mercoledì 15 agosto 2007

Diario 13 agosto 2007

pini loricati sul Monte Pollino - foto by Indio

Monte Pollino cresta sud-ovest - cima - versante nord-est

Il percorso che conduce da Colle Gaudolino alla cima del Pollino è uno di quelli più belli e “frequentati”. L’imbocco è nella parte alta del piano, nella direzione di un gruppo di faggi isolato. Il sentiero si snoda all’inizio in un tratto boscoso con grossi faggi che spesso affondano le loro radici nella roccia per poi sbucare in alto tra le rocce assolate dominate da alcuni caratteristici pini loricati. Da qui si sale in cima senza percorso obbligato. E’ preferibile mantenersi sulla dorsale rocciosa, a sinistra, per godersi lo spettacolo dell'anfiteatro di pareti rocciose popolate da colonie di monumentali pini loricati che sovrastano i boschi sottostanti. Mi allontano dalla sommità della dorsale aggirandomi tra le rocce sottostanti per fare qualche foto un po’ più originale. Per ritornare sulla sommità devo arrampicarmi su enormi massi dalla forma squadrata. In questi casi bisogna stare attenti per il pietrisco scivoloso e perché alcune pietre possono staccarsi e rotolare giù investendoci. Quando ci si aggrappa ad una roccia bisogna perciò assicurarsi che sia stabile. L’arrampicata libera è comunque sempre divertente. E’ una bella giornata oggi, ideale per fotografare il paesaggio. L’aria è tersa e il cielo è pieno di nuvole erranti. In cima sono accampati due escursionisti e altri tre giungono alla meta dopo di me. Dalla cima mi dirigo verso il versante nord – est che scende giù fino a Sella Dolcedorme. Lungo la facile discesa incontro un caratteristico gruppo di piccoli pini loricati. Su questa dorsale sono quasi del tutto assenti grossi pini loricati. Dalla sella (insenatura che separa il Pollino dal Dolcedorme) si prende il sentiero che porta ai Piani di Pollino. L’itinerario che ho scelto è ad “anello” e prevede adesso di percorrere non la strada dell'andata ma un altro sentiero che dai Piani di Pollino conduce alla località di partenza, Gaudolino. Il sentiero si prende dalla strada che conduce a Vacquarro la quale inizia all’estremità sud – ovest dei piani. Il sentiero è quasi pianeggiante all’inizio, poi si fa più ripido scendendo bruscamente al Colle Gaudolino. E’ uno dei tanti sentieri poco frequentati e conosciuti del Pollino. Da Gaudolino si discende fino a Colle Impiso…

mercoledì 1 agosto 2007

Diario - 29 luglio 2007

paesaggio da Celsa Bianca - foto by Indio

Da Celsa Bianca a Pollinello

In quest’escursione non ho voluto toccare nessuna cima. La mia curiosità si è soffermata sulla cresta di Celsa Bianca, crinale che delimita a sud ovest la Serra Dolcedorme, separandola dal Monte Pollino. Questa è probabilmente una delle zone più selvagge del massiccio. Pochi turisti saranno scesi (o saliti) su questo crinale aspro e molto ripido nell’ultimo tratto. Dato che avrei voglia di rivedere il patriarca, il pino loricato più longevo dell’intero Pollino, prendo un sentiero che conduce alla splendida Serra del Pollinello, dove si trova anche il pino “gemello” immortalato da Giorgio Braschi sulla copertina del suo libro capolavoro: “Sui sentieri del Pollino”. Il sentiero non è segnato sulla cartina e sembra all’inizio non essere disgiunto da quello che da Gaudolino conduce a Pollinello. Questo curioso nome è legato al fatto che questo luogo sembra un altro monte in miniatura attaccato al Monte Pollino…un piccolo Pollino insomma. E’ uno dei tanti toponimi curiosi della nostra montagna, la quale vanta una serie di nomi che spaziano da quelli più romantici (Dolcedorme), a quelli legati alla civiltà greca (Pollino, appunto) a quelli che evocano immagini bibliche e terrifiche o le gesta di antichi eremiti (Timone Salomone, Cozzi dell’Anticristo, Serra del Prete) ai nomi più rustici e popolari, che sono quelli più diffusi (esemplare è il Monte Grattaculo).Sarebbe interessante fare una ricerca sull’origine di questi toponimi, i quali dimostrano come il Pollino, a dispetto della sua immagine di regione aspra e selvaggia, è stato sempre popolato e attraversato dall’uomo. La segnaletica come ho spiegato più volte, lascia a desiderare, così un giorno mi sono ritrovato sbagliando la traccia, non a Pollinello, ma sopra di esso(sull’omonima serra). Arrivato alla serra, vado subito a far visita al Patriarca. E’ nascosto tra i faggi e da lontano si vede solo la cima; per osservarlo in tutta la sua maestosità bisogna scendere giù superando gli alberi che ostruiscono la sua visuale completa. Per fotografarlo tutto intero è necessario un grandangolo, altrimenti dovete scegliere tra il soffermarvi sulla cima oppure sul tronco … perché è così grosso che non entra nell’inquadratura. Il tronco misurerà circa più di tre metri di diametro e le radici sembrano scorrere sulle rocce come un torrente. Dopo aver fatto qualche foto (insignificante, a dir la verità … ripeto, senza grandangolo non si fa niente), mi dirigo, seguendo il limite del Bosco Pollinello, verso Sella Dolcedorme,che separa Pollino da Dolcedorme. Poi vado a prendere la cresta di Celsa Bianca. Arrivato sulla sommità del crinale mi si apre subito uno scenario mozzafiato: centinaia di pini loricati fanno da anfiteatro ai crinali scoscesi del Dolcedorme, che da qui si osserva in tutta la sua possente bellezza… La cresta all’inizio è pianeggiante, poi comincia a scendere bruscamente; per brevi tratti è invasa da piccoli faggi. In alcuni punti si aprono sotto di me burroni spaventosi: i crinali scendono bruscamente nella foresta sottostante, per centinaia e centinaia di metri. Anche in questo caso ci vorrebbe un bel grandangolo per immortalare gli scenari che si rivelano allo sguardo passo dopo passo. Sento tra i faggi il rumore di un animale che, avendo avvertito la mia presenza, s’è messo a correre giù per il bosco. Sicuramente sarà un grosso cinghiale … La cresta scende sempre di più e la sommità del Dolcedorme non si vede più. Scendere per la cresta è stato facile; salire, facendo il percorso inverso sarebbe molto faticoso, ma anche accattivante. I prati di Pollinello sono sotto di me ormai. Devo solo attraversare il fossato che divide Celsa Bianca dal Pollinello ed il gioco è fatto. Non resta che proseguire per il sentiero (uno dei più belli del parco) che taglia i versanti meridionali della montagna arrivando al Colle Gaudolino, il pianoro che sta alla base del Monte Pollino… Caratteristico è il tratto di sentiero scoperto, scavato nella roccia, dal quale si possono ammirare le pareti rocciose della montagna a cui sono aggrappati monumentali pini loricati. Da Gaudolino si prosegue scendendo fino a Colle Impiso…

mercoledì 25 luglio 2007

Diario - 24 luglio 2007

Monte Alpi - foto by Indio

Il giardino del Monte Alpi

Il monte Alpi non fa parte del massiccio del Pollino, ma è compreso comunque nel comprensorio del parco nazionale. Da casa mia la sua sagoma maestosa fa da cornice a tramonti spettacolari… L’occasione per un’escursione sul Monte Alpi, che da tempo volevo fare, è venuta con l’amico Vincenzo, che mi ha proposto ll'ascensione a questa montagna. Non conosciamo la zona, per cui dobbiamo aiutarci, arrivati nei pressi di Latronico, con la dettagliata cartina realizzata dal grande Giorgio Braschi e con le indicazioni delle persone. La gente forse pensa, da quello che dice, che siamo dei tecnici venuti ad ispezionare l’incendio che ieri ha bruciato buona parte della macchia mediterranea che circonda le pendici della montagna. Un sentiero dovrebbe iniziare da una fantomatica contrada Salicone che nessuno sembra conoscere. Alla fine ci indicano un’altra strada, che sale dalla frazione Calda formando una serie di tornanti e poi da asfaltata diventa sterrato. Percorriamo un tratto di bosco bruciato, dove ancora resistono dei focolai. Procediamo ancora e il territorio comincia ad assumere i tipici caratteri del paesaggio montano. Siamo nella località Canale del Grillone. Notiamo curiose rocce rossicce che sembrano essere(non so il nome specifico, data la mia ignoranza in geologia) rocce laviche. Troviamo fortunatamente una fontanella da cui esce appena un filo d’acqua: per riempire le borracce ci vuole un quarto d'ora. Non troveremo altre sorgenti a parte questa. Il sentiero prosegue nel bellissimo bosco di faggio che ammanta i crinali della montagna. Il sentiero poi ad un certo punto si interrompe e sbuchiamo in un pianoro che si trova proprio sotto la cima del l’Alpi. La parola che ci viene in mente subito per definire questo posto incantato è “giardino reale”. Delle basse macchie di faggio che punteggiano la radura somigliano proprio a quelle siepi che si vedono in TV nei giardini delle grandi regge. Popolano il giardino numerosi faggi dall’aspetto slanciato. Fiori ed erbe di montagna dappertutto. Questo è il posto più bello che ci regala l’escursione. Puntiamo dritti all’avvallamento tra la cima e la Timpa di St. Croce, percorrendo un sassoso sentiero che prosegue, all’uscita dal bosco, fin sotto la cima. Arrivare alla vetta è facile. Il panorama sarebbe eccezionale, se non fosse per la dannata foschia di questi giorni. Si nota comunque la massiccia bastionata del Pollino, i monti della Calabria e a Nord quelli della Campania; i vari paesini della zona e il bel Lago Cogliandrino. Ci spingiamo poi giù, seguendo la linea del crinale, sul quale notiamo allineate curiosamente un gruppo di mucche caratteristiche del Pollino, capaci di arrampicarsi sui luoghi più impervi delle montagne. Per il ritorno prendiamo una scorciatoia che ci riporta direttamente al giardino reale. Arrivati qui, ci riposiamo un po’ e continuiamo ad ammirare questo posto che non può non farci pensare alla meditazione e ad esperienze mistiche. Mi faccio fare da Vincenzo una foto sotto un grosso faggio, mentre sparo la posa di un Buddha sotto l’albero dell’Illuminazione! Sarebbe bello venire qui in primavera, in pieno risveglio della natura, quando la montagna si colora di un verde intenso e i prati si riempiono di fiori. Chissà, un giorno forse ci ritorneremo…

sabato 21 luglio 2007

Diario - 17 luglio 2007

veduta dalla sommità della Manfriana - foto by Indio

Da Fosso Iannace alla Manfriana

L’escursione è cominciata da Fosso Iannace, percorrendo il sentiero che segue l’imponente gola dove scorre a primavera tumultuoso il torrente omonimo . E’ un bellissimo sentiero, realizzato dalle guide del parco di San Severino Lucano, il quale si può percorrere tutto l’anno, in quanto dei caratteristici ponticelli permettono di aggirare i passi più impervi della gola, procedendo ora sul lato destro ora sul lato sinistro. Il sentiero porta a Piano Iannace, dove arrivo dopo un’ora. L’erba è alta e secca. La giornata è afosa e il sole picchia parecchio. Faccio rifornimento d’acqua alla fonte “Pittacurc” e procedo verso la Piana del Pollino, scendendo per i pascoli dominati dalle rocce di Serra delle Ciavole. Mi dirigo poi verso il Piano di Acquafredda e da qui prendo un sentiero, non ben segnalato a dir la verità, che conduce a passo del Vascello, tra Dolcedorme e Manfriana. E’ uno dei sentieri più belli, che taglia trasversalmente il lato nord-est della montagna. Ad un certo punto il sentiero attravera una zona di pietrisco, piena di macchie di lamponi, con un gruppo di maestosi pini loricati, con le forme modellate dai venti impetuosi. Un pino loricato abbattuto dal fulmine intralcia il sentiero. Me lo ricordo… era alto e slanciato e adesso è a terra, letteralmente spezzato in due. La debole traccia del sentiero si nota appena tra l’erba e le pietre ed in certi tatti è invaso da piccole macchie di faggio. Basterebbe un piccolo lavoro di manutenzione per aggiustarlo e valorizzarlo... anche perché il panorama è bellissimo da qui: di fronte a me si erge la parete della Timpa di San Lorenzo e verso nord-ovest si nota la lunga dorsale della Serra delle Ciavole. A est si vede la lunga cresta della Manfriana che si congiunge alla Timpa del Principe (è stata chiamata la cresta dell’infinito), e sotto di me, l’immensa foresta della Fagosa. Dal Passo del Vascello seguo la cresta rocciosa della Manfriana. Anche da qui si ammira un paesaggio splendido: il Dolcedorme si osserva in tutta la sua maestosità. Sono presenti numerosi pini loricati secchi, aggrappati alle rocce. Verso Mormanno , sulla piccola montagna che lo sovrasta noto i fumi di un incendio. Vedo gli aerei dirigersi verso il mare per rifornirsi di acqua…Con questo caldo il rischio è alto! Al ritorno seguo la strada dell’andata: il percorso è obbligato. Di regola, per un'esursione in tutta calma alla Manfriana converrebe partire dal versante calabrese, nei pressi di Colle Marcione. Comincio ad essere molto stanco, anche perché il sole picchia forte e la borraccia è ormai vuota. Arrivo finalmente alla sorgente del Frido dove posso dissetarmi... mi sembra di rinascere! Ci sono molte mucche che si abbeverano e scambio due chiacchiere con un giovane pastore a cavallo che vedendomi si avvicina. Mi dirigo alla Grande Porta e poi via, comincia la lunga discesa fino a Fosso Iannace!

venerdì 22 giugno 2007

Trekking in solitaria

l'autore del blog- autoscatto
Nella mia esperienza di escursionista ho percorso quasi sempre i sentieri del nostro Pollino da solo. Non che io sia un orso solitario che rifiuta la compagnia. Il fatto è che non ho mai trovato una persona con cui fare coppia fissa in montagna e che fosse disposto ad affrontare con me escursioni un pò più impegnative. Un pò per scelta e un pò per costrizione sono così diventato un trekker solitario. Andare da solo per sentieri che atraversano posti selvaggi ed incontaminati mi ha comunque sempre affascinato... Le escursioni pù belle e significative che ho fatto sono state perciò quelle che ho compiuto in solitara. Se poi si vuole imparare davvero a conoscere bene la labirintica rete di sentieri che si snoda sul Pollino è molto meglio andare da soli. L'imbocco di un sentiero, la conformazione di un certo posto, si ricordano meglio se li si è percorsi da soli... Ovviamente tutti i manuali di trekkking e ogni guida vi sconsiglieranno di andare da soli, ed è giusto che lo facciano. Il Pollino è un territorio selvaggio e spesso i sentieri non sono ben segnalati... oltre poi ai tracciati segnati sulle cartine si snodano e si sovrappongono numerosi sentieri di pastori la cui traccia a a volte si perde nel bosco fitto. A me è capitato di smarrire la strada in posti in cui ero stato decine di volte. Perciò ci si può avventurare da soli solo dopo avere acquistato una certa dimestichezza con i posti. Io non ho mai seguito la regola generale che impone di non andare da soli ma il mio è un caso a parte. Ognuno fa quel che vuole e si assume le responsabilità delle proprie azioni. Dicevo che ho sempre provato sensazioni di euforia e libertà trovandomi da solo in mezzo alla natura selvaggia e scoprendo di volta in volta posti in cui non ero ancora stato. Andare da soli significa davvero mettere alla prova se stessi, fronteggiare le situazioni nuove, stare attenti e vigili per evitare le situazioni spiacevoli (smarrire un sentiero, cadere e farsi male, bagnarsi i piedi in mezzo alla neve, fare ritardo e tornare in pieno buio). Quando si è soli si ha come riferimento solo se stessi e la natura che ci circonda, la quale diventa l'unico interlocutore con cui poter interagire attraverso le visioni e le suggestioni che essa ci regala , ma anche con i suoi ostacoli, i suoi impedimenti; perchè la montagna è anche un terreno dove entra in gioco la fisicità pura, lo sforzo fisico teso a spostare avanti i limiti della nostra resistenza. La montagna ci mette alla prova, nel corpo e nello spirito. Andare da soli è poi un antidoto contro quelle che sono ancora oggi paure ataviche e spesso inconsistenti, paure sopravvenute con la frenetica vita nelle città, con le sue comodità e il suo stile di vita artificiale... aver paura del buio, ad esempio, di un posto ignoto e sperduto, di animali selvaggi, di farsi male, aver paura della solitudine e del silenzio. Anche se i pericoli ovviamente esistono, con la pratica dell'esperienza in montagna e percorrendone da soli i suoi anfratti più selvaggi e maestosi, la paura svanisce e subentra l'esaltazione della libertà e della vitalità pura, il richiamo di quegli istinti primordiali che ci legano al mondo naturale. Essere soli al cospetto di forze ed elementi naturali è l'aspetto più profondo della wilderness, dell'interazione con i luoghi selvaggi. La scelta di luoghi inaccessibili su cui ritirarsi ha poi sempre ispirato i mistici (come gli yogin tibetani che si costruivano delle cellette nei posti più impervi dell'Himalaya) , gli uomini votati all'iniziazione. Quanto alla solitudine, essa è poi un aspetto che richiama sempre la ricerca di sè, la meditazione e l'introspezione al cospetto di ciò che gli Indiani d'America chiamavano il "Grande Mistero". Forse potremmo azzardare l'idea che questo desiderio di scegliere la montagna e la natura in generale come luogo nel quale sperimentare la ricerca di se stessi sopravvive anche nella società tardo-moderna. Il trekking e l'alpinismo in luoghi selvaggi e incontaminati non si esauriscono così in pratiche meramente ludiche e sportive, ma in essi confluiscono significati e spinte interiori più profondi. Ma questo vale solo per coloro i quali pensano che l'amore per la montagna non si identifica con vallate affollate di persone rivestite di gore-tex, con impianti di risalita, alberghi in alta quota e neve artificiale, ma ha a che fare con più elevati i quali si oppongono frontalmente a quelli alienanti e massificanti della società dei consumi...

venerdì 25 maggio 2007

Grizzly Man - Werner Herzog

Grizzly Man è il capolavoro tra i documentari del regista Werner Herzog. E' anche un esempio di come il documentario possa ergersi al livello di genere cinematografico a sè stante, dotato di piena qualità e dignità artistica. Grizzly Man risulta un capolavoro anche e forse soprattutto rispetto alla realizzazione tecnica, essendo stilisticamente perfetto. Il documentario è incentrato sulla figura del naturalista Timothy Treadwell, il quale passò tredici estati in una parte incontaminata dell'Alaska, per studiare e filmare la vita degli orsi grizzly . La sua vicenda finirà tragicamente, perché verrà sbranato assieme alla ragazza proprio da quegli orsi che lui amava tanto. Herzog ripropone nel suo documentario molte scene tratte dalle oltre 100 ore di filmati realizzati da Treadwell nel corso della sua permanenza nella terra dei grizzly. Grizzly Man si impone subito come una profonda riflessione sulla natura selvaggia e sugli uomini che la amano e che vogliono rifugiarsi in essa fuggendo la misera realtà del mondo civilizzato. Si comprende subito che Treadwell in realtà più che un naturalista rigoroso è un sognatore, un anti-eroe che detesta il mondo civile e che cerca di essere accolto dalla "comunità" degli orsi, tentando di diventare loro amico. Le immagini più frequenti di Treadwell sono quelle in cui lui parla alla telecamera a pochi metri dagli orsi grizzly o quelle relative ai suoi tentativi di avvicinarsi agli orsi quasi per toccarli. Treadwell non cerca, da come si evince nella maggior parte delle scene, di filmare la vita degli orsi da osservatore esterno, ma di raccontare nelle immagini la "sua" interazione con questi animali, il rapporto empatico che intrattiene con loro e con altri animali come le volpi (stupende e commomenti le immagini delle volpi che corrono e giocano con Treadwell). Anche la motivazione che spinge Treadwell a a stare tanto tempo con gli orsi è piuttosto ambigua: Treadwell pensa di assolvere un grande compito, che è quello di difendere gli orsi dai bracconieri; motivazione futile in quanto, da come si nota dalle interviste ad alcuni ecologisti, l'orso grizzly non è minacciato e vive libero nei parchi nazionali. Come giustamente gli ecologisti fanno notare, gli orsi vanno studiati a distanza e senza avvicinarli; anche perchè sono animali che possono diventare estremamente pericolosi. Ma Treadwell non bada a tutto questo, proprio perchè non è uno scienziato ma un sognatore, un amante della natura che paradossalmente non fa che andare "contro natura".Treadwell vorrebbe vedere nella natura solo il bene, solo l'armonia; di sicuro non è però un ingenuo e riconosce di essere costantemente in pericolo , di correre il rischio di venire sbranato dagli orsi e lo dice ad alta voce in più occasioni . Ma questa coscienza non supera la volontà di credere nell' illusione di una natura che possa mostrarsi miracolosamente benigna( vicina cioè ai canoni di ciò che noi uomini consideriamo "bene"), che venga incontro ai nostri sogni. Treadwell non riesce ad accettare la morte di un orsetto ad opera di un maschio adulto della stessa specie; invoca rabbioso Dio (anche se è ateo) di far piovere, perchè altrimenti gli orsi con il letto dei torrenti a secco non potranno pescare i salmoni e patiranno quindi la fame; piange e si dispera quando trova, dopo il ritorno nella terra degli orsi alcuni animali morti per la fame e la siccità, in un'atmosfera di desolazione e di morte. Treadwell sembra ostinarsi a non voler accettare che la natura, come invece dice Herzog, sia "caos, conflitto e morte" e non armonia. Si potrebbe dire che in natura in realtà c'è un'armonia, ma la conflittualità, la lotta per la sopravvivenza, sono alla base dei cicli naturali di quel sistema complesso dove ogni elemento interagisce con un altro fino a formare una specie di "ordine". Treadwell sembra costantemente non volere accettare tutto ciò. Treadwell è un utopista, un eroe folle che oltrepassa i limiti imposti proprio dalle leggi inesorabili della natura. E' un sogno che accomuna tutti quelli che vogliono fuggire, anche se per breve tempo, dalle regole imposte dalla cività e confrontarsi con le leggi ben più ferree della natura per interagire con gli elementinaturali e assistere agli spettacoli che il wild ci regala. Desiderare la wilderness significa seguire i nostri istinti primordiali che ci conducolo inevitabilmente al contatto con la terra, con la vita selvaggia di animali e piante: una dimensione "altra" che, come diceva Treadwell ci fa sentire liberi e partecipi dello splendore del mondo... La natura non è nè buona nè cattiva e noi dobbiamo avvicinarci ad essa con timore e rispetto, consapevoli del fatto che oltrepassare i suoi limiti potrebbe significare la morte per noi. Ma questo è un discorso razionale ed era compreso solo in minima parte per Treadwell. Timothy TreadWell era consapevole dei rischi che correva, ma era una consapevolezza effimera, che non lo fermava, che non lo conduceva ad avere paura... Se c'è una cosa che a Treadwell non mancava era proprio il coraggio, un coraggio ai limiti della follia. Trweadwell si configura così come uno dei tanti anti-eroi del cinema di Werner Herzog, uomini folli che sfidano se stessi, spinti ad agire da formidabili sogni; uomini "diversi" e proprio per questo autenticamente "umani", dotati di una sensibilità del tutto particolare e seguiti dall'ombra della sconfitta, che si staglia inesorabilmente sulle loro illusioni...

lunedì 14 maggio 2007

The White Diamond - Werner Herzog

Esistono uomini che hanno un grande sogno nella loro vita e, nonostante le sconfitte, le delusioni e le rinunce e a volte persino le tragedie, lo perseguono con caparbietà (che sfiora la follia) per tutta la loro vita. E' il caso dell'ingegnere Dorrington, che, innamorato del volo e della natura ha l'obiettivo di volare con un piccolo dirigibile su una parte incontaminata della foresta amazzonica, sfiorando la nebbia che avvolge le cime dei suoi maestosi alberi. Dorrington ha fatto già un tentativo una volta, accompagnato dal regista Dieter Place, il cui colmpito era di filmare l'impresa. Il tentativo finisce in tragedia perchè il piccolo dirigibile si sfracella e il regista muore precipitando da un albero tra i cui rami i resti del veivolo erano rimasti impigliati. Il senso di colpa dell'ingegnere per quella tragedia pervade tutto il film...ma non ci si può arrendere, nonostante il rimorso e la sconfitta. Così l'ingegnere ritenta il volo, accompagnato dal grande regista Werner Herzog. Dopo vari tentativi infruttuosi alla fine il volo riesce. "Era come se mi trovassi in paradiso" dice Dorrington "è stato bellissimo, se chiudo gli occhi ancora mi sembra di stare volando". E' un minatore detto Barbarossa , che partecipa alla spedizione, a dare il nome di Diamante Bianco al piccolo dirigibile che vola basso e senza far rumore sulla foresta, un uomo solo e un saggio conoscitore della foresta e dei suoi segreti, come le proprietà officinali di alcune piante. Stupende sono le immagini del film, come quelle dell'altissima cascata, su cui si gettano roteando centinaia di migliaia di rondoni. Dietro di essa si nasconde una caverna nella quale questi uccelli fanno il loro nido, che rappresenta il loro inviolabile regno segreto. Bellissime le immagini degli stormi di rondoni che volano intorno alla cascata e quelle riprese dal dirigibile... una foresta immensa... le nuvole che la avvolgono e che diradandosi lasciano intravedere le cime maestose degli enormi alberi. "Sembrava di essere in paradiso" dice Dorrington, un paradiso reale, presente qui sulla terra, e che le forze cieche dell'economia di mercato stanno distruggendo, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente... Senza luoghi così suggestivi non si potranno nemmeno aver sogni come quello dell'ingegnere Dorrington, e senza sogni che ci elevino dalle miserie della vita quotidiana, la vita appare molto più banale e insensata...

mercoledì 2 maggio 2007

Diario - 13 aprile 2007

foto by Indio
Mare di nubi - Scalata di Serra del Prete
Da casa mia posso osservare molto bene questa montagna. La veduta col binocolo della sua cima innevata e la ripida salita per arrivare in vetta non possono che spingere a voler fare una bella scalata... A Colle Impiso c'è ancora parecchia neve. Dato che la temperatura è mite la neve è marcia. Le mie racchette sono perciò d'obbligo. Il sentiero è segnalato bene, per cui arrivo facilmente al crinale seguendo il quale si arriva in vetta. Il crinale è coperto dalla fitta faggeta fino ad un certo punto. Usciti dal bosco inizia la salita spettacolare che condurrà fino in vetta. La neve si presenta più consistente sul terreno scoperto dagli alberi. La salita è abbastanza faticosa, e segue il cornicione di neve che siè formato lungo il crinale. Se la neve fosse ghiacciata credo proprio che le racchette servirebbero a poco. Ci vorrebbero ramponi e picozza. In queste condizioni questo tratto potrebbe ben definirsi "alpinistico". Un piede dopo l'altro e la cima si avvicina. Di fronte a me si erge maestoso il Monte Pollino, il vero dio di questo olimpo della natura... Raggiungo la cima dopo circa tre ore, segnalata da un bastone in mezzo ad un mucchio di pietre. Sono a 2127 metri. Appena raggiunta la sommità ecco subito uno spettacolo da mozzare il fiato: sotto di me, a sud, si estende un vero e proprio mare di nubi. Io sono sopra di loro... Il loro orizzonte sembra sconfinato. Un altro piccolo spettacolo è rappresentato da centinaia di coccinelle ammucchiate sulle pietre che segnalano la cima. Che ci faranno là così in tante? Mi riposo un pò e mangio la mia colazione composta come al solito da fichi secchi, biscotti e cioccolata. Sarebbe bello seguire il crinale sud , che scende a Gaudolino, ma ci vuole tempo e devo rispettare gli orari. Seguo la pista dell'andata ripercorrendo le mie tracce. Levo le racchette, perchè in discesa sono scomode, usando solo gli scarponi e poggiando il piede sui gradini scavati dalle racchette all'andata. Mi lascio così alle spalle la cima della montagna, con quella splendida visione, quel mare di nubi sospeso nel cielo...

martedì 17 aprile 2007

Diario - 07 aprile 2007

foto by Indio
Un mare di neve - escursione a Serra delle ciavole
Un’escursione sulla neve è sempre faticosa. Il tempo impiegato per arrivare sulle cime raddoppia o quasi. Parto perciò prima dell’alba con la lampada frontale, anche se quasi non ce ne sarebbe bisogno visto che la luna piena illumina la stradina… Camminare al buio da solo mette sempre un po’ di soggezione. Forse quella del buio è una paura atavica o forse, ancora più plausibile, l’uomo contemporaneo si è disabituato all’oscurità, visto che è ormai avvezzo a vivere in città perennemente illuminate. Non incontro nessun animale selvatico; sento ogni tanto il rumore degli uccelli tra i rami dell’albero che ancora stanno dormendo, spaventati dalla mia presenza. Prendo la strada per il Piano di Jannace , nei pressi di Acquatremola. Comincia ad albeggiare quando arrivo al pianoro di San Francesco. Ho la luna di fronte e nuvole rossastre nella direzione dove sorge il sole. Davanti a me, lontani, i pini loricati di Serra Crispo, avvolti nella nebbia che avvolge i crinali delle montagne all’alba. La neve comincia via via ad ingombrare la strada forestale. Metto le ciaspole ai piedi e comincio a salire. Gli occhiali da sole in giornate di sole con la neve sono obbligatori. Piano Jannace è immerso nella neve. Fotografo le strane linee parallele che si sono formate sul bianchissimo manto nevoso. Arrivo alfine al Piano di Toscano. Qui la neve è ancora ghiacciata, quindi si sale senza difficoltà. Le racchette hanno anche i ramponi e perciò sono adatte anche ai pendii ripidi. I Piani di Pollino sembrano un mare di neve… in alcuni punti la neve arriva anche a un metro e mezzo. Prendo il sentiero che sale alla Serra delle Ciavole. Dato che è sommerso dalla neve riconosco di alcuni pini loricati che fanno da riferimento. I pini più in alto sono ancora pieni di neve e di ghiaccio… ricordano vagamente i coralli del mare. Seguo la cresta e arrivo alla cima. Mangio un po’ di fichi secchi e di cioccolata, cibi che danno molta energia. La sommità della serra è pianeggiante per un certo tratto poi, cominciano ad ergersi delle rocce rotonde attorniati da pini loricati secchi, che formano una visione molto suggestiva. Proseguo per un po’ nel seguire la cresta e fotografo i pini accasciati a terra che hanno assunto tale forma a causa del vento impetuoso delle creste. Lungo la cresta allungata di Serra delle Ciavole la neve ha formato delle cornici molto alte. Se andassi sopra di esse la neve non reggerebbe il mio peso e precipiterei giù per centinaia di metri. In questi casi bisogna stare attenti perché la neve ricopre tutto e spesso non si sa cosa c’è sotto. E’ ora di scendere, giù, per tornare ai piani di Pollino. I pendii sono ripidi e trovo difficoltà con le racchette a scendere, ma senza di esse sarebbe ancora peggio. Ai piani incontro dei giovani sciatori e un escursionista solitario come me che si dirige verso la Grande Porta. Avverto i primi segni di stanchezza. La neve col sole è diventata marcia e si sprofonda di più. Qui si che siamo davvero immersi nella natura e nel suo silenzio... altro che piste ed impianti di risalita! Proseguo per i boschi di faggio e abete. Ormai il pensiero è solo quello di arrivare a casa, perché sono molto stanco. Esco dal bosco di faggio e abete. Il paesaggio attorno al Monte Pilato è tutto segnato dal corso dei torrenti che discendono a valle e che portando giù la neve disciolta delle cime, di quel “mare di neve” che scomparirà con la fine della primavera…

martedì 3 aprile 2007

Un recupero della sacralità della natura

Per chi è appassionato di montagna e di natura in generale, sarà successo a volte, nelle proprie escursioni a contatto della natura selvaggia di avere la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcosa di sublime e di elevato, che va oltre i semplici canoni di giudizio estetico con cui guardiamo e “ritagliamo” parte della natura, in base ai nostri modelli culturali. Forse è un dato di fatto che popoli e culture diverse nel tempo e nello spazio hanno sempre guardato con soggezione e con un senso di rispetto a montagne, rocce, colline. Basti pensare alle montagn sacre dei Tibetani secondo i quali “le montagne sacre sono i dei del paese o i signori del luogo; sono considerate ora i pilastri del cielo ora i pioli della terra”; basta pensare all’inviolata Kailash, considerata la montagna più sacra del Tibet, alla quale viene dedicato ogni anno un pellegrinaggio che si snoda attorno ad essa… La società occidentale capitalistica assume qualsiasi cosa in termini economicistici. Il lavoratore ad esempio non è un individuo con un suo mondo interiore e con le sue potenzialità creative, ma un mezzo da utilizzare nella produzione, da sfruttare e che comporti il minor costo possibile. Così anche l’ambiente naturale, il quale non è guardato come qualcosa che ha un valore in sé, ma come una risorsa da utilizzare comunque in qualche maniera. Il paradosso è che anche la salvaguardia dell’ambiente e la creazione dei Parchi Nazionali se vista solo come occasione per sfruttare l’ambiente dal punto di vista turistico può portare a conseguenze nefaste: nel tentativo di voler valorizzare l’ambiente così lo si può anche deturpare. Esempi di questo atteggiamento ne abbiamo tanti. In molte aree delle Alpi l’ambiente alpino originario è stato abbruttito e cementificato con alberghi, strade e impianti di risalita, secondo quello che viene definito dai sociologi “urbanizzazione della montagna”. La montagna non è più tale, perché per essere fruibile da certa gente bisogna trasferire su di essa tutte le comodità della città. Così c’è bisogno dell’impianto di risalita, della funivia, della strada che porta all’impianto sciistico, perché la gente non vuole camminare, dell’albergo a cinque stelle d’alta quota, perché il turista dei tempi moderni non si accontenta dell’alberghetto dei paesini di montagna o del rifugio costruito con pietre e travi di legno. Ovviamente ci sono molte altre zone d'Italia dove le montagne non hanno fatto questa tragica fine. Ma anche nei parchi nazionali spesso ha luogo la costruzione di strutture finalizzate ad attrarre i turisti che alla fine non fanno altro che deturpare i paesaggi originari delle montagne. Spesso si sente parlare di valorizzazione. Ma questo termine può avere significati assai diversi, con le rispettive implicazioni e conseguenze. Anche la valorizzazione ambientale ai soli fini turistici è economica. E’ ovvio che un parco nazionale debba anche creare occasioni di sviluppo economico, ma lo sviluppo deve obbligatoriamente conciliarsi con la tutela dell'ambiente. Ciò significa che bisogna anteporre innanzitutto il valore intrinseco della natura, il valore in sé, al valore prettamente economico. Chi ha interiorizzato il valore opposto a quello utilitaristico, sa che per andare in montagna non servono né impianti, né strade né funivie. Servono un paio di buone scarpe da trekking, uno zaino e una tenda, e la voglia di stare a contatto con una natura non sopraffatta dall’alterazione delle attività umane più distruttive. La questione investe il campo dei valori ed è quindi di natura culturale. In una società come la nostra, dominata dall’individualismo più sfrenato e da una cieca volontà distruttiva intrinseca al sistema socio-economico attuale, per cui ogni cosa ha un valore solo in termini economici, l’ambiente naturale è solo una “risorsa”, (termine quest’ultimo che difatti ha origine nella scienza economica). Chi come me si è trovato a fare discorsi del genere con alcune persone è stato bollato (anche a fin di bene) come un “romantico”, un “idealista”, un “sognatore”. In un’epoca circondata dallo squallore di una vita passata nel traffico e nell’affollamento delle città, dove i bambini non hanno mai visto una farfalla o uno scoiattolo, nella quale anche le vacanze sono organizzate secondo i ritmi frenetici della vita moderna, appellativi del genere non possono che rallegrarci. Tuttavia la questione non riguarda il “romanticismo” ma cose ben più concrete. Il problema dell’inquinamento oggi sta investendo tutta la società mondiale. Stiamo finalmente cominciando a capire che i ghiacciai si stanno sciogliendo ed essi non rappresentano un valore solo per qualche alpinista “romantico”, ma sono importanti per l’equilibrio del sistema climatico mondiale. Oggi l’uomo comincia a provare sulla propria pelle come qualsiasi danno fatto alla natura ricade su se stesso, sulla propria vita materiale. I popoli bollati come “primitivi” avevano capito che invece la natura va rispettata, non tanto perché rappresenta qualche divinità da onorare, ma perché noi siamo parte di essa e qualsiasi danno fatto alla natura lo facciamo a noi. Distruggere e alterare l’ambiente naturale significa poi privarci di un riferimento che è pregno di valori simbolici e culturali e che riguarda il cordone ombelicale che ci lega alla terra e agli altri esseri viventi. Come potremmo fare a meno di un paesaggio infinito fatto di montagne incontaminate, o di foreste dagli alberi secolari o della varietà di animali dai colori e dalle forme innumerevoli? Senza la natura l’uomo diviene più povero interiormente, viene slegato da quello che era il suo ambiente primordiale cioè l’ambiente in senso proprio, fatto di alberi, fiumi, animali,montagne e introdotto in un ambiente artificiale dove predomina il cemento e l’elettricità, file di auto impazzite e un cielo che di notte diventa rosso per lo smog. Il ritorno alla natura, e quindi anche ad uno stile di vita che non crei un impatto distruttivo per l’ambiente e più in armonia con i cicli naturali, rappresenta un’inversione di tendenza irrinunciabile rispetto al trend attuale della fuga nelle megalopoli del mondo, dello spreco energetico, dell’inquinamento della terra. Il riferimento alla natura rappresenta anche l’occasione di una sorta di recupero del concetto di “sacro”, proprio delle culture tribali, degli Indiani d’America e di tanti altri popoli che vivono ancora allo stato “primitivo”. Il termine è denso riferimenti alla religione e alla religiosità e quindi non va usato a vanvera. Tuttavia anche oggi “sacro” potrebbe però benissimo riferirsi ad alberi, montagne, deserti, animali, a qualcosa di animato o inanimato, degno di rispetto e ammirazione in quanto parte di questo mondo, in quanto elemento inserito nella dinamica del divenire cosmico, genuino, libero dalle alterazioni della modernità. E’un concetto che useremo in un’accezione che riguarda propriamente la natura selvaggia e pertanto è intercambiabile con quello di “sublime”, “elevato” “di un valore supremo”. E’ ovviamente un’accezione che ha implicazioni filosofiche più che religiose. Ciò a cui io penso non riguarda il soprannaturale, ma la stessa materia, gli elementi nel loro stato originario: acqua, terra, fuoco, aria…libere dalle contaminazioni umane (perchè sebbene l'uomo faccia parte della natura è anche vero ma è l'unico essere che è riuscito ad alterarla profondamente nel corso dello sviluppo della civiltà). Non si può dire che un paesaggio sia solo “bello”, perché la natura non è un’opera d’arte fissa su un muro, ma qualcosa di vivente, che cambia, si trasforma, in un cerchio ciclico che implica un perenne ritorno, il quale rappresenta la dinamica i cui si produce il mutamento attraverso le stagioni. La natura è qualcosa con cui si può venire in contatto e che può essere vista da varie prospettive. C’è stato un tempo in cui le comunità umane vivevano in armonia con la natura, sottraendole ciò che bastava per le esigenze della propria cultura. Non si può e non si deve tornare all’età della pietra, ma bisognerebbe recuperare, in modalità ovviamente diverse, proprio quel senso di rispetto e venerazione per l’ambiente naturale che caratterizzava le culture di un tempo. Gli esquimesi hanno sempre cacciato la foca, ma appena catturato un esemplare, si scusavano con lo spirito dell’animale per avere compiuto quel gesto. Si cacciavano le foche necessarie a sopravvivere.Oggi ancora c’è la caccia alle foche, organizzata secondo metodi industriali, per il profitto e la distribuzione su grossa scala. E c’è da ridere se si pensa che alcuni ambientalisti integralisti hanno lottato per impedire di cacciare le foche agli esquimesi odierni… Lo stesso esempio si può fare per il bisonte, che rischiò alla fine dell’ottocento di estinguersi, per la caccia smodata che venne praticata a quest’animale. Gli Indiani utilizzavano il bisonte come fonte di cibo e di vestiario, mentre gli occidentali prelevavano solo la pelliccia lasciando le carcasse a marcire sotto il sole della prateria. Per gli Indiani non era solo un ammasso di carne, ma un animale sacro come del resto tutti gli altri animali che popolavano i boschi e le praterie. Questi popoli avevano acquisito quella profonda coscienza del legame che ci unisce a tutti gli esseri viventi e alla terra. E’ vero che la società sta prendendo coscienza del problema dei disastri ambientali. Se ne parla tutti i giorni in tv e sui giornali. Ma non si fa nulla per cambiare le cose. Il potere economico e politico resta nelle mani di una classe di privilegiati la quale non è per nulla intenzionata a invertire la rotta disastrosa che l’umanità ha preso. Si può ribaltare la situazione solo se ritroveremo la forza di cambiare la società e ricostruire da capo su nuove basi un sistema diverso, che ci permetta di ricreare quel legame che ci lega indissolubilmente alla "Grande Madre Terra".

domenica 1 aprile 2007

Sui Sentieri del Pollino

Sui sentieri del Pollino - G. Braschi - Edizioni Il Coscile 1993 "Cercate di "sentire" la natura che vi circonda, di entrare in sintonia con le sue Grandi Forze, quelle del sole e delle nubi, del vento e delle acque, quelle pulsanti di vita del bosco e dei suoi abitanti, quelle profonde e misteriose delle rocce e della terra. Con l'abitudine e un pò d'attenzione non è difficile riuscire a percepirle. Sono tutte quelle forze sottili e grandiose al tempo stesso che gli asceti orientali chiamano "il Respiro del Cosmo". Se riuscirete a percepirle, ogni escursione diverrà fonte inesauribile di forza d'animo, libertà interiore e gioia di vivere" Giorgio Braschi E’ IL libro che dovete assolutamente leggere per iniziare a conoscere il Pollino. All’interno sono descritti una miriade di itinerari che attraversano i luoghi più suggestivi e spettacolari del massiccio. Ovviamente troverete foto splendide scattate dall’autore nelle sue innumerevoli escursioni. Il libro è poi anche un curatissimo manuale di trekking che offre utili consigli per vivere nel modo migliore le proprie escursioni sul Pollino, in tutte le stagioni...

Scorciatoia per il Nirvana

La Montagna Sacra - prof. Giacinto Bollea La montagna ha partorito il topolino? Questa è la prima (e non mediata) impressione che nasce dalla lettura di "Scorciatoia per il Nirvana" di Dario Guidi (EDT Editore. Torino). Perché bisogna dire subito che la montagna è nientemeno che il Kailash, in Tibet: e allora scriviamo Montagna (con la maiuscola) e ricordiamo almeno che essa è sacra a quattro religioni - forse anche perchè dal suo territorio nascono quattro grandi fiumi dell'Asia e forse principalmente perché intorno ad essa si può chiudere un cerchio di cammino, dunque senza essere, propriamente, alpinisti.Già queste minime considerazioni possono far presumere, forse incautamente, che un viaggio al Kailash si muti in un pellegrinaggio o equivalga in qualche modo ad esso. Incautamente perché non necessariamente un periplo intorno alla montagna, compiuto dagli occidentali, è inteso o vissuto come un pellegrinaggio, mentre questa è la regola - si direbbe assoluta - per una quantità di asiatici di ogni provenienza che vi accorrono ogni anno. Un viaggio di questa natura concede comunque, di questa montagna, un possesso che possiamo dire "territoriale" e che va oltre quello visivo senza essere alpinistico. Ci si potrebbe quindi aspettare che esso sia esperito, vissuto e "sentito", se si accetta la parola in qualche modo del tutto particolare.Ora, il libro in parola è piuttosto il resoconto "comune", ordinario, di questo viaggio, certamente, assolutamente sui generis, che non la esplicitazione di sentimenti, intuizioni - diciamo anche illuminazioni o rivelazioni? - che (sempre presumendo) da esso dovrebbero nascere, originarsi e quasi sprigionarsi. Il libro (un volumetto che si legge in due ore) descrive dunque il viaggio che, lungo una celebre quanto disagiata strada, al Kailash conduce dalla lontanissima Lhasa; il periplo della montagna non ha in esso, come tale, un particolare rilievo.Nulla esiste al mondo, come si sa, che non meriti una bibliografia: in questa, per definizione, tutto deve avere una collocazione che vorrei intendere attiva e proficua. Questo libro fa giustamente pensare, in particolare, alle infinite cose alle quali, in una prospettiva mitico-religioso-naturalistica della montagna, fatta centro del viaggio, di solito non si pensa come si dovrebbe: la povertà estrema della gente nomade dei luoghi, la sua commovente e quasi stupefacente ricerca di tutto ciò che per i ricchi viaggiatori occidentali è il nulla di un oggetto da abbandonare dopo l'uso... E poi le difficoltà, anche banalmente fisiologiche, della quota ed dell'adattamento alla medesima, la sporcizia dilagante, esplicita, quasi esibita en plein-air, dei luoghi di sosta, la ottusa, implacabile occupazione cinese tesa a distruggere, giorno per giorno. Una cultura che è unica anche per l'ambiente che, ospitandola, ha contribuito a determinarla. Lo stile del libro é, quasi corrispondentemente, semplice, quasi dimesso, scarno, di basso profilo: anche quando, ben s'intuisce, l'autore ha a che fare con luoghi e paesaggi che sono eccezionali e che scatenerebbero diversamente il concorso delle sensazioni e degli aggettivi.Si potrebbe tranquillamente concludere che ciò che si è sopra ricordato merita ampiamente un libro, e si vorrebbe anzi che questo fosso più ampio ed esauriente sotto ogni aspetto, a cominciare da tutto ciò che riguarda l'occupazione cinese e il suo futuro ormai prevedibile e quasi incombente. E tuttavia anche (o proprio) a chi questo viaggio non potrà mai compiere, il Kailah qualcosa deve concedere in termini di riflessione immaginativa ed estetico-naturalistica, e se si vuole dì suggestione mitico-religiosa. Questo, in fondo, anche perché del Kailash, non è dato sentire discorsi in termini propriamente alpinistici, essendone vietata la salita.Se ne potrebbe dunque parlare, in primo luogo, in termini dI immagine: ma non è opportuno insistere sulla "bellezza" della montagna - neppure discutibile, in verità, per quanto la parola sia notoriamente acritica - quale essa appare dalle tante fotografie che sono proposte da libri e riviste. Non mi sembra un caso, d'altra parte, che il libro in parola, privo di fotografie, non riporti il Kailash neppure in copertina. Qualche altra considerazione, allora, s'impone come per naturale conseguenza; e non può che raccogliersi, se mi si passa l'espressione, sul versante sacro della montagna. Può destare una certa - forse compiaciuta curiosità il fatto che guardiamo (più esattamente: immaginiamo di guardare!) la montagna con gli occhi dei pellegrini (o dei viaggiatori) e non con quelli degli alpinisti, cosa che concede, forse, un certo privilegio nei confronti di questi ultimi. Non si può certo dire che sarà sempre così - si pensa in primo luogo, per esempio, ai cinesi, ma s'intuisce subito, lungo questa strada, in che cosa può consistere, che cosa può significare una profanazione: ed è appunto significativo che si senta che la cosa può valere indipendentemente dalla religione che si professa (o che non si professa).Ma proprio in questo senso, a dire il vero, si urta contro una difficoltà apparentemente insuperabile: la sacralità si esperisce (o si comunica) con il rito e con la parola, qui si cammina ritualmente per giorni intorno alla montagna, si recitano fiumi di preghiere e si lasciano innumerevoli "bandierine di preghiera" al valico più elevato del periplo: ma di queste plurime preghiere, voglio dire, non abbiamo, con parole nostre, la consapevolezza di ciò che significano, di ciò a cui mirano, delle intenzionalità che esprimono.Si può ovviamente rispondere che questa sorta di pretesa è assurda (al di là del fatto che la lingua dei pellegrini è, quasi in assoluto, ignota ai viaggiatori). Pretesa assurda, intendo (e forse anche un po' arrogante), perché sottende la riduzione di questi particolarissimi stati di coscienza degli altri ai nostri, che si nutrono di autocoscienza, come noi diciamo. Forse la presenza propria del pellegrino al quale non si può certo negare una consapevolezza, autenticamente si nutre della preghiera, affidata all'onnipresente vento e del gesto che depone al passo più alto la bandierina che reciterà al vento - e qui così essa presenza acquisisce il massimo di se stessa in un modo saziante e ottimale, che forse noi non giungiamo a comprendere pienamente. Io e montagna divinizzata (o sacralizzata) possono per così dire congiungersi, coincidere mediante un gesto di passo e di parola: altre parole sono ancora necessarie? Questa esperienza, che può essere irrinunciabile quanto poco o niente dicibile, può essere naturalmente anche collettiva: in essa il singolo deve cedere, sacrificare qualcosa di sé alla presenza degli altri, come a questi a poggiandosi nel lunghissimo cammino intorno al monte. Dice un altro viaggiatore: "Incontrerete paralitici, vecchi e bambini (...). Al termine avrete espiato i peccati della vostra esistenza, ma avrete anche vissuto un'esperienza unica al mondo." E' spiegabile dopotutto che il cerchio della perfezione si chiuda anche in una dimensione collettiva: perché la perfezione (questa perfezione) dovrebbe essere riservata al singolo? La salvezza non dev'essere comune? Sulla montagna non si può vivere, ma ci si può avvicinare al luogo degli dei, sia pure con le struggenti difficoltà che ciò comporta: e ciò è vita e vittoria, festa e liberazione, progetto e compimento, fede e santità.S'incontra qui, dunque, con ogni evidenza, qualcosa come il sacro. Non so certo definirlo e meno che mai oserei tentare di farlo in una pagina. Qualche idea sparsa, tuttavia, si può allineare. Per esempio quella che il sacro si può incontrare ed esperire prima che descrivere: che, dunque, si può vivere "sul campo" e anche insieme agli altri. Dunque esemplarmente, per quel che si vuol dire qui, partecipando a un rito, qual è in sostanza l'ascesa a una montagna o il suo periplo. Bisogna farsi pellegrini, per capire qualcosa di tutto questo? Forse ha qualche senso dire che la sacralità vissuta dagli altri può essere fatta propria (se vale l'espressione), anche se non pienamente compresa come tale, già per una forma di rispetto che è di per sé quasi partecipativo.Ora, se così difficile da accettare, più che da comprendere, una sacralità priva di dei e di religione, ci si deve conseguentemente affidare all'unica entità o realtà che può diversamente sorreggerla, la natura: qui esplicitata, esemplificata, raccolta, condensata nella montagna, in una montagna. Bella o meglio affascinante a quel che dicono anche le immagini, per la forma quasi perfetta (ricorda una piramide), per la immensa e raccolta potenza che esprime, per i ghiacci che ordinatamente la ornano.Dall'antico si onorano rocce e pietre, e le si fa partecipi della valenza generale dell'elevazione ponendole in verticale. Qui la dimensione verticale è naturale e associata a ciò che è massiccio e dunque possente, e anche calmo ed equilibrato fin nelle sue nascoste radici rocciose. Certo una montagna così, essendo uomini, non può essere, in assoluto, ignorata: non è all'apparenza selvaggia come una infinità di altre per creste, pareti e dirupi. Potrebbe invitare alla salita la vetta è una cupola regolare che, a suo modo, riposa gli sguardi e invita alla presenza. Qui furono posti gli dei e potrbbe essere bello credere che ancora vi risiedano, così che ogni altra presenza sarebbe inopportuna e insostenibile. Ma credo sia importarte riflettere che si accetta benissimo questa assenza di uomini anche se non si crede nella presenza degli dei: l'essenza della presenza sta nel suo essere pensata, anche il nostro alpinismo tradizionale riposa su questa assunzione a priori.Così, anche in questo modo - per mezzo di una montagna - natura e cultura s'incontrano: perché è proprio la montagna che può unire in modo ottimale, entrambe.