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martedì 19 ottobre 2021

Il buco di Frammartino, tra natura e cultura

 

Il buco di Frammartino, tra natura e cultura

 


Finalmente, nella sala del cinema Columbia di Francavilla in Sinni, con amici dell’associazione Gruppo Lupi, si è potuto visionare l’attesissimo film di Frammartino Il buco, premiato al Festival del Cinema di Venezia (Premio della Giuria). Il mio “incontro” con Frammartino avvenne nel 2010, con la visione del film “Le quattro volte” in un cinema di Roma, con pochi presenti in sala, film che mi colpì profondamente e al quale dedicai una recensione sul mio blog. Pochi anni dopo ebbi modo di conoscere di persona -  tramite l’amico  Antonio Larocca, speleologo e guida del Parco, coautore del film Il buco -  anche il regista che partecipò al trekking “Natura e cultura sui sentieri dei briganti” in varie edizioni, a cui collaborai come guida escursionistica. Ospitammo poi Frammartino a San Severino Lucano al Festival dell’Escursionismo nel 2018, dove presentò il suo documentario sugli “uomini albero” di Satriano. Ho citato questi aneddoti personali non a caso, perché il film Il buco è  un’opera che nasce dalla collaborazione del regista con le comunità locali e con figure di spicco che vivono e promuovono il territorio , come appunto possono essere guide escursionistiche e speleologi come Antonio Larocca, senza il quale tale film non si sarebbe potuto realizzare. Questo è il primo aspetto del film che va sottolineato e che si ritrova anche nella scelta di alcuni attori, molti dei quali non professionisti ma “presi” dai paesi del Pollino, come San Lorenzo Bellizzi e Terranova di Pollino: tale è il protagonista “umano” più importante del film, l’anziano pastore su cui si concentrano gli unici primi piani del regista. Ma ci sono altri esempi, come il medico del film che è effettivamente il medico di San Lorenzo Bellizzi (Leonardo Larocca). Una scelta che per certi versi ricorda il modo di fare cinema di un “mostro sacro” come Pasolini, che metteva in scena attori presi dalla strada. Un film perciò “collettivo” ma allo stesso tempo molto “individuale”, perché dalla sua visione traspare lo stile unico che contraddistingue la poetica cinematografica di Frammartino: per citare ancora Pasolini, parliamo di un cinema “di poesia” più che “di prosa”, almeno secondo il mio punto di vista. 

Essendo un’opera fortemente simbolica, Il buco si presta a varie interpretazioni, pur in una cornice narrativa  esplicata dalla trama: la storia di un gruppo di speleologi che dal Nord Italia vengono ad esplorare le grotte del Pollino, e in particolare l’Abisso del Bifurto, in aree “dimenticate”, toccate appena dal miracolo economico, in un mondo agropastorale per certi versi ancora ancestrale, nonostante le incursioni della “modernità” siano già evidenti (come rappresentato dalle scene degli abitanti locali davanti ad una televisione, in una piazzetta). E qui non si può non citare un altro grande regista del cinema italiano, il Vittorio De Seta de “I dimenticati”, noto anche per aver girato sul Pollino un documentario sull’antico rito arboreo della festa della Pita ad Alessandria del Carretto,  il cui cinema per certi versi si avvicina all’approccio di Frammartino: i rimandi a questo regista riguardano lo stile distaccato, documentaristico, quasi freddo, delle riprese. Ma il carattere  documentarista de Il buco si ferma appunto agli approcci stilistici, perché il film presenta ovviamente anche aspetti di finzione, ben evidenti in alcuni “fotomontaggi” del film o nella scelta – assolutamente felice a mio avviso - di ambientare l’ingresso dell’Abisso del Bifurto (profondo circa 700 m e situato nel comune di Cerchiara di Calabria) ai Piani di Pollino, dove è invece localizzato l’inghiottitoio del Trabucco che misura pochi metri . Il Trabucco, oggetto nel 2016 di un campo speleo al quale partecipammo come Gruppo Lupi, rappresentò una specie di “sogno” per gli speleologi locali, quello di trovare una via che portasse al mondo sotterraneo delle alte quote del Pollino, ancora ignoto. Frammartino partecipò al campo speleo con la curiosità dell’artista, che osserva e riflette: perché – sono testuali parole del regista - con tutta la meraviglia dei Piani di Pollino che li circondava, gli speleologi si infilavano in quel “buco”, pieno di mosche? Cosa cercano, qual è il senso della speleologia e dei luoghi ignoti e selvaggi? È questa una delle domande che hanno dato evidentemente vita al film, che si sviluppa attraverso dei contrasti simbolici: quello tra il “miracolo economico” della tecnica (la modernità dei grattacieli che appare nelle scene iniziali) e i luoghi più selvaggi del pianeta, ancora inesplorati, che poi è anche il contrasto tra la ricerca del progresso e la ricerca di un mondo selvaggio e ancora ancestrale. Ma un altro contrasto simbolico è quello tra gli speleologi e il mondo contadino, che vede con stupore e al tempo stesso incomprensione quei giovani del nord che si accampano in montagna per dare corso all’esplorazione di “un buco”, appunto. Non a caso tra speleologi e pastori non viene mostrato alcun incontro, pur condividendo entrambi gli stessi spazi.  La speleologia è cioè stata in qualche modo essa stessa espressione del mondo moderno, come anche il trekking e il turismo. E appunto sono le comunità locali a fare da mediatori, con alcune figure rappresentative come le guide di montagna o speleologiche che siano, che via via nel corso dei decenni hanno cercato di conciliare gli aspetti del mondo agropastorale, dal quale anch’essi provenivano con le esigenze della modernità, in un equilibrio sempre precario ma indispensabile. Sono così sorte associazioni speleologiche locali e quelli che erano figli di pastori, artigiani e contadini sono diventati  guide professioniste.

Nino Larocca a sinistra e Michelangelo Frammartino
In alcuni articoli è stato detto – con una sorta di retorica campanilistica che sinceramente si poteva evitare -  che il film di Frammartino è un film sulla Calabria e i calabresi: è questa un’interpretazione un po’ fuorviante, sia perché le riprese si sono svolte anche in Basilicata e sia perché ad essere protagonista è il Pollino in particolare e  la natura selvaggia in generale, con i suoi abissi, pianori, cime e pareti. Un film cioè integralmente “pollinesiano” , ma contemporaneamente di carattere universale, dove gli stupendi paesaggi che si vedono potrebbero fare riferimento ad un qualsiasi luogo” remoto” della Terra. Un film dove a parlare sono le immagini, nei fatti privo di dialoghi… o meglio privo di dialoghi comprensibili. Un film privo di musica, dove la colonna sonora principale è rappresentata dal gergo ancestrale del richiamo del pastore verso le sue vacche o dal rumore del vento e dai suoni che echeggiano nelle profondità degli abissi sotterranei. Il buco si presta perciò essere visto da chiunque, di qualsiasi nazionalità o lingua senza bisogno di sottotitoli o di doppiaggio. Anche per questo è un film che potrà lasciare delusi molti telespettatori, abituati al montaggio e alla sceneggiatura del cinema convenzionale. È un film sicuramente che non piacerà a tutti, perché richiede un approccio alla visione diverso: bisogna lasciarsi catturare dalle sue  atmosfere scenografiche, concentrarsi sugli aspetti visivi, sulle inquadrature, luci ombre e suoni… e sul simbolismo che evocano, anche perché  la trama da quel che si è capito è abbastanza scarna. Assieme ai paesaggi e all’ambiente ipogeo, come già accennavo è l’anziano pastore, interpretato da Antonio Lanza,  l’altro protagonista del film: la macchina da presa si concentra spesso sul suo volto, sulle sue espressioni. Il pastore è un elemento del paesaggio e dell’ambiente e non a caso si vede spesso seduto ai piedi di un pino loricato, le sue rughe evocano la corteggia del pino pluricentenario,  come un pino loricato vive in montagna ed è in montagna che si compierà il ciclo della sua vita. Un uomo che richiama evidentemente quell’armonia antica con la natura propria dei popoli indigeni, il cui impatto sugli ambienti naturali seppur presente non  è mai stato devastante. Il patriarca arboreo e l’anziano pastore convivono pacificamente, sono parte dello stesso paesaggio.  Anche qui c’è un sistema di rimandi, per chi conosce a fondo l’opera di questo regista: il confronto con il film “Le quattro volte” di Frammartino è spontaneo, si ritrova il senso di quella connessione tra i regni viventi e tra il vivente e il mondo minerale, che era il tema del suo primo capolavoro… e a dir la verità insuperato, visto che il secondo lavoro più importante del regista non riesce a raggiungere quelle altezze .

Il buco è anche l’esempio di un “cinema d’azione”: girare le scene nell’Abisso del Bifurto, in una grotta profonda centinaia di metri,  ha richiesto mesi di lavoro ed è stato possibile solo grazie all’ausilio di speleologi esperti come i soci del Gruppo Speleologico Sparviere e altri, coordinati da Antonio Larocca. Una sfida di natura  “fisica” anche per il regista Frammartino, il quale, per girare il film non ha fatto altro che diventare anch’egli uno speleologo. Sempre per citare registi famosi, non può non venirmi in mente il grande Werner Herzog, regista che trasformava i set cinematografici in imprese avventurose, spesso in ambienti ostili, dove finzione e realtà si confondono, in cui gli attori rivivono sofferenze, emozioni e difficoltà dei protagonisti storici (nel caso de Il buco sono i pionieri della speleologia degli anni Sessanta) che essi rappresentano. Un film che rappresenta un’impresa e contemporaneamente una sfida per il cinema: il buio è l’antitesi del cinema, fotografia significa appunto “disegnare con la luce”, mentre le riprese si svolgono in un regno dominato dall’oscurità. A tal proposito non si può  che sottolineare un’altra scelta stilistica efficace del regista, ovvero l’aver voluto girare con la luce naturale, quella delle lampade frontali al carburo o la luce delle pagine dei giornali delle riviste come Epoca, accese per illuminare gli abissi sotterranei ancora ignoti. Pochi sono i film rilevanti a tema speleologico, si potrebbe citare forse solo “Cave of forgotten dreams”, del già ricordato Werner Herzog.
Come tutte le imprese umane, pure quella speleologica è avvolta da un senso di finitudine. Anche la grotta più profonda ha un suo termine, che negherà il passaggio all’uomo. E verso la fine del film questo concetto si nutre ancora di parallelismi, come il paragone tra la conclusione di una vita umana e quello di un’impresa speleologica. Ma l’essere non è un apparire dal nulla per tornare nel nulla, l’esclusività di una vita è in qualche modo eterna, è parte della ciclicità naturale. Il buco è un film “filosofico”, ma negli aspetti pratici è un’opera che contribuirà a far conoscere il Pollino e i suoi paesaggi, dando un contributo alla crescita culturale ed economica dei territori. C’è da sperare che questo film sia anche occasione di sensibilizzazione, si spera cioè che Il buco aiuti a comprendere il valore della natura selvaggia del Parco Nazionale del Pollino e la necessità della sua preservazione per le future generazioni. E la possibile candidatura del Pollino come location cinematografica  deve indurci a considerare che la produzione di un film girato in natura deve essere attenta  ai possibili rischi derivanti dall’impatto ambientale dei set cinematografici, proprio perché le riprese si svolgono in ambienti delicati dal punto di vista naturalistico. 
Il cinema non è slegato dalle dinamiche sociali e il film di Frammartino ha mostrato che può entrare in netta connessione con i territori e con le pratiche che in esso si svolgono. Il cinema si alimenta di storie, suggestioni, aneddoti e le nostre stesse vite possono trarre ispirazione dal cinema, come per qualsiasi opera d’arte. In proposito vorrei concludere questa recensione con un significativo passo tratto da uno scritto dello speleologo Beppe De Matteis, che fu tra gli speleologi piemontesi che aprirono la strada alla scoperta delle grotte nel Meridione. Per De Matteis la speleologia non era solo un fatto scientifico, ma rimandava a dei significati culturali, al contributo che essa può dare all’arte: “Si tratta di restituire il significato originario alla parola LOGOS, che entra nella seconda parte di SPELEOLOGIA. Non scienza delle grotte, ma DISCORSO, cioè comunicazione. Speleologo dovrebbe essere chi, vivendo a contatto con il mondo sotterraneo, comunica ciò che, grazie a questa sua esperienza particolare, vede, sente, pensa o prova, attraverso tutti i mezzi di espressione capaci di essere capiti dagli altri. Il contributo dello speleologo non dovrebbe andare tanto a beneficio della Scienza, quanto più in generale, della Cultura. Che ogni aspetto della cultura possa essere arricchito dall'incontro con il mondo sotterraneo mi pare ovvio: dalla meditazione sulla condizione dell'uomo (...), al reperimento di materiali, suoni, forme nuove per la musica e le arti figurative, passando per la fotografia, il cinema, il son-et-lumiere e via dicendo, comprese tutte le forme letterarie di espressione, e in particolare la descrizione razionale dei fenomeni naturali, cioè quanto va sotto il nome di speleologia scientifica ed è rivolto ad appagare la legittima curiosità della mente umana (e niente di più)”. (Beppe Dematteis, 1969 ). Un discorso valido per la speleologia e per tutte le attività che consentono una connessione dell’uomo con gli ambienti naturali…

Saverio De Marco
Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano
Guida Ambientale Escursionistica

 

sabato 5 giugno 2010

Le Quattro Volte - di Michelangelo Frammartino. Il Pollino protagonista a Cannes.

“Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione”. (testimonianza di scuola pitagorica)

"Le Quattro Volte" è il film di Michelangelo Frammartino premiato a Cannes ed uscito ultimamente nelle sale italiane. Indubbiamente è a mio avviso uno dei film migliori che il cinema italiano abbia prodotto di recente. Soprattutto un'opera che non può essere ignorata da coloro i quali sono originari del Pollino, o vivono ancora nelle sue valli.  Gran parte delle riprese si sono infatti svolte nelle strade, nei pascoli e nei boschi  di Alessandria del Carretto, piccolo borgo del Pollino calabrese, paese già noto per un altro grande film-documentario: "I dimenticati", del grande regista Vittorio De Seta. Come in De Seta, anche in questo film i protagonisti appartengono al mondo sommerso della civiltà contadina, i cui relitti persistono ancora nelle sperdute contrade dell'appennino meridionale. I protagonisti di questo film non sono però solo contadini, ma anche animali, alberi, natura inanimata, ovvero la terra stessa. Come suggerisce la testimonianza di Pitagora l'uomo è egli stesso tutte queste cose. Proprio da questo concetto pitagorico si ricava il filo che tesse l'intera trama del film e che gli dà il titolo. L'originalità di Frammartino sta proprio qui: egli fa parlare quattro diversi protagonisti che rimandano anche alla suddivisione del film in quattro capitoli  differenti, ma legati strettamente l'uno all'altro. Ad aprire il film è un vecchio pastore di capre alla fine dei suoi giorni: anche se l'elemento simbolico più importante all'inizio appare la terra, come sostanza minerale, sotto forma della polvere accumulata sul pavimento della chiesa del paese... Una terra che assume carattere sacrale, per il pastore un rimedio magico ai suoi mali. Dalla morte che fa incursione nel piccolo paese la scena successiva ci mostra la vita che rinasce, questa volta sotto le sembianze di un capretto appena venuto al mondo.
La "terza volta" è invece rappresentata dalle vicissitudini di un abete bianco, colto nel mutare delle stagioni,  il cui destino è legato alla cultura della civiltà agropastorale. Attraverso il lungo cammino e le trasformazioni dell'abete si ritornerà nuovamente all'uomo, per inaugurare una distruzione che rappresenta però anche un nuovo inizio e un nuovo ritorno.
Morte e vita in questo film convivono e si confondono, e la successione delle scene rimanda anche alla rappresentazione dei cicli della natura, che pervadono l'esistenza dell'uomo nel mondo agreste delle montagne. Ogni essere è legato all'altro, anzi, ogni essere entra a far parte di un altro e della sua rispettiva sfera di vita, per poi ritornare alla sua origine (efficace ad esempio la scena dell'albero entra nel camino delle abitazioni e ne esce come fumo, espandendosi nell'aria...); e la successione delle sequenze dà quasi l'idea della reincarnazione... Penso che ci sia in questo film un forte accento sul cosidetto "senso del sacro": quest'ultimo è espresso dalla polvere della chiesa, usata nel rituale salvifico del vecchio pastore come medicina; e soprattutto nella venerazione della natura espressa dagli antichi  (e pagani) riti arborei. Quando, dopo che la festa è finita, l'abete verrà venduto ai carbonai, essi erigeranno una catasta verticale con i suoi ceppi, posta al centro della loro arena circolare di legna accatastata (mi viene in mente il significato che ha il cerchio nelle culture tradizionali..). Nel centro del cerchio, nell'interstizio della catasta, verrà appiccato il fuoco, con un gesto augurale che vuole in qualche modo "benedire" il risultato del duro e delicato lavoro dei carbonai e "ringraziare" allo stesso tempo il "tutto cosmico".
E alla fine il fumo della legna ritornerà tra gli alberi, confondendosi con la nebbia che aleggia sulla foresta di faggio e abete bianco (bella l'inquadratura degli abeti che spuntano dalla faggeta... al tempo stesso mistica e a me così familiare...).
Il pregio di questo film è anche dovuto all'elevato livello tecnico- espressivo. Grande importanza assumono perciò le meditate scelte stilistiche. Si capisce ad un'analisi attenta del film che in esso non c'è nulla di improvvisato. Ogni sequenza obbedisce alla solida logica filosofica che sta dietro a tutto il film. Lo sguardo del regista è inesorabile, distaccato: molte le scene girate dall'alto e con la telecamera fissa. Nell'inquadratura fissa c'è un mondo che vive, con le sue ripetizioni, la quotidianità, ma anche i suoi eventi di rottura e di cambiamento.  Fondamnetali anche i primi piani, fortemente evocativi: mi viene in mente il confronto fra la scena della formica che si aggira sul volto rugoso del vecchio pastore e la scena di un'altra formica, che invece si vede camminare sulla corteccia del grande abete che viene mostrato all'inizio del terzo capitolo...

La maestria del regista è anche l'aver saputo raccontare la sua storia evitando commenti fuori campo  e sottotitoli, e rendendo incomprensibili i limitati dialoghi che pure esistono in alcune scene del film. E' un film perciò che si esprime molto con l'immagine e gli effetti sonori. Un film di rumori e suoni quindi: i belati del capretto, i colpi di tosse del vecchio, i tuoni e il chiacchiericcio sommesso e lontano degli uomini, lo scricchiolio della legna carbonizzata...
Un film che sicuramente piacerà a noi giovani appassionati del Pollino, a tutti quelli in cui  è ancora viva la coscienza e la memoria che ci lega alle radici del mondo contadino, al ricordo della nostra gente e alle atmosfere della nostra terra. E' un fatto di cuore, e al cuore non si comanda...
Indio

lunedì 31 agosto 2009

In Calabria - il Pollino di Vittorio De Seta

il regista Vittorio De Seta - sotto: 1. la copertina del dvd pubblicato da Feltrinelli 2. un'immagine tratta dal corto "Pastori ad Orgosolo"


"Lo sguardo neutrale è una menzogna, specie nel mio lavoro, dove basta spostare la macchina da presa di pochi centimetri perché tutto cambi"
(Vittorio De Seta)

Ultimamente ho avuto la fortuna di scaricare da internet un grande documentario che avevo visto in passato in televisione, ma a metà, ovvero il film In Calabria, del grande cineasta Vittorio De Seta. Di lui ultimamente si è parlato a proposito della pubblicazione in cofanetto, ad opera della Feltrinelli, di una raccolta dei corti che egli girò nel sud negli anni cinquanta, i quali documentano la vita di pastori, pescatori e contadini, spesso a contato con una natura aspra e selvaggia. Il film in questione è piuttosto recente, essendo stato girato nei primi anni '90 e documenta perciò, accanto alla persistenza di attività lavorative ancestrali (come la pastorizia, ad esempio) le conseguenze della incontrollata espansione urbana e dello sviluppo del capitalismo industriale degli scorsi decenni, il cui apice probabilmente fu raggiunto con il "modernismo" degli anni '80. Molte immagini di quel film provengono proprio dalla nostra terra, il Pollino. Sicuramente il film rappresenta una delle pochissime occasioni in cui la macchina da presa di un regista di importanza nazionale come De Seta si sia confrontata con gli ambienti e i paesaggi del Pollino. E' proprio l'asprezza e la magia del Pollino ad aprire e chiudere questo bellissimo film. Nella prima inquadratura vediamo un paesaggio montuoso innevato e desolato, percorso dalla tormenta. C'è solo il silenzio, interrotto solamente dal sibilo del vento... Un gregge. Un pastore con indosso la "cappa", il caratteristico mantello che si portava un tempo, fa cadere la neve dalle ginestre in modo che le capre e le pecore del suo gregge possano cibarsene. Il regista poi mostra la preparazione del formaggio nei casolari. Ma ecco apparire la parete sud-ovest di Timpa di San Lorenzo (ho riconosciuto la zona di Colle Marcione). La macchina da presa poi scende e va ad inquadrare i pascoli ancora innevati e cosparsi di pecore. Altra scena: sullo sfondo di Timpa di San Lorenzo un pastore gioca amichevolmente col suo cane. Intanto, a commentare queste immagini è iniziato un antico ed evocativo canto arberesh lungrese, che farà da colonna sonora all'intero documentario. Sono immagini di grande fascino, che lasciano gli occhi umidi  per l'emozione... Il Pollino calabro apparirà ancora in altre scene: sono da ricordare le inquadrature del convento di Colloreto, le immagini di Laino Castello, il Raganello e Civita, i pini loricati. L'occhio di De Seta fa parlare il paesaggio, si insinua in mezzo alle pecore e alle capre, nei vicoli dei paesini, segue attento le operazioni dei pastori e dei contadini, il lavoro, la loro manualità e gestualità... Quello di De Seta non è un semplice documentario, è il documentario elevato ad opera d'arte: stupenda la fotografia, scene chiare ed essenziali, macchina da presa che alterna la staticità e il movimento, un montaggio che rispecchia le contraddizioni che il film vuole raccontare. De Seta diceva che non si può essere neutrali nel cinema; è infatti il suo film è anche un punto di vista, perchè l'immagine, frutto sempre di una costruzione mentale, è pure una riflessione sul presente. E sono proprio le immagini contrastanti del documentario che ci portano a riflettere su ciò che è avvenuto al sud con l'era dello sviluppo urbano e industriale e le relative contraddizioni. "Può sembrare incredibile, ma in Calabria ci sono persone che vivono ancora come all'origine dei tempi"  così dice il regista all'inizio del film. Ancora, sulle montagne, si ara la terra con l'aratro di ferro e si alleva il bestiame secondo le abitudini del passato (siamo nel 1992...). Sono i lasciti della civiltà contadina che resiste ancora, nonostante tutte le avversità. Nella Calabria contadina l'uomo conduceva una vita di sopravvivenza e di stenti, cercando di strappare ad una natura spesso ostile i mezzi per il proprio sostentamento. Era una realtà di dura fatica e di povertà. Non c'è in De Seta una ingenua esaltazione idilliaca del mondo contadino e delle sue tradizioni, e questo si capisce subito, già dalle prime scene. Il suo è uno sguardo lucido sulle cose e non si cade mai nella tentazione di idealizzare il passato. Del resto tutti i suoi corti hanno sempre voluto raccontare la realtà del lavoro nel sud, sia che si tratti del mare, della montagna o della miniera. Ma ecco che le scene successive del film ci proiettano nella dimensione delle contraddizioni attuali: ruspe al lavoro, l'edilizia sfrenata, gli impianti industriali, le cattedrali nel deserto. La febbre "sviluppista" dell'Italia industriale ha condotto ad un abbaglio, perchè d'un colpo tutto un mondo di tradizioni, di attività, di cultura del territorio, di armonia con i cicli naturali è stato frettolosamente congedato con l'etichetta di "arretratezza". "Le macchine e le fabbriche hanno rappresentato una grande speranza, perchè permettono di dominare la natura,  di alleviare la fatica umana. Ma queste speranze sono andate in gran parte deluse. Gli uomini hanno cominciato a produrre cose che non potevano più fare con le proprie mani e per procurarsele hanno dovuto vendere il loro lavoro. E inoltre la vita  è divenutata incerta, perchè le fabbriche possono chiudere da un momento all'altro, e ancora perchè non sempre producono cose utili a tutti".  Lo sviluppo industriale della Calabria (e del sud in generale) è come una promessa mai realizzata, che ha avuto come conseguenza i gravissimi scempi ambientali oltre al degrado sociale e alla perdità di quell'identità comunitaria che caratterizzava il mondo contadino. Lo sviluppo, in ultima analisi, non ha coinciso con il "progresso". Suggestive appaiono nel film le immagini degli impianti industriali dismessi e dei palazzoni anonimi di periferia, simboli di una modernizzazione apparente e che lascia dietro di sè solo squallore e rovine. Il problema, dice De Seta, è stata la contrapposizione forzata tra vecchio e nuovo, l'incapacità di conciliare la modernizzazione con ciò che c'era da salvare della cultura contadina: aver considerato la sua morte come una condizione imprescindibile per il progresso (come dire: si volle buttare via l'acqua sporca assieme al bambino). All' antico modo di vita subentrarono solo le illusioni del  progresso, i cui risvolti  furono spesso il deturpamento del paesaggio, la disoccupazione e l'emigrazione cronica. Sarebbe potuta esistere una tipologia differente di sviluppo, pensato a partire da una modernizzazione che  si fondasse anche sulla valorizzazione del paesaggio, dei prodotti tipici, dell'arte e delle tradizioni popolari, ovvero uno sviluppo che trasformasse, senza ucciderlo, il mondo contadino? De Seta sembra suggerire proprio questa possibilità, anche perchè le scene di questo film documentano la bellezza e la ricchezza, paesaggistica, ambientale, culturale del Pollino e della Calabria: i suoi borghi (Laino, Civita) i suoi castelli, le sue splendide coste e le montagne, le tradizioni, l'agricoltura e l'artigianato... potenzialità enormi soffocate, ancora oggi purtroppo, da una concezione dello sviluppo economico basata unicamente sul valore del profitto, che è il portato di un capitalismo sfrenato e senza scrupoli. Nel finale del film dalle scene caotiche del traffico girate a Reggio Calabria si passa alla mistica apparizione dei pini loricati, immersi nella nebbia; a luoghi  impressi per sempre nell'anima, come gli splendidi Piani di Pollino e la Serra delle Ciavole... che ci ricordano quali sono i veri "tesori" della nostra bella e martoriata terra del sud...

sabato 2 maggio 2009

Miserie dell'alpinismo. Grido di Pietra - Werner Herzog

le verticali pareti di granito del Cerro Torre in Patagonia sotto: 1. una locandina del film di Werner Herzog 2. Werner Herzog assieme all'eroe dell'alpinismo Reinhold Messner 3. una scena del film
Ho recentemente visto - per la prima volta - "Grido di Pietra" uno dei film meno noti del grande regista Werner Herzog, basato su un soggetto di Reihnold Messner e ispirato alle vicende controverse che riguardarono la scalata del Cerro Torre in Patagonia. Il Cerro Torre, detto "Grido di Pietra", è una montagna che non supera i 3000 metri ma difficilissima da scalare ,per le proibitive condizioni climatiche, per essere costituita da pareti di granito di almeno 800 metri e per la presenza sulla sua cima di un enorme fungo di ghiaccio. Il film non è uno dei più riusciti di Werner Herzog, forse anche perché non fu egli a scriverne la sceneggiatura, ma sicuramente risulta uno dei migliori film tra quelli che riguardano l'alpinismo. La caratterizzazione psicologica dei personaggi lascia a desiderare e pesa in maniera negativa anche il ritmo un po' lento del film, ma la maestria del nostro regista si manifesta lo stesso nelle inquadrature suggestive delle scalate alla montagna, nella musica e in generale in quell'atmosfera dominata dalla forza misteriosa e inquietante del "Grido di Pietra" che permea con la sua imponente presenza l'intero film. La trama è semplice: un campione mondiale di arrampicata sportiva, Martin, accetta la sfida di scalare in Cerro Torre lanciata da "Roccia", un alpinista esperto e di fama mondiale che giudica l'arrampicata sportiva uno sport di acrobazie che non ha niente a che fare con il vero alpinismo. Martin, in segno di rivalsa, si aggiunge così alla spedizione di Roccia al Cerro Torre. L'azione si sposta così tra ighiacci della Patagonia. Al campo base il tempo è instabile e Roccia è inquieto e titubante nel decidersi ad affrontare la scalata, mentre Martin non vorrebbe più aspettare. A far parte della spedizione vi sono anche la donna di Roccia, Hans e il giornalista Ivan. Approfittando del fatto che Roccia si allontana dal campo base diretto a valle per procacciarsi dei viveri , Martin convince Hans a tentare la scalata ad insaputa di Roccia. La scalata finisce in tragedia, perché Hans muore travolto da una valanga. Martin si salva calandosi in corda doppia dalle pareti di granito. Ritornato al campo base, Martin racconterà mentendo di essere salito sulla cima del Cerro Torre. Non può dimostrarlo perché le prove stanno nella macchina fotografica di Hans, sepolta assieme ad egli sotto metri di neve. A questo punto i media e il giornalista Ivan avranno tutto l'interesse a sfruttare la fama di Martin, considerato un nuovo eroe dell'alpinismo, nonostante il resoconto della scalata sia contraddittorio, per cui vecchi alpinisti di fama mondiale mettono in dubbio la verità del suo resoconto. Martin, che intanto ha sottratto a Roccia non solo la notorietà ma anche la sua donna, deciderà , sotto l'impulso di un moto d'orgoglio, di tentaredi nuovo la scalata, questa volta in solitaria e sotto i riflettori televisivi. Prende così contatto con un magnate della televisione che gli impone i dettami del business dell'industria televisiva. Roccia intanto si ritira in una casa di montagna nei pressi del Cerro Torre, vagando nella natura selvaggia, per fuggire la meschinità che lo circonda. La storia narrata nel film ripercorre le vicende che riguardarono la scalata di Cesare Mestri al Cerro Torre nel 1954. Cesare Maestri sostenne di essere arrivato in cima ma senza poterlo dimostrare, proprio perché il suo compagno di scalata era scomparso assieme alle prove dell'avvenuta conquista della cima. Il resoconto di Maestri si dimostrò fallace anche perché gli alpinisti che seguirono successivaente l'itinerario da egli descritto non riuscirono mai ad arrivare in cima. Nel 1970 Maestri tentò la scalata dalla parete sud-est, attrezzò la parete grazie ad un martello compressore e arrivò alla sommità della parete rocciosa senza tuttavia riuscire a raggiungere la cima dell'enorme fungo di ghiaccio, che secondo Maestri "non faceva parte della montagna"(sic!). Molto rappresentativi sono nel film i personaggi, tipicamente herzoghiani, della vecchia india le cui parole, provenienti da una saggezza ancestrale, sommergono la vanità degli alpinisti che si affannano inutilmente nella corsa alla cima, e dell'alpinista folle (personaggio di contorno ma che alla fine si rivelerà decisivo) che si aggira come uno spettro in tutto il film, collezionista di foto dell'attrice americana Mae West, un uomo che sostiene di aver scalato il Cerro Torre e che mostra la sua mano senza dita, "mangiate dalla crudeltà della montagna". Il pregio maggiore del film sta a mio avviso proprio nell'avere messo in risalto la meschinità e le miserie che hanno spesso circondato il mondo dell'alpinismo: la rincorsa smodata al record, alla notorietà e al denaro, l'esasperante spirito di competizione senza limiti, che porta gli alpinisti a ricorrere persino allo stratagemma della menzogna, i tecnicismi di ogni sorta e il narcisismo stesso dell'alpinista (del narcisismo degli alpinisti ha parlato recentemente anche Mauro Corona in un'intervista). Senza dimenticare ovviamente il prezzo in termini di vite umane che ha richiesto l'ossesione della "conquista della cima". Le scene finali con alpinisti che perforano tramite trapani elettrici le pareti dell'inviolata montagna per appendervi le telecamere necessarie a filmare l'impresa di Martin ci rimandano al consumismo e alla spettacolarizzazione di pessimo gusto che hanno spesso circondato il mondo dell'alpinismo... Va dato atto in primo luogo a Messner l'avere aperto una riflessione sulle questioni etiche ed ecologiche sollevate dalla pratica di questo sport, e che rimandano più generalmente al rapporto tra l'alpinista e l'ambiente naturale della montagna, all'etica dell'alpinismo e alle relazioni con le comunità indigene. Sicuramente record, tecnicismi, stravaganze e fenomeni consumistici di massa hanno poco a che fare con la vera essenza della montagna. Il vero alpinismo è invece quello che abbina contemporaneamente l'"azione" alla "contemplazione"... Ma torniamo al film. Le scene finali sono quelle più spettacolari e ridanno vigore al ritmo scenico del film. Ha luogo finalmente la sfida titanica tra l'arrampicatore Martin e l'alpinista Roccia, che attaccano la montagna da due opposti versanti. Durante la scalata sopraggiunge una tormenta di neve che distrugge le pale degli elicotteri che dovrebbero filmare l'evento della conquista della cima; le troupes televisive sono costrette a rifugiarsi in tenda. Le riprese di Herzog sono davvero entusiasmanti, da lasciare col fiato sospeso; qui c'è il vero cinema di Herzog, quello delle imprese e dei sogni di uomini folli che si confrontano con una natura imperscrutabile dominata da "caos, conflitto e morte", una natura che con la sua forza sommerge le miserie e le illusioni umane. Martin sfrutta le sue doti di arrampicatore e durante la tormenta, a differenza di Roccia, non si ripara ma continua a scalare, arrivando per primo alle pareti di ghiaccio dell'enorme fungo; ma una piccola valanga lo fa precipitare nel vuoto: la scarsa conoscenza dell'ambiente alpino rende vane le sue abilità acrobatiche. Roccia giunge sulla cima e trova conficcata nel ghiaccio una vecchia picozza con un'immagine di Mae West, la prova che dimostra la veridicità della storia raccontata dall'ex alpinista folle... Il pilastro roccioso del "Grido di Pietra", col suo enorme fungo di ghiaccio domina la scena e gli uomini che si sono affannati su di esso per la conquista di glorie effimere, sembrano adesso solo due puntini sospesi sull'abisso...

lunedì 1 settembre 2008

Jeremiah Johnson: l'epopea delle Rocky Mountains

“Qui c’e il vero capolavoro di Dio, e non ci sono leggi per i coraggiosi, non ci sono rifugi per i dementi. Non ci sono chiese, ma c’è quest’immenso scenario; non ci sono preti, ma c’è la fede. Per giove, io sono un uomo delle montagne e ci vivrò finchè una freccia o un proiettile non mi fermeranno… E io farò di questa terra il mio monumento”

Le parole del trapper Del Gue dal film “Jeremiah Johnson”

Jeremiah Johnson - Corvo Rosso non avrai il mio scalpo

Ultimamente ho avuto l’occasione di rivedere uno dei miei film preferiti in assoluto, dopo ben dieci anni. Il film è “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, brutto titolo italiano del film di Sidney Pollack “Jeremiah Johnson”. E’ un film vecchio ma non può non avere un posto d’onore in questo blog sulla natura e la montagna. Il film si ispira alla figura storica del vero trapper con lo stesso nome, detto anche “Mangiafegato Johnson”, perché la leggenda vuole che mangiasse il fegato dei guerrieri Crow per vendicarsi dell’uccisione della moglie, un’idiana Flathead. Il film è proprio incentrato sull’epopea dei trapper, i primi esploratori delle selvagge regioni montuose dell’ovest americano. La parola allo storico William C. Davis: “I trappolatori provavano in quelle regioni esperienze mai vissute da altri prima di loro. La sopravvivenza esigeva coraggio, capacità di recupero, ingegnosità e una certa dose di fortuna. Per coloro che possedevano questi requisiti le ricompense erano a volte notevoli. Infatti, pochi americani hanno conosciuto l’indipendenza, il senso della scoperta e, talora lo stupore di cui godettero i “mountain man” durante il loro breve regno come padroni delle montagne”. I trapper, cacciatori e trappolatori diedero il via alla penetrazione dei bianchi in territorio indiano, tramite quello che era allora il commercio di pellicce. Questo scenario storico è raccontato magistralmente in questo flm. Jeremiah Johson è un giovane con un recente passato da soldato, che probabilmente non sopporta più la civiltà e i suoi orrori; così decide di andare sulle montagne e diventare un cacciatore. Qui farà il suo difficile apprendistato nella natura selvaggia, imparando via via, anche grazie all’aiuto di un anziano trapper, tutti i trucchi per sopravvivere nella natura. Sulle montagne incontrerà i segni di quel conflitto che trasformerà la sua vita: quello tra i coloni e gli indiani. Johnson porterà con sé un bambino sopravvissuto ad un massacro dei Crow. Tuttavia con gli indiani i trapper commerciavano e cercavano di stabilire rapporti cordiali; spesso portavano con sé una donna, di solito scambiata con pellice in un villaggio indiano. Anche Johnson involontariamente si trova a dover accettare una donna indiana. Si costruirà una capanna e lì comincerà la nuova vita assieme all’indiana e al ragazzo. Sembra che finalmente abbia raggiunto la felicità. Ma gli echi della storia, del conflitto violento che distrugge ogni possibilità di convivenza armonica, raggiungono persino la sua capanna, la sua isola felice. Sarà costretto a scortare una compagnia di soldati in soccorso ad una carovana e dovrà passare in mezzo ad un cimitero indiano, un luogo sacro ed inviolabile per gli indiani Corvi. Per i Crow, già suoi nemici, è un sacrilegio. Al ritorno Johnson troverà l’indiana e il bambino uccisi e scalpati. Brucerà la capanna e andrà a vendicare i suoi cari. D’ora in poi si trasformerà in un uccisore di Crow, che gli tenderanno continuamente agguati, ma che lo venereranno come un eroe. Nell’ultima scena sarà però un Crow, a cavallo conosciuto prima, a tendergli la mano alzata in segno di saluto, il segno della fratellanza tra popoli diversi. Il film è un’eccezione nel panorama del cinema westen “revisionista” degli anni sessanta-settanta. Vennero realizzati in quegli anni molti film pro-indiani, in cui si denunciava il carattere di genocidio che ebbe la colonizzazione dei territori dell’ovest. Questo film è molto più serio. In effetti in questo film il conflitto bianchi-indiani non è visto a tutto tondo, ma delineato realisticamente, in tutte le sue sfaccettature. Ma i pregi del film non finiscono certo nella trama. Sull’interpretazione di Robert Redford non mi dilungo, visto che è un attore da sempre celebratissimo a livello internazionale. La musica è davvero evocativa. Jeremiah Johnson è anche un film sulla montagna. La fotografia è eccezionale e le immagini mettono in rilievo la stupefacente maestosità dei paesaggi sconfinati delle Rocky Mountains. E’ poi un film sulla montagna perché mette in luce la durezza della vita dei montanari, i pericoli e le avversità che essi furono costretti a sopporare, la rudezza della loro vita, assieme alla sensazione di estrema libertà che essi ricevettero dal vagare liberi in terre selvagge ed inesplorate. Per chi ama i fumetti italiani (come me) c’è una curiosità: il film contribuì ad ispirare lo sceneggiatore Berardi e il disegnatore Milazzo nella realizzazione del loro fumetto: Ken Parker, un capolavoro della letteratura italiana a fumetti ed una delle testate più originali della Sergio Bonelli Editore…

giovedì 7 febbraio 2008

Into the Wild

una foto del "vero" Chris McCandless
“Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà,
egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta Chris McCandless

E’ finalmente uscito il film “Into the Wild”, di Sean Penn, che tanto attendevamo. “Into the Wild” si rifà alla storia vera di Chris McCandless, raccontata nel libro pubblicato in Italia da Corbaccio “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Sulla qualità tecnica del film non mi dilungo; basta dire che è davvero bellissimo, uno dei film migliori usciti negli ultimi anni forse… “Into the Wild” si presenta come la storia di un viaggio, un classico viaggio on the road sulle strade dell’immenso ovest americano, con una destinazione ben precisa, l’Alaska, con i suoi sconfinati spazi selvaggi, che diventa la meta ideale e anche l’epilogo finale dell’intera avventura. Chris McCandless non è che un emblema dei tanti sognatori folli e romantici che hanno cercato nella wilderness il sogno della loro liberazione. Chris è un ragazzo particolare, cresciuto in una famiglia benestante, il quale non sopporta il vuoto conformismo dei doveri e delle aspettative borghesi, come la carriera, gli oggetti di consumo di cui circondarsi, la patina di rapporti familiari stabili, ma che nascondono in realtà astio ed incomprensione. Chris è un ragazzo che vuole fuggire da tutto questo e cerca nella natura e nel vagabondare senza meta l’opportunità di una liberazione autentica, la sperimentazione della vitalità pura, la possibilità di trovarsi faccia a faccia con se stesso. Prima di partire, darà in beneficenza tutti i suoi risparmi e si metterà un nuovo nome: Alex Supertramp. Nel suo lungo vagabondare, durato due anni, incontrerà numerose persone; tutte saranno colpite dal carattere giocoso ed affabile di Chris, ed egli, come viene mostrato anche nel film, rimarrà nei cuori di molta gente. Incontrerà hippie e contadini, viaggerà clandestino sui vagoni dei treni come il Jack London de “La strada”; incontrerà una ragazza che si innamorerà di lui, e alla fine un vecchio solo e stanco, che vorrebbe adottare Chris come un figlio o un nipote. Forse il rapporto d’amicizia che si instaura tra Chris ed il vecchio è una delle parti più toccanti dell’intero film (e quindi dell’intera autentica vicenda). Chris incoraggerà il vecchio ad uscire dalla solitudine, ad aprire gli occhi sulla grandezza e la bellezza del mondo, a spostarsi e viaggiare. In primavera Chris ha finalmente l’opportunità di realizzare il suo sogno: vivere per un certo periodo di tempo da solo in mezzo alla natura selvaggia, procurandosi il cibo con la caccia e la raccolta. Si accamperà in un vecchio pulmino abbandonato nella foresta, che diverrà in qualche modo il suo “campo base”. Chris intraprende la sua avventura in maniera (volutamente) impreparata, senza una cartina della zona, con pochi viveri e poca attrezzatura. Forse il suo desiderio era quello di riuscire, con la sua caparbia volontà, di sopravvivere nella natura con poco. Ma forse c’era anche un desiderio inconscio di voler essere sopraffatto dalla natura, in una specie di recondita volontà d’annientamento, non esplicitata ma presente comunque nella decisione di chi cerca la solitudine nella wilderness, sottoponendosi ad ogni sorta di pericolo. Di sicuro McCandless, anche se spericolato, non ambiva al suicidio. La sua personalità, per quanto controversa, lo portava ad essere istrionico e giocoso. Mc Candless non ha cercato la morte: egli era invece innamorato della vita e di ciò che in essa c’è di più bello e maestoso. Mc Candless cercava l’autenticità e la verità; i suoi principi comportavano l’esaltazione della vita e non già il ripiegamento verso se stessi o l’autocommiserazione. E’ uno spirito che ricorda parecchio Jack London. Non per niente Jack London era uno degli scrittori preferiti di Chris e se vogliamo, persino la sua stessa vicenda, soprattutto nella sua drammatica fase conclusiva, ricorda molto alcuni racconti del grande scrittore americano, dove gli uomini sono alle prese con la lotta per la vita, nell’ asprezza selvaggia dello Yukon. Mc Candless riesce a trascorrere sedici settimane da solo, vivendo solo di caccia e raccolta. Annoterà sulle pagine bianche di un libro di botanica l’esito delle sue battute di caccia e di raccolta. Dopo circa due mesi Chris aveva deciso di avviarsi sulla strada del ritorno. Ma c’è un imprevisto: il fiume che aveva guadato al suo arrivo con relativa facilità il mese prima è ingrossato dalla piena. Non può guadarlo e decide di ritornare indietro al pulmino abbandonato. Se avesse avuto una carta della zona, avrebbe visto che pochi chilometri più sopra probabilmente il fiume avrebbe potuto essereattraversato. Le settimane successive vedranno un calo della selvaggina nei dintorni. Mc Candless è costretto probabilmente a cibarsi di radici e bacche selvatiche. A questo punto commetterà un errore che gli costerà la vita: mangerà, scambiandola come specie commestibile, alcune bacche selvatiche velenose, che gli procureranno debolezza e denutrizione. Chris era uno studioso delle piante selvatiche e aveva portato con sé i suoi manuali. Ma la natura è sempre imprevedibile e sfugge a volte alle nostre classificazioni e categorizzazioni. Non avendo più le forze per cacciare, né per tentare di tornare indietro, la vita di Chris è destinata ad una tragica sorte: quella di morire di fame in solitudine. La natura che esalta con la sua bellezza e il suo mistero ha un nucleo che è definito, come dichiara il regista Werner Herzog, da “caos, conflitto e morte”. La natura non è per niente idilliaca, perché essa con la sua forza ci soverchia e ci distrugge. .. ma forse a ben vedere anche in questo sta il suo fascino e il suo irresistibile richiamo. Ogni imprudenza commessa da parte dell’uomo, nel Wild non può che essere fatale. Le bellissime scene finali del film evidenziano proprio quest’aspetto, con il giovane McCandless solo, a riflettere sulla sua condizione, mentre fuori, nel mondo naturale, continua la lotta spietata per la sopravvivenza. Una carcassa di alce, ucciso dal ragazzo con lo scopo di conservarne la carne, è invasa dai vermi; accorrono un branco di lupi ed un’aquila per spartirsi il bottino… Un orso enorme passa nei dintorni, accanto a Chris… la morte e il pericolo sono sempre in agguato… Allo stremo delle forze, ormai consapevole di morire, evidenzierà una frase da un libro di Pasternak (che assieme a Toltstoj e a London è uno dei suoi scrittori preferiti): “la felicità se è vera non può che essere condivisa”. Non possiamo fuggire dalla civiltà abbandonando la famiglia e in generale le persone che ci amano, inseguendo un sogno di libertà che alla fine non può che rivelarsi utopia. Chris l’aveva capito e voleva tornare indietro; fu solo per una tragica fatalità che non poté tornare nel mondo civile per testimoniare il suo amore per la vita e la bellezza della natura. Chris per alcuni rappresenterà un eroe, per altri un folle o un ingenuo. Sicuramente in un mondo ipocrita e povero di ideali come il nostro, la sua figura non può che ispirare simpatia e riconoscenza… potremo permetterci di giudicare un giovane che ha cercato nella vita “verità” e “autenticità” ?