. Sentiva gli animali muoversi nel bosco. Sbucò su un promontorio e il richiamo squillante di una civetta lo fece spaventare. Il buio mette sempre paura, pensò, e si domandò perché. Ma non si può sconfiggere la paura senza provarla. Stava avvicinandosi alla foresta. Cominciò a camminare nel terreno coperto dal manto nevoso. Si era lasciato alle spalle il terreno scoperto e adesso si incamminava in un territorio ingombro da neve ghiacciata. La luna e il biancore della neve illuminavano il suo cammino. Incontrò finalmente la foresta ed entrò nei suoi meandri: era arrivato al secondo stadio del suo cammino di allontanamento dal mondo. Pensava intanto ai suoi affari quotidiani, al lavoro, agli amici e all’amore, al suo ruolo nella collettività e al suo posto nel mondo. Pensò che noi ci portiamo i nostri fardelli ovunque e liberarsene è impossibile. Ci allontaniamo dal mondo e il mondo si dilata dentro noi stessi, vi si espande e diventa anche opprimente. Ce ne vorremmo liberare, ma è come se volessimo liberarci di noi stessi… Arrivò in una radura ai piedi delle montagne. Il sole sorgeva alle sue spalle colorando di rosso il cielo, e gli enormi abeti vi si proiettavano come ombre nere. Sorrise all’apparizione di quelle rocce che dominavano le valli, con i pini secolari austeri e regali. Sembrava proprio di stare in uno dei suoi sogni. Nella neve si sprofondava e si mise le racchette ai piedi. Sbucò ai piedi delle montagne e cominciò a risalire la dorsale della montagna ammantata dai faggi piccoli e fitti. Impiegò tanto tempo per salire ed una fatica immane. Il sudore gli colava dalla fronte e gli faceva bruciare gli occhi. Sbucò dal bosco e si ritrovò sulla cresta ghiacciata. Tutta la fatica svanì alla vista dei pini secolari, aggrappati alla roccia. Il mondo civile in quell’istante si era fatto lontano, e ciò che contava era dimenticare per un momento il suo ruolo nella vita, sì, il mondo, il cui ricordo lontano prendeva la forma dei piccoli paesi inghiottiti dalla vastità di quel silenzio. Ciò che contava ora era contemplare quello spettacolo. Ciò che contava era salire sulla cresta innevata. I luoghi inospitali sono una casa ideale se ci si adatta alle loro regole. Il crestone era ripido e ghiacciato e non gli era permesso di scivolare, perché si sarebbe schiantato sulle rocce dei dirupi sottostanti. Aggrappato al ghiaccio come un puntino nero nella vastità della montagna, egli poteva fare affidamento solo sulla sicurezza dei suoi passi. Un passo dopo l’altro nella salita, era unicamente quello che poteva fare. La picozza affondava nel ghiaccio duro e il suo manico era l’unico appiglio che lo reggeva alla cresta. Poi finalmente sbucò sopra, tra le cornici di neve e gli apparve la cima della montagna. Dovunque si girasse c’erano solo le montagne a chiudere la visuale del mondo in un orizzonte di rocce, alberi e neve. I passi si erano fatti pesanti per la stanchezza. Procedette verso la cima e quando vi arrivò si ritrovò immerso nella nebbia. Sembrava che ormai stesse a camminare in un luogo remoto tra le nuvole. Tutto era bianco, dovunque volgesse il suo sguardo. Cominciò a scendere lungo l’altro versante, scavando coi talloni i gradini nella neve, adesso scivolosa. Non aveva ancora mangiato. Trovò un grosso masso libero dalla neve e si sedette. Prese dallo zaino della frutta secca e cominciò a mangiare, mentre il vento freddo gli accarezzava il volto. Le nuvole intanto scendevano sulla cresta che aveva scalato, e le sagome scure dei pini apparivano e sparivano come fantasmi. Mai come in quel momento si sentì così solo. Eccolo, un uomo sperduto, senza casa né legami di sorta, appoggiato sulla nuda pietra, a contemplare quella primordiale desolazione di bellezza e armonia. Se si cerca la solitudine è perché la si vuole combattere. E alla fine il demone si rivela, si nasconde in noi stessi e d’un tratto ce lo troviamo davanti… Ma quello fu solo un attimo, risistemò lo zaino, si guardò attorno e sorrise. Adesso non gli restava che scendere pazientemente l’altra dorsale per avviarsi sulla strada di casa…

venerdì 28 novembre 2008

Racconti - L'inganno

(vincitore alla VII edizione del concorso letterario nazionale "Il Fauno d'Oro" di Contursi Terme - 3°classificato) La sera si approssimava gelida. Al crepuscolo l’aria fredda della neve era calata sulle valli. Il cacciatore aggiunse legna secca al fuoco. Doveva essere un bel fuoco quello, in modo da creare tanta brace. Quando la brace si formò abbondante uscì fuori e andò nell’orto a cercare un masso. Portò la grossa pietra nel caminetto, ponendola sui carboni ardenti. La temperatura fuori continuava a calare con il passare delle ore. L’aria era gelida, secca. Uno strato di vetrato scivoloso ricopriva la strada. La pietra cominciò a diventare rossa, ardente per il forte calore. Il figlio guardava quelle strane operazioni, chiedendosi a cosa servisse quella pietra. La guardava, osservandola brillare di luce rossastra. Il padre uscì poi di nuovo e tornò con un sacco, di quelli che solitamente si adoperavano per il grano. Il sacco non era vuoto e sbirciando all’interno, il figlio vide che era pieno di paglia. Il padre poi levò la pietra ardente dal fuoco spostandola sullo scalino del caminetto. La pietra ora doveva raffreddarsi. Il figlio domandò al padre a cosa servisse quella pietra e quel sacco pieno di paglia, ma egli non rispose. Poi il padre sganciò il fucile dal muro su cui era appeso, lo aprì e cominciò a pulirlo. Possedeva un fucile classico, con i due cani che si alzavano col pollice della mano destra. Aveva preso dalla scatola delle munizioni le cartucce più piccole, quelle che servivano per gli animali di piccola taglia. La madre e la sorella erano intanto occupate a preparare la cena e non badavano a quelle operazioni. Il padre uscì di nuovo e andò nella dispensa a tagliare un pezzo di lardo. Poi tirò un po’ di brace, e vi posò il pezzo di lardo, poggiandolo su un piccolo treppiedi. Il grasso cominciò a sciogliersi e a colare sulla brace, diffondendo un fumo dall'odore forte di rancido. “A cosa serve questo?” disse il bambino. “Questo è l’inganno” rispose il padre sorridendo. La pietra s’era raffreddata e il cacciatore la inserì nel sacco pieno di paglia. “La pietra deve raffreddarsi, altrimenti la paglia prende fuoco” spiegò al figlio. Tolse il lardo dal fuoco, ormai ben arrostito, poi si procurò della carta e lo avvolse in essa. Lo inserì nella tasca del giubbotto verde che portava sempre per andare a caccia. Si mise il fucile a tracolla e il sacco in spalla. Uscì fuori nell’aria secca e fredda, sotto lo sguardo curioso del bambino; il cane del cacciatore era rinchiuso nella bottega e guaiva per non poter partecipare alla battuta di caccia. Dalla strada principale sbucò in un viottolo in discesa, che portava al torrente. Sentiva solo lo scricchiolio della neve ghiacciata sotto i suoi scarponi pesanti; per il resto non v’era altro rumore: il villaggio era sommerso dal silenzio, come una coperta lo avvolgeva nella calma serata invernale. Scese nel greto del torrente e prese la torcia, perché ormai la luce dei lampioni era lontana. Il torrente era ghiacciato, anche se sotto la coltre vitrea l’acqua scorreva silenziosa per sbucare di tanto in tanto e riprendere il suo cammino sotterraneo sotto il ghiaccio. Tolse il lardo dalla carta e lo pose su una pietra. Poi si allontanò e si sedette sopra un masso, nascosto dai rami di alcuni alberi, in un punto dove avrebbe potuto tenere la visuale del letto del torrente. C’era la luce della luna e il biancore della neve permetteva di notare qualunque animale si fosse avvicinato. Prese il sacco e vi inserì le gambe. La pietra arroventata avrebbe tenuto caldi i suoi piedi. L’aria era gelida e doveva forse stare fermo per ore, immobile, perché non poteva permettersi di fare rumore. Appoggiò il fucile carico all’albero e mise le mani nelle tasche del giubbotto. Restò un’ora in quella posizione, quando finalmente sentì il rumore di un animale sulla neve. La volpe come al solito scendeva lungo il fossato, avvicinandosi al territorio degli strani dèi che vivevano nelle valli; con la neve il cibo era scarso e sapeva che là avrebbe potuto predare quei goffi uccelli che non sapevano volare, ammucchiati dentro le costruzioni degli strani dèi della valle. Era stata attratta dall’odore denso della carne bruciata e non sapeva che là ad aspettarla c’era la morte… Il cacciatore vide la sagoma scura della volpe avvicinarsi nei pressi della pietra dove aveva posto l’esca. Puntò il fucile tenendolo stretto sulla spalla destra, accarezzò il grilletto, mirò e fece fuoco. Allo sparo si accompagnò solo un breve guaito e poi il tonfo della volpe sulla neve ghiacciata. Il cacciatore svuotò il sacco e lo utilizzò per porvi la piccola volpe. Suo figlio era andato a letto ma era rimasto sveglio. Sarebbe voluto andare con suo padre per partecipare a quell’insolita battuta di caccia. Sentì uno sparo lontano squarciare la calma gelida della notte e capì che proveniva dal fucile di suo padre. Attese il suo ritorno. Il padre rientrò a casa, lui sbucò dal letto e si rivestì per andargli incontro. Gli domandò cosa avesse cacciato e il padre rispose che aveva cacciato una volpe. “Andiamo, te la voglio far vedere”. Il cacciatore portò il figlio nel magazzino dove scuoiava la cacciagione e gli mostrò la preda che aveva catturato. “E’ una volpe rossa, con la punta della coda bianca; ci stanno altri esemplari di volpi qui da noi che invece sono di taglia più grande e con il pelo grigio” disse. “Il pezzo di lardo che avevo preparato è servito da esca. La volpe ha sentito l’odore e si è avvicinata, per questo ti parlavo prima di inganno” aggiunse il padre. Il bambino continuò a guardare un po’ malinconico la bella volpe dal pelo rosso. Avrebbe desiderato che non fosse morta, avrebbe voluto che si ridestasse da quel sonno per potergli accarezzare il morbido e caldo mantello…