venerdì 2 luglio 2010

Cambio di stagione

Sfogliando il mio archivio ho notato di aver fatto praticamente la stessa foto di un pino loricato in due momenti completamente diversi (dicembre, aprile) Nella prima foto il pino è coperto di ghiaccio ed ha sullo sfondo la nebbia calante, nella seconda il pino è illuminato dal sole e si vede l'ultima neve della primavera. Un bel contrasto, non vi pare?

 

martedì 29 giugno 2010

Una ferita nella foresta - Valanga su Serra del Prete

"Il tempo è capace di rimarginare anche le ferite più profonde"
(da un fumetto di Tex)

Un segno inaspettato per me, che in quel giorno, arrivato ai pianori di Toscano contemplavo le cime superbe, imbiancate dalle nevi ghiacciate. Una slavina proprio su Serra del Prete, che ha travolto nella sua corsa violenta decine e decine di faggi, ora ben visibili dopo lo sciogliersi della neve, relitti accatastati l'uno sull'altro come croste di una profonda ferita nella foresta, che attende di rimarginarsi con le cure del lento ridestarsi del corso della natura...

la slavina vista dalla Grande Porta (il segno bianco sulla destra della montagna) come apapriva il 28 marzo - foto by Indio
la slavina come appare recentemente in una foto del "maestro" Giorgio Braschi

venerdì 11 giugno 2010

Natura selvaggia - Franco Zunino

paesaggio da Serra Crispo - foto by Indio


"La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni.
E' il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all'opera dell'uomo, anche quando quest'opera è minima o ha fini di conservazione e di studio.
La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e di straripare;
è la libertà di volare e di correre degli animali; 
sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; 
è l'immensità del cielo su un panorama d'erba, è il silenzio della natura e lo scrosciare d'acque delle valli montane;
l'urlo del temporale nella foresta; 
il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; 
il lento volo dell'aquila che annulla lo spazio tra le montagne; 
è il gioco delle onde sulla scogliera.
La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d'uomo; è ascoltare e non udire rumori d'uomo."

Franco Zunino
(da: Wilderness, una nuova esigenza di conservazione delle aree naturali, Roma 1980).




sabato 5 giugno 2010

Le Quattro Volte - di Michelangelo Frammartino. Il Pollino protagonista a Cannes.

“Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione”. (testimonianza di scuola pitagorica)

"Le Quattro Volte" è il film di Michelangelo Frammartino premiato a Cannes ed uscito ultimamente nelle sale italiane. Indubbiamente è a mio avviso uno dei film migliori che il cinema italiano abbia prodotto di recente. Soprattutto un'opera che non può essere ignorata da coloro i quali sono originari del Pollino, o vivono ancora nelle sue valli.  Gran parte delle riprese si sono infatti svolte nelle strade, nei pascoli e nei boschi  di Alessandria del Carretto, piccolo borgo del Pollino calabrese, paese già noto per un altro grande film-documentario: "I dimenticati", del grande regista Vittorio De Seta. Come in De Seta, anche in questo film i protagonisti appartengono al mondo sommerso della civiltà contadina, i cui relitti persistono ancora nelle sperdute contrade dell'appennino meridionale. I protagonisti di questo film non sono però solo contadini, ma anche animali, alberi, natura inanimata, ovvero la terra stessa. Come suggerisce la testimonianza di Pitagora l'uomo è egli stesso tutte queste cose. Proprio da questo concetto pitagorico si ricava il filo che tesse l'intera trama del film e che gli dà il titolo. L'originalità di Frammartino sta proprio qui: egli fa parlare quattro diversi protagonisti che rimandano anche alla suddivisione del film in quattro capitoli  differenti, ma legati strettamente l'uno all'altro. Ad aprire il film è un vecchio pastore di capre alla fine dei suoi giorni: anche se l'elemento simbolico più importante all'inizio appare la terra, come sostanza minerale, sotto forma della polvere accumulata sul pavimento della chiesa del paese... Una terra che assume carattere sacrale, per il pastore un rimedio magico ai suoi mali. Dalla morte che fa incursione nel piccolo paese la scena successiva ci mostra la vita che rinasce, questa volta sotto le sembianze di un capretto appena venuto al mondo.
La "terza volta" è invece rappresentata dalle vicissitudini di un abete bianco, colto nel mutare delle stagioni,  il cui destino è legato alla cultura della civiltà agropastorale. Attraverso il lungo cammino e le trasformazioni dell'abete si ritornerà nuovamente all'uomo, per inaugurare una distruzione che rappresenta però anche un nuovo inizio e un nuovo ritorno.
Morte e vita in questo film convivono e si confondono, e la successione delle scene rimanda anche alla rappresentazione dei cicli della natura, che pervadono l'esistenza dell'uomo nel mondo agreste delle montagne. Ogni essere è legato all'altro, anzi, ogni essere entra a far parte di un altro e della sua rispettiva sfera di vita, per poi ritornare alla sua origine (efficace ad esempio la scena dell'albero entra nel camino delle abitazioni e ne esce come fumo, espandendosi nell'aria...); e la successione delle sequenze dà quasi l'idea della reincarnazione... Penso che ci sia in questo film un forte accento sul cosidetto "senso del sacro": quest'ultimo è espresso dalla polvere della chiesa, usata nel rituale salvifico del vecchio pastore come medicina; e soprattutto nella venerazione della natura espressa dagli antichi  (e pagani) riti arborei. Quando, dopo che la festa è finita, l'abete verrà venduto ai carbonai, essi erigeranno una catasta verticale con i suoi ceppi, posta al centro della loro arena circolare di legna accatastata (mi viene in mente il significato che ha il cerchio nelle culture tradizionali..). Nel centro del cerchio, nell'interstizio della catasta, verrà appiccato il fuoco, con un gesto augurale che vuole in qualche modo "benedire" il risultato del duro e delicato lavoro dei carbonai e "ringraziare" allo stesso tempo il "tutto cosmico".
E alla fine il fumo della legna ritornerà tra gli alberi, confondendosi con la nebbia che aleggia sulla foresta di faggio e abete bianco (bella l'inquadratura degli abeti che spuntano dalla faggeta... al tempo stesso mistica e a me così familiare...).
Il pregio di questo film è anche dovuto all'elevato livello tecnico- espressivo. Grande importanza assumono perciò le meditate scelte stilistiche. Si capisce ad un'analisi attenta del film che in esso non c'è nulla di improvvisato. Ogni sequenza obbedisce alla solida logica filosofica che sta dietro a tutto il film. Lo sguardo del regista è inesorabile, distaccato: molte le scene girate dall'alto e con la telecamera fissa. Nell'inquadratura fissa c'è un mondo che vive, con le sue ripetizioni, la quotidianità, ma anche i suoi eventi di rottura e di cambiamento.  Fondamnetali anche i primi piani, fortemente evocativi: mi viene in mente il confronto fra la scena della formica che si aggira sul volto rugoso del vecchio pastore e la scena di un'altra formica, che invece si vede camminare sulla corteccia del grande abete che viene mostrato all'inizio del terzo capitolo...

La maestria del regista è anche l'aver saputo raccontare la sua storia evitando commenti fuori campo  e sottotitoli, e rendendo incomprensibili i limitati dialoghi che pure esistono in alcune scene del film. E' un film perciò che si esprime molto con l'immagine e gli effetti sonori. Un film di rumori e suoni quindi: i belati del capretto, i colpi di tosse del vecchio, i tuoni e il chiacchiericcio sommesso e lontano degli uomini, lo scricchiolio della legna carbonizzata...
Un film che sicuramente piacerà a noi giovani appassionati del Pollino, a tutti quelli in cui  è ancora viva la coscienza e la memoria che ci lega alle radici del mondo contadino, al ricordo della nostra gente e alle atmosfere della nostra terra. E' un fatto di cuore, e al cuore non si comanda...
Indio

giovedì 3 giugno 2010

Diario - 30 maggio 2010




Montagne della Duchessa - Lago della Duchessa - Monte Morrone

 
Il Lago della Duchessa - foto by Indio. sotto: 1. mucche al pascolo sulle rive del lago; 2. una curiosa foto: sembra in bianco e nero, perchè riflette gli elementi caratteristici di questa aspra montagna: pareti rocciose verticali, con alla base accumuli di detriti e qualche rada macchia di ginepro come vegetazione; 3. Vincenzo A. mentre saliamo al Monte Morrone; 4. lo scenario delle Montagne della Duchessa, dal Monte Morrone: un paesaggio desolato che ricorda vagamente gli altipiani del Tibet...





“Perché là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” 
(dal Vangelo secondo Matteo)

Ad un'ora di macchina dalla capitale e a pochi chilometri dall'autostrada Roma L'Aquila, ai confini con l’Abruzzo,  si ergono probabilmente le più belle e selvagge montagne del Lazio, le Montagne della Duchessa. Sono inserite in una riserva naturale integrale che conserva un'eccezionale ricchezza di paesaggi e di biodiversità (a quanto pare sono anche territorio dell’orso bruno marsicano). A differenza che in tanti parchi (dove si tende a mettere di tutto e di più) i confini della riserva sono stati individuati con criterio, comprendendo solo le aree più selvagge.  Il tesoro più bello di queste montagne è indubbiamente il Lago della Duchessa, che si estende in una conca tra le montagne. Avevamo già percorso questa bella montagna tre anni fa, da un altro versante (percorrendo la selvaggia Valle Amara) e con metri e metri di neve che coprivano le estese praterie di alta quota. All’epoca non riuscimmo a trovare il lago.  Oggi siamo in due, io e Vincenzo A., l’inseparabile e instancabile compagno di tanti trekking sul Pollino e altrove. La nostra escursione  comincia nell'antico borgo rurale di Cartore. Il borgo  si erge su un esteso pianoro alla base delle montagne, oggi è destinato ad uso turistico ma ha un'antichissima storia, perchè risale al XIII secolo. Abbandonato nei decenni passati e oggi è stato ricostituito con un accurato ed esemplare intervento di recupero. E' un vero gioiello architettoni co e paesaggistico, isolato dalle strade asfaltate (vi si arriva per una strada forestale). Da lì prendiamo il sentiero che sale seguendo il valico del Vallone del Cieco, una profonda forra incastonata tra pareti strapiombanti e selvagge. Il sentiero è abbastanza ripido e in alcuni tratti è scavato nella roccia. Una pecca è rappresentata da alcune brutte segnalazioni giallo-rosse sulle rocce (forse son state fatte da romanisti?). Qualcuno poi ha pensato bene, in due tratti che pericolosi non mi sembrano proprio, di impiantare nella roccia con dei chiodi di ferro delle inutili e deturpanti catene (al limite non si poteva mettere una semplice corda?). Esprimo il mio disappunto e per coerenza non usufruisco dell’aiuto delle catene! Questo è proprio uno di quei classici sentieri che piacciono a me, di quelli scavati a tratti nella roccia, a volte ripidi e che attraversano angoli incantati di foresta. Ci ricorda vagamente la nostra Scala di Gaudolino. La vegetazione cambia mentre saliamo… Nell’ultimo tratto del sentiero comincia a prevalere la faggeta. Usciamo dal bosco sulle praterie d’alta quota. Ci accoglie la luce del sole che fa brillare le fioriture primaverili e il verde dei prati. A destra  le propaggini del Murolungo, ricoperte da una rada faggeta. Salendo incontriamo un tipico ambiente agropastorale: antichi recinti di pastori costruiti a secco con le bianche pietre della montagna. Si ergono alcune piccole baracche. Una di esse è destinata a rifugio. Sono in genere contrario ai rifugi d’alta quota ma in questo caso il rifugio oltre ad essere piccolo e molto rustico  si armonizza bene con le umili dimore dei pastori, vecchie e nuove. Entriamo nella piccola costruzione  e subito ci balena un’idea: venire qui in inverno quando questa montagna sarà sommersa dalla neve e usare il rifugio come campo base per escursioni su neve ghiacciata, con tanto di ramponi e picozza per raggiungere le vette dei monti!  Si procede nell’ampio pianoro che comincia ad estendersi alla nostra vista. Cerchiamo il lago… Esisterà? Oppure è una proiezione metafisica, un’allucinazione collettiva? Altura dopo altura, con gli occhi fissi a cosa di volta in volta si dipana alla nostra vista, finalmente il lago ci appare, e in tutta la sua bellezza. Il lago è incastonato ai piedi del Monte Morrone, alla cui cima siamo diretti. Occupa una conca glaciale ed è alimentato solo da acque piovane. Siamo a quota 1788 metri.  Sulla sua riva opposta alcune mucche ci osservano. Hanno il colore dei massi , un biancore cupo…  appaiono quasi come una razza selvaggia che da sempre abbia popolato  queste lande  brulle e desolate.

Costeggiamo il lago e ci portiamo sul sentiero che ci condurrà  al monte Morrone, del quale osserviamo il versante roccioso e selvaggio: terrazzi primordiali di roccia, quasi dei ripari naturali, spuntano dalla montagna… un grande rapace si leva in volo. Pensiamo si tratti di un’aquila reale, per come è grande. Ma poi capiremo, leggendo la tabella escursionistica a Cartore, che in realtà abbiamo avvistato il grifone, che qui è stato reintrodotto negli anni 90 ed è facile da vedere librarsi in volo. Bell’incontro questo. E’ la prima volta che avvisto questo maestoso dominatore dei cieli… Il sentiero percorre tratti di pietraia e ci porta sulla cresta del Monte Morrone. Curiose segnalazioni “giamaicane” (ovvero con i colori della relativa bandiera) ci indicano la strada. Salendo la visuale si amplia: queste montagne spoglie e desolate mi ricordano vagamente gli altipiani del Tibet. Il Monte Murolungo domina la scena con le sue verticali pareti rocciose; più in fondo un’altra austera montagna ancora quasi del tutto innevata (Monte Rozza). E poi, come centro e motivo del tutto, come segno distintivo in cui converge l’identità di queste montagne, il lago, uno specchio d’acqua che riflette la mutevolezza del cielo,  incastonato in una conca. Procediamo salendo la dorsale rocciosa che si fa più ripida. Alcuni tratti di facile arrampicata e siamo sulla sommità della montagna, a cica 2200 metri.  Da qui possiamo notare la foresta che attraversammo tre anni fa… la foresta circonda solo i fianchi delle montagne. Il cuore del massiccio è invece spoglio, un’estensione selvaggia di creste rocciose e praterie d’alta quota. E’ da un po’ che osservo Murolungo: quelle pareti così ripide e selvagge rappresentano un’attrazione irresistibile: mi immagino là, mentre arranco sull’accumulo di detriti alla base delle rocce o mentre  cerco una via tra le rocce verticali, lottando contro la montagna che mi vuole respingere.
Davvero una montagna appetibile per gli alpinisti! Notiamo lontani sotto di noi dei curiosi segni geometrici di pietra, che ribatteziamo le “linee Nazca”. No, non c’entra la civiltà d’Atlantide né gli Ufo: sono antichi resti di recinti di pastori, espressione di una civiltà ben più umile. Si torna indietro e lo sguardo si volge verso il lago, attrazione viva e quasi ipnotizzante di queste montagne. Raggiungiamo lesue rive e ci riposiamo nell’erba. La riva del lago è un microcosmo popolato da erbe e piante grasse fiorite a me ignote. Quali esseri possono vivere in un lago d’alta quota come questo? Guardo quell’acqua limpida cercando di scovare qualche piccola rana o insetto, ma non vedo nulla. Il lago sembra un ambiente spoglio di vita; ma in realtà è solo apparenza perché qui vive una rara specie anfibia: il tritone crestato. Mi sdraio anch’io come Vincenzo ma non smetto di osservare il lago e di fotografarlo da varie prospettive. Mi alzo e ne costeggio la riva. Avverto la sensazione piacevole di una calma e di una serenità rassicurante, tanto che sono sicuro che potrei restar e qui per ancora molto tempo, avvolto  e rapito dalla mistica purezza di questo semplice laghetto montano. Il paragone col Marasarovar del Tibet (il grande Messner, fece un trekking attorno al Kailash e al lago Marasarovar che, nel rispetto delle tradizioni spirituali di quei popoli, che quindi assunse quasi il significato di un pellegrinaggio) è un’assurda forzatura certo, ma penso al carattere di sacralità che i popoli del Tibet gli hanno conferito. Forse perché quest’acqua rimanda agli elementi primordiali della natura ed anche alla vita. Dall’acqua nacque la vita e forse da questa inconscia consapevolezza il lago diventa  uno specchio del nostro essere… Ma bando al misticismo bisogna ritornare al sentiero e poi al borgo di Cartore… e quindi alla civiltà rappresentata dalla metropoli più estesa d’Italia. Ripercorriamo i nostri passi gustandoci la discesa lungo il sentiero che serpeggia lungo la forra del Vallone del Cieco…

lunedì 17 maggio 2010

Edward Abbey e il significato della Wilderness

Edward Abbey - sotto, tre immagini del Grand Canyon: nella seconda un pino somigliante ai loricati del Pollino: lo spirito della natura selvaggia è lo stesso dovunque...



Saggio tratto da libro Desert Solitarie (DESERTO SOLITARIO, Franco Muzzio Editore - Padova 1993). Libro che in America è ritenuto un classico dell’ambientalismo impegnato. Una delle principali opere sulla Wilderness e sull’importanza della sua conservazione, scritta dal fondatore della più intransigente associazione che la difende: Earth First!


Terre selvagge. La stessa espressione è musica.

Terre selvagge, terre selvagge... A mala pena capiamo il significato di queste due parole, ma il loro suono attira tutti coloro i cui nervi e le cui emozioni non sono state ancora irreparabilmente intronate, tramortite, intontite dalle lagne del mondo commerciale, dalla faticosa lotta per il profitto ed il dominio. Perché tanta seduzione nelle sole parole? Cosa significano veramente? Possono le terre selvagge essere definite, usando la terminologia adottata dalle autorità competenti, semplicemente come “Un’area di almeno duemila ettari contigui non attraversata da strade”? (1) Questo può essere un tentativo di definizione di minima, ma non è sufficiente; quelle due parole racchiudono significati più profondi.
Potremmo dire, è una supposizione, che le terre selvagge evocano nostalgia, una nostalgia giustificata, non semplicemente sentimentale, dell’America perduta che i nostri antenati conobbero. Le parole suggeriscono cose passate e sconosciute, le viscere della terra da cui tutti noi proveniamo. Significano qualcosa di perduto e qualcosa di ancora esistente, qualcosa di lontano ma allo stesso tempo intimo, qualche cosa sepolta nel nostro sangue e nelle nostre fibre, che va oltre il nostro essere e che non ha limiti. Una visione romantica, ma non per questo da buttare via. La visione romantica, sebbene non sia una spiegazione completa, è una parte necessaria di essa.

Ma l’amore per la natura selvaggia è più che un ardente desiderio di ciò che non può mai essere raggiunto; è anche una forma di lealtà verso la terra, la terra che ci ha procreati e ci mantiene, l’unica patria che avremo mai, l’unico paradiso di cui abbiamo bisogno, se solo avessimo occhi per vederlo. Il peccato originale, il vero peccato originale, è la distruzione cieca, dettata dall’ingordigia, di questo paradiso naturale che ci circonda, se solo ne fossimo degni.

Quando parlo di paradiso io intendo Paradiso in senso totale, non il banale Paradiso dei santi. Quando scrivo”paradiso” non penso solo ad alberi di melo e donne bellissime ma anche a scorpioni, tarantole e mosche, a serpenti a sonagli e a lucertole velenose, a tempeste di sabbia, vulcani e terremoti, a batteri e a orsi, a cactus, yucca, bladderweed, ocotillo e mesquite, a inondazioni istantanee e sabbie mobili, e sì, alle malattie e alla morte e all’imputridire della carne.

Il paradiso non è un giardino di beatitudine e di perfezione immutabile dove i leoni se ne stanno buoni, sdraiati come agnelli (cosa mangerebbero?) e gli angeli, i cherubini e i serafini volteggiano in circolo continuamente e stupidamente, come un meccanismo, intorno a un Motore Immobile ugualmente vacuo e assurdo, per quanto beato. (Giocate sicuri; adorate solo in senso orario; divertiamoci tutti assieme). Quella fantasia accuratamente dipinta di un regno al di là del tempo e dello spazio che Aristotele e i Padri della Chiesa hanno cercato di rifilarci, ai nostri giorni ha incontrato solo indifferenza e negligenza, cadendo a pieno diritto nell’oblio che meritava, mentre il Paradiso di cui parlo io e di cui voglio tessere l’elogio è qui con noi, è dove siamo e nel momento in cui vi siamo, è la stessa terra tangibile e dogmaticamente reale che calpestiamo.

Coloro che si considerano più realisti del re ci direbbero sicuramente che il culto della natura allo stato primitivo è possibile solo in un’atmosfera di comodità e sicurezza e che quindi non fu coltivato dai pionieri che conquistarono metà di un continente con i loro fucili, aratri e filo spinato. E vero? Prendiamo in esempio i sentimenti di Charles Marion Russel, l’artista cow boy (2), citati nel volume di John Hutchenes, One Man’s Montana (Il Montana di un solo uomo): “Mi hanno chiamato pioniere. Secondo il mio libro un pioniere è uno che viene in un paese vergine, sistema dappertutto trappole per catturare gli animali da pelliccia, uccide tutte le bestie selvatiche, abbatte tutti gli alberi, fa distruggere tutta l’erba dal bestiame, dissotterra di tutto per arare la terra, e stende dieci milioni di miglia di filo spinato (3). Un pioniere distrugge tutto e chiama quest’operazione civilizzazione”.

Altri che affrontarono difficoltà e privazioni indicibili non meno dure di quelle degli uomini della frontiera furono John Muir, H.D. Thoreau, John James Audubon e il pittore George Catlin (4), che vagarono a piedi per gran parte del nostro paese e vi trovarono qualcosa di più che semplice materia grezza da sfruttare economicamente.

Un sesto esempio, quello che preferisco, è naturalmente il Maggiore J. Wesley Powell (5), un veterano della Guerra Civile con un solo braccio che, seduto su una sedia legata al ponte di una piccola imbarcazione di legno, guidò un gruppo di uomini coraggiosi nell’esplorazione dei canyon sconosciuti dei fiumi Green, Grand e Colorado. Nel suo primo viaggio Powell impiegò tre mesi a raggiungere l’imbocco del Gran Canyon, dove adesso c’è il Lago Mead , partendo dalla cittadina di Green River, in Wyoming. In quel lasso di tempo lui e i suoi uomini dovettero sopportare un numero non indifferente di spiacevoli esperienze, compresa la perdita di un’imbarcazione, la fatica indicibile di calare le barche con le corde giù per rapide terribili, la farina ammuffita e la carenza di carne, il caldo ed il freddo intensi, le malattie, la costante paura che si ha di ciò che non si conosce, l’incertezza di farcela, la possibilità costante che dietro la prossima curva del canyon potessero incontrare rischi peggiori di quelli che avevano dovuto affrontare fino a quel momento. Alla lunga questa pressione psicologica divenne insostenibile per tre degli uomini di Powell; verso la fine del viaggio quei tre abbandonarono la spedizione e tentarono di ritornare nelle civiltà da soli, via terra, e furono tutti e tre uccisi dagli indiani.

L’impressione che Powell riportò dei recessi più reconditi del Grand Canyon fu quella di un mondo sotterraneo terribile e cupo, scenario di tanta sofferenza fisica e mentale per lui stesso e per i suoi compagni, ma ciò nonostante e nonostante tutto quello che gli era capitato nelle sue esplorazioni, avrebbe scritto del canyon nel suo complesso con tono panegirico.

“Le glorie e le bellezze della forma, del colore e del suono si uniscono nel Grand Canyon, forme che non hanno rivali neanche in quelle delle montagne, colori che competono con quelli del tramonto, e suoni che abbracciano l’intero diapason, da quello della tempesta a quello dell’isolato ticchettio che goccia di pioggia, da quello delle cataratte a quello della fontana che gorgoglia...

“Non si può avere una visione unica del Grand Canyon, come se fosse uno spettacolo immutabile davanti al quale si può sollevare un sipario; per vederlo veramente bisogna faticare mese dopo mese attraverso i suoi labirinti. E’ una regione più difficile da attraversare delle Alpi o dell’Himalaya, ma se si hanno resistenza e coraggio sufficienti ad affrontare questo impegno, allora con il duro lavoro di un anno si può raggiungere un’idea di sublime che mai più potrà essere uguagliata, né da questo né dall’altro lato del Paradiso”.

No, la natura selvaggia non è un lusso, ma una necessità dello spirito umano, vitale per le nostre esistenze quanto l’acqua e il buon pane. Una civiltà che distrugge quel poco che rimane di essa, di quello che si è conservato nel tempo, delle cose che erano in origine, si separa volutamente dalle sue radici e tradisce il principio stesso su cui essa si basa.

Edward Abbey

Note della redazione


(1) Si fa riferimento al Wilderness Act, la legge americana che tutela le Aree Wilderness.

(2) Charles Marion Russel è stato uno dei pittori che sul finire dell’epopea western divenne famoso per i suoi dipinti e disegni illustranti aspetti della vita di frontiera (cow boys, indiani, “soldati blu”, conflitti e scene di vita, paesaggi ed animali). A lui è dedicato un National Wildlife Range (area protetta per la fauna, in parte anche Area Wilderness) lungo il Fiume Missouri, nel Montana.

(3) Si fa riferimento alle recinzioni con cui furono suddivise le praterie per adibirle al pascolo del bestiame.

(4) Dei primi due si vedano gli articoli biografici apparsi in Wilderness/Documenti Nn. 4/1999 e 4/1996. Audubon è il noto naturalista americano di due secoli or sono, al quale si devono le prime descrizioni ed illustrazioni di gran parte degli uccelli nordamericani. A lui è dedicata la storica e famosa National Audubon Society, spesso citata in Wilderness/Documenti. Dell’ultimo si veda l’articolo biografico apparso in Wilderness/Documenti N. 4/1998.

(5) Come scrive l’autore, il Maggiore Powell è stato il primo a discendere il Fiume Colorado ed il Gran Canyon, e per tale ragione ritenuto tra i grandi esploratori americani che “vissero” effettivamente lo stato di wilderness di quel paese, quali: Cabeza De Vaca, Jedediah Smith, Lewis & Clark ed altri minori.




martedì 27 aprile 2010

Erri De Luca - Il peso della farfalla



"L'uomo arrivò sul re, il branco era ancora vicino, a guardare. La più aspettata vittoria era gemella uguale di una sconfitta mai conosciuta prima."
Erri De Luca


Il peso della farfalla (Feltrinelli 2010) è uno dei racconti più belli sulla natura che abbia letto di recente. Più che un romanzo è un racconto lungo, incentrato contemporaneamente sulla figura di un vecchio bracconiere e sul "re dei camosci", un camoscio leggendario che è sempre riuscito a sfuggire  al cacciatore. Uomo e camoscio sono rispettivamente cacciatore e preda ma entrambi sembrano condividere la stessa esistenza, che si svolge a contatto con l'asprezza selvaggia della montagna.
Il cacciatore, da quello che lascia intendere De Luca, è un vecchio militante di estrema sinistra che dopo gli anni di piombo si è rifugiato in montagna da solo in una baracca, lontano dal resto del mondo. I guardiacaccia non riescono mai a beccarlo e la gente del vllaggio è sua alleata. Cacciatore e camoscio sembrano accomunati dallo stesso destino: entrambi un tempo forti ed invincibili, subiscono lentamente il lento declino che appartiene a tutti gli esseri. Entrambi però sono dei re, perchè invece di soccombere in una lenta agonia, preferiscono lottare fino alla fine con dignità. E' un racconto molto profondo e il finale, che non vi anticipo ovviamente, è davvero commovente. Un racconto estremamente poetico. La prosa è asciutta ed essenziale, va dritta alle cose e rappresenta bene il mondo della montagna, un mondo dove tutti gli esseri sono legati da un filo invisibile; un mondo per niente idilliaco ma violento e a volte spietato, dominato dalla lotta per la vita. E il cacciatore è parte ormai di questo mondo, come i camosci che egli caccia. Ma gli animali si rivelano anche dei maestri di vita per il vecchio cacciatore, ed alla fine, cacciatore e camoscio, un tempo nemici, diversi ma in fondo simili, quasi l'uno specchio dell' altro, si ritroveranno ad affrontare la loro dipartita in un ultimo, intenso abbraccio...

giovedì 22 aprile 2010

Lasciatemi essere un uomo libero - Capo Giuseppe dei Nez Percé


Capo Giuseppe ( Tuono che rimbomba sulle montagne), Nez Percé

Let me be a free man - free to travel, free to stop, free to work, free to trade where I choose, free to choose my own teachers, free to follow the religion of my fathers, free to think and talk and act for myself - and I will obey every law, or submit to the penalty.
Whenever the white man treats the Indian as they treat each other, then we will have no more wars. We shall all be alike - brothers of one father and one mother, with one sky above us and one country around us, and one government for all. Then the Great Spirit Chief who rules above will smile upon this land, and send rain to wash out the bloody spots made by brothers' hands from the face of the earth. For this time the Indian race are waiting and praying. I hope that no more groans of wounded men and women will ever go to the ear of the Great Spirit Chief above, and that all people may be one people.


Lasciatemi essere un uomo libero, libero di viaggiare, libero di lavorare, libero di commerciare dove scelgo di farlo, libero di scegliermi i maestri, libero di seguire la religione dei miei padri, libero di parlare, pensare e agire per me stesso — e io rispetterò tutte le leggi o sarò punito secondo la legge. Se gli uomini bianchi tratteranno gli indiani come si trattano fra di loro non ci saranno più guerre. Saremo uguali — fratelli con lo stesso padre e la stessa madre, con un cielo sopra di noi e una terra intorno a noi e un governo per tutti. Allora il Grande Capo Spirito che governa ogni cosa sorriderà sopra questa terra e manderà la pioggia per lavare le macchie di sangue che le mani dei fratelli hanno lasciato sulla faccia della terra. La razza indiana attende e prega perché venga quel giorno. Io spero che alle orecchie del Grande Capo Spirito non giungano più i lamenti di uomini e donne feriti, e che tutti i popoli possano essere un solo popolo.

martedì 20 aprile 2010

Diario - 18 aprile 2010

Monte Camino con l'associazione Wilderness

la dorsale del Monte Camino, con rupi selvagge e antiche mulattiere che attraversano pascoli e campi - foto by Indio. sotto: 1. Luigi osserva i rapaci; 2. Franco, lungo il sentiero; 3.abbeveratorio scavato nella roccia; 4. la lapide che ricorda i caduti della guerra di Monte Cassino.
In occasione dell’Assemblea annuale dell’associazione Wilderness di cui faccio parte si è programmata un’escursione nell’Area Wilderness del Monte Camino, in provincia di Caserta e vicino Cassino. L’area è stata designata come tale grazie alla collaborazione dell’associazione con il comune di Galluccio e rappresenta sia un modo per tutelarne l’ambiente contro progetti di ulteriori strade e altre strutture, e sia per farne un motivo d’attrazione per i visitatori. Il tempo è stato clemente fino alle tre di pomeriggio, permettendoci di compiere l’escursione senza problemi. Il percorso inizia dal paese di Galluccio, con le caratteristiche casette in tufo. Il sentiero all’inizio passa sotto due antichi archi di pietra, poi si abbandona il paese e si sale verso le rupi che formano la cresta del Monte Camino. Il paesaggio è brullo e roccioso e caratterizzato dalla tipica vegetazione della macchia mediterranea di bassa quota. Un problema è rappresentato dagli incendi dei pastori per esigenze di pascolo. Per ovviare a tali danni l'associazione ha in mente di responsabilizzare i pastori nella gestione del territorio, con la proposta di un incentivo dato a chi riesce a salvaguardare le aree di bassa macchia dagli incendi. Il gruppo si divide: io, Luigi e Franco restiamo indietro e gli altri vanno avanti. Ce la prendiamo comoda osservando l’ambiente circostante, piante e animali. In particolare osserviamo da lontano con i binocoli due o tre rapaci che popolano le rupi.  Franco e Luigi che sono dei naturalisti cercano di distinguerli. Individuano anche una possibile area di nidificazione sulla parete verticale.  Dopo l’osservazione al binocolo affermano che  sicuramente si tratta in un caso del biancone, un rapace che si nutre di serpenti. E questa zona è popolata da numerose specie di sepenti. Io non
sono un naturalista e a dir la verità non mi interessa più di tanto l'individuazione/classificazione delle varie specie. Ma lo spirito della wilderness, come dice Franco, non contempera necessariamente la conoscenza scintifica della natura: esso può basarsi semplicemente sullo “stupore” delle meraviglie naturali. Ecco, forse è questo il sentimento che mi ha sempre animato…e perciò sono in qualche  modo giustificato! Franco è invece un grande esperto di botanica, oltre che di fauna selvatica (è stato in Italia uno dei maggiori studiosi dell’orso bruno marsicano adoperandosi soprattutto per le misure concrete dirette alla sua salvaguardia) e mi fa notare la presenza di un raro biotopo vegetale: la Carpinella... Procediamo in alto superando la linea del crestone. Il paesaggio adesso si fa agreste. La mulattiera si allarga e attraversiamo dei vecchi campi delimitati da muretti a secco, con una rada boscaglia. Notiamo un vecchio pozzo con a fianco un caratteristico abbeveratoio scavato nella roccia. La natura selvaggia delle rupi convive con questo suggestivo ambiente pastorale il cui elemento dominante sembra essere quello della “pietra”. Riflettiamo sul fatto che la civiltà agropastorale, pur non preoccupandosi mai del "bello", ha lasciato  opere che si integrano nella natura senza deturparla... belle anche loro quindi. Questa mulattiera ne è l'esempio lampante. Più oltre notiamo una lapide che ricorda gli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Monte Camino fu la roccaforte tedesca che gli angloamericani, grazie all’aiuto delle famigerate truppe marocchine, dovettero espugnare per procedere all’assalto di Monte Cassino. La mulattiera si arrampica adesso in direzione di Santa Croce. Qui è situata una vecchia chiesetta (restaurata) risalente all’anno mille. Notiamo una farfalla notturna adagiata sull’erba: sta dormendo. Incontriamo gli altri lungo il percorso . Resti di antiche fortificazioni lungo il sentiero. Ed eccoci al santuario. C’è una bellissima visuale, purtroppo danneggiata dalla foschia. Noto un caratteristico cono vulcanico, il cui cratere è oggi coltivato. Il territorio è ricco di castagneti e vanta la produzione di un ottimo vino “vulcanico” che ho potuto assaggiare nel bellissimo agriturismo in cui ho pernottato. Questa bella e tutto sommato intatta area della Campania, nonostante le mire della speculazione (cave e  tentativi di installazioni eoliche) mostra come il territorio possa vivere delle risorse del posto, agricoltura turismo e cultura senza danneggiare l’ambiente con opere inutili e dannose, con quelle cave,  discariche e inceneritori che hanno inquinato e deturpato altrove molte aree della stessa regione. In cima si mangia e si beve in compagnia e poi si riparte, sotto la pioggia che comincia a cadere. Franco mi fa notare la presenza di una specie particolare di viola: la viola calcarata. Io nemmeno avevo notato la differenza con le viole comuni...

venerdì 16 aprile 2010

martedì 30 marzo 2010

Diario - 28 marzo 2010

  Fiori di ghiaccio - dal Fosso Carceri ai loricati della Grande Porta

Loricati ricoperti di galaverna alla Grande Porta - foto by Indio. sotto: 1. il grande scenario della foresta che circonda le Gole di Iannace; 2. la gola di Fosso Carceri; 3. il tratto della foresta nei pressi delle Carceri; 4. loricati scheletrici presso il crinale della Serretta; 5. Buck osserva attento i dintorni; 6. un tratto del bosco Tre Valli percorso dal vecchio sentiero che da Iannace corre dritto attraverso la foresta che costeggia le Gole.

Nell’escursione che avevo programmato per il 28 ero indeciso sulla meta da raggiungere. Di sicuro sarebbe stata una camminata tranquilla. La cosa che volevo fare assolutamente era l’esplorazione di Fosso Carceri nell’ultimo tratto, quello più selvaggio. Poi sarei potuto arrivare a Timpone Cannocchiello, e magari me ne sarei sceso verso i Piani di Vaquarro e poi per il sentiero che conduce alla frazione Conocchielle, anche se il giro risultava troppo lungo. L’altra possibilità era raggiungere i Balconi di Pollino.Volevo anche ritornare sul vecchio sentiero che segue il valico che costeggia le sommità delle Gole di Iannace, sul lato est. Comunque l’intenzione era soprattutto fare un percorso che attaversasse la foresta di faggio e abete bianco attorno a Iannace. Dato che avrei portato con me il cane, di certo non sarebbe stato carino nei suoi confronti portarlo a scalare una cresta ripida e ghiacciata. I ramponcini per cani non li hanno ancora inventati! Decido di non decidere, ovvero di non stabilire una meta ben precisa. E così la mattina mi sveglio e parto da casa di buon’ora, a piedi,  assieme al fido Buck, che appena mi vede con zaino e attrezzatura  ha già capito che si va in montagna e manifesta tutta la sua contentezza. Dai sentieri che attraversano i boschetti di cerro ci portiamo dopo un po’ sulla strada che va al santuario. Da lì prendiamo il sentiero “Albanete” , che attraversa l’ultimo tratto delle Gole di Iannace alla confluenza del Frido. L’acqua del torrente è davvero tanta e rumoreggia nel bosco. Ci lasciamo alle spalle il superbo scenario delle gole e ci dirigiamo veso Pietra Spaccata, per poi raggiungere Cresta della Madonna.  Comincia a vedersi un po’ di neve. Noto un cunicolo scavato ametà tra neve e terra da qualche topo muschiato o di montagna: la neve sciogliendosi lascia intravedere l’opera del roditore sul terreno. Mi lascio alle spalle il rifugio del santuario e mi inoltro nel bosco di faggio seguendo il sentiero. Si raggiungono delle radure nei pressi delle quali monumentali faggi si ergono accanto a massi rocciosi: sembrano essi stessi di roccia. Questa zona si chiamava anticamente “ il Porcaru” ed era nota proprio per la presenza di enormi faggi secolari, molti dei quali salvati fortunatamente dal taglio negli anni ’80. Cominciano ad incontrarsi i primi abeti bianchi: fra poco arriverò all’incrocio con il sentiero che attraversa il torrente conducendo a Piano Iannace. Lo scrosciare impetuoso del torrente preannuncia che sono vicino al guado. Il mio obiettivo adesso è risalire ed esplorare l’ultimo tratto di Fosso Carceri  fino al punto in cui potrò deviare a sinistra, verso il lato est della foresta, per sbucare a Piano Iannace. Capisco subito che seguire il torrente non sarà facile perché  non sempre potrò costeggiare le sue rive con facilità . Devo decidere quale sponda del torrente mi conviene costeggiare: seguo quella sinistra ma devo subito aggirare i ripidi pendii iniziali. Lungo il letto del torrente crescono giovani piante di abete e la neve alta ricopre i massi rocciosi a volte creando dei ponti tra di essi. Arrivato alla sommità rocciosa della gola ridiscendo e mi accorgo che non si può proseguire a sinistra. Devo oltrepassare il torrente per giungere sulla riva destra, che risulta percorribile almeno per un bel tratto di visuale. L’acqua scorre impetuosa e la corrente è forte. Per me non ci sono problemi ad attraversare anche perché le mie nuove e costose scarpe della Scarpa (un nome più originale non avrebbero potuto trovarlo…) mostrano davvero una grande funzionalità. Buck però si mostra perplesso nell’attraversare la corrente. Così decido di mettergli il guinzaglio per poterlo aiutare nel caso dovesse scivolare.
E’ titubante ma alla fine attraversa senza problemi. Procediamo agevolmente  sulla riva destra mentre davanti a noi cominciano ad ergersi le pareti rocciose della gola. Attraverso un faggio caduto trasversalmente sul torrente e Buck mi segue saltandolo con agilità. Ed ecco che si affaccia una di quelle visioni spettacolari che solo il Pollino sa regalare: davanti a me si staglia una gola dalle pareti alte e ripide,  in mezzo alla quale  l’acqua spumeggiande corre giù lungo i massi rocciosi in piccole cascatelle. Un albero secco e spoglio è posto di traverso ed ha l’aspetto di una lontra che stia immobile sul torrente. Abeti giovani e longilinei si affacciano dalla sommità rocciosa della gola. Speriamo che questo posto resti intatto per sempre così com’è. Basterebbe anche un picclo ponticello per annullare l’immacolata bellezza che presenta. Qui non si può attraversare e dobbiamo di nuovo risalire, aggirandolo, il tratto della stretta gola, arrampicandoci sui pendii coperti di neve. Buck mi segue veloce ripercorrendo i miei passi. Aggirato il lato roccioso il torrente adesso risale dolcemente i pendi boscosi. Incontro una biforcazione dove un affluente scende sulla destra. Bisogna attraversare di nuovo e stavolta Buck non ha più paura. Mi porto così sul  lato sinistro della riva. Questa zona è detta  "le Carceri" perchè qui era facile perdersi: in effetti se si devia verso sud-ovest la foresta sembra non conoscere limiti, perchè si espande  verso Timpone Cannocchiello e il Bosco Toscano fino al letto del torrente Frido. Proseguendo dritto devo sbucare necessariamente a Piano Iannace. Controllo la cartina ed effettivamente è così. Ho deciso che l’escursione può terminare anche là. Però arrivato a Piano Iannace noto subito che i loricati lontani di Serra Crispo sono bianchi di ghiaccio. Un evento che non  sempre è frequente. I loricati ricoperti di galaverna rappresentano  un’attrazione irresistibile e perciò decido di proseguire; voglio arrivare almeno alla Grande Porta per assistere da vicino allo spettacolo. Indosso le ciaspole, mi fermo e do da mangiare al cane. Ossa e pane. Il mio pasto è a base di fichi secchi, come sempre. Giunti al Piano di Toscano la neve è davvero tanta.

Non riesco ad individuare la fonte Pittacurc: è sommersa dalla neve. Su Serra Crispo i loricati coperti di ghiaccio appaiono e scompaiono tra la nebbia che cala sulle creste. Noto che un fianco della lontana Serra del Prete è squarciato da una slavina, che ha sradicato un lembo della foresta che ricopre i ripidi pendii. Buck  ama correre e rotolarsi in questa distesa di neve. Non c’è nessuno oltre a noi; la montagna oggi sembra un deserto desolato di neve, alberi e rocce. Non si avverte nemmeno la presenza di animali selvatici. Oggi il vento è la sola voce che si può ascoltare quassù. E’ vero che percorrere la  montagna da soli crea sempre una sorta di malinconia (siamo animali sociali, che ci piaccia o no) e che perciò fa sempre piacere incontrare altre persone durante le escursioni: la montagna unisce chi la ama e salutarsi e scambiare due chiacchiere diventa un gesto quasi spontaneo. Ma oggi è domenica delle Palme e soprattutto ci sono le elezioni regionali, così tanti escursionisti e turisti hanno perso l’occasione di una bella escursione tra i loricati rivestiti di galaverna… per conto mio oggi voterò solo la montagna. La politica per com’è conciata possiamo anche metterla da parte! La Grande Porta è vicina ed accelero il passo. Buck mi cammina accanto e per un po’ mi salta addosso manifestando la sua euforia. Siamo soli. Un uomo e un cane  vagano in una vastità selvaggia legati da una strana alleanza che si perde nella notte dei tempi… Ed eccoci tra i loricati della Grande Porta. I pini coperti di galaverna rappresentano  uno spettacolo davvero fantastico. Ricordano vagamente dei coralli o degli  alberi fioriti, anche se questi fiori apparenti non segnano l’inizio della primavera ma gli ultimi sussulti dell’inverno.  Il tempo è parzialmente nuvoloso, fa freddo e il sole fa capolino ogni tanto nel cielo azzurro e terso. E’ l’ideale per fotografare, perché la luce è soffusa ed esalta  i dettagli del paesaggio. Basta un raggio di sole che penetra le nubi per creare un bell’effetto fotografico. Del resto sono arrivato fin qui proprio per fotografare i loricati: il motto di un fotografo naturalista dev'essere sempre "al posto giusto nel momento giusto".
Ogni pino ricoperto di ghiaccio  è un’ unicità, uno spettacolo a sé. I granelli di giaccio spinti dal vento si staccano dai rametti e piovono su di noi Il vento soffia con forza e mi gela le mani; ho dimenticato i guanti per cui ogni tanto devo riscaldare le mani nelle tasche dei pantaloni, lasciando così la presa della mia Nikon. Seguendo il crinale che delimita la Grande Porta mi aggiro così tra gli alberi monumentali mentre Buck esplora i dintorni. Mi porto fin sotto l’inizio di Serretta della Porticella dove mi appare il gruppo di scheletrici loricati bianchi. Buck si è seduto a ridosso delle rocce ed osserva  le distese innevate sottostanti, attento al minimo movimento o rumore. E’ ora di tornare sulla via del ritorno. Buck in discesa è veloce e mi distanzia parecchio,  fermandosi di tanto in tanto ad aspettarmi per non perdermi di vista. A Piano Iannace decido di prendere un vecchio sentiero che mi insegnò una volta mio padre, utilizzato un tempo dai cacciatori. Il sentiero  costeggia all’inizio le rocce che delimitano Piano Iannace a nord, e scende dritto attraversando  la foresta per poi costeggiare le rocce sommitali delle Gole di Iannace dal lato est. Noto con piacere che le guide hanno provveduto a segnalare il vecchio sentiero, legando delle strisce di plastica agli alberi (è il metodo di segnalazione che io preferisco; meglio della vernice...). A quanto pare proprio lungo questo valico si snodava una volta una teleferica utilizzata per il trasporto dei tronchi. Siamo nel Bosco Tre Valli, caratterizzato dalla presenza di grandi faggi e giovani  abeti bianchi che popolano le sommità rocciose della foresta. Di sicuro da qui si arriva a Iannace molto velocemente. Buck è come se sapesse il sentiero a memoria, perchè corre avanti seguendo perfettamente il tracciato segnalato. Sento tra i faggi il richiamo di un uccello: confrontato con le registrazioni audio che ho potuto ascolatare su un sito (www.seguilisentiero.it) potrebbe essere proprio il picchio rosso mezzano, una rara specie di picchio che popola le foreste della Basilicata e che rappresenta un indicatore di ambienti forestali intatti e non manomessi dall’opera dell’uomo. Il sentiero sbuca finalmente sopra la strada e due piccoli abeti sembrano sorvegliarne l’imbocco. Non ci resta che procedere per il sentiero del pellegrino e tornare a casa attraverso i boschetti di cerro.

domenica 14 marzo 2010

Il cerchio della vita

Questa è una foto di circa tre anni fa, scattata con una semplice digitale compatta. La considero una delle foto più significative che abbia fatto... oltre ad essere legata ad una mia vicenda personale. Procedevo in solitaria verso la cima di Serra delle Ciavole con le mie nuove ciaspole e mi si dipanò questa veduta che rappresenta bene l'anima del Pollino. L'immagine rimanda significativamente al cerchio della vita: la cornice è rappresentata dal loricato secco che per me richiama la fine naturale di tutte le cose, che però continua a testimoniare il suo passaggio nel mondo; i loricati piccoli simboleggiano la rinascita, le nuove generazioni che si affacciano alla vita; il pino adulto il vigore e la forza della maturità... e poi c'è lo sfondo, che completa lo scenario di questo paesaggio primordiale  e selvaggio. E' quello che io ci vedo...