lunedì 20 luglio 2015

Diario - 19 luglio 2015

L'eroe del Raganello
( dalla Scala di Barile alla discesa del canyon del Raganello)


Il cagnolino Billy "Raganello", ci ha seguiti ostinatamente su tutto il sentiero della Scala di Barile per poi ridiscendere assieme a noi il canyon del Raganello fino all'uscita delle gole alte, nuotando come una lontra nelle pozze profonde e facendosi intelligentemente aiutare e prendere in braccio nei passaggi più difficili, come cascate e salti rocciosi. A lui, al piccolo grande "Eroe del Raganello" dedichiamo questo "diario" e l'ultima avventurosa escursione nella Gola di Barile...
 
 L'amico Maurizio mi aveva proposto l'uscita nel Raganello, invitati dai fratelli Renzo e Giovanni Stimolo, appassionati escursionisti di Altamura. Non avendo impegni non mi sono lasciato scappare l'occasione di immergermi di nuovo nell'acqua fresca delle gole e nei  suo avventurosi e selvaggi meandri di roccia. Con noi anche Umberto Genovese. Ero stato tre anni fa, per la prima volta, nelle gole con gli amici Vincenzo A. e G. De Luca che ci aveva fatto da guida. Il mio unico problema è che, da buon grezzo montanaro,  non so nuotare (ma non sorridete, nemmeno Reinhold Messner sa nuotare!). L'altra volta, a parte una pozza o due non avevo avuto difficoltà, ma era pieno agosto e l'acqua non era tanta. Comunque, gli amici di questa escursione mi avrebbero dato una mano a cavarmela senza troppi problemi. L'appuntamento è a San Lorenzo Bellizzi, dove con i fratelli Stimolo ci riuniamo per poi proseguire alla Maddalena. L'escursione prevede un lungo tratto a piedi e la discesa del torrente Raganello, più o meno dai dintorni della sorgente della Lamia, prima che inizino le vere e proprie gole. E' già tardi e si suda: i pendii spogli e rocciosi di Palma Nocera, la località da cui parte l'imbocco del sentiero, sono assolati; troveremo un po' di fresco solo quando inizieremo a percorrere il maestoso sentiero della Scala di Barile, scavato nella roccia e che ormai conosco bene.















Alla frazione Maddalena abbiamo incontrato un cagnolino nero che inizia subito a seguirci. Non sembra intenzionato a tornare indietro e saltella agile e leggero tra le rocce... 


Arrivati nei boschi di leccio  smarriamo la traccia che però ritroviamo subito dopo. La vegetazione comincia a farsi intricata, ma sbuchiamo senza problemi al "belvedere", da cui le pareti di Timpa di San Lorenzo si stagliano in tutta la loro maestosità selvaggia...


Si supera l'intrico della vegetazione diretti al Raganello, sbuchiamo sopra un affluente e lo raggiungiamo scendendo da una scarpata. Il cane accaldato va subito a rinfrescarsi in una pozza d'acqua. Anche quando raggiungiamo il Raganello non sembra assolutamente intenzionato a tornare indietro, anzi vediamo subito che saltella agilmente tra i massi e nuota come una lontra nelle pozze. 



Arriviamo alla prima cascata,  i fratelli Stimolo la superano calandosi con la corda, noialtri e il cane scendiamo da un accumulo di rocce accatastate una sull'altra. Sopra di noi ci sono le pareti strapiombanti e verticali della Sallorenzo.




Troviamo le sorgenti nei pressi delle pareti e qui ci dissetiamo con l'acqua che sgorga direttamente dalla roccia. Il canyon comincia a restringersi, le sue pareti spettacolari svettano alte, il terreno si fa roccioso, con massi enormi e meandri rocciosi scavati dall'acqua.

Il cane intanto riesce a superare i salti rocciosi le cascatelle, si arrampica come un gatto sulle rocce e nuota abilmente. Se volesse, ancora potrebbe tornare indietro, ma superati i primi tratti più insidiosi, nei pressi delle alte cascate, dovremo per forza di cose portarlo con noi fino alla fine del viaggio. Superata la prima alta cascata lo esortiamo a raggiungerci da sopra per afferrarlo e portarlo giù. Ha capito che dovrà fare affidamento su di noi per poter proseguire il viaggio e ci dà fiducia facendosi prendere il braccio. Per il resto del percorso cercheremo di passarcelo quando potremo e, quando no, lo butteremo nelle pozze trovando un punto basso da cui lanciarlo. Il cane non sembra avere paura, sebbene sia timoroso quando i salti rocciosi si fanno difficili. Do un po' di taralli al cane, così almeno oggi non starà a digiuno e avrà l'energia che ci vuole per l'escursione.


foto di U. Genovese

foto di U. Genovese
foto di U. Genovese

foto di U. Genovese
foto di U. Genovese


foto di U. Genovese
Le pareti del canyon intanto si sono ravvicinate... Forse è la parte più bella del percorso, l'ambiente di roccia è qui quasi oscuro a causa dell'ombra e i massi isolati e  levigati dall'acqua appaiono come una sorta di apparizione misteriosa...  Il sole qui non arriva e cominciamo a raffreddarci a causa del continuo contatto con l'acqua. Ad un certo punto vengono pure a me i brividi... e i denti mi battono!



La prima pozza non è profonda come me la ricordavo; incontrerò problemi con quelle successive. Lascio passare gli altri, in modo che possano tastare la profondità dell'acqua. Se riesco a trovare un passaggio per aggirarle, bene, altrimenti non mi resta che lanciarmi nelle pozze, con gli altri pronti a darmi (letteralmente e non metaforicamente) una mano, e a tirarmi su nel caso sprofondi come un sacco di patate. Arrivati ad un'altra pozza profonda i fratelli Stimolo tendono una corda e così supero la pozza senza problemi procedendo velocemente: è il metodo sicuramente migliore, perchè la testa resta così sempre fuori dall'acqua. Di sicuro per me l'escursione è ancora più... avventurosa.

foto di Umberto Genovese
Superiamo la maggior parte delle cascate in corda doppia e per scendere più agevolmente buttiamo gli zaini appesantiti dall'acqua al compagno che ci ha preceduto nella discesa. Se il salto non è troppo alto e le pozze sono abbastanza profonde e prive di massi buttiamo in acqua anche il cane, di cui non sappiamo il nome e che abbiamo ribattezzato "Raganello".





Si sa che il percorso per attraversare le gole cambia continuamente. Lo notiamo appena incontriamo le cascate. L'acqua delle piene smuove i grossi macigni, tappa passaggi che prima erano percorribili  per valicare i salti rocciosi e ne crea altri. Il gioco erosione/sedimentazione è qui evidente più che mai. Posso notare di persona i cambiamenti del corso del torrente dall'ultima volta che venni qui. Ad esempio, noto che l'acqua non passa più nel bellissimo scivolo che formava una cascata, ma da un'altra parte. Un passaggio che anni fa ricordavo ostruito ora è aperto e lo utilizziamo per aggirare una cascata, evitando di calarci anche qui con la corda. Ma il Raganello non è solo rocce e cascate, è anche la vegetazione rupestre che ci sovrasta e la fauna che popola il torrente, sebbene le specie presenti non siano molte. Avvistiamo una biscia dal collare, le comuni rane e un coleottero sul dorso che da dorato diventa verde brillante... E poi quando il letto si allarga vediamo svolazzare bassi quelli che sembrano balestrucci (uccelli simili alle rondini)


Superato il classico masso gigante incastrato tra la gola con cui tutti si fotografano, arriviamo ad un altro posto suggestivo, ovvero l'Anfiteatro del Diavolo, in cui la volta della parete sovrastante non è perfettamente verticale ma si inclina a formare un maestoso strapiombo. Poi il letto del torrente man mano si allarga e torniamo a rivedere il sole, i cui raggi sono ben graditi dopo essere stati svariate ore a mollo nelle fredde gole. Anche il cane, che aveva cominciato a tremare come noi, si corica al sole. Gli lascio il resto dei miei taralli e mi accontento di qualche caramella e di un po' di frutta secca.



Il letto del torrente diventa sempre più largo e l'acqua sempre più bassa. L'ultimo passaggio delicato è prima dell'uscita dalla gole. Qui c'è una cascatina da superare in discesa in corda doppia e una pozza profonda che io dovrò attraversare agganciandomi alla corda tesa dai fratelli Stimolo. Il cane intanto sembra sparito... notiamo che cerca di arrampicare le pareti rocciose per portarsi fuori dalla gola. Lo vado a recuperare e lo porgo agli altri: è l'ultima pozza che dovrà attraversare a nuoto prima dell'arrivo a casa, nei pressi della masseria dove lo abbiamo incontrato.




foto di Maurizio Lofiego
Usciti dalle gole un autoscatto con tutto il gruppo è d'obbligo: 5 uomini e un cane oggi hanno ridisceso le gole in un escursione che sarà difficile dimenticare. Arrivati alle macchine incontriamo anche una signora anziana,  la padrona del cagnolino; dice che il cane è un trovatello e si chiama Billy... per noi sarà "Billy Raganello", l'eroe di questa bella giornata...


domenica 14 giugno 2015

'U Cacch'v


 "Ma cerchiamo la stessa cosa anche in altri luoghi –
nelle grotte, nei labirinti, nei deserti dove ha dimora il
Tentatore. Per chi sa riconoscere i simboli, ogni luogo
racchiude una vita immensa." 
(Ernst Junger)


Esplorazione del Cacch'v con Maurizio Lofiego. Foto e video by Indio.









foto di Maurizio Lofiego











Il video dell'escursione


sabato 6 giugno 2015

Diario - 3/5 giugno 2015

 Anello del Pollino orientale in mountain bike  

Mezzana Salice, Palladoro, Catusa, Pietrasasso, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Bosco Capillo, Alessandria del Carretto, Monte Sparviere, Pietra sant'Angelo, San Lorenzo Bellizzi, Civita, Colle San Martino, La Fagosa, Toppo Vuturo, Cugno dell'Acero, Acquatremola, Mezzana Salice


L'Anello del Pollino orientale: in rosso i percorsi di sterrato, in azzurro le strade asfaltate







"Freedom is just another word for nothing left to lose"
 (da: "Me And Bobby McGee" di K.Kristofferson - J. Joplin)

L'idea di un lungo trekking in mountain bike percorrendo il versante est del Parco del Pollino, ovvero il "Pollino orientale", come nel titolo del libro di Antonio Larocca, mi era venuta tempo fa, complice l'acquisto di una nuova bici. Nonostante non fossi molto allenato per un trekking così impegnativo, mi sono buttato lo stesso: le ispirazioni passano in fretta, quando si è predisposti  non bisogna lasciarsi scappare il momento. Il trekking si è svolto lungo tre tappe diverse: quella centrale è stata la meno impegnativa, mentre la prima e l'ultima sono state belle ma stremanti. In tutto, come dice il mio GPS, i chilometri percorsi in totale son stati 140, sia di sterrato che di asfalto. Il mio approccio non è stato ovviamente "sportivo", ovvero di inseguire numeri fatti di record e tempi. Ho voluto semplicemente vagabondare di nuovo "on the road" per le strade di montagna del Pollino, attraversando boschi, valichi, pascoli e piccoli paesini e rivedendo qualche amico del Pollino orientale, tra cui Nino Larocca e Lorenzo Agrelli, che ringrazio per avermi gentilmente ospitato i primi due giorni, rispettivamente ad Alessandria del Carretto e a San Lorenzo Bellizzi. Ho portato con me solo uno zainetto, una giacca a vento e un sacco a pelo, quindi rigorosamente senza la divisa da ciclista e senza casco ( lasciate perdere me che ho la "testa dura", portate sempre il casco quando andate in mtb!).

by Indio

Il primo tratto comprende lo sterrato di Tuppo Gentile- Palladoro, raggiungibili da San Severino Lucano. Arrivato alla Catusa una sosta è d'obbligo per riempire la borraccia di acqua fresca. La strada è a tratti impraticabile, perché erosa dall'acqua.

Palladoro

Sorgente Catusa
Prossima meta è il Rifugio Acquafredda, aggirando la Timpa di Pietrasasso sul lato ovest. Prima di arrivare a San Costantino Albanese si aprono bei panorami sulla Valle del Sinni. Non ho possibilità di incontrarmi con l'amico Quirino che non è al paese, ma mi dà delle dritte al telefono su come raggiungere San Paolo e poi Alessandria.


San Costantino Albanese
Attraversato il Sarmento mi aspetta una dura salita. Le forze cominciano a mancare e fa caldo. La pendenza è ripida e decido di portarmi a mano la bici fino al paese, dove mi fermo in un bar a bere un crodino e a mangiare un po' di crackers. Attraversata l'opera d'arte contemporanea delle "scope giganti" di Anna Rapinoja comincio a salire affacciandomi sul bel panorama con il paese di Cersosimo, le sue campagne e i boschi.



Cersosimo sulla sinistra

La strada è perennemente in salita, dovò salire fino al monte Garnara: dai 400 metri del Sarmento fino a 1200 m. sono ben 800 metri di dislivello. Nel bosco si notano begli esemplari di querce, della specie Farnetto. E' un peccato che questa strada sia stata asfaltata, visto che non passa nessuno e visto che comunque c'è già il collegamento da Cersosimo per Oriolo e per Alessandria. Finora ho incontrato solo un pastore di capre nascosto nel bosco con i suoi cani, che mi son venuti incontro abbaiandomi. Arrivato verso il Timpone Spagnuolo posso ammirare i panorami che guardano a sud-est verso il Monte Sparviere e le zone del comune di Terranova, verso nord invece noto le lontane e per me sconosciute valli calabresi, verso Oriolo.



 Incontro un altro gregge di pecore e capre, spuntano i cani da pastore, quasi tutti maremmani. Mi abbaiano, ma gli parlo e si tranquillizzano. Ne riesco a contare ben 15! Più cani che capre quasi...



Superato il timpone eccomi di fronte Alessandria del Carretto, un bel borgo ammantato dai boschi. In lontananza si vede una fiumara che poi scoprirò chiamarsi il Fiume Ferro... Nino mi aspetta nella sua casa di campagna. Stasera a casa sua c'è una cena tra gli amici del Gruppo Speleologico Sparviere, con ospiti anche due esponenti del soccorso alpino e della speleologia del centro Italia.

Alessandria del Carretto


Superato il paese arrivo finalmente alla casa di Nino. Tra gli altri ci sono anche gli amici Ettore Angiò e Lorenzo Agrelli affacciati sulla veranda. Sotto la casa c'è un bel campo di grano carosella, seminato da Nino, e sullo sfondo domina il versante selvaggio del Monte Sparviere.

Dopo cena quelli che rimangono si sistemano tutti nel sacco a pelo, qualcuno dentro, altri all'aperto come me. Data l'enorme stanchezza cado in un sonno profondo e mi sveglio al sorgere del sole. Nino si è alzato e mi porta  a visitare il resto della proprietà. Dopo un caffè al paese, gli altri vanno via per un'escursione da San Lorenzo, io proseguo in bicicletta verso Piano Farneta e lo Sparviere.


La cosa più affascinante della traversata è la bellissima foresta di aceri secolari, di varie specie, un vero e proprio paleo bosco, raro in Europa: per chi come me è appassionato di alberi è una vera meraviglia... forse il tratto più suggestivo dell'intero trekking.


Lungo la strada mi disseto alle tante fontane che incontro, poi arrivo sulla cresta del monte, lascio la bici e mi arrampico sulla cima a piedi. Ho notato maestosi esemplari (quelli rimasti) di abete bianco, che qui è autoctono. Le antenne presenti sul crinale sono purtroppo uno sfregio a questa bellissima montagna.


Dallo Sparviere scendo per i boschi fino ad incontrare delle mulattiere fatte a pietra, a secco, che rendono la pedalata difficile e la discesa stressante, poi ritorna lo sterrato. Infine trovo l'asfalto e incrocio il bivio per Cerchiara: sulla destra arriverò a San Lorenzo dalle sommità di Pietra Sant'Angelo. Da qui il panorama è dominato dalla Gola di Barile.






 Lorenzo è impegnato e non è in paese, Andrea, un ragazzo di Roma che si è trasferito qui mi dà le chiavi della casa dove Lorenzo mi ha gentilmente fatto alloggiare. Al bar ritrovo Nino e gli altri dal ritorno dell'escursione e si beve assieme una birra, mentre a cena sono invitato dal ragazzo romano. Andrea ha imparato bene le tradizioni culinarie locali: era da tempo che non mangiavo le patate fritte assieme alle salsicce con la sugna...Domani mi aspetta l'ultima e più difficile giornata... dovrò tornare a casa passando per Civita e poi per la Fagosa, fino al Toppo di Vuturo: da lì sarà quasi tutta discesa e quindi ci metterò poco per raggiungere  casa. Sceso da San Lorenzo attraverso il Raganello, che qui ormai ha l'aspetto di una fiumara e vado a Civita, poi seguo l'asfalto per Colle Marcione.

Civita, da lontano


Raganello, ormai con l'aspetto di una fiumara

Civita
Il tempo è stato clemente, ma nel senso che il cielo è diventato nuvoloso e una sana frescura è quel che ci vuole per evitare il sole di queste parti. Si sentono anche dei tuoni. Pascoli, uliveti e ginestre, qualche casolare, e lo gole imponenti sullo sfondo... Faccio a piedi gli ultimi ripidi tornanti prima di Colle San Martino, poi sempre a piedi comincio a salire le ripide mulattiere che conducono alla strada della Fagosa.




Intanto comincia a piovere, metto giacca a vento e copri zaino. La strada della Fagosa è, complice anche l'acqua che comincia a cadere, fangosa e piena di pozze d'acqua ( causate soprattutto  dall'accesso libero ai fuoristrada, che ovviamente scassano tutto): in questi casi bisogna scendere e atraversare a piedi sui margini. La Fontana del Principe sprizza acqua da tutte le parti. La Fagosa, se non fosse per le buche piene d'acqua di questo periodo, sarebbe ideale per la mountain bike: a parte qualche salitina ripida, il resto è un divertente saliscendi. La pioggia non cessa e ci sto mettendo troppo a causa dei tratti di  strada impraticabile.



La stanchezza è tanta, dopo dieci ore sono arrivato quasi al limite... Se il tempo peggiorerà e farà buio troverò qualche casolare abbandonato e vi dormirò, ma comunque ho ancora parecchie ore di luce e conto di farcela. Incrocio di nuovo il Raganello, che qui è un torrente.... Incontro un pastore che viene a richiamare il suo pastore tedesco che mi è venuto incontro abbaiando e mi fermo a parlare, descrivendogli il tragitto fatto e da dove vengo... Mi aspettano ancora le ripide salite che portano a Toppo Vuturo dai pascoli della Falconara, poi arriverà la liberatoria discesa. Da Lago Duglia mi inoltro per la pista forestale che attraversa la foresta di Cugno dell'Acero, anche questa ideale per la mountain bike, poi giungo finalmente ad Acquatremola. L'anello del Pollino orientale è concluso e anche stavolta ho portato con me scorci, paesaggi e volti del Pollino...




Acquatremola