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domenica 26 ottobre 2025

"Pollino" - libro di Saverio De Marco


“Affacciato su due mari e due regioni, il massiccio del Pollino è un mondo da esplorare passo dopo passo, tra pini loricati, crinali battuti dal vento e panorami che si perdono all’orizzonte. Un viaggio tra Basilicata e Calabria alla scoperta della natura più autentica.”


È uscito in edicola il libro di Saverio De Marco "Pollino", 21° volume della collana "In montagna", con la Repubblica, La Stampa e TV sorrisi e canzoni. I volumi dell’intera collana e quindi anche il libro “Pollino” sono disponibili sul sito: https://repubblicabookshop.it/


Il libro Pollino è disponibile al seguente link diretto: https://repubblicabookshop.it/POLLINO/010532250820
Il libro, patrocinato dal CAI ed edito dal gruppo GEDI in collaborazione con "Idea Montagna", si compone di circa 140 pagine e contiene:
una parte introduttiva generale sul Massiccio con geografia, geologia, flora e fauna, storia, aree protette, alpinismo;
una seconda parte, quella più consistente, con una scelta di 10 escursioni sui sentieri del Pollino, principalmente di difficoltà media e adatte anche a non esperti.
La parte presa in considerazione è il cuore centrale del Parco Nazionale del Pollino, caratterizzata dalle vette che superano i 2000 metri che sovrastano i “Piani di Pollino”con un escursus nella contigua zona orientale delle “timpe”.


Saverio De Marco

Guida Ambientale Escursionistica, scrittore, ambientalista
e blogger. Appassionato da sempre
di natura, escursionismo e fotografia, frequenta
le montagne del Pollino fin dall’adolescenza,
compiendovi centinaia di escursioni. È uno degli
autori del Volume 3 delle Guide Ufficiali del Sentiero
Italia CAI.

venerdì 18 agosto 2017

La strada per la città - Racconti di vita fuorisede

"Sulla cima della montagna che avrebbero dovuto
scalare il giorno dopo, imperversavano ancora nubi
minacciose; l’immagine inquietante e allo stesso
tempo magnifica di una natura selvaggia che attraeva
e respingeva. Si misero le ciaspole e indossarono
il passamontagna per il freddo tagliente. Per terra
erano caduti un paio di centimetri di neve fresca. Il
manto nevoso sottostante era ghiacciato e si marciava
comodamente. Il tempo cominciò a migliorare
via via che si lasciarono alle spalle il pianoro. Presero
il sentiero che andava verso dei piani ancora
più estesi, passando accanto a secolari esemplari di
faggio. I pini e le rocce dei crinali soprastanti erano
spruzzati di nevischio. I grandi pianori erano illuminati
dalle prime luci del sole, che aveva cominciato
a spuntare… Davanti a loro si estendeva una distesa
piatta di neve ghiacciata, coperta dal sottile strato di
neve fresca, caduta quella notte; il vento, che anche
qui soffiava molto forte, la smuoveva e sembrava
che volasse sul manto ghiacciato, un po’ come succede
con la sabbia del deserto.
Luciano, appartato nella sua intimità, si commosse
e diede le spalle all’amico per non farsi vedere."


(dal racconto "La natura selvaggia è meglio della droga", tratto dal libro "La strada per la città"




“La strada per la città” è il libro di esordio dello scrittore lucano Saverio De Marco pubblicato dalla casa editrice Italic Pequod. I protagonisti dei racconti sono studenti meridionali, che per frequentare l'università, dai loro piccoli e sperduti paesini d'origine, si trasferiscono nei quartieri popolari della Capitale. Tra questi spicca Luciano, che seguiamo nelle sue avventure e disavventure fuorisede: gli esami che non finiscono mai, le esperienze politiche, le sbornie selvagge, i lavoretti infimi per mantenersi agli studi, occupazioni, le manifestazioni e scontri di piazza, le ragazze e gli amori difficili, il richiamo della propria terra, i vagabondaggi nella Lucania ancestrale e selvaggia... La politica e i grandi eventi dell'attualità metropolitana restano sullo sfondo, mentre a tenere uniti i fili narrativi sono i rapporti umani e d'amicizia tra studenti con la medesima origine e condizione sociale. Luciano, ormai immerso nella vita della Capitale, mantiene sempre un legame istintivo con la sua terra e comunità d’origine. La sua identità si colloca in ultima analisi tra due mondi estremi: la grande metropoli e un paesino spopolato di montagna, luoghi profondamente diversi, anche se entrambi "periferici".
Questo libro, a tratti “on the road”,  narra episodi di vita quotidiana, ora apparentemente banali, ora inconsueti, a volte ai limiti del grottesco (quando non tragicomici), ma sempre con un tono ironico, che suscita il sorriso, e, spesso, la riflessione.
L’autore
Saverio De Marco (nome d’arte Indio), classe 1980, risiede a San Severino Lucano, nel cuore del Parco del Pollino. Laureato in Sociologia alla Sapienza di Roma, si occupa di temi socio-ambientali e di turismo nelle aree protette. È una Guida Ambientale Escursionistica (GAE), ambientalista, blogger e giornalista free-lance. È appassionato di letteratura, disegno e fumetti. Ha scritto racconti per siti e blog. Un suo racconto, L’Inganno, è stato pubblicato in “Percorsi”, Il Fauno Edizioni 2010. È autore inoltre di un fumetto satirico sulla vita degli studenti fuorisede a Roma: Le avventure di Luciano, lo studente lucano (Kalura 2015). La strada per la città (Italic Pequod) è il suo libro d’esordio.
Il libro è disponibile dal 4 maggio nelle principali librerie italiane e nei bookstores online come Feltrinelli, Ibs.it, Amazon, Mondadori Store, libreriauniversitaria.it.




lunedì 3 aprile 2017

Heidegger e la questione della tecnica: spunti di riflessione per il presente



Martin Heidegger

“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”.
M. Heidegger, L’abbandono (1959)

Tra le tante opere di Heidegger, la lettura dei “Saggi e discorsi”[1] è una di quelle più illuminanti, anche per fornire spunti di riflessione ad una “filosofia ambientale” che rifletta sulle questioni del mondo contemporaneo. All’interno di questa raccolta, il saggio “La questione della tecnica”, tratto da una conferenza che il filosofo tenne nel 1953, appartiene alla seconda fase del pensiero heideggeriano, rappresentando un primo sforzo per articolare in maniera positiva le indicazioni contenute nello scritto “Lettera sull’umanismo”[2].

Il pensiero di Heidegger ci induce a fare i conti con l’epoca attuale, “l’era della tecnica”, superando sia la fede illusoria in un progresso illimitato che l’ingenua aspirazione ad un utopico mondo preindustriale, non contaminato dalla tecnologia.
La lettura di Heidegger risveglia la necessità etica di andare oltre la rappresentazione della natura e dello stesso essere umano come “oggetti”, attraverso l’acquisizione di un “pensiero meditante” che sia capace di considerare l’essere delle cose al di là della loro oggettivazione tecnica. Scrive Ruggenini in proposito, su Heidegger e la sua interpretazione della tecnica:



Attraverso tale interrogazione egli ha saputo interpretare lo smarrimento che accompagna la coscienza del tempo davanti al potere incalcolabile di forze sconosciute, benché apparentemente scatenate dall’uomo, che rendono il volto del mondo ancora più enigmatico. Anziché mostrarsi sicura del proprio destino, l’umanità appare sopraffatta da un carico di responsabilità a cui, palesemente, non era preparata. Forse la verità profonda dell’interrogazione di Heidegger è nella rivelazione di un nuovo compito che attende l’uomo e che non è tanto di ricondurre la tecnica sotto il proprio potere, quanto di disporsi a pensare la verità della tecnica (…) attraverso l’abbandono di trovare in essa lo strumento per avere il mondo nelle proprie mani (…) La grande possibilità che l’avvento della tecnica dischiude per l’esistenza è allora, inaspettatamente, di carattere etico, nel momento in cui rende possibile una ripresa radicale del discorso sull’essere dell’uomo e sul suo destino terreno[3].


Heidegger in questo saggio pone subito l’esigenza di discostarsi dalla rappresentazione comune, strumentale, della tecnica. La tecnica non si identifica con l’essenza della tecnica e allo stesso modo l’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico[4]. Tale definizione strumentale concepisce la tecnica come un mezzo da controllare nel modo adeguato, da dominare[5]. Per Heidegger cioè, è troppo semplicistica una visione della tecnica come puro strumento neutrale a disposizione dell’uomo. Come osserva anche Umberto Galimberti in Psiche e techne: “per orientarci occorre innanzitutto farla finita con le false innocenze, con la favola della tecnica neutrale che offre solo i mezzi che poi gli uomini decidono di impiegare nel bene o nel male. La tecnica non è neutra, perché crea un mondo con determinate caratteristiche che non possiamo evitare di abitare e, abitando, contrarre abitudini che ci trasformano ineluttabilmente. Non siamo infatti esseri immacolati ed estranei, gente che talvolta si serve della tecnica e talvolta ne prescinde”[6].
Ma in che cosa consiste l’essenza della tecnica? “La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento (…) cioè della verità”[7]. Il discorso che ci interessa è quello della tecnica moderna, nella quale il disvelamento assume i contorni della pro-vocazione della natura.
La tecnica antica era diversa, perché si armonizzava, diremmo oggi, con la natura, non stravolgendo cioè l’essenza delle cose. Heidegger lo spiega in questi passi illuminanti:

Lo svelamento che vige nella tecnica moderna non si dispiega in un produrre nel senso della poiesis. Lo svelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione, la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata. Ma questo non vale anche per l’antico mulino a vento? No. Le sue ali girano sì spinte dal vento, e rimangono dipendenti dal suo soffio. Ma il mulino a vento non ci mette a disposizione le energie delle correnti aeree perché le accumuliamo. All’opposto, una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. In modo diverso appare il terreno che un contadino coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare. L’opera del contadino non pro-voca la terra del campo. Nel seminare il grano essa affida le sementi alle forze di crescita natura e veglia sul loro sviluppo. Intanto però, […] l’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione[8].

vecchio ponte: l'armonia della tecnica antica

Si è detto che il disvelamento proprio della tecnica moderna ha a che fare con la pro-vocazione; quest’ultima consiste nel fatto che “l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni” [9]. Con la tecnica moderna cambia il significato che noi diamo agli enti di natura, il cui essere è pensato ormai solamente in vista del loro possibile “impiego”.
Un altro esempio è quello del fiume Reno: “la centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l’antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all’altra”. Qui il fiume stesso è incorporato nella costruzione della centrale. Il fiume rimane, ma solo come oggetto “impiegabile”, magari “per le escursioni organizzate da una società di viaggi”. Per chiarire quest’esempio (di P. Ciccarelli) ci si può mettere, nei panni di un ingegnere: “che cosa vede un ingegnere in un fiume come il Reno?
Non un semplice corso d’acqua o uno spettacolo naturale. Vede un oggetto che ha una velocità e una portata idraulica, una fonte di energia idroelettrica trasformabile in energia cinetica (…), una via di trasporto delle merci, una fonte di irrigazione deviabile per un migliore sfruttamento. Quell’ingegnere è un metafisico occidentale senza saperlo: vede nel Reno un ente a disposizione, calcolabile, usabile, manipolabile, vede una cosa che può assumere funzioni; anzi, non vede la cosa, ma solo le sue funzioni possibili. Ai suoi occhi, la cosa, l’ente, non ha nessuna essenza propria (…) è come se la cosa non esistesse: in questo consiste il nichilismo”[10]. La natura è cioè ridotta a oggetto, sparisce la sua essenza. Ne deriva che l’essere è posto così dalla volontà umana: ma questo non significa altro che… ridurlo pari a nulla. La differenza tra tecnica antica e moderna ci riporta all’attualità. L’esempio del Reno potrebbe essere sostituito da qualsiasi altra opera che stravolge la natura riducendola a mero “ente a disposizione”, in una concezione puramente utilitaristica. 
Basti pensare a certe montagne delle Alpi, invase da piste da sci, città in alta quota, impianti di risalita. Anche in questo caso, sparisce l’essenza della montagna come ambiente dove la presenza umana poteva solo “adeguarsi” ad esso senza stravolgerne le caratteristiche peculiari, e subentra la montagna come “industria del turismo”, ovvero come mera risorsa da sfruttare e addomesticare.

impianti di risalita sul Monte Bianco

Diverso era il lavoro del pastore o del contadino, i quali, pur adoperando le risorse della montagna erano obbligati a sottostare, per così dire, alle sue “leggi”. Gli esempi potrebbero continuare e mostrano come il pensiero heideggeriano seppure sembri a volte astratto e “oscuro”, offra spunti interessanti per una filosofia del rapporto uomo/natura, che non si fermi in superficie e vada al fondo delle cose. In un passaggio dell’“Oltrepassamento della metafisica”, Heidegger affermerà che la tecnica “fa violenza alla terra e la trascina nell’esaustione, nell’usura e nelle trasformazioni dell’artificiale”. Le sue continue innovazioni e invenzioni non dimostrano affatto che la tecnica possa rendere possibile anche l’impossibile. La tecnica, infatti, “obbliga la terra ad andare oltre il cerchio della possibilità che questa ha naturalmente sviluppato”. Heidegger ricorre, per contrasto, all’immagine delle api e delle betulle, che seguono le leggi naturali: “la legge nascosta della terra la mantiene nella moderata misuratezza del nascere e del perire di tutte le cose entro i limiti delle loro possibilità, che ognuna di esse segue e che tuttavia nessuna conosce. La betulla non oltrepassa mai le sue possibilità. Il popolo delle api abita dentro all’ambito della sua possibilità”. Sono considerazione quanto mai attuali se si pensa alla crisi ecologica globale che investe il nostro pianeta, dove la produzione capitalistica e lo sfruttamento delle risorse naturali oltrepassano proprio quelle “possibilità”, cioè i limiti, che lo sviluppo non dovrebbe superare.

Canada: devastazione della foresta a seguito dell'estrazione di sabbie bituminose

Non si tratta tuttavia di accettare o rifiutare la tecnica, ma di approfondirne il suo carattere ambiguo: la verità dell’essere non è infatti il contrario della tecnica, ma il suo nascosto fondamento[11].

Il pericolo non è la tecnica. Non c’è nulla di demoniaco nella tecnica; c’è bensì il mistero della sua essenza. L’essenza della tecnica, in quanto è un destino del disvelamento, è il pericolo (…) La minaccia per l’uomo non viene dalle macchine e dagli apparati tecnici, che possono anche avere effetti mortali. La minaccia vera ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza. Il dominio dell’ im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principiale[12].

Come scrive Franco Volpi: “Nella configurazione del Ge-Stell[13] (…) si arriva alla realizzazione essenziale del padroneggiamento conoscitivo ed operativo dell’ente da parte dell’uomo pensato come soggetto padrone, e quindi alla piena dimenticanza dell’essere (…) Heidegger ha validi motivi per ribellarsi all’accusa rivoltagli di essere un critico romantico della tecnica. Non pensa all’utopia di un giardino terrestre senza “artefatti”, né evoca phisis in uno struggimento nostalgico che guarda all’indietro (…) Heidegger vede nella tecnica (...) la via verso un ‘altro inizio’”[14]. Heidegger afferma infatti, citando il poeta Holderlin, che dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva[15].
Va ribadito che “Heidegger non pensa alla natura come a una entità complessiva, e ancor meno può essere considerato un esponente di una filosofia che indichi nella spontaneità dei processi naturali una guida per l’agire umano o una fonte di norme etiche (…) Heidegger non è interessato a dare indicazioni per l’agire pratico. Non c’è dubbio che personalmente si sentisse più a casa nella Foresta Nera che in una metropoli industriale, ma non c’è rapporto diretto fra questi suoi gusti (…) e l’originaria e costante impostazione ontologica del suo discorso”[16]. Il filosofo di certo non era il cantore di una idilliaca società rurale opposta al dominio della tecnica e della scienza moderne, anche se “è pur vero che Heiddeger stesso ha alimentato quest’immagine al grande pubblico, con l’insistito richiamo – proveniente dal suo Rifugio di Todtnauberg, nella Foresta Nera – alla potenza originaria del pensiero che corrisponde silenziosamente alle forze telluriche e abissali del mondo.


l baita di Heidegger (hütte) nei pressi di  Todtnauberg, Foresta Nera

Ma la traduzione che spesso se ne è fatta è quella secondo cui nel mondo ci sarebbe, nascosto, un senso primordiale dell’essere, purtroppo contraffatto e soffocato dal dominio calcolante e strumentale della tecnica calcolante”[17]. È vero anche che Heidegger ha scritto pagine densamente poetiche sul rapporto con la natura e la dimensione rurale, che si configura come “nutrimento” stesso del pensiero. Si può ricordare in proposito lo scritto “Perché restare in provincia?” nel quale esplica la relazione che ha il suo lavoro di filosofo con l’ambiente della Foresta Nera:


Soltanto il lavoro apre lo spazio per questa realtà montana. Il corso del lavoro rimane immerso nell’acca­dere del paesaggio. Quando in una profonda notte d’inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita e tutto co­pre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica del coniare il linguaggio è simile alla resi­stenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro fi­losofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico. Esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini. Come il giovane contadino trascina su per il pendio la pe­sante slitta cornuta per riportarla poi, carica di ciocchi di fag­gio, in pericolose discese, giù alla propria fattoria; come il pastore spinge con passo lento e meditabondo il suo gregge su per pendio; come il contadino nella sua stanza appronta con cura le innumerevoli scandole per il suo tetto, così il mio lavoro è dello stesso tipo[18].



Altre sue opere inoltre, riprodurranno la metafora di un pensiero “in cammino”, dove i vari percorsi sono simboleggiati dai sentieri della foresta. Basti pensare all’opera Holzwege, “Sentieri interrotti” (“Holzwege sono i sentieri nel bosco... ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L'uno sembra l'altro... legnaioli e guardaboschi sanno cosa significa "trovarsi in un sentiero che, interrompendosi, svia")[19]. Quest’immagine metaforica scaturisce in modo diretto dalle circostanze di vita di Heidegger stesso, abituale frequentatore della Foresta Nera, dunque di sentieri e boschi dove fare lunghe passeggiate. In questo senso Heidegger sembra intendere che il pensiero umano non deve proporsi una meta definitiva; esso non può che procedere, al contrario, se non come continuo sviamento, come irriducibile erranza. Non vi è dunque un’unica via per la riflessione, ma tutti i percorsi di pensiero sono ugualmente legittimi e utili[20].
Si può inoltre richiamare anche il concetto di Heimat, il quale non asserisce all’idea di “patria” come “sangue e suolo”, nel senso che fu poi proprio dell’ideologia nazista. “La parola Heimat che qui impiega Heidegger – e per cui è difficile trovare una appropriata traduzione nella lingua italiana – rinvia non tanto, come l’italiano ‘patria’ ed il corrispondente tedesco Vaterland, al senso di appartenenza ad una comunità statale o nazionale caratterizzata soprattutto da una comune storia civile e politica, ma alla piccola comunità, al luogo fisicamente e paesaggisticamente determinato, in cui si è nati e cresciuti o in cui, per confidenza acquisita attraverso una lunga frequentazione ed una profonda sintonia, ci si sente a casa”[21]. È un concetto che si lega strettamente al tema della tecnica moderna, proprio perché una delle sue conseguenze consiste nell’estraniazione e nello sradicamento dell’uomo moderno, con lo smarrimento del senso dell’ “essere a casa”[22].
Il disvelamento pro-vocante investe non solo la natura, ma la stessa essenza dell’uomo. L’uomo entra a far parte di ciò che Heidegger chiama “fondo”; è egli stesso pro-vocato. “Se però l’uomo è in tal modo pro-vocato e impiegato, non farà parte anche lui, in modo più originario che la natura, del ‘fondo’? Il parlare comune di ‘materiale umano’, di ‘contingente di malati’ di una clinica, lo fa pensare”[23]. Heidegger anticipa, con toni profetici, gli scenari inquietanti aperti dalle biotecnologie. Nel saggio “Oltrepassamento della metafisica” scriverà: “poiché l’uomo è la materia prima più importante, ci si può aspettare che, sulla base delle attuali ricerche della chimica, un giorno si possano creare fabbriche per la produzione artificiale di materiale umano (…) le ricerche (…) aprono già la possibilità di regolare in modo pianificato, secondo i bisogni, la generazione di esseri viventi di sesso maschile o femminile”[24] (Heidegger sembra in questo passaggio profetizzare la pratica dell’utero in affitto, che ha suscitato, un vivace dibattito, con posizioni, anche a sinistra, che deprecavano questa pratica di “mercificazione” del corpo umano e dei bambini[25]).

L’uomo però, in quanto esercita la tecnica, prende parte all’impiegare come modo del disvelamento. Il comportamento impiegante dell’uomo è legato all’apparire della moderna scienza, che cerca di afferrare la natura come un insieme di forze calcolabili. La tecnica moderna si è messa cioè in moto solo quando ha potuto appoggiarsi sulla scienza della natura[26]. In quanto tale la tecnica moderna non è il polo opposto della metafisica, ma il suo compimento. La tendenza intrinseca della metafisica, fin dalle origini, a dimenticare l’essere lasciando venire alla presenza solo l’ente in quanto tale si realizza perfettamente nel mondo della tecnica[27]. “La tecnica richiede dunque, per poter dominare, che il mondo sia considerato come una realtà calcolabile, e la calcolabilità a sua volta richiede la riduzione del mondo alle nostre rappresentazioni, cioè all’oggettività assicurata come certa da un soggetto conoscente. In una parola, chiede il costituirsi del mondo a ‘immagine’ (...) In questa rappresentazione oggettiva dell’ente da parte del soggetto è come se il mondo – inteso come la totalità dell’ente – non fosse altro se non ciò che è posto da noi…”[28]. La tecnica non è altro, perciò, che il definitivo compiersi della metafisica, il suo destino. “Il termine ‘la tecnica’ è qui inteso in modo così essenziale che il suo significato si identifica con ‘metafisica compiuta’”[29].
Il progetto metafisico che guida la storia occidentale è fare dello svelamento dell’ente in quanto tale, un oggetto a disposizione dell’uomo; l’accadere in cui le cose si manifestano appare quindi il risultato del volere umano[30]. È da queste premesse che scaturisce “l’oblio dell’essere”: “l’essere dell’ente non è più neanche remotamente qualcosa che vada cercato oltre l’ente stesso, è il suo effettivo funzionare dentro a un sistema strumentale posto dalla volontà del soggetto. In questa situazione, il pensiero non è più altro che escogitazione tecnica…”[31]. La metafisica pertanto, giunge alla fine realizzando proprio la sua essenza di oblio. Proprio dinanzi a questa estrema povertà del pensiero diventa però possibile oltrepassare la metafisica e uscire dall’oblio dell’essere che appunto la caratterizza[32]. Con la fine della filosofia non è quindi il pensiero che giunge alla fine, “esso passa invece ad un altro cominciamento”[33].
Dalla scienza moderna scaturisce un richiamo a considerare ciò che non appare, ma che ogni oggettivazione di ciò che appare porta con sé. Dirà Heiddeger in “Scienza e meditazione”: “la rappresentazione scientifica non può mai racchiudere l’essenza della natura, perché l’oggettità della natura è fin dal principio solo uno dei modi in cui la natura si pro-spetta. La natura rimane così, per la scienza fisica, l’inaggirabile”[34]. Ciò che vale per la fisica vale anche per altre scienze: “natura, uomo, storia, linguaggio restano, per le scienze menzionate, l’inaggirabile che si dispiega e domina all’interno della loro oggettità”. L’oggettità “resta sempre essa stessa un modo dell’esser presente, in cui la cosa può bensì apparire, ma non appare necessariamente e sempre”[35]. L’inaggirabile è sempre presente in ogni scienza ma nessuna può coglierlo mediante i suoi procedimenti; così la fisica in quanto tale non può essere oggetto di un esperimento, né si potrà stabilire l’essenza della matematica tramite un calcolo matematico.
L’altro modo di rappresentarsi il reale è ciò che Heidegger chiama “meditazione”. Va ribadito però che “tale pensiero meditante non è mai una semplice alternativa al pensiero oggettivante (…) La meditazione non è una via di fuga per ‘anime belle’, né la rivendicazione di uno spazio spirituale sottratto all’implacabile tirannia della tecnoscienza”[36]. La meditazione “è di natura diversa dal divenir consapevole e dal sapere della scienza, e anche di natura diversa dalla cultura”. La meditazione “resta qualcosa di più provvisorio, di più paziente e povero di quanto non fosse la cultura (…) La povertà della meditazione è però la promessa di una ricchezza i cui tesori risplendono nella luce di quell’inutile che non si lascia mai calcolare”. È proprio quell’inutile che non si lascia mai calcolare che va rimarcato per capire il senso di un pensiero capace di pensare l’essere al di là della sua oggettivazione. La meditazione è un “domandare rivolto all’inesauribilità di ciò che è degno di essere domandato”[37]. Alla luce di queste considerazioni, si può intendere diversamente anche la celebre affermazione di Heidegger secondo cui “la scienza non pensa” e “non può pensare”. “È facile stigmatizzare questa posizione come un oscuro anti-scientismo, ma almeno bisogna comprenderla nella sua reale intenzione, a partire cioè dal fatto che la scienza si rappresenta oggettivamente il mondo (e deve farlo, per poter essere scienza), ma non può esaurire con la sua procedura l’intera presenza del reale. Il pensiero meditante non rifiuta a priori la scienza, né si pone contro di essa, ma sta a dire che non possiamo affrettatamente far coincidere la nostra capacità di pensare l’essere del mondo con la nostra abilità nell’oggettivarlo scientificamente”[38]. Come afferma Franco Volpi, nel compimento della tecnica sta la possibilità per il pensiero di ascoltare il richiamo dell’essere e di corrispondervi, perché, come è detto nella conclusione della conferenza La questione della tecnica, “quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano ad illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo. Perché il domandare è la pietà del pensare”[39].

Saverio De Marco 




 

Note 

[1] Cfr. M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991
[2] Cfr. Ibidem
[3] M. Ruggenini, L’essenza della tecnica e il nichilismo in: AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997
[4] Cfr. Ibidem, p. 5
[5] Cfr. Ibidem, p. 6
[6] U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli 2002, p. 24-25,
[7] , M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 9. “La pro-duzione conduce fuori dal nascondimento della disvelatezza (…) Produzione si dà solo in quanto un nascosto viene alla disvelatezza. Questo venire si fonda e prende avvio (…) in ciò che chiamiamo il disvelamento (…) Ma dove siamo andati a perderci? Il nostro problema è quello della tecnica, e ora siamo arrivati all' aletheia, al disvelamento. Che ha da fare l'essenza della tecnica con il disvelamento? Rispondiamo: tutto […] Se poniamo con ordine il problema di che cosa sia veramente la tecnica concepita come mezzo, arriviamo passo a passo al disvelamento. In esso si fonda la possibilità di ogni azione producente. La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento Se facciamo attenzione a questo fatto, ci si apre davanti un ambito completamente diverso per l’essenza della tecnica. È l’ambito del disvelamento, cioè la verità.”
[8] Ibidem, p.
[9] Ibidem, p. 12
[10] P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 565
[11] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 141
[12] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 21
[13] Gestell “qui viene inteso, a partire dal suffisso Ge- (indicante una raccolta), come l’insieme di tutti i modi in cui l’uomo è chiamato a ‘porre’ (stellen), ‘disporre’ (bestellen), produrre (herstellen) ecc. in riferimento alla natura come ‘fondo’. Im-posizione si chiama il modo di disvelamento che vige nell’essenza della tecnica moderna senza essere esso stesso qualcosa di tecnico” (C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 140).
[14] F. Volpi, Vita e opere in AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997, p. 51
[15] Ibidem, p. 22
[16]P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 566
[17] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 137
[18] M. Heidegger, Perché restiamo in provincia? (http://www.parodos.it/lettersheidegger.htm)
[19] M. Heidegger, M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968
[20] Sentieri interrotti (https://it.wikipedia.org/wiki/Sentieri_interrotti)
[21] S. Gorgone, Crescere nella terra e fiorire nell’etere. La Heimat di Heidegger (http://aifr.it/index.php/11-articoli-recenti/24-crescere-nella-terra).
[22] Cfr. Ibidem
[23] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 13
[24] Ibidem, p. 62
[25] Cfr. D. Fusaro , Utero in affitto, il corpo che diventa merce (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/15/utero-in-affitto-il-corpo-che-diventa-merce/2377192/) e M. Borghesi, Utero in affitto, lo scontro tra le due sinistre (http://www.vita.it/it/article/2016/01/18/utero-in-affitto-lo-scontro-tra-le-due-sinistre/137951/)
[26] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 16
[27] G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza 2000, p. 93
[28] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 144
[29] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 52
[30] Cfr. P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 565
[31] G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza 2000, p. 93
[32] Cfr. Ibidem, p. 93
[33] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 54
[34] Ibidem, p. 39
[35] Ibidem, p. 39-40
[36] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 147
[37] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 44
[38] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 147
[39] F. Volpi, Vita e opere in AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997, p. 52

venerdì 10 gennaio 2014

Un cuore tra i lupi – di Antonio Iannibelli


Una visione wilderness: Tempo da lupi - foto di A. Iannibelli
“Ogni mattina, quando mi affacciavo sul crinale, il bosco mi appariva sempre più grande e meraviglioso e appena perdevo di vista le case mi sembrava di entrare in un mondo magico, il mondo incantevole dei lupi”.

“Benchè il mio ululato sembrasse un soffio insignificante a confronto con quei cori, dentro di me sentivo sprigionarsi una forza sovrumana che si fondeva alla perfezione in quell’affascinante ecosistema montano. Cinque, sei, forse otto lupi ulularono insieme a me, nel sielenzio completo della notte più bella della mia vita. Vibrazioni primordiali che mi trasformarono nel bambino che ero stato, riaccendendo nella memoria i meravigliosi racconti di mio nonno”.

(Antonio Iannibelli, dal libro: "Un cuore tra i lupi")

 Ho conosciuto Antonio Iannibelli l’estate scorsa per caso, in un bar di San Severino e in quell’occasione ho preso direttamente dall'autore “Un cuore tra i lupi”, libro che adesso figura nella mia biblioteca, tra i pochi – e significativi - libri sul Pollino e la sua gente. Qui non si parla solo del Pollino, anzi, propriamente il libro è dedicato in gran parte agli aneddoti di un cacciatore fotografico nella sua ricerca dei lupi e del contatto con il loro habitat; e più che altro si parla di incontri con lupi nelle montagne dell’Emilia Romagna...  Come tanti altri anche Antonio è infatti emigrato dalla sua terra per cercare lavoro altrove. Ma come molti la sua infanzia è stata segnata dal mondo arcaico e contadino e dalla natura selvaggia del Pollino, pronto ad affiorare anche nell’esistenza di una grande città come Bologna. A mio giudizio per capire il senso di questo libro proprio da qui bisogna partire, per seguire un percorso esistenziale legato da un unico filo... Come afferma Iannibelli infatti: il lavoro, il servizio militare, la famiglia, i figli, l’esistenza in città avevano riempito la mia vita, ma avevano messo da parte per molto tempo il mio mondo. Forse avevo pensato per qualche tempo di farne a meno, ma era solo un’illusione”. Soprattutto la prima parte del libro è ricca di aneddoti che rievocano il mondo dell’infanzia,  le esperienze di scoperta nell’ambiente fiabesco di Bosco Magnano, i racconti e gli insegnamenti del nonno, una figura che appare centrale nella stessa formazione naturalistica di Iannibelli. 
Antonio Iannibelli
Ciò che risalta subito all'inizio di questo libro è che nell’infanzia dell'autore il contatto con la natura era diretto, genuino, non mediato come avviene oggi dagli strumenti multimediali dell’ “educazione ambientale”. Come scrive  Iannibelli stesso: “io ho appreso gran parte delle mie conoscenze dalla natura selvaggia, dal bosco, dagli animali e appena possibile correvo tra gli alberi; era come entrare nelle pagine di un grande libro”.  Questo amore spontaneo per il mondo naturale si nota nella rievocazione di ricordi legati agli animali e al tempo passato in libertà nei boschi con gli amici d’infanzia: 
“uno dei maggiori divertimenti era quello di arrampicarci fino in cima ai giovani alberi, per poi buttarci nel vuoto tenendoci stretti alla cima: i più alti e flessibili ci permettevano salti di quasi dieci metri, una specie di primitivo bungee jumping. Ma la nostra specialità era catturare ghiri e pescare con le mani e trote nelle acque del torrente Peschiera. Il bosco era in pratica la palestra, la scuola e persino la famiglia, ogni piccolo e grande albero aveva un ruolo importante anche per le nostre attività”.  
“…Quando il vento soffiava forte i cerri si trasformavano nelle nostre giostre, dalle cime più alte ci facevamo dondolare come in un mare in tempesta. Aggrappati alle esili punte restavamo in balia del vento urlando fino a sgolarci”.

La copertina del libro - particolare
Spettacolari gli aneddoti su animali del bosco come ghiri e poiane, dai quali il piccolo Antonio apprende comportamenti e caratteristiche sempre in maniera spontanea; è il caso ad esempio del “doloroso” incontro con un ghiro che lui cerca di catturare ma che gli  addenta un dito senza lasciarlo (“riflettendo sull’accaduto capii che il povero animale aveva messo a rischio la sua vita pur di mettere in salvo la sua famiglia”). Del resto anche il suo primo incontro con i lupi, oggetto del libro,  è tutt’altro che idilliaco, perché i primi esemplari che avvisterà sono carcasse di lupi uccisi e abbandonati nel bosco. Il lupo del Pollino è una presenza selvaggia e quasi sfuggente, ma prepotentemente reale: “era come se ognuno rifiutasse di credere che quegli animali così mitici, così sfuggenti e nello stesso tempo ritenuti come una sorta di pericolo soprannaturale, fossero davvero lì, a pochi passi dalle nostre case”. E’ comunque la figura del nonno pastore che si staglia imponente, e introduce Antonio alla conoscenza della vita dei lupi e della natura selvaggia. Si delinea la personalità di  uomo “saggio” che non odia i lupi, ma li conosce bene e li considera per quello che sono, animali con le loro abitudini, da cui difendersi per salvaguardare il gregge, ma meritevoli di rispetto come qualsiasi altra creatura.
“…Fu mio nonno a catapultarmi nel mondo selvaggio della natura e avviarmi al lavoro del pastore. Trascorsi gran parte della mia infanzia in compagnia di animali, quasi sempre nei boschi”.
Bosco Magnano - foto by Indio
“Con molta calma mi spiegava che i lupi si spostano nelle montagne cercando di non invadere i territori dei propri simili, se ricevono risposta da altri lupi dello stesso branco, possono decidere di incontrarsi oppure  cambiare direzione (…) Ricordo perfettamente come mi chiamava mio nonno: << Nd’oniuuuu, oi nd’oniuuuuuuu.>> E se non rispondevo, l’ululato’ si faceva più lungo e profondo. Inoltre mi spiegava che i pascoli venivano delimitati dagli abbai dei cani e che un albero caduto poteva essere marcato con l’accetta, così come i lupi marcano il territorio con gli escrementi . Anche per noi umani esisteva un linguaggio non scritto ma ben codificato”.
 Nella seconda parte del libro, abbandonate le atmosfere di un  mondo pastorale ormai in declino, ci proiettiamo nel mondo moderno delle città e nella (dura) realtà degli  operai meridionali emigrati. Le cose cambiano, ma il filo che lega Iannibelli al mondo naturale non si spezza, e anche un fenomeno tragico come la strage alla stazione di Bologna diventa l'occasione per riandare con la mente al mondo dell’infanzia, al “mio mondo selvaggio dove non c’era posto per violenze cieche e distruzioni insensate”. “All’improvviso capii che per allontanare dalla memoria l’angosciante episodio della strage della stazione dovevo rituffarmi nelle meraviglie della natura”.
Subentra la ricerca di una vita in campagna e la passione per la fotografia; col tempo Iannibelli si sposa e diventa papà. Molto bella la rievocazione di un trekking fatto assieme al figlio nell’epoca in cui il Pollino si apprestava  a diventare Parco nazionale, con tutti i benefici e le contraddizioni che si portò dietro questo evento. Ma è l’Appennino bolognese che diventa lo sfondo nuovo per l’immersione nel mondo naturale, alla ricerca del magnifico predatore: “potevo finalmente ricercare il mondo perduto della mia infanzia. Trovai che per molti aspetti, l’ambiente naturale dell’Appennino bolognese e anche la gente che vi abitava era molto simile a quella del mio paese nativo. Dopo quasi dieci anni, con due figli e tanta voglia, ricominciavo la mia nuova vita tra i boschi”.
In fila indiana sulla neve - foto di A. Iannibelli
Qui comincia la parte in cui Iannibelli, ormai diventato un appassionato fotografo naturalista, va alla ricerca di branchi di lupi, studiandone i movimenti e le abitudini, fotografandoli nelle più disparate occasioni. I contatti diventano così stretti che l'autore non ha difficoltà ad avere incontri ravvicinati con i lupi: in una scena del libro si descrive un lupo desideroso quasi di giocare con il fotografo... sembra rivedere la scena del famoso film “Balla coi lupi”! 
La ricerca del lupo, ormai animale “totem” per l’autore è anche l’occasione però per conoscere altri aspetti dell’habitat del lupo e dei suoi componenti: sono infatti presenti numerosi aneddoti, anche curiosi, riguardanti animali del bosco come cinghiali, volpi, cervi, beccacce, sparvieri...
Le descrizioni non sono quelle “aride” dello studioso, ma appunto quelle di un appassionato naturalista, che apprende “praticamente” gli aspetti della vita selvatica, vagando nei boschi alla ricerca di scatti originali da fare ai lupi. Vi sono poi anche pagine dove vengono descritte con precisione le abitudini del lupo, la vita in branco e la sua biologia e  che sfatano anche certi miti, come quello di un lupo esclusivamente predatore, il quale in realtà non disdegna carcasse di animali e persino di dare la caccia ai topi… sfruttando inoltre l’aiuto involontario dato dall’uomo. Ne esce delineato il ritratto di una specie affascinante e suggestiva da sempre per l’uomo, tuttora perseguitato e ucciso, ma le cui popolazioni continuano a prosperare. “Ma che cosa rende veramente invulnerabile il lupo? Secondo la mia esperienza, oltre ad avere i cinque sensi più sviluppati di tanti altri animali, il lupo ha almeno un’altra formidabile arma: l’intuito prodigioso”.
Il libro è corredato da belle tavole a colori con fotografie molto suggestive dei lupi e del loro habitat. Inoltre, un capitolo finale è dedicato a consigli e suggerimenti per chi voglia affrontare il mondo della caccia fotografica… sulle orme dei lupi!

Saverio De Marco (Indio)

(per informazioni su come acquistare il libro e altre attività di Antonio Iannibelli, visitare il  sito dell'autore: www.antonioiannibelli.com)