giovedì 12 marzo 2015

Bianchezza



"Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell'universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell'annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l'assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l'amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c'è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna?
(...) E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. 
Quando riflettiamo su tutto questo, l'universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi sugli occhi vetri colorati e coloranti, l'infelice miscredente si acceca a fissare l'immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto il paesaggio."

 (Herman Melville, Moby Dick)



Foto scattate durante l'escursione alla Serra di Crispo, su metri di neve e tra la nebbia fitta, ammirando i loricati nella loro veste invernale; assieme a Leonardo Viceconte, Maurizio Lofiego, Tonino Provenzano e Santino De Luca. By Indio















autoscatto con i membri della "spedizione"

domenica 22 febbraio 2015

Diario - 20/21 febbraio 2015

Solitudine bianca
due giorni tra i loricati ghiacciati

"A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria flessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle.
E per conto mio è proprio il brivido della creazione, che il sole ci porta ogni mattina."

(Mario Rigoni Stern)

I pino loricati nella loro veste invernale di ghiaccio e neve li ammiriamo sempre dalle valli, dove vivono i montanari. Se la notte ha nevicato, al mattino la sommità della montagna brilla del bianco dei pini avvolti dalla neve. Al tramonto, quando il tempo è sereno si avvolgono delle ultime luci rossastre, poi l'incantesimo scompare. Il desiderio  degli appassionati sarebbe di poter essere là per ammirare lo spettacolo, ma quando si sta a casa e li si osserva da lontano, la veste di ghiaccio dell'alta montagna non fa che aumentare il fascino e il mistero di una visione assieme reale e irreale. Poi capita che finalmente si va in montagna e si ha l'occasione, in certe condizioni, di ammirare il ghiaccio sugli alberi. Una wilderness bianca, di silenzio e ghiaccio. Così l'escursione invernale diventa una sorta di pellegrinaggio postmoderno, più che una pratica sportiva. Un pellegrinaggio anche per la fatica e il sacrificio dell' ascesa. Nell'era moderna di certe montagne del "tutto e subito", della funivia o dell'eliski che sembrano portare subito in cima, mentre portano in realtà verso il nulla, verso un divertimento frivolo, c'è chi appunto va ancora "in pellegrinaggio", accentando la fatica, il freddo e... anche la rinuncia, quando la difficoltà e le condizioni proibitive della montagna impongono di stare a casa. Finché ci saranno aree selvagge (ovvero senza strade, rifugi, funivie ecc. ) ci sarà possibilità di vivere momenti di avventura, anche senza andare in Alaska e rimanendo nell'Appennino.


Dopo le nevicate di inizio mese che hanno sommerso la montagna, con gli ultimi giorni di clemenza per il bel tempo ho deciso di intraprendere una nuova solitaria invernale con quel pizzico di avventura in più rappresentato da un bivacco in alta quota, alla ricerca di "visioni" spettacolari create dalla neve e dai pini loricati ghiacciati, con le loro forme uniche e bizzarre. Sapevo che il tempo sabato sarebbe stato in peggioramento, per cui l'intenzione era di andare a "caccia di immagini" tra S. Crispo e S. delle Ciavole e poi bivaccare in quota per godere dell'alba del giorno dopo, smontare tutto e tornare velocemente a valle.
Nella prima parte del percorso la neve è ghiacciata e ancora bassa, si procede alla grande (chi pratica questa attività sa che vuol dire ciaspolare con neve profonda e molle!). Un piccolo imprevisto: si rompe un bastoncino per una mia distrazione e provo a ripararlo con del nastro: sembra funzionare, anche se traballa un pochino fa lo stesso il suo lavoro. Le ciaspole sulla neve crostosa e ghiacciata fanno molto rumore: un animale selvatico se anche fosse nei paraggi si terrebbe ben lontano dalla mia zona. Il manto nevoso comincia a farsi più soffice. Si ciaspola su uno strato di neve asciutta e farinosa, ma non si sprofonda più di tanto. Arrivato più in alto la neve è ancora sopra i faggi. Alcuni sono piegati ad arco, prostrati anzi, con la cima intrappolata e ricoperti di neve.

Intanto il sole comincia ad alzarsi e con la temperatura più alta il ghiaccio comincia a cadere a terra dagli alberi. Il cielo è senza una nuvola e il riverbero dei raggi solari sulla neve costringe a serrare gli occhi, nonostante gli occhiali da sole. Sole, neve e ghiaccio. Gli elementi primordiali qui la fanno da padrone. Ci saranno circa due metri di neve, come indica il palo della segnaletica sommerso.

Mi arrampico direttamente sui pendi rocciosi innevati e salgo in cima aggirandomi tra le sculture di neve e ghiaccio. Con il cielo senza una nuvola e la luce diretta non è proprio l'ideale per la fotografia, ma riesco a fare qualche foto decente. Foto a parte lo spettacolo è grandioso, come sempre.   Sono probabilmente il solo escursionista oggi che si aggira per queste zone, non si vede traccia umana, trovo tracce di ciaspolatori venuti qui il giorno prima.


Sulla Serretta ritrovo esemplari completamente avvolti dalla neve, nel versante in ombra. Il ghiaccio continua a cadere dai pini maggiormente esposti ai raggi del sole. Qui posso ammirare dei bellissimi cornicioni di neve, che ritrovo anche più giù verso i pianori. Anche sulla Serra delle Ciavole sono rimasti sulla cresta pini ancora coperti da neve e ghiaccio: il mio prossimo obiettivo è salire quindi sulla sommità dell'altra montagna. Qui la neve è immacolata, dispiace quasi doverla calpestare. Il sole è così forte che comincio a sentire caldo. Come in un deserto, qui di giorno fa caldo, se l'aria è calma e il cielo senza nuvole come oggi, mentre di notte cala col buio un gelo severo.

  


La luce intanto comincia a farsi più calda e le nuvole salgono sulle lontane valli  e dalle barriere dei versanti meridionali del Massiccio. Dopo una breve sosta alla cima mi tocca tornare indietro scegliendo un posto per bivaccare. Ai piani noto tanti pezzi di ghiaccio caduti dagli alberi e rotolati giù a valle. Si ode il verso del corvo imperiale e quello monotono e ripetuto di un uccello che non riesco ad identificare.
                                                                               


Cerco di trovare un posto abbastanza riparato dal vento nei pressi dei loricati, in modo da godermi lo spettacolo dell'alba dopo avere smontato il campo. L'ideale sarebbe scavare una trincea nella neve, ma non ho tempo e, senza una pala, con le ciaspole si spala lentamente. Devo trovare un'area in cui la neve sia abbastanza ghiacciata per piantare i picchetti. I picchetti di ferro della tenda con terreno innevato non servono a nulla, per cui devo usare cose più lunghe, a cominciare da quel che ho, la piccozza e i due bastoncini; inoltre ne faccio altri con dei rametti secchi di faggio. Lego tutto con lo spago ai picchetti ben piantati, con particolare attenzione al telo.

L'aria adesso è calma e non c'è un alito di vento, ma la situazione potrebbe cambiare nella notte. Dopo aver sistemato tutto vado a godermi il bel tramonto da un punto panoramico, affacciandomi su un mare di nubi delimitato dalla linea rossa dell'orizzionte, nel contrasto col cielo.


 Col buio, cala l'aria fredda dell'alta quota. Entro in tenda, lascio fuori solo le ciaspole preparandomi ad una lunga e gelida notte. Come da routine indosso il piumino, mi pulisco un po' e cambio i calzini, preparo prima materassino, sacco lenzuolo e sacco a pelo e mi metto nel sacco. Muoversi in uno spazio così angusto non è agevole, ma con pazienza e tenendo le cose in ordine ci si abitua. Mi preparo un po' di pastina in brodo e accendo una candela per riscaldare l'ambiente. L'aria è calma e non sento freddo, vestito e nel sacco a pelo. Tutto è avvolto dalla morsa del gelo. La bottiglia dell'acqua è ghiacciata, anche le scarpe lo sono.
Verso le otto e mezza spengo la luce della lampada e mi sdraio provando a dormire. Si ode solo il rumore del ghiaccio che casca dai patriarchi, avverto una sorta di comunanza con questi esseri vegetali, è come se un po' stessimo nella stessa condizione. Un allocco si fa vivo tra i pini col suo verso familiare: un "fratello della notte" che mi fa compagnia sempre nelle escursioni notturne.


Più che addormentarmi entro in uno stato di dormiveglia. Con il passare delle ore comincia a soffiare il vento, prima debolmente, poi in maniera più insistente. All'inizio ho come la sensazione che un animale stia muovendosi vicino alla tenda, ma è solo il vento (sensazione che provo spesso quando campeggio). Uso tutto il vestiario che ho per stare più al caldo e aumentare l'isolamento termico.  L'aria gelida entra nella tenda, il vento scuote il telo e il rumore che fa mi sveglia continuamente.

In situazioni come questa anche se non si dorme è comunque importante stare a riposo per recuperare le forze e continuare a marciare il giorno dopo. Sentire un po' di freddo è anche inevitabile, si bivacca pur sempre nella neve. Mi tolgo l'orologio-altimetro e lo pongo vicino all'apertura della tendina, per misurare la temperatura. Dopo un'ora controllo e il termometro segna meno 7,5 gradi. All'aperto sarà ancora più bassa. Dopo le quattro mi sveglio definitivamente, accendo una candela e sto ancora un po' nel sacco. Poi comincio a preparare il te' con il fornellino. Anche la torta di mele che ho portato è ghiacciata. Bevo un paio di bicchieri e il resto del te' va nel thermos. Dopo le noiose operazioni di messa a posto dei vari materiali esco dalla tenda e comincio a smontarla. I bastoni e la piccozza sembrano intrappolati nel ghiaccio e devo fare forza per levarli. Comincia ad albeggiare. Soffia il vento e il cielo è percorso dalle caratteristiche nubi stratiformi che annunciano l'arrivo prossimo del maltempo. I loricati si tingono di una luce calda e armoniosa... un effetto stupendo ma che dura per pochi minuti, per l'aumento della copertura nuvolosa. All'orizzonte il mar Ionio riflette la luce rossastra mentre le nuvole basse sembrano tanti immaginari bisonti di una prateria celeste.


Il nuovo giorno ha inizio, il forte vento mi obbliga a indossare il passamontagna. Scendo immediatamente di quota, per il pomeriggio le previsioni portavano piogge. Lungo la pista incontro le tracce di un branco di lupi (forse tre, quelle più grosse sono probabilmente del maschio "dominante"). Più avanti, ripercorrendo le mie tracce dell'andata noto che i lupi le hanno percorse per un tratto; ma ieri la neve era immacolata, le tracce non c'erano: un chiaro segno che i lupi sono passati in zona dopo di me, forse questa notte. I "fratelli della notte" si aggiravano furtivi nelle tenebre, quasi come fantasmi...


  

Saverio De Marco (Indio)



giovedì 8 gennaio 2015

Scalata al Monte Pollino

 Qualche foto dall'ultima escursione del "Gruppo Lupi San Severino Lucano" ( con Maurizio L. Umberto G. e Antonio M.). By Indio.









sabato 27 dicembre 2014

Diario - 27 dicembre 2014

 Loricati nascosti:  nei selvaggi dirupi delle "Timpe 'e Suse"


loricati sulle rocce di "Timpe 'e Suse" - foto by Indio
Ci sono posti che sulle cartine non hanno un nome, ma non per le comunità locali che davano i nomi ad ogni "timpa" o posto del bosco. L'escursione di oggi era diretta all'esplorazione di alcune impervie zone rocciose che avevo potuto osservare da lontano col binocolo, dove avevo notato da anni la presenza di colonie rade di pino loricato.
 Parlando al ritorno con alcuni abitanti di Conocchielle ho potuto scoprire il toponimo originario di questi splendidi "promontori" rocciosi avvolti dalla faggeta, con pareti anche molto ripide. Parto presto da casa dirigendomi all'imbocco delle gole.
 La neve è poca, non più di due-tre centimetri, farinosa e asciutta. La temperatura è gelida, l'aria fredda della forra si sente nel petto. Abbandolo il fondo della gola in un punto salendo la scarpata, per avere nuovi punti di vista da cui osservare la parete della gola opposta.  Il terreno è qui estremamente accidentato e ad un certo punto ritorno nella gola. Ho fretta di arrivare al punto stabilito per iniziare l'esplorazione. Arrivato alla gola prendo la carta e rilevo l'azimut che mi serve con la bussola. Noto faggi e abeti monumentali, uno è alto e slanciato...
  In una faggeta così estesa e selvaggia la cartina è quanto mai opportuna. In questa faggeta, come in una prigione che aveva alberi al posto di sbarre, la gente poteva qui vagare per ore prima di ruscire ad uscire.

Dovrò attraversare la faggeta per arrivare ai rilievi rocciosi e anche in questo caso si marcia all'azimut per non perdere tempo a girovagare nel bosco. Comincio a salire lungo le ripide balconate rocciose e mi porto alla luce del sole, in una zona panoramica ricoperta da ginepri che si affaccia su un timpone, il quale sulla carta non ha nome. Sullo sfondo domina il paesaggio di alte montagne e pareti...
Con la neve farinosa che ricopre i pendii rocciosi devo stare attento a non scivolare. Percorrere posti così, di sicuro è faticoso e non da tutti, anche per la pazienza che richiede un terreno così ripido e accidentato. Proseguo a costeggiare le creste rocciose e intravedo il pino loricato isolato che avevo visto col binocolo, poi attraverso il bosco e mi porto su un picco roccioso popolato dalla colonia di pini loricati. E' inconfondibile la corteccia, che già in questi esemplari è divisa in piccole placche. Alcuni pini di questa colonia sono sottili e slanciati, altri più corti e tozzi. So che più sotto ce ne sono altri  (li ho guardati da lontano) ma è veramente rischioso provare a scendere: il canalone boscoso che costeggia le pareti in fondo è infatti molto ripido. Lo attraverso e mi porto tra saliscendi vari verso una seconda colonia di pino su un altro picco roccioso.



  L'ambiente è davvero selvaggio, mi pare di stare in luogo remoto nonostante non ci siano molti chilometri a separarlo dai centi abitati. Una vera e propria "area wilderness", poco o per niente percorsa dall'uomo.


Ora mi toccherà scendere a valle lungo un ripido canalone che da qui non posso però prendere, perchè c'è un salto di una decina di metri. Così risalgo i pendii portandomi in un punto in cui posso accedere agevolmente al canalone boscoso. Come saprò arrivato a Conocchielle, questo canalone un tempo doveva essere utilizzato anche per far precipitare i tronchi degli alberi tagliati.
 Sopra di me si stagliano bellissime pareti rocciose che qui sono l'habitat sia per il tasso che per il pino loricato. C'è un pino che cresce perpendicolare alla roccia, alto e dritto.



 Non si sprofonda nella neve, ma nell'accumulo di foglie secche: il risultato è che la neve farinosa tra le foglie, come polvere si intrufola a volte nelle scarpe. Avrei dovuto portare le ghette piccole, sarei stato più comodo. Piano piano e facendo attenzione a non scivolare mi porto più a valle, nei pressi di una grande roccia che già avevo avuto modo di vedere tempo fa (nei pressi di questa roccia c'è anche una risorgiva che mi fece notare l'amico Giorgio una volta). Scoprirò dagli abitanti di Conocchielle che tale località si chiama "Capanna di Gaetano" e il toponimo "capanna" sarebbe dovuto proprio alla forma di questa roccia, che evidentemente era usata come riparo da pastori e boscaioli (forse attrezzata in passato con muretti a secco o tronchi).

Adesso mi dirigo verso la strada, passo prima accanto ad un bellissimo laghetto e poi attraverso il torrente. La strada la conosco e mi porterà alla fontana. Così scendo in direzione di Conocchielle, per i pascoli, gustando bacche di rosa canina e ascoltando i tanti merli, che  emettono il classico verso di allarme sentendomi arrivare, svolazzando tra i cespugli.