sabato 5 maggio 2012

Diario - 5 maggio 2012

Un pomeriggio nella natura: ritorno al Monte Pelato


L'avanzata della primavera è uno stimolo ad andare in montagna in questo periodo, ma non sulle alte cime, dove il paesaggio invernale spoglio e desolato è ancora dominante, bensì alle quote più basse, dove la foresta rinverdisce di giorno in giorno, di un verde brillante, e i pascoli si riempiono di fiori...
Esco col mio fido Buck dopo pranzo per una immersione nella natura agreste e selvaggia del vicino Monte Pelato. Una montagna a cui sono molto legato, per averne percorso i crinali e le pendici fin da ragazzino. Se un giorno lontano qualcuno mi volesse ricordare (ovviamente il più tardi possibile!) vorrei che qui fosse lasciato il mio nome, intitolandovi un boschetto, uno stagno... o un tratto di torrente.
Mi dirigo verso i piedi della montagna, ripercorrendo le deboli tracce che restano dei greggi al pascolo. Il versante ovest è selvaggio, poco conosciuto dai turisti, mentre quello est è un posto un po' banalizzato, da pic- nic, perché vi arriva una strada asfaltata (un tempo era sterrata), mentre un comodo sentiero conduce alla cima.
Ai piedi del monte i pascoli sono stati invasi dalla vegetazione. Si sono ricreati dei boschetti misti, con faggi, cerri, peri e meli selvatici, ontani presso le rive del torrente che scava una piccola gola immediatamente sotto la montagna.

Nel bosco ritrovo i caratteristici e bellissimi stagni che caratterizzano quest'area... sono molto ampi in questo periodo. Ero stato qui parecchi anni fa e l'impressione è che gli alberi fossero più piccoli e i boschetti soleggiati, mentre adesso c'è il bosco fitto e ombroso.



Arriviamo al fossato e lo superiamo. Sopra di me si alzano i dirupi scivolosi della montagna. Risaliamo i pendii e noto che le felci stanno ricrescendo sul tappeto secco formato dai loro avi dell'anno precedente: ancora degli steli ricurvi, che sembrano levarsi da un lungo sonno...


Molte le fioriture nei prati: riconosco le orchidee gialle e viola e altri fiori più rari che incontro risalendo i brulli crinali di roccia nera. Alcuni piccoli faggi sono abbarbicati ai dirupi, tozzi e dalle possenti radici che fuoriescono dal terreno. I pendii sono abbastanza ripidi tanto da poter servire, volendo, con la neve ghiacciata, come un'ideale "palestra" di "allenamento".


Arriviamo sotto la sommità della montagna... il cane è un po' affaticato ma mi segue deciso. Un vero pastore di montagna. La sommità è popolata di piccoli fiori blu. Serra di Crispo domina con i suoi spettacolari versanti la foresta di abete bianco e di faggi che sono già rivestiti del verde manto primaverile: è un bel contrasto: la cima austera, ancora spoglia e innevata e la foresta verdeggiante. Da qualche parte spunta ancora qualche albero fiorito.



Scendiamo lungo i pascoli del crinale, a sinistra, per ritornare al torrente e avviarci verso la via del ritorno. Altri fiori, di tutte le specie. Mi porto sulla riva opposta del torrente da cui proviene l'acqua che irriga agli orti del mio villaggio e attraverso il boschetto di giovani ontani, per dirigermi in direzione degli stagni. Mi imbatto in una distesa di felci secche, un tappeto da cui spuntano dei piccoli fiori bianchi...





In un piccolo stagno trovo delle palle grumose, sospese nell'acqua limpida e riconosco tante piccole uova ammassate. Sono uova di rane, elemento primordiale e gelatinoso che ricorda l'ideale rinascita che tutt'intorno pervade l'aria, scandita dai richiami ritmati del cuculo: secondo la tradizione popolare, chi avesse ascoltato il cuculo a primavera poteva esser certo di non morire... nel corso di quell'anno!



martedì 1 maggio 2012

Primavera nella Valle del Frido

Panorama dalla parte alta di Mezzana Torre - foto by Indio 

sabato 21 aprile 2012

Pini loricati su Serra di Crispo (31 dicembre 2010)

Pini loricati su Serra di Crispo: foto vincitrice della terza edizione del concorso fotografico "Obiettivo Terra" 2012, menzione speciale "Alberi e foreste", 10° posto in classifica tra venti arrivate in finale. Foto particolare anche per un aspetto: la quasi totale assenza di neve al 31 dicembre... tanto che sembra scattata in primavera. By Indio. 



sabato 24 marzo 2012

Diario - 23 marzo 2012

Serra Dolcedorme dalla dorsale nord

Veduta dalla dorsale nord-ovest del Dolcedorme, con lo sfondo del Monte Pollino - foto by Indio; sotto: dai Piani di Pollino lo spettacolare versante nord-ovest del Dolcedorme; 2. verso la cima; 3. un bellissimo pino incontrato lungo la discesa; 4. loricati caratteristici sulle rocce della dorsale ovest; 5. panoramica con il pino secco "segnavia" del crinale nord; 6. un panorama wilderness: il cuore selvaggio del Pollino dove nessun segno d'uomo è visibile; 7. autoscatto sulla cima

Per vari motivi non avevo ancora fatto un'escursione invernale sul Dolcedorme, o meglio non ero ancora salito sul Dolcedorme con la neve. Il versante meridionale della montagna è ripido e roccioso, spesso percorso  dagli appassionati di montagna calabresi. 
Il versante nord è molto più ondulato e facile da "scalare", mentre la difficoltà maggiore é nei tempi di avvicinamento. E'  difficile cioé compiere un'escursione di una sola giornata in un mese dalle giornate molto corte, come può essere ad esempio, quello di  dicembre. L'itinerario della dorsale nord che ho scelto per questa escursione è, a mio avviso,  uno dei più belli in assoluto di tutto il Pollino. Parto molto presto, alle sei sono già a Colle Impiso. Fino ai Piani nulla da dire, il sentiero é solo ostacolato dai giovani faggi piegati ad arco dalla neve, i quali, prima sommersi, ora si rialzeranno lentamente quando i rami della cima si libereranno finalmente dalla neve, che ancora li avvinghia. La neve é abbastanza compatta, anche perché la pista é stata battuta spesso da sciatori ed escursionisti. Arrivato ai Piani, punto subito ai pini che sovrastano il Passo delle Ciavole, arrancando per i pendii. Eccomi alla bella radura che segna l'inizio del crinale nord. Il cielo é nuvoloso: non é il massimo per godere dei paesaggi, ma le nuvole se non altro riparano dalla violenta combinazione di sole e neve. 
Adesso il prossimo obiettivo é raggiungere il pino secco isolato, distinguibile anche da molto lontano: é il vero protagonista dell'itinerario, perché, quando non c'è la neve, vi sbuca lo stretto sentiero che si tiene leggermente al di sotto della linea del crinale e perché con i suoi rami sembra indicare la cima a chi voglia puntarvi direttamente. Intanto il cielo si è liberato dalla cappa di nubi e il sole torna a splendere nel cielo. Mi tengo un po' al di sotto del crinale avanzando nel bosco dei "faggiolini"... d'estate é molto intricato ma con la neve si può procedere agevolmente, anche perché alcuni sono ancora quasi  sommersi. Arrivato al pino segnavia mi libero delle ciaspole, calzo i ramponi e  inizio la salita, puntando alla cima. La neve é qui più compatta, in certi tratti quasi ghiacciata. Il panorama é davvero superbo: sotto di me c'é il cuore wilderness del Pollino. Non si vedono né paesi né strade, ma solo montagne, pianori e foreste: le rocce della dorsale ovest, del Dolcedorme, il Pollino di fronte, i Piani, lontana la Serra di Crispo e per finire, a destra, il versante sud di Serra delle Ciavole, a chiudere in bellezza il quadro (vedi foto panoramiche sotto). Noto anche ad occhio nudo che sulla cima del Pollino c'é gente. Verso mezzogiorno sono in vetta al Dolcedorme.Qualche autoscatto, un po' di cioccolatini come pasto energetico e si riparte. 
Per il ritorno decido di fare una discesa "esplorativa", alla ricerca di nuovi scorci da fotografare: invece di seguire il percorso classico costeggerò  le rocce della dorsale ovest, attraversando una colonia di loricati e poi punterò dritto, per sbucare nei pressi dei grandi pini loricati  che dominano, immersi nell'intrico della faggeta, i  Piani di Pollino. 
Seguire il percorso classico mi costerebbe invece molto più tempo. Fuoripista come questi sono possibili sempre quando c'é la neve: amo il paesaggio invernale della montagna anche per tale motivo... Infatti esso consente di andare in posti che d'estate sarebbero scomodi o anche pericolosi (canaloni di pietrisco, intrico della vegetazione); ma soprattutto l'escursionismo invernale é molto più ecologico: camminando sulla neve non si erode il terreno, non si danneggiano piante e alberi. Non c'è il rischio di incendi, nessuno bivacca accendendo fuochi. E in effetti una decisa azione di controllo sul territorio e di gestione delle attività umane come turismo e pastorizia andrebbe messa in atto soprattutto nei mesi estivi come luglio e agosto. La montagna d'iverno si "difende da sola" e "seleziona" gli escursionisti più motivati, disponibili al sacrificio e alla fatica. Ma lasciamo stare questi discorsi di ecologia e torniamo all'escursionismo. Mi immergo nell'atmosfera selvaggia della colonia di loricati che mi sovrastano e che posso ammirare adesso da vicino: un'altra piccola "scoperta" che immortalo con qualche foto. 
E poi mi immetto nella faggeta, trovando la strada più comoda nell'intrico dei faggi. Senza il rumore dei propri passi qui il silenzio sarebbe "assordante", quasi ostile. Basta interrompere la marcia per un minuto per accorgersi di ciò. 
 Come avevo previsto sbuco tra i grandiosi loricati invasi dai faggiolini: un esempio palpabile dei cambiamenti climatici che hanno interessato il nostro massiccio negli ultimi millenni. I faggi competono con il pino loricato e spesso invadono quello che era probabilmente il loro antico habitat. Ritorno sulle mie tracce: mi aspettano ancora molte ore di marcia. A Colle Impiso incontro una decina di ragazze e ragazzi, molti con le divise del Soccorso Alpino. Mi vedono arrivare solo e stanco. Tra di loro noto Massimo, che conosco: "Solo tu potevi essere...", mi.dice e mi invita a bere con loro un bicchiere di vino. Un buon bicchiere di vino é sempre difficile da rifiutare...

 


venerdì 16 marzo 2012

Diario - 16 marzo 2012


Monte Pollino: tra i canali e le rocce della dorsale ovest

L'ambiente aspro e selvaggio delle rupi del Monte Pollino, foto by Indio; sotto: 1. un passaggio delicato; 2.canalone sud-ovest: pini loricati a strapinbo; 3. autoritratto... del mio scarpone!

L'idea oggi era di fare una variante del canale sud-ovest del Monte Pollino (qualcuno lo ha chiamato "canale nascosto"). Mi avvio verso Gaudolino. La neve è compatta, ghiacciata... ma già è una neve primaverile, sporca.
Nulla in confronto allo splendore di gennaio e febbraio. Incontro un escursionista, gli dico cosa avrei intenzione di fare, dice che mi seguirebbe pure ma non ha la piccozza. Lui si avvia verso il percorso classico per arrivare in cima mentre io mi dirigo nel bosco in direzione dell'imbocco del canalone. Metto subito i ramponi. Ho rispolverato dei vecchi scarponi da alpinismo della Asolo, con lo scafo in plastica: per il trekking sono assolutamente da sconsigliare, ma sui pendii ripidi e ghiacciati sono molto affidabili, per la loro rigidità.  Dopo la salita nel bosco (sempre un po' noiosa) sbuco tra le rocce: sono i primi contrafforti rocciosi della dorsale ovest. Sono andato troppo a destra, forse... cerco di rendermi conto della situazione. A questo punto cambio obiettivo. Mi arrampico un po' sui ripidi pendii ghiacciati ma vedo che sopra di me c'è solo roccia e neve e non mi sento sicuro. L'ambiente è aspro, selvaggio, con pini loricati aggrappati ai dirupi.. sono scorci inediti per me. Poi vedo sotto di me un appetitoso canalino da scalare, ripido, ma che dovrebbe condurre facilmente alla linea della cresta ovest.
C'è anche un passaggio molto delicato, su una roccia, ma superato quello arrivare sulla linea di cresta è presto fatto. Poi affacciandomi scopro un altro canalino, che più sotto non si vedeva... faccio un'altra "scalatina" nell'ultimo tratto e poi continuo in direzione della cima. Il vento, arrivato sopra, è impetuoso... e gelido, nonostante la giornata appaia tranquilla. Decido di ritornare scendendo per bellissimo  il canalone sud-ovest. Arrivato al limitare del bosco ho la sensazione che qualcosa sia cambiato rispetto ad un anno fa... c'è molta più "visibilità", sarà la neve abbondante che ha sommerso e piegato i piccoli faggi... posso ammirare i contrafforti rocciosi del Monte Pollino, più verso nord-ovest dove noto altri canalini ripidissimi che potrebbero essere scalati, ma non senza pericoli e difficoltà. Un ambiente naturale davvero maestoso...




giovedì 1 marzo 2012

Vita da loricati

"Ora maestosi e dritti, ora modellati dalla furia degli elementi, aggrappati ai dirupi rocciosi o ancora secchi e bianchi come fantasmi, o ancora giovani piantine, i loricati creano uno spettacolo suggestivo di vita, morte e rinascita, in cui sembra manifestarsi la forza di una natura ancora selvaggia e primordiale." 
Indio 
foto by Indio

domenica 26 febbraio 2012

Diario - 25 febbraio 2012


Il suono della neve. Con le ciaspole a Serra di Crispo. 


"[La montagna] Ti consuma energie, ma quando arrivi in un rifugio o a casa tua e mangi un panino, capisci e che il tonno non deve tagliarsi con il grissino, per essere buono. Deve prima di tutto essere vero. Così la montagna ti mette a nudo la naturalità, ti impegna a essere in rapporto con le cose autentiche, con la verità delle cose fisiche. Ed è qui che la spiritualità si salda alla fisicità, che la spiritualità moltiplica la percezione di tutti i sensi. Quando dopo le ore di cammino trovi una sorgente che butta acqua capisci quanto dio è stato il dio che ha inventato l’acqua e quanto preziosa è. E nella fatica apprezzi non solo il bicchiere d’acqua, o il pane, ma anche l’amicizia, gli incontri. La montagna manda questi messaggi: anche gli odori, i rumori."

Mauro Corona


  Loricati e rocce coperti di neve - foto by Indio. sotto: veduta di Serra Crispo: 1. al centro della foto il valico che raggiunge la linea di cresta; 2. loricati ancora coperti di neve; 3. il pino bonsai; 4. giovani abeti bianchi presso la Timpa di Iannace; 5. panorama dalla dorsale sud-ovest di S. Crispo; 6. panorama dalla Timpa di Iannace: abeti bianchi sullo sfondo delle montagne e del cielo terso; 8. autoscatto.

Venerdi era uscito finalmente il sole e avevo osservato col binocolo le montagne innevate... I pini loricati di Serra di Crispo erano imbiancati di neve. Sapevo che la neve lassù sarebbe stata tanta, e che avrei potuto avere difficoltà nella marcia, ma il richiamo della montagna ha vinto anche questa volta. Ho scelto così una meta non troppo lontana, che mi permettesse di fare un'escursione nell'arco di 12 ore, senza faticare troppo.
Parto all'alba, portandomi attraverso i boschi e i pascoli innevati, poco prima di Fosso Iannace. Dalle Sorgenti, la strada che porta al Santuario non è stata spalata e perciò si può proseguire solo a piedi. Entro nella foresta: adesso l'obiettivo sarà arrivare a Piano Iannace, lungo la scorciatoria che utilizzo solitamente. La neve è compatta, quasi ghiacciata e procedo comodamente con le ciaspole, aiutandomi con un paio di bastoncini. Forse vado troppo a sinistra rispetto al percorso abituale e ad un certo punto capisco di essere diretto verso la Timpa di Iannace (in dialetto il toponimo era "A Timparedda 'e Iannace). Mentre il sole si alza la neve comincia a sciogliersi. Sembra quasi che stia piovendo, per le tante goccioline che cadono dai rami; oltre alle gocce  si staccano dagli alberi interi blocchi di neve. C'è anche il rischio che la neve, cadendo, mi finisca addosso, ma non è ghiacciata e se anche ciò succedesse non mi farei del male... Sbuco a Timpa di Iannace e subito si apre un bel panorama: la foresta di abete ai miei piedi e, sullo sfondo, verso Nord-ovest, un mare di nubi che avvolge le vallate... le cime della montagne spuntano come isole dalla nebbia. 
Sui pendii procedo speditamente, perchè la coltre nevosa è ghiacciata, e così giungo a Iannace. Nel cielo non c'è una nuvola e le distese innevate riflettono totalmente la luce del sole. Mi fanno male gli occhi, nonostante abbia un paio di buoni occhiali da sole! Di sicuro senza occhiali oggi non si potrebbe proseguire ... 
Adesso l'obiettivo è salire una specie di canalone coperto dalla faggeta che mi permetterà di raggiungere la linea della dorsale sud-ovest di Serra Crispo, nei pressi della parete rocciosa di Timpa del Ladro (altro toponimo dialettale tradizionale), che domina appunto Piano Iannace con una colonia di magnifici pini loricati. Raggiungere la liea di cresta sarà la parte più faticosa dell'escursione. Lungo il pendio riesco ad arrancare con difficoltà, perchè la neve è marcia e molto alta  e anche con le ciaspole sprofondo ad ogni passo. Va un po' meglio solo se procedo a zig-zag. Un corvo imperiale sorvola la zona col suo richiamo... forse mi avrà visto. Finalmente, dopo circa due ore, riesco a raggiungere la sommità. 
Qui, come era prevedibile, la neve è molto più compatta e si sprofonda di meno... è ghiacciata nelle parti coperte dalle ombre dei pini loricati.  La neve sui pini si sta sciogliendo, ma più salgo e più resiste sui rami. Vedo un pino ancora totalmente sommerso... La foresta ai miei piedi rimbomba del rumore sordo della neve che si distacca dagli alberi cascando a terra. E' questa, oggi, la "colonna sonora della montagna"... eventi come questi rendono unica ogni escursione, anche in posti dove si è stati molte volte. Sulla cresta sud-ovest le rocce sono sepolte e non c'è bisogno di aggirare alcun passaggio, nè di evitare come d'estate le macchie di ginepro. Procedo spedito con le ciaspole: i ramponi mordono i tratti ghiacciati. Raggiungo la sommità della Serra. La neve si fa adesso più "bagnata", ma è sempre compatta e si sprofonda solo per pochi centimetri... Ritrovo uno dei miei pini preferiti: un caratteristico loricato "bonsai" che vive nei pressi della cima... La corteccia dei tronchi di alcuni loricati è scura, perchè bagnata dalla neve sciolta e così l'effetto risulta quello di pini "carbonizzati". Il bastone che segna la cima è letteralmente sepolto e altissime cornici di neve delimitano la linea di cresta. Cerco un po' d'ombra presso un pino loricato per mangiare qualche fico secco. L'acqua è finita e, anche se ho sete, potrò dissetarmi solo nei torrenti a più valle, perchè la fonte Pittacurc sarà quasi certamente sommersa. Comincia la discesa. Adesso mi porterò ai pianori sottostanti.
 Scendo direttamente lungo un pendio, abbastanza ripido, e ciaspolo al contrario, con la faccia a monte: è un sistema comodo e sicuro quando bisogna scendere i pendii ripidi con le ciaspole (ma il discorso vale anche per quanto riguarda i ramponi). 
Arrivato al Piano di Toscano noto che la fonte Pittacurc, come avevo pensato,  "non esiste", perché sommersa da metri di neve. Cerco di saggiare l'altezza della neve: infilo il mio bastone da trekking, ma questo sprofonda interamente: ci sarà più di un metro e mezzo di neve... 
Mi avvio verso il ritorno, mentre la luce del sole si fa via via più calda e gli ultimi rumori della neve che cade echeggiano nella foresta...




mercoledì 18 gennaio 2012

Albero nella neve

La visione di un deserto bianco, di un remoto avanposto della terra... ma è solo il ritaglio visivo di una fantasiosa impressione, perchè siamo ai Piani di Pollino e c'è neve e non sabbia... foto by Indio

lunedì 16 gennaio 2012

Diario - 15 gennaio 2012


Serra delle Ciavole dal canale sud-ovest, con i soci del C.A.I di Castrovillari


Massimo G. guida la scalata in uno scenario maestoso, dominato dai loricati di Serra delle Ciavole - foto by Indio. Sotto: 1. loricati a bandiera sulle rocce che delimitano il canale sud-ovest; 2. loricati sullo sfondo innevato dei Piani; 3. verso la fine della via; 4. la cordata di Pino in arrivo; 5. Piani di Pollino al tramonto: verso il ritorno; 6. foto panoramica con il versante sud di Serra delle Ciavole: la via percorsa si snoda sulla destra, sul canalino costeggiato dai pini loricati; 7. l'autore del blog a sinistra, tra gli altri (foto di Vincenzo Dileo)


Grazie alla circostanza di una mail arrivatami pur non essendo iscritto al C.A.I, ho chiesto agli organizzatori di questa escursione domenicale, Massimo G. e Franco F., di poter partecipare.  Arrivo molto presto, lascio la macchina nei pressi di Visitone e salgo a piedi fino a Colle Impiso. I calabresi sono in ritardo, perchè, causa innevamento,  invece di venire da Ruggio arriveranno da Rotonda. 
Il clima è davvero rigido. Sale una macchina e riconosco Pino, "amico virtuale" del blog Falcotrek. Anche lui e i suoi amici sono qui per l'escursione che avrà come obiettivo la risalita di un canalino sul ripido versante sud-ovest di Serra delle Ciavole: via aperta proprio da Massimo e Franco. Col tempo comincia ad arrivare gente, compresi Mimmo Pace, fondatore del C.A.I. di Castrovillari che ho già conosciuto e il Presidente Iannelli. Dopo mezz'ora di preparativi si parte, in fila indiana. Siamo in tanti (forse troppi!) divisi in un gruppo alpinistico e in uno escursionistico... in tutto una trentina di persone. Fredda giornata oggi, anzi, freddissima, ma soleggiata. I Piani di Pollino si mostrano in tutto il loro splendore invernale... Una distesa immensa di neve e ghiaccio. Cercando inquadrature mi isolo un po' dal gruppo. Di fronte a tali scenari è spontaneo per me appartarmi e riflettere. Per me è una specie di confessionale la montagna: mentre cammino mi vengono in mente cose sbagliate che ho fatto o pensato. 
 Forse ognuno di noi ha un lato oscuro dentro se stesso, e questa luce paradisiaca è come se illuminasse anche il cuore... Arrivati alla base del canalone si deve dividere il gruppo alpinistico in cordate. Come spiegano Franco e Massimo l'ideale sarebbe formare cordate da due persone, ma non abbiamo abbastanza corde e perciò le cordate debbono essere composte da quattro persone. L'esperienza della cordata è nuova per me. Mi aggrego alla prima, guidata da Massimo che farà anche da guida. Iniziamo a salire superando il boschetto di faggio e sbuchiamo tra i pini loricati. Scopro inediti scorci di Serra delle Ciavole e la sensazione è davvero di appagamento. Le vie più impegnative dei versanti di queste montagne consentono di entrare in sintonia con gli ambienti più selvaggi del Pollino. E' la dimostrazione che sul Pollino si può fare un alpinismo "contemplativo",  che dà la possibilità di ammirare scenari non compromessi da opere impattanti come strade, vie ferrate, funivie, rifugi; un tipo di alpinismo relativamente facile, anche se forse abbastanza impegnativo per quelli che in gergo alpinistico vengono detti "avvicinamenti" (avvicinamenti che, almeno per il Pollino valgono essi stessi l'escursione);
Una pratica sportiva concepita solo come "strumento" per vivere in maniera naturale la bellezza della montagna.  Penso poi che la montagna non si valuti in cifre, altitudini o in livelli di difficoltà, perchè altrimenti dovremo, in base a questi parametri,  attribuire scarso valore alpinistico ad un massiccio come quello del Pollino. E' a mio avviso il "valore wilderness", invece,  la grande risorsa dell' escursionismo e dell' alpinismo del Pollino. Ne consegue che, solo se riusciremo a conservare gli ambienti naturali del Parco  potremo fare un tipo di alpinismo ed escursionismo non artificiosi e  capaci di dare all'uomo il senso dell'avventura e del contatto con la natura selvaggia, fuori da eccessivi tecnicismi,  comodità e preoccupazioni per le performances, svilenti spesso, il senso stesso dell'alpinismo "tradizionale". Ritroviamo i nostri limiti, come dice Messner, solo se conserviamo la naturalità della montagna, per garantire all'uomo quegli stati d'animo che sono costitutivi dello stesso concetto di wilderness. 
Gli scenari di questa via sono stupendi e sarebbe bello stare qui a godermeli e a fare più foto, ma siamo già in ritardo con la tabella di marcia e non posso fermarmi troppo a fotografare, perchè la cordata giustamente "preme" dietro di me. 
Il canale si fa sempre più ripido e in alcuni tratti bisogna procedere coi ramponi a spina di pesce o alla "francese"; ma nella maggior parte dei casi la neve non è ghiacciata e si riesce facilmente ad ottenere dei gradini procedendo con le punte degli scarponi. Al di là della tecnica migliore, dal canto mio trovo istintivo procedere con il bacino all'indietro, un po' accovacciato, scalciando con le punte per creare i gradini. Massimo passa accanto ad un esemplare di loricato, si assicura con cordino e moschettone e poi si sposta sulla destra. Tocca a me, una volta arrivato,  rimuovere moschettone e cordino. La via è quasi finita e adesso bisogna procedere "dritto per dritto" verso le rocce che ci sovrastano. Arrivati ad una sommità la mia cordata si scioglie mentre le altre  lentamente giungono a destinazione. Il cielo sta annuvolando e il freddo gelido si fa sentire... ho dimenticato anche la mia giacca a vento e perciò devo stare in movimento, anche perchè i pile che ho addosso sono sudati. Arriviamo all'anticima di Serra delle Ciavole con i caratteristici pini secchi "gemelli". Pace ricorda che stavano nella copertina di un suo libro sul Pollino... Ci fermiamo qui dieci minuti per mangiare qualcosa. Siamo tutti infreddoliti. Ho lasciato una mano senza guanto per poter scattare le foto e anche l'altra è gelida. 
Ci avviamo verso la cima per una foto di gruppo ma io devo fermarmi perchè le mani hanno perso quasi del tutto la sensibilità. Non resta che metterle sotto le ascelle per riscaldarle. Abbiamo misurato la temperatura sulla cima che è meno 9 gradi sotto zero. Dopo la foto ci avviamo subito verso la via del ritorno, perchè è davvero tardi e dovremo fare il percorso per Colle Impiso con le lampade frontali. Ai Piani di Pollino comincia stranamente a nevicare... mentre ad ovest, sulle montagne dell'orizzonte al tramonto, domina un cielo sereno striato di nuvole rossastre...