Attraversammo l'immensa foresta innevata della Fagosa costeggiando i bastioni rocciosi di Serra delle Ciavole, avvolti dalla nebbia. Uscimmo ad un certo punto fuori dal bosco e si dipanò quest'immagine. Questo posto sembra circondato da un'aria di mistero... sembra suggerire l'inacessibile, l'inviolato... una visuale di mistica e selvaggia bellezza. Wilderness allo stato puro.
martedì 20 maggio 2008
Luoghi selvaggi
Attraversammo l'immensa foresta innevata della Fagosa costeggiando i bastioni rocciosi di Serra delle Ciavole, avvolti dalla nebbia. Uscimmo ad un certo punto fuori dal bosco e si dipanò quest'immagine. Questo posto sembra circondato da un'aria di mistero... sembra suggerire l'inacessibile, l'inviolato... una visuale di mistica e selvaggia bellezza. Wilderness allo stato puro.
Stupore
Sul mucchio di pietre della cima di Serra del Prete, circondato dallle nevi, trovai un giorno centinaia di coccinelle. Non essendo uno zoologo o un esperto naturalista, non ho mai capito cosa facessero così ammucchiate e perchè stessero proprio sulla cima. Mi avvicinai con lo stupore che può avere un bambino verso un'immagine insolita. Mi è capitato anche sulla cima di un altra montagna di vedere lo stesso spettacolo... Questa è perciò una foto figlia dell'antico e spontaneo stupore per la natura...
martedì 13 maggio 2008
Escursioni nel Lazio
1. dentro un' antica grotta presso i boschi della Tuscia - 2.presso la caldara di Manziana
La nostra prima meta è stata
L'escursione più bella ed impegnativa è stata però quella ai Monti e al Lago della Duchessa, percorrendo la selvaggia Valle Amara. La neve era molto alta e a
1.l'imponente bastionata rocciosa della Maiella, dal Monte Pellecchia - 2. ruderi dell-antico abitato di Montefalco
Un'escursione non è solo sfida ai propri limiti e conquista della cima... E' anche un modo diverso per trascorrere il tempo libero, per chiacchierare, scerzare e divertirsi. Ed è anche un modo per uscire dalle dinamiche frenetiche e consumistiche del divertimento metropolitano di fine settimana... Dico perciò a tutti quelli che vivono a Roma: uscite un pò da 'sto casino e cercate il contatto con la natura!
domenica 13 aprile 2008
Diario - 10 aprile 2008
chiacchierata col "maestro" - foto by Carmela De Marco
ta della Timpa della Madonna. Un’escursione con Braschi è entusiasmante, per la profonda conoscenza che egli ha del territorio, per le cognizioni geologiche, naturalistiche e storiche. E’ un legame profondo, quasi simbiotico quello di Braschi con il Pollino, legame di intenso amore per questa terra, che lo ha portato a diventare prima il principale poniere dell’escursionismo nel Pollino e poi uno dei primi promotori della salvaguardia ambientale delle nostre bellissime montagne. Con le foto stupende delle cartoline e dei suoi libri e con la descrizione minuziosa di decine e decine di itinerari egli ha saputo comunicare ai giovani la consapevolezza degli immensi tesori che rivelano le nostre montagne che noi, gente del posto vissuta qui per generazioni e abituata a vedere da sempre certi paesaggi, quasi ignoravamo… Braschi è diventato così il nostro "maestro". L’itinerario dell’escursione ha previsto la discesa al Fosso Iannace, verso Piano del Cerro. Questo tratto di Fosso Iannace è popolato da faggi secolari enormi, con rocce mastodontiche, attrezzate anche per l’arram
picata. L’ambiente è suggestivo e selvaggio. Siamo andati poi al Piano del Cerro, dove Braschi, che sa vita morte e miracoli del nostro territorio, ci fa notare delle strane pietre vuote all’interno, quasi come dei gusci, di cui (ahimè) non ricordo il nome. Le mie nozioni di geologia equivalgono purtroppo a zero… Ci dirigiamo salendo verso Pietra Iaccata; qui un’insenatura spezza in due bastioni rocciosi la cresta della timpa, formando una specie di gola. Ci dirigiamo così verso il sentiero realizzato da Braschi. La luce rossastra del tramonto illumina i boschi e le rocce del paesaggio. La cresta è un continuo “belvedere”. Guardando a sinistra, il giardino degli dei domina la foresta, da cui spuntano imponenti le cime degli abeti bianchi; a destra la Serra dell’Abete e gli estesi pascoli… di fronte abbiamo la solenne Serra del Prete, ammantata di neve. Il “sentiero dei giardini rocciosi” si sn
oda attraverso rocce popolate da una vegetazione ricca, che annovera faggi, lecci, cerri e altri alberi ancora. Arriviamo alla cima, sotto la bruttissima statua di un cristo, fatta realizzare illecitamente e in barba ad ogni minimo senso di rispetto per l’ambiente. Non è che uno dei tanti obbrobri presenti sul Pollino. Così, tra una chiacchierata e l’altra, giungiamo al santuario. La vecchia rotonda, coi lavori di ristrutturazione, è stata levata… con grande rispetto per la memoria storica dei pellegrini! Ma a parte questa mancanza i rifugi sono realizzati con criterio, soprattutto quello a sinistra della chiesa. Continuiamo la nostra chiacchierata, mentre le ombre della sera calano lentamente e le sagome degli alberi si proiettano scuri nella luce rossa del cielo, dirigendoci verso il parcheggio vicino Fosso Iannace… giovedì 3 aprile 2008
Diario - 31 marzo 2008
à la scalata della ripida cresta nord-ovest del Monte Pollino. A Colle Impiso la neve è ancora giacciata e procedo velocemente, senza bisogno delle racchette. Al Piano di Vaquarro c’è quella che io considero la pù bella visuale che si possa avere del mitico monte di Apollo. I pini loricati del crestone sud-ovest , illuminati dalle prime luci del mattino, dominano austeri i ripidi pendii dei boschi che circondano Colle Gaudolino, in un’atmosfera quasi irreale. Arrivo a Gaudolino e prendo il sentiero che porta in direzione nord ai Piani di Pollino. Superato il versante più ripido del bosco, in diagonale, bisogna poi tagliare a destra cominciando a salire per la dorsale sud-ovest, qui ancora coperta dal bosco intricato di piccoli faggi. Nella neve si sprofonda, anche se lo strato superiore è ghiacciato. Le racchette sono indispensabili come anche la picozza. Finalmente dopo un po’ sbuco in alto, contento come un bambino, fuori dal bosco, tra i maestosi pini loricati del crestone. L’ambiente è veramente spettacolare per la sua bellezza selvaggia. La montagna d’inverno è tutta un’altra cosa. La neve ammanta la montagna di atmosfere misteriose. .. Il percorso che ho compiuto è poi tra quelli più unici perché poco seguito dai normali turisti. Il ripido pendio è ricoperto tutto da vetrato, ovvero ghiaccio scivoloso che si forma sulla neve. Con le racchette che ho ai piedi, dotati di ramponi anche ai lati e dotati di un solleva- tallone, posso avanzare con sicurezza (indubbiamente queste magnifiche ciaspole sono l’acquisto più importante della mia attrezzatura). L’uso della picozza (finalmente m’è servita a qualcosa!) è indispensabile come punto d’appoggio e di sicurezza, sia per mantenere l’equilibrio durante l’ascesa, e sia per frenare un’eventuale scivolata . Senza di essa e senza ramponi non si possono afffrontare i ripidi pendii ghiacciati. La salita è molto divertente. La bellezza del paesaggio mi ridà energia, annulla in un attimo tutta la fatica della salita compiuta in mezzo al bosco. Sono circondato da paesaggi infiniti… I piani di Pollino con Serra di Crispo e delle Ciavole… Il Monte Alpi… i monti dell’Orsomarso…. Ad un certo punto la picozza mi scivola di mano sce
ndendo giù per decine di metri! Non bisogna mai tirare fuori la mano dal lacciolo. Meno male poi che la picozza si arresta. Non è bello vedere sparire cinquanta euro giù per un pendio ghiacciato! Così purtroppo devo ridiscendere lungo il pendio per riprendere la picozza. Le racchette in discesa sono scomode e rischio di scivolare; ma alla fine, aiutandomi con un bastoncino da trekking, riesco a recuperare l’attrezzo. Si continua ad arrancare in verticale. Finalmente mi appare la cima del Monte Pollino. Si prosegue seguendo la linea del crinale. Il ghiaccio sparisce e si affonda nella neve fresca. Le cornici di neve disegnano la linea ascendente del crestone. Lo stesso manto nevoso è percorso dal disegno di strane linee ricurve… Faccio molte foto. Purtroppo il tappo del mio obbiettivo Nikon mi casca e rotola giù velocissimo sulla neve ghiacciata, perdendosi tra i pendii scoscesi. Pazienza. Passo quasi indifferente vicino alla cima. Se non ci fosse quel bruttissimo blocco di cemento sarebbe meglio. Basta un mucchietto di pietre per segnalare il punto più alto di una montagna. E poi lo scopo delle escursioni nel Pollino non è certo la conquista della cima (conquista irrilevante, trattandosi di montagne che superano appena i duemila
metri) ma l’attraversare i suoi ambienti più selvaggi e suggestivi. Nei pressi della cima cala la nebbia… Sono circondato dalla neve e dalla nebbia… sembra che mi stia aggirando in una spacie di deserto bianco immerso tra le nuvole. Adesso comincia la discesa. La neve è marcia e scivolosa. La maniera migliore e più sicura per procedere sui pendii in discesa, soprattutto in quelli più ripidi, è quella di creare dei gradini con l’affondo dei talloni. Sono le due e mi concedo la seconda breve pausa della giornata, seduto su un mucchio di pietre. Un po’ di fichi secchi e qualche biscotto e poi si riparte. Costeggio la dorsale sud, che mi porterà all’imbocco del sentiero della via classica, quella che conduce a Gaudolino. Vado un po’ più avanti, smarrendo il punto d’imbocco del sentiero, accorgendomi subito che proseguendo da quella parte si va dritti versoPollinello. Ritorno indietro e comincio a scendere lungo il sentiero della via classica, che passa accanto ai grandiosi e particolari pini loricati aggrappati alla roccia. Il sentiero poi porta nel bosco, vicino a faggi secolari. Sono a Gaudolino finalmente, e così mi ricongiungo alle tracce dell’andata. Il percorso ad anello si è compiuto. Sono molto stanco e non mi resta che indossare di nuovo le racchette e procedere velocemente verso Colle Impiso…mercoledì 26 marzo 2008
Il tesoro nascosto sul Monte Cerviero
La mattina di Pasqua sono salito per la prima volta sulla vetta del Monte Cerviero, una montagna del Pollino poco conosciuta e poco considerata come meta di escursioni che tuttavia ha sempre avuto per me una forte carica simbolica.
Infatti il monte Cerviero sovrasta la casa dei miei nonni materni che vivevano in contrada Fratta a Rotonda ed i suoi boscosi pendii che cambiavano aspetto con il succedersi delle stagioni erano il luogo mitico in cui ambientare le mie fantasie infantili piene di avventure ed incontri magici.
Il contesto nel quale il monte Cerviero veniva evocato nei discorsi dei miei nonni contribuiva ad ammantarlo di una carica di mistero: la mia bisnonna mi raccontava di fugaci avvistamenti di diabolici lupi dagli sguardi famelici che scacciati dai pastori della Valle si rifugiavano sul monte Cerviero pronti a sferrare d'improvviso micidiali agguati. Mia nonna Teresa ne scrutava con sguardo grave la mole imponente alla ricerca di quei segnali che per il suo occhio esperto erano presagi dell'incipiente Inverno o preludevano alla verdeggiante Primavera. Per lei il monte Cerviero era un vero e proprio "barometro" naturale: "Il tempo è cambiato: è scesa la neve sul Monte Cerviero!" : significava che era giunto il momento di conservare le ultime provviste dell'orto e tirare fuori dall' armadio coperte e cappotti...
...A Ovest Coppola di Paola e Serra del Prete...
La strada forestale che si trova di fronte al fortino di Campotenese, nei pressi della chiesetta, porta fino alla vetta attraversando un bosco misto di faggi e pini neri. Purtroppo numerosi sono i segni dell' inciviltà lasciati dal passaggio di sconsiderati amanti del picnic...chi dovrebbe rimuoverli? E perchè non lo fà? Domande assillanti che rimarranno senz'altro senza risposta...
L'ascesa alla vetta per fortuna non riserva solo brutte sorprese: qui e là nel bosco sono visibili spiazzi in cui i carbonai preparavano la carbonella e tra la vegetazione si scorgono i resti di suggestivi ricoveri costruiti con grosse pietre dai pastori.
Niente male come ricompensa per una passegiata durata in tutto poco più di un' ora! Tutto sommato non mi ero sbagliato: c' era davvero qualcosa di magico sul Monte Cerviero.
WERNER.
mercoledì 19 marzo 2008
Diario 17 - 18 marzo 2008
piccolo lago nella foresta - foto by Indio
L’escursione di questi due giorni, compiuta assieme all’amico Vincenzo, ha avuto come obiettivo principale l’attraversamento dell’estesa e selvaggia foresta della Fagosa. Mio padre dice che in passato era considerata una foresta infestata dai lupi...
L’itinerario è iniziato dal sentiero che passa per Lago Duglia, nel bosco Cugno dell’Acero, portando ad un altro posto spettacolare del Pollino, Pietra Castello, dall’aria misteriosa e quasi “mistica”, chiamata così perché ricorda un castello scolpito
nella roccia, che si erge solitario dominando la foresta sottostante. In questo posto convivono fianco a fianco faggi, stupendi esemplari di pino loricato aggrappati alla roccia e giovani piante di abete bianco. La neve già qui è alta e indossiamo subito le nostre racchette da neve. Il sentiero, sommerso dalla neve e la cui traccia è appena percettibile, scende direttamente in direzione della Fagosa. Da questo momento impiegheremo circa otto ore di marcia ininterrotta nell’attraversare solo la metà dell’immensa foresta per arrivare al Piano di Acquafredda, dove siamo intenzionati ad accamparci per la notte. La foresta infatti continua ancora ammantando i pendii della Manfriana e della Timpa del Principe. l terreno è ancora pianeggiante e procediamo abbastanza comodamente nella neve. La debole traccia ad un certo punto si biforca: dov’è segnalato, il sentiero sale alla Grande porta del Pollino; a sinistra si va invece verso Casino Toscano. Per orientarci non abbiamo altro punto di riferimento che gli inquietanti bastioni rocciosi del versante sud di Serra delle Ciavole, abbastanza visibili dal bosco spoglio, i quali appunto costeggeremo senza percorso obbligato nella direzione di Acquafredda. Arriviamo dopo un po’ a Casino Toscano, un vecchio ma solido casolare che sorge solitario in mezzo alla foresta; esso prende il nome dalla famiglia di latifondisti, i Toscano appunto, che possedevano gran parte dei pascoli e dei boschi di alta montagna del Pollino. La porta è aperta e il vento sbatte le piccole finestre di legno... c’è quasi un’atmosfera spettrale! In caso di necessità comunque lo si potrebbe utilizzare come un ottimo rifugio. Da Casino Toscano ci inoltriamo di nuovo nella foresta cercando di mantenerci vicini ai pendii di Serra delle Ciavole; evitando quindi di scendere troppo in basso. La foresta offre scorci indimenticabili: remoti luoghi dove regna la solitudine della vita selvaggia… Ciò che salta agli occhi particolarmente sono i laghetti che di tanto in tanto incontriamo dura
nte il percorso, uno di essi coperto da uno strato di ghiaccio, e i ruscelli ingrossati dalla neve che ormai comincia a sciogliersi anche ad alta quota. Notiamo nella neve le tracce evidenti di quello che dev’essere un grosso lupo maschio… In alcune zone della foresta non c’è neve, in altre c’è ed è pure alta, per questo dobbiamo toglierci e rimetterci parecchie volte le racchette. Procedendo sempre in diagonale dobbiamo adesso affrontare i ripidi pendii della dorsale più bassa di Serra delle Ciavole, quella che degrada nel bosco. Stamane il tempo era ventoso ma c’era il sole. Verso le cinque invece Il tempo è peggiorato e si addensano nubi minacciose, mentre il vento soffia sopra di noi incessantemente. Arriviamo alfine sul crinale boscoso di Serra delle Ciavole superandolo, passando vicino ad un maestoso esemplare di pino loricato. Sotto di noi si espande il piano di Acquafredda, posto proprio sotto la vetta del Dolcedorme. Tutto il pianoro è percorso da un vento furioso e le nubi corrono velocemente sfiorando la cima del Dolcedorme. Noto uno scoiattolo aggrappato ad un faggio scosso dal vento... penso a come una piccola forma di vita possa resistere qui, anche in queste condizioni. Dobbiamo assolutamente trovare un posto dove poter montare la tenda, che stia il più possibile al riparo dal vento. Decidiamo di accamparci vicino alla sorgente di Acquafredda, in uno spiazzo non coperto dalla neve; si trova nella zona bassa del piano ed è vicino ai primi faggi del bosco, i quali arrestano un po’ il vento. Volevamo fare un fuoco, con l’idea magari di stare attorno ad esso per qualche ora, rimanendo a chiacchierare; ma la natura spazza via le nostre fantasie… Verso le sei di sera si scatena una bufera di nevischio che ci costringe obbligatoriamente ad entrare in tenda. Non possiamo far altro che restare all’interno della tenda, fino al mattino. I piedi sono umidi e gelati e dobbiamo frizionarli un po’. Ci mettiamo subito nel sacco a pelo e poi mangiamo qualcosa di sostanzioso. Non sono preoccupato tanto dalla bufera
ma dal fatto che i miei familiari stiano in apprensione per me. Riusciamo fortunatamente a trovare un po’ di linea per telefonare a casa e tranquillizzare le nostre famiglie. Mia sorella dice che al paese piove abbastanza forte. Laggiù piove e qui, a 1800 metri, nevica… ovvio. Ci sdraiamo subito con l’intenzione che ci venga un po’ di sonno. Non riusciamo a pensare ad un altro modo per trascorrere le dodici ore (forzate) in tenda che ci attendono. Riesco a dormire, anche se il vento impetuoso scuote la tenda e mi sveglia di tanto in tanto. Il terreno è duro e devo rigirarmi parecchie volte per trovare una posizione decente. Ma in fondo si sta bene e al caldo. Basta una tenda, un buon sacco a pelo e un po’ di esperienza per affrontare d’inverno anche le situazioni più svantaggiose. E’ in queste situazioni che la natura mostra tutta la sua potenza e la sua grandiosità; ed è in queste situazioni che possiamo esprimere le nostre migliori energie fisiche e psichiche… A notte inoltrata ho come la sensazione che un animale stia camminando sopra la tenda… sono degli accumuli di neve sulla tenda, che formano delle protuberanze e vengono mosse dal vento. La bufera cesserà alle sei di mattina. Il vento ci dà il suo buongiorno scoperchiando definitivamente il telo esterno della tenda! Meno male che è successo adesso… E’ ora di vestirsi ed uscire fuori. Non c’è più il nevischio ma il vento è ancora impetuoso. Smontiamo velocemente la tenda e ci avviamo per la strada del ritorno. In progetto c’era anche la scalata fino al Dolcedorme, ma visto che il tempo è brutto dobbiamo rinunciare. La cima del Dolcedorme è avvolta dalla nebbia e percorsa dalla violenza del vento, che spinge velocemente la catena di nubi verso sud - est. Per terra ci sono un paio di centrimetri di neve fresca. Il manto nevoso è g
hiacciato e si marcia comodamente. Il tempo comincia a migliorare via via che ci lasciamo alle spalle il Piano di Acquafredda. Prendiamo il sentiero che va verso i vicini Piani di Pollino, passando accanto a secolari esemplari di faggio. I pini loricati e le rocce di Serra delle Ciavole soprastanti sono spruzzati di nevischio. I Piani di Pollino sono illuminati dalle prime luci del sole, che ha cominciato a spuntare… davanti a noi c’è un’estesa distesa piatta di neve ghiacciata, coperta da un piccolo strato di neve fresca, caduta questa notte; il vento, che anche qui soffia molto forte, la smuove ed essa sembra volare sul manto ghiacciato, un po’ come la sabbia del deserto. E’ una vera meraviglia… Risaliamo i Piani di Pollino costeggiando sempre Serra delle Ciavole. Alla fine il nostro percorso risulterà un anello attorno alle due maestose montagne di Serra di Crispo e delle Ciavole. Raggiungiamo alfine la Grande Porta e il sentiero che ci porterà a Piano Iannace, da dove scenderemo nell’altra estesa foresta del bosco Iannace – Cugno dell’Acero, proseguendo poi verso il Piano di San Francesco e ad Acqua Tremola…
martedì 4 marzo 2008
Primi incontri con la montagna
giovedì 7 febbraio 2008
Into the Wild
una foto del "vero" Chris McCandless E’ finalmente uscito il film “Into the Wild”, di Sean Penn, che tanto attendevamo. “Into the Wild” si rifà alla storia vera di Chris McCandless, raccontata nel libro pubblicato in Italia da Corbaccio “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Sulla qualità tecnica del film non mi dilungo; basta dire che è davvero bellissimo, uno dei film migliori usciti negli ultimi anni forse… “Into the Wild” si presenta come la storia di un viaggio, un classico viaggio on the road sulle strade dell’immenso ovest american
o, con una destinazione ben precisa, l’Alaska, con i suoi sconfinati spazi selvaggi, che diventa la meta ideale e anche l’epilogo finale dell’intera avventura. Chris McCandless non è che un emblema dei tanti sognatori folli e romantici che hanno cercato nella wilderness il sogno della loro liberazione. Chris è un ragazzo particolare, cresciuto in una famiglia benestante, il quale non sopporta il vuoto conformismo dei doveri e delle aspettative borghesi, come la carriera, gli oggetti di consumo di cui circondarsi, la patina di rapporti familiari stabili, ma che nascondono in realtà astio ed incomprensione. Chris è un ragazzo che vuole fuggire da tutto questo e cerca nella natura e nel vagabondare senza meta l’opportunità di una liberazione autentica, la sperimentazione della vitalità pura, la possibilità di trovarsi faccia a faccia con se stesso. Prima di partire, darà in beneficenza tutti i suoi risparmi e si metterà un nuovo nome: Alex Supertramp. Nel suo lungo vagabondare, durato due anni, incontrerà numerose persone; tutte saranno colpite dal carattere giocoso ed affabile di Chris, ed egli, come viene mostrato anche nel film, rimarrà nei cuori di molta gente. Incontrerà hippie e contadini, viaggerà clandestino sui vagoni dei treni come il Jack London de “La strada”; incontrerà una ragazza che si innamorerà di lui, e alla fine un vecchio solo e stanco, che vorrebbe adottare Chris come un figlio o un nipote. Forse il rapporto d’amicizia che si instaura tra Chris ed il vecchio è una delle parti più toccanti dell’intero film (e quindi dell’intera autentica vicenda). Chris incoraggerà il vecchio ad uscire dalla solitudine, ad aprire gli occhi sulla grandezza e la bellezza del mondo, a spostarsi e viaggiare. In primavera Chris ha finalmente l’opportunità di realizzare il suo sogno: vivere per un certo periodo di tempo da solo in mezzo alla natura selvaggia, procurandosi il cibo con la caccia e la raccolta. Si accamperà in un vecchio pulmino abbandonato nella foresta, che diverrà in qualche modo il suo “campo base”. Chris intraprende la sua avventura in maniera (volutamente) impreparata, senza una cartina della zona, con p
ochi viveri e poca attrezzatura. Forse il suo desiderio era quello di riuscire, con la sua caparbia volontà, di sopravvivere nella natura con poco. Ma forse c’era anche un desiderio inconscio di voler essere sopraffatto dalla natura, in una specie di recondita volontà d’annientamento, non esplicitata ma presente comunque nella decisione di chi cerca la solitudine nella wilderness, sottoponendosi ad ogni sorta di pericolo. Di sicuro McCandless, anche se spericolato, non ambiva al suicidio. La sua personalità, per quanto controversa, lo portava ad essere istrionico e giocoso. Mc Candless non ha cercato la morte: egli era invece innamorato della vita e di ciò che in essa c’è di più bello e maestoso. Mc Candless cercava l’autenticità e la verità; i suoi principi comportavano l’esaltazione della vita e non già il ripiegamento verso se stessi o l’autocommiserazione. E’ uno spirito che ricorda parecchio Jack London. Non per niente Jack London era uno degli scrittori preferiti di Chris e se vogliamo, persino la sua stessa vicenda, soprattutto nella sua drammatica fase conclusiva, ricorda molto alcuni racconti del grande scrittore americano, dove gli uomini sono alle prese con la lotta per la vita, nell’ asprezza selvaggia dello Yukon. Mc Candless riesce a trascorrere sedici settimane da solo, vivendo solo di caccia e raccolta. Annoterà sulle pagine bianche di un libro di botanica l’esito delle sue battute di caccia e di raccolta. Dopo circa due mesi Chris aveva deciso di avviarsi sulla strada del ritorno. Ma c’è un imprevisto: il fiume che aveva guadato al suo arrivo con relativa facilità il mese prima è ingrossato dalla piena. Non può guadarlo e decide di ritornare indietro al pulmino abbandonato. Se avesse avuto una carta della zona, avrebbe visto che pochi chilometri più sopra probabilmente il fiume avrebbe potuto essereattraversato. Le settimane successive vedranno un calo della selvaggina nei dintorni. Mc Candless è costretto probabilmente a cibarsi di radici e bacche selvatiche. A questo punto commetterà un errore che gli costerà la vita: mangerà, scambiandola come specie commestibile, alcune bacche selvatiche velenose, che gli procureranno debolezza e denutrizione. Chris era uno studioso delle piante selvatiche e aveva portato con sé i suoi manuali. Ma la natura è sempre imprevedibile e sfugge a volte alle nostre classificazioni e categorizzazioni. Non avendo più le forze per cacciare, né per tentare di tornare indietro, la vita di Chris è destinata ad una tragica sorte: quella di morire di fame in solitudine. La natura che esalta con la sua bellezza e il suo mistero ha un nucleo che è definito, come dichiara il regista We
rner Herzog, da “caos, conflitto e morte”. La natura non è per niente idilliaca, perché essa con la sua forza ci soverchia e ci distrugge. .. ma forse a ben vedere anche in questo sta il suo fascino e il suo irresistibile richiamo. Ogni imprudenza commessa da parte dell’uomo, nel Wild non può che essere fatale. Le bellissime scene finali del film evidenziano proprio quest’aspetto, con il giovane McCandless solo, a riflettere sulla sua condizione, mentre fuori, nel mondo naturale, continua la lotta spietata per la sopravvivenza. Una carcassa di alce, ucciso dal ragazzo con lo scopo di conservarne la carne, è invasa dai vermi; accorrono un branco di lupi ed un’aquila per spartirsi il bottino… Un orso enorme passa nei dintorni, accanto a Chris… la morte e il pericolo sono sempre in agguato… Allo stremo delle forze, ormai consapevole di morire, evidenzierà una frase da un libro di Pasternak (che assieme a Toltstoj e a London è uno dei suoi scrittori preferiti): “la felicità se è vera non può che essere condivisa”. Non possiamo fuggire dalla civiltà abbandonando la famiglia e in generale le persone che ci amano, inseguendo un sogno di libertà che alla fine non può che rivelarsi utopia. Chris l’aveva capito e voleva tornare indietro; fu solo per una tragica fatalità che non poté tornare nel mondo civile per testimoniare il suo amore per la vita e la bellezza della natura. Chris per alcuni rappresenterà un eroe, per altri un folle o un ingenuo. Sicuramente in un mondo ipocrita e povero di ideali come il nostro, la sua figura non può che ispirare simpatia e riconoscenza… potremo permetterci di giudicare un giovane che ha cercato nella vita “verità” e “autenticità” ?







