venerdì 22 gennaio 2021

Diario - 19 gennaio 2021

La montagna incantata

da Mezzana Salice alla cima di Serra del Prete (escursione in solitaria)

Panorama dalla cima di Serra del Prete - foto  by Indio

 Non poteva mancare anche quest'inverno, una lunga escursione "dall'uscio di casa" fino alle sommità innevate delle montagne, tipologia di escursione che rimanda al periodo dei miei anni giovanili, quando il gusto dell'avventura mi portava spesso da solo ad arrancare sui pendii delle montagne. Il tempo passa inesorabile, ma l'importante è riuscire ancora a fare quello che ci piace... come ad esempio vivere un'immersione nella natura selvaggia invernale, più inospitale e severa rispetto ai periodi della bella stagione...

La meta è Serra del Prete, posso sempre osservare la sua cima dalla finestra della mia stanza, vedendone mutamenti giorno dopo giorno: la neve che è caduta copiosa e che forma i cornicioni, la neve sulla cresta spazzata via dai venti di scirocco, la cima avvolta dalle nubi, il bosco ghiacciato dalla galaverna  e poi il rinverdire lento della faggeta sui suoi fianchi, quando l'inverno cede il passo alla primavera. Soprattutto in questa stagione, dopo le nevicate e con le basse temperature, sento sempre il richiamo di questa montagna: una piramide che svetta sulle valli, che con la neve e il ghiaccio si abbellisce come un tempio sacro e ispira così l'escursione, in una sorta di pellegrinaggio postmoderno. Per chi vive in montagna il motto di John Muir "andare in montagna è tornare a casa" acquista una valenza ancora più intima; chi vive in un paese di montagna è come se si sentisse a casa anche sulle cime, perché esse fanno parte di quella "Heimat" che si rivela appunto come il " luogo fisicamente e paesaggisticamente determinato, in cui si è nati e cresciuti o in cui, per confidenza acquisita attraverso una lunga frequentazione ed una profonda sintonia, ci si sente a casa"(1)

La neve non è tanta, ma è fresca e soffice; si sprofonda, il manto nevoso scivola sotto i piedi. Senza l'avvicinamento in macchina fino a Impiso l'escursione diventa, sprattutto con la neve, abbastanza impegnativa: si deve costeggiare il torrente Frido percorrendo l'altopiano a cui si accede da Conocchielle, fino al Piano di Vacquarro e poi alla cima, con un dislivello nominale di 1230 m. Procedo veloce sulle alture punteggiate di numerosi agrifogli monumentali, al cospetto delle selvagge pareti di Cresta della Madonna del Pollino, bastione roccioso che domina la Valle del Frido, poi mi inoltro nel bosco di faggio: qui la neve e il ghiaccio cominciano a ricoprire i rami e i tronchi degli alberi, la neve ha decorato la foresta con la suaveste immacolata. E' proprio vero che si può percorrere lo stesso sentiero ma avendo sempre una percezione, una visione diversa dell'ambiente circostante: la wilderness è uno stato d'animo anche in questo senso, il paesaggio muta in base alle stagioni o per un diverso tipo di luce... e la nostra sensibilità è stimolata sempre in maniera differente. Le solitarie consentono proprio di affinare meglio i sensi, di immergersi in raccoglimento nelle atmosfere invernali della montagna, di "sentire" le grandi forze che hanno plasmato il nostro pianeta.
Superato il bosco d'alta quota, con i tronchi ricoperti di galaverna che crea un'incantevole atmosfera, arrivo sul crinale scoperto dove la neve fresca, spazzata dal vento, ha lasciato il posto ad una crosta ghiacciata, che consente di arrivare velocemente in cima. Gli ultimi faggi sono un simbolo di resistenza, piccoli e sofferenti, sono quelli esposti maggiormente alle condizioni climatiche avverse. Procedo spedito con le mie ciaspole dotate di ramponi laterali, il cielo è sereno, il sole di fronte mi acceca, sferza un vento gelido durante la scalata. Si sente solo il rumore del metallo dei ramponi, che stride a contatto con il ghiaccio, il vento e il mio affanno. Davanti a me si stagliano sculture di neve e ghiaccio, e l'artista è il vento che li modella nelle forme più svariate... Intanto si aprono gli estesi panorami che regala questa montagna; essendo oggi l'aria molto tersa e limpida gli orizzonti sono ancora più sconfinati, una percezione che mi viene soprattutto dalle onde lontane del Mar Tirreno, che si rivelano nell'azzurro chiaro che emerge sotto la catena di nubi, difficilmente visibili in altre situazioni meteorologiche.
Sulla cima l'aria diventa calma, mi godo i raggi del sole. Poi, appena imboccata la via del ritorno seguendo a ritroso le mie tracce, il vento comincia a soffiare più forte, un vento gelido, che "taglia la faccia"; calano le nuvole e la neve fresca è spazzata via, come sabbia, il sole diventa un puntino bianco che traspare dalla nebbia: uno spettacolo che mi fa esultare. Provo a fare delle foto per immortalare quegli attimi, ma le mani sono gelate, sto perdendo sensibilità alle dita. Lascio perdere la macchina fotografica e indosso i guanti pesanti. Procedo spedito in giù lungo il crinale nord; la montagna, dopo l'ospitalità ricevuta in cima adesso è come se mi respingesse... vai via, tornatene a casa, sembra voler dire...
Raggiungo finalmente il bosco che ammanta il crinale, più in basso: sono al riparo, le mani tornano a riscaldarsi. Adesso bisogna scendere dalla montagna, facendo attenzione lungo i ripidi pendii. Il manto nevoso è instabile, si rischia di scivolare, mi aiuto puntando avanti i bastoni.
Sceso giù a valle, non mi resta che seguire le tracce dell'andata, mentre la grande montagna alla mie spalle è ormai avvolta dalla nebbia... e lentamente si dissolvono le ultime luci del pomeriggio.


by Saverio De Marco (Indio)



(1). http://leucodermis.blogspot.com/2017/04/heidegger-e-la-questione-della-tecnica.html





















Indio - autoscatto







domenica 13 dicembre 2020

Il Giardino Innevato


"Quest'ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli Dei né gli uomini, ma era sempre ed è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne."

(Eraclito)



Escursione al Giardino degli Dei in una splendida atmosfera invernale, tra neve, ghiaccio, nebbia, nuvole... nella cornice del profondo azzurro del cielo. Foto by Indio.





















lunedì 25 maggio 2020

Diario - 22 maggio 2020


Solitudini selvagge
Nei impervi versanti est di Serra di Crispo


“Presso di noi non c’erano templi o santuari che non fossero quelli della natura. Uomo della natura, l’indiano era intensamente poetico. Avrebbe ritenuto sacrilego costruire una casa per Colui che si poteva incontrare faccia a faccia nelle misteriose, ombrose navate della foresta primordiale, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia, e lassù nella volta ingioiellata del cielo notturno!”
(Charles Eastman)


 Non ho mai amato i compleanni, credo che si tratti di numeri che imbrigliano la nostra vita, la rendono quasi un oggetto misurabile. Sarebbe meglio che l'età (come misura del tempo) non esistesse, ma la grande macchina dell'organizzazione burocratica lo esige. Oggi voglio andarmene da solo, voglio aggirarmi senza una meta vera e propria in aree selvagge e impervie, vedere scorci nuovi, essere immerso nelle atmosfere  wilderness che tanto amo. Mi dirigo verso la mia montagna preferita, Serra di Crispo, con la quale ho quasi un legame sentimentale, fin da ragazzo. Lungo i suoi versanti ho compiuto le mie prime escursioni in solitaria, sono stato centinaia di volte sulla sua sommità, da solo, con amici o con i gruppi, come guida escursionistica. Oggi mi dirigo verso le aree più impervie della montagna, i versanti est, che mettono alla prova anche l'escursionista più esperto. Non ci sono sentieri, il terreno è accidentato, i saliscendi continui, si arranca nei ripidi pendii popolati dalla faggeta antica, sui ghiaioni di pietrisco o saltando da un masso all'altro in distese di enormi  massi, rotolati giù dalle pareti. Esploro creste rocciose nascoste dalla faggeta, rocce fratturate che creano ripidi canaloni. Cerco possibili grotte o inghiottitoi. Un altro mondo esiste, impercettibile e solo immaginabile sotto di noi. Ancora vive sono le leggende delle grotte frequentate dai briganti, con scalini scolpiti nella roccia e fantastici tesori... Scorgo aceri e faggi colossali e piante di svariate specie. Generi, specie, nomi, sembrano perdere d'importanza. Sono categorie pur sempre umane, ciò che si percepisce è una varietà di modi dell'essere, materia animata e inanimata... anzi,   animata un tempo, come le rudiste fossili di milioni di anni fa, delle quali è rimasto il disegno nelle nude roccia calcarea. La fissità e l'isolamento di parti della natura per studiarle è una convenzione umana, una necessità per venire a capo della sua complessità. Ma ogni cosa è parte della Totalità. Una natura selvaggia in lento mutamento, ma stabile nella ciclicità dei suoi ritmi. E' solo la civiltà che stiamo vivendo ad avere spinto l'acceleratore verso la trasformazione e il dominio tecnologico del mondo. Ma non è una questione di uomo contro natura; semmai, essendo noi stessi natura, il nodo da sciogliere è il rapporto che nella nostra società si va instaurando con gli altri esseri viventi, con gli ambienti naturali... in una parola con l'alterità non umana. Nei luoghi selvaggi sembra vigere ancora l'antico ordine naturale, che si rivela al camminatore. La meta non è la cima, ma ascendere al cospetto di magnifici esemplari di pino loricato, che si ergono su pareti strapiombanti, al limitare della faggeta, dove comincia il loro regno. Sono davvero solo? Lungo il percorso, ad ogni passo, si rivela la compagnia di fiori di specie vegetali diverse, i versi degli uccelli sono la colonna sonora della giornata, le lucertole si muovono veloci sui massi illuminati dal sole. Il flusso dei miei pensieri è un tutt'uno con l'azione del mio corpo, e  il corpo è essenzialmente volontà. Come un animale selvatico, arranco lungo i pendii, ascoltando il battito del cuore che accelera ad ogni salita; bisogna coordinare i movimenti sul terreno accidentato, un passo falso e il perfetto funzionamento di quell'ammasso di nervi e ossa che è il mio corpo potrebbe compromettersi. Il rischio di farsi male è un'eventualità sempre possibile, ma l'abitudine, l'esperienza di centinaia di escursioni in ambienti impervi sono alla base della fiducia nelle proprie capacità.  La fiducia è fede e la fede porta al risultato, ovvero, in questo caso, ad adattarsi alle asperità della natura selvaggia. Arrivo su un'altura e si estende un panorama superbo su foreste e montagne: montagne che conosco bene, ma ogni nuovo scorcio  è un punto di vista diverso; siamo  esploratori anche di luoghi a noi familiari. Valicata la linea di cresta, mi porto in ambienti montani più accoglienti. Mi accolgono splendide fioriture di narcisi, viole e margheritine. Superati i pascoli entro nella faggeta. Raccolgo un po' degli spinaci selvatici, porterò a casa non solo fotografie, ma anche qualcosa da mangiare.  Il sentiero in discesa è una comoda traversata nella ormai scura  foresta. La colonna sonora non si ferma, i versi di merli, fringuelli, capinere, luì piccoli mi accompagnano fino alla strada, mentre le luci del crepuscolo illuminano di rosso i tronchi dei faggi...