lunedì 21 novembre 2011

Diario 12 novembre 2011

Il ritorno del camoscio


camoscio alpino: l'esemplare visto da lontano, foto by Indio

Savona è una città che potrebbe essere molto bella, ma prima l’industrializzazione e poi la speculazione edilizia hanno compromesso l’armonia del centro storico.. Le vecchie torri del porto, la fortezza, i monumenti, si mischiano così a moderni palazzoni anonimi. Nella zona del porto spicca un bruttissimo grattacielo verde acqua…
Prendo l’autobus che mi porterà a Carcare, dove mi attende Franco che mi ospiterà due giorni a Murialdo, nella sua abitazione.
Il pasesaggio cambia velocemente. Dalle aree industriali e commerciali delle piane dell’entroterra si sale lungo le colline, verso i piccoli paesini di montagna. La boscaglia è onnipresente. Non si vedono pascoli né campi coltivati.
Franco mi aspetta nella bella piazza di Carcare e insieme ci avviamo verso Murialdo. In programma abbiamo un’escursione all’Area Wilderness Monte Camulera (divisa in due aree: Bric Zionia di demanio comunale e Bric Farian proprietà dell'AIW)..
La nebbia è ridiscesa sulla valle, ma il pomeriggio è abbastanza luminoso. Franco mi porta alla scoperta dei luoghi della vecchia miniera abbandonata, oggi invasa dalla vegetazione. Sotto di noi scorre il fiume Bormida. All'imbocco del sentiero c'è la tabella con la descrizione dell'Area Wilderness e accenni alla relativa  "filosofia"... Da lontano si vede il paesino di Murialdo...


Entriamo nel bosco. La vegetazione è molto varia ed è tipica di queste zone: troviamo betulle, castagni, rovere, pino laricio e persino il faggio. I cambiamenti climatici hanno cambiato il paesaggio del bosco, infatti con la siccità del 2003 sono morti molti alberi, che adesso giacciono a terra. 


Vi sono numerose gallerie che perforano le viscere del monte, sentieri di collegamento e ruderi di strutture pertinenti allo scavo e trasporto del minerale. Con un piccolo restauro conservativo di queste antiche strutture si potrebbero creare dei percorsi di archeologia industriale dove portare le scolaresche, magari. Passiamo accanto al rudere di un essiccatoio di castagne, poi davanti al vecchio deposito di esplosivi. Sulla porta una piccola lucertola è tramortita dal freddo. La rimetto dentro, così troverà un cantuccio per il suo letargo. Passiamo accanto ai resti dei tubi che venivano utilizzati per la raccolta del minerale e a quelli della funivia che lo trasportavano a valle, poi dentro la piccola galleria scavata nella roccia viva. 


Trovo il cranio di quello che Franco dice essere probabilmente un mustelide (una faina o una martora); farà buona compagnia ai tanti crani di animali presenti nel suo studio, da quelli di camoscio a quelli di stambecco, a quelli di lupo. 

Proseguiamo nel bosco quando ad un certo punto vedo, lontano, un animale aggirarsi nel bosco, sul versante della montagna che ci sta di fronte. Dico a Franco che c’è un capriolo. Può essere solo un capriolo, perché nel savonese ne esistono, secondo le stime, quasi ventimila esemplari… L’animale è nascosto nella vegetazione e dopo pochi secondi esce allo scoperto. Franco si accorge subito che non si tratta di capriolo ma di camoscio! In effetti la sagoma, il mantello con i colori caratteristici e il portamento generale sono quelli del camoscio alpino. Franco è entusiasta della cosa, anche perché mi comunica che è un avvistamento eccezionale, perché mai si era visto un camoscio in Val Bormida. 


La natura è imprevedibile davvero e per me è un giorno fortunato, perché dopo il camoscio d’Abruzzo ho l’occasione di vedere per la prima volta un camoscio alpino. Facciamo varie foto e Franco che ha uno zoom elevato può fotografarlo bene. Il nucleo più vicino di camosci alpini sta in Piemonte, a una quarantina di chilometri. Probabilmente l’animale è arrivato qui spaventato da una battuta di caccia o da un inseguimento di lupi. Potrebbe non essere solo e se fosse così, chissà, i camosci potrebbero ricolonizzare alcuni ambienti rupestri della montagna rimasti ancora selvaggi. L’animale continua a muoversi lungo la pista e arrampicando sulla scarpata. Probabilmente sente anche le nostre voci. Un camoscio alpino si mostra a due appassionati di natura selvaggia. Mi piace fantasticare e pensare all'idea che quel camoscio sia là per noi, che si tratti di un “segno”, che il camoscio si sia mostrato per darci nuovi stimoli per continuare ad amare quel po’ di wilderness rimasta cercando anche di difenderla, per quel che si può. Oggi il camoscio è qui per noi e i giornali dei prossimi giorni riporteranno la notizia di questo splendido e inaspettato incontro…






giovedì 3 novembre 2011

Diario - 3 novembre 2011

Il cercatore di funghi


Novembre andiamo, la montagna è immersa nei suoi colori autunnali.
Indifferente agli eventi umani, continua, come può, la sua vita ciclica, secondo le leggi di una immutabile dinamica interna. Crisi economica, conflitti sociali, mercati finanziari... nulla di ciò penetra nell'atmosfera silente della foresta. Una calma irreale e quasi ostile, di monotona indifferenza. L'aria secca e fresca dell'alba annuncia una giornata di sole, che farà brillare il giallo e il rosso degli alberi, dei faggi e degli aceri, farà risaltare il sempreverde degli agrifogli e degli abeti, che spiccherà come inconsueto  nella nuova stagione.


Il cercatore di funghi è partito all'alba, di buon'ora, inseguendo il sorgere del sole. Ha riparato le sue vecchie scarpe da trekking che usava  da tempo per andare a funghi. La suola in Vibram si era quasi staccata ed ha provato ad incollarla. Non durerà molto, ma vuole fare un'ultima escursione per quelle vecchie scarpe. Se potessero parlare, pensa - rendendosi conto dell'ingenuità dell'osservazione - quei vecchi scarponi... Con quelle scarpe il cercatore scoprì le sue  montagne, passo dopo passo. Quelle scarpe sembrano ricordargli i vecchi tempi, quando ogni luogo scoperto era una sorpresa e una meraviglia, quando era solo e condivideva solo con se stesso quelle avventure solitarie.
Il cane come sempre, appena lui è uscito dalla porta, ha capito, vedendolo abbigliato con zaino, cesto e giacca militare, che si profila una giornata in cui potrà esplorare i grandi spazi della foresta.
Salgono su per i boschetti di cerro ingialliti, e si portano lungo una pista che conduce ad un vecchio sentiero di  pastori. L'area è invasa di rovi, ginestre, meli selvatici... le coturnici spaventate svolazzano nell'intrico della vegetazione, con i loro versi squillanti...
Sbuca in un pascolo quasi pianeggiante. Questa è un'area che un tempo era coltivata. C'è un piccolo appezzamento di terreno che è suo, segnalato da un giovane cerro. I genitori un tempo qui piantavano le patate... Ora la vegetazione ha invaso tutto.
Da qui si vede la grande foresta, in tutta la sua estensione, accesa dei colori brillanti dell'autunno. Il cercatore trova una mazza di tamburo. Lepiota Procera, il fungo ombrello, il fungo solitario delle radure, il fungo che scorgi da lontano con un sorriso.


Affretta il passo, perchè vuole inoltrarsi nella foresta. La foresta è pulita, c'è solo un tappeto di foglie secche, si può camminare con libertà di movimento, per ore e ore senza incontrare segni d'uomo. Il labirinto di tronchi lo accoglierà con l'oscurità della sua volta immaginaria. Cerca il fungo dell'abete. Lactarius deliciosus.
Il cane procede sempre un po' più avanti. Cosa troverà lui nella foresta? Odori forse, segni e tracce del passaggio di animali selvatici. Ama anche lui vagare per la foresta, l'elemento primordiale ha contagiato anche il cane. Non trova i funghi dell'abete, raccoglie solo tanti Tricholoma: funghi grigi e allineati a gruppi tra le foglie. Questo offre la foresta e null'altro. 



Non si può manipolare, non ci sono solchi da scavare e semi da gettare, e la foresta aspetta solo l'acqua che cade dal cielo. Le creature della foresta seguono la Legge. Ma la foresta, se dà i suoi frutti all'uomo per soddisfare un suo svago, capriccio o bisogno, dà da vivere agli animali che vi abitano. Potremo paragonarci alle bestie da soma, ma mai ad un animale selvatico. E' un modo di essere che non ci riguarda, è lontano ed incomprensibile. Come gli uomini si allontanano da un rapporto spontaneo con la natura, si avvicinano allo stesso tempo e in maniera sempre più accelerata, alla loro natura culturale: l'uomo vive di artificiosità, del mondo che si è costruito attorno dominando e manipolando la natura. Non è un giudizio di valore, nessuno può darli, è una constatazione. 

Non si vive più della natura ma della sua manipolazione, giunta ormai al livello di "essenza" essa stessa . E anche la nostra natura è forse un po' compromessa: se vagare nella foresta alla ricerca di cibo si ricollega alla nostra natura animale, vivere ventiquattro ore su ventiquattro grazie ad artifici tecnologici è prettamente umano, almeno secondo i canoni che caratterizzano l'uomo civile occidentale, l'uomo medio che vive nelle città, delle sue categorizzazioni, delle sue etichette e divisioni spaziali e temporali. 


 Il cercatore di funghi è solo con i suoi pensieri. E' anche lui un realista: essere realisti è un obbligo della società. Non c'è spazio per i sogni: o meglio, uno spazio c'è, ma gli uomini li relegano nelle nicchie nascoste della loro anima; li custodiscono in cassetti, come gioielli di cui nessuno percepisca l'utilità. La libertà è uno di questi sogni: è fatta della stessa materia del sogno, è evanescente, ma non possiamo fare a meno di desiderarla. E' una libertà che viene dalla conoscenza di se stessi, non può essere preconfezionata.  Potrà esserci libertà col solo  possesso di oggetti e stili di vita prodotti industrialmente, con gli staus tanto ricercati ma alla fine imposti dagli altri, con le false libertà di un conformistico anticonformismo?

Una considerazione fa nella sua testa: che quella autentica libertà l'ha intravista solo quando la sua personalità ha potuto esplicarsi, quando lui seguiva i  suoi istinti e i suoi desideri, seppure illogici e irrazionali per altri, quando egli riusciva a  fuggire da regole, codici e quando la solitudine diventava la condizione per bastare a se stessi, quando il proprio corpo esprimeva la sua forza e superava i suoi limiti con l'esercizio della volontà... E la montagna era uno spazio dove imparare ad apprezzare la libertà e dove riconoscere le cose essenziali della vita. "Andai nei boschi perchè volevo succhiare il midollo della vita": era questo il senso della frase di Thoreau.


Il cercatore e il cane proseguono nel cammino. Gli abeti bianchi sono maestosi e la loro personalità spunta  negli anfratti della foresta. Alti tre centimetri e vivi da pochi anni, slanciati e possenti o abbattuti dalla furia degli elementi, ormai marcescenti ma ancora possenti, questa comunità arborea  è la vera dominatrice della foresta, sono essi che captano la sua attenzione.


L'ora del pasto frugale. Il cercatore e il cane mangiano a ridosso di un grosso abete. Il cane è un compagno, nel senso della compagnia e in quello della fratellanza che supera le barriere umane, nel senso della strada da fare assieme.... e compagno significa anche e soprattutto "condividere lo stesso pane".


Alla ricerca dei frutti del bosco si spingono sempre  più in alto, incrociando piste e sentieri per poi ridiscendere lungo i pendii boscosi attraversati dai fossi, per rivedere la luce del sole e i colori vari e mutevoli della faggeta.
Dalla faggeta scendono poi nella cerreta e qui è l'aria del bosco risuona di uno strano ticchettio... Sembra grandinare: ma invece di granelli di ghiaccio cadono ghiande, che  si staccano dai rametti finendo sul tappeto di foglie, fornendo cibo ai cinghiali e nuovi semi per la rigenerazione del bosco...



lunedì 19 settembre 2011

Messner e la montagna



"Noi alpinisti cerchiamo oggi, non tutti, ma la maggior parte, di usare poca tecnologia per avere un contatto diretto con la montagna.
 La conquista verso l'animo, verso l'interiorità, è la mia meta. 
E se noi lasciamo le montagne come zona selvaggia, dove in realtà non ci sono infrastrutture, come prima dell'umanità, allora l'uomo ha la possibilità di fare esperienze interiori; di sentirsi piccolissimo, di sentirsi un niente. La forza umana la sento solo se arrivo al mio limite, ma non prima".
Reinhold Messner

domenica 18 settembre 2011

Diario 17 settembre 2011

Sulle vette degli angeli neri. Ritorno al Corno Grande (con l'amico Vincenzo A.)



 gracchio alpino -  foto di Vincenzo A. sotto: 1. Pizzo Intermesoli; 2. Veduta dalla cima 3. Vincenzo A. sulla cima; 4. Indio e Vincenzo A.


L'amico Vincenzo A. viene a trovarmi a Teramo per realizzare la mancata (almeno per lui) ascesa in vetta al Corno Grande, lungo lo stesso itinerario già percorso da me in solitaria (Val Maone, Sella del Brecciao, Via delle Creste, cima e discesa per la via normale).
Trovo la montagna più spoglia e le fioriture sulle aride pietraie sono un bel ricordo di luglio... Tantissimi gli escursionisti che incontriamo; certo, sarebbe meglio essere molti di meno per godere meglio delle atmosfere della montagna, ma anche noi a ben vedere, venendo qui in un sabato estivo di settembre contribuiamo a quell'affollamento. Ce la prendiamo comoda salendo senza foga. La Via delle Creste è un divertente e bel percorso su roccia. Camminare sulla roccia mi dà sempre un senso di pienezza: forse perchè rimanda ad un rapporto diretto con un elemento primordiale del cosmo.
I pinnacoli rocciosi del Gran Sasso escono dalla terra innalzandosi verso il cielo,  e l'escursione forse è un ripercorrere questa "ascesa"; innalzamento geologico ed elevazione interiore dell'uomo si confondono nel ripercorrere visivamente questa storia evolutiva. La cima è circondata dallo splendore: il cielo è sgombro di nubi e i panorami spaziano limpidi... Stormi di gracchi alpini e corallini volteggiano sopra di noi... schiere di angeli neri del regno animale. Molti altri sono appollaiati sulle pareti inaccessibili. I gracchi alpini dal luminoso becco giallo arrivano fin sulla cima cercando di resistere alla forza del vento...
Poi si posano sulle rocce a pochi metri da noi cercando pezzetti di cibo lasciati dai turisti. L'assordante gracchiare dei corvidi echeggia tra gli abissi di roccia. Nelle foto che non ho potuto fare ci sono in primo piano i gracchi alpini posati sulla roccia o in volo sopra la mia testa, e sullo sfondo i pinnacoli di roccia e il cielo limpido. Ritorniamo per la via normale. La discesa sarà lunga. Arriviamo al Val Maone mentre le pareti sud-occidentali si tingono prima di rosso e quando il sole scompare di un bianco pallido. Cala lentamente il buio e Vincenzo A. tira fuori la sua lampada frontale. Arriveremo ai Prati di Tivo alle 21 circa: abbiamo camminato più di tredici ore, a parte qualche breve sosta...






verso del gracchio alpino


verso del gracchio corallino

mercoledì 14 settembre 2011

Diario 12 settembre 2011

la maestosità del Monte Petroso, da Valle Cupella - foto by Indio
sotto: 1. Lago Vivo; 2. Valle Lunga. 


"Ho visto i caprioli attraversare la foresta, branchi di cervi nei pianori d'alta quota, ho visto i camosci delle cime, ho sentito il verso del cervo in amore che rimbombava nella foresta... ho attraversato la faggeta infinita...la visione delle alte cime. Ho lasciato un pezzetto di me stesso in questo Eden che è il Parco d'Abruzzo... ed ho visto affacciarsi la malinconia in vista della mia partenza!"
Indio


Alla scoperta di un Eden

Avevo deciso di arrivare al Monte Meta, una delle cime più alte del Parco d'Abruzzo. Avendo a disposizione solo una bicicletta come mezzo di avvicinamento, l'imbocco di partenza non poteva essere che la strada che da Barrea arriva ad Alfedena. L'escursione si profilava molto lunga... Poi c'era da affrontare un dedalo di sentieri dai nomi diversi: K3, K4, L1, L2. In mancanza di opportuna segnatura ero cosciente che avrei potuto avere dei problemi. Arrivo in bici all'imbocco dei sentieri. Ne prendo uno ben segnato ma non numerato, e penso sia quello giusto. Il sentiero sale e si inoltra in una faggeta stupenda, con magnifici esemplari di faggio. Sento degli animali attraversare il bosco e tra gli alberi noto un piccolo "bambi" e un esemplare adulto che dalle corna sembra proprio un capriolo... non c'è dubbio, è una famigliola di caprioli. Si respira qui la vera atmosfera della foresta.


Da più parti risuona il  richiamo dei cervi in amore, che mi seguirà per tutta l'escursione... Mi accorgo a metà percorso che il sentiero che sto percorrendo è in realtà quello del Serrone: su un albero trovo infatti la dicitura di F4.  La meta non è più il "Meta" purtroppo, ma Lago Vivo. Sono un po' deluso, ma lo spettacolo a cui potrò assistere successivamente mi ripagherà ampiamente dell'errore. Agli escursionisti e alpinisti che visitano il Parco d'Abruzzo dico: spogliatevi dell'ambizione della sfida... queste montagne vanno visitate più con lo spirito del naturalista che con quello dello sportivo. Non ci sono cime da conquistare, ma paesaggi da contemplare, estese faggete da attraversare e animali selvatici che non sarà difficile incontrare. Il terreno della foresta diventa sempre più roccioso e la luce di un pianoro si espande nel vuoto che comincia a crearsi tra gli alberi. Guardo la cartina e noto che da Lago Vivo potrei prendere un sentiero che conduce al Monte Meta... anche se la strada da fare mi sembra un po' troppo lunga. Lago Vivo è un pianoro che del lago ha solo ormai delle estese pozze d'acqua. E' bella anche la Fonte degli Uccelli; l'acqua esce da una lapide dove sono scolpiti appunto due uccelli. Vi sono mucche al pascolo. Prendo un sentierino che si inoltra nel bosco e dovrebbe condurre al sentiero che va al Valico dell'Altare. Mi incammino e supero il bosco che ammanta Lago Vivo: ed ecco che si apre davanti una di quelle visioni destinate a restare per sempre nei miei ricordi: un pianoro enorme popolato da ginepri e al suo limitare un bosco di faggio... e sullo sfondo il Monte Petroso, con i suoi dirupi selvaggi e i ghiaioni inaccessibili... E' Valle Cupella, uno di quei posti incantati davanti alla cui veduta si può solo gioire... Sono alla ricerca del sentiero, ma alla fine rinuncerò a trovarlo... Salgo sulle rocce alla mia sinistra per vedere cosa c'è oltre, seguendo un sentiero probabilmente scavato dai cervi... per vedere quale panorama mi aspetti e se intravedo una lontana traccia di sentiero: ed ecco un'altra visione di selvaggia bellezza, uno di quegli incanti che sembrano usciti da un sogno... una catena di pareti verticali e alla base ampie praterie d'alta quota; vedo ampie pozze d'acqua e branchi di cervi tutt'intorno, che bramiscono in lontananza...
Dalla cartina capisco che quella è Valle Lunga. Guardo in direzione delle rocce che mi sovrastano e noto che spuntano delle corna: un altro branco di cervi, che mi osservano incuriositi. E' un'escursione di totale immersione  nella natura, e in solitudine... non ho incontrato altri esseri umani: la vita selvatica sembra dominare  intorno a me.Vado in direzione dei cervi del pianoro, verso il valico dell'Altare? Primo: non mi va di disturbare quella lontana scena di vita selvatica; secondo: sono senza cappello, il sole picchia forte e dovrei camminare ancora per ore sotto il sole cocente; terzo, anche se lo trovassi non so quanto impiegherei per aggirare il Meta... poi mi attenderebbe un dedalo di sentieri e dovrei scegliere quello giusto per arrivare a destinazione, col pericolo che faccia buio. Sono solo un turista e per me, a parte il disegno della cartina, queste sono montagne sconosciute. Mi accontento perciò di queste belle visioni e decido di terminare da questa altura l'escursione, seppure con grande malinconia, per non poter vedere i nuovi paesaggi che attendono di mostrarsi ai miei occhi... Per il ritorno decido di scendere verso la Valle dell'Inferno; qui il sentiero si fa ripido e roccioso e attraversa i pendii coperti dalla fitta faggeta... poi scende su un canalone di rocce e sbuca alla Sorgente del Sambuco, che annuncia la sua presenza col rumore fragoroso delle acque. Ascolto il distinto ticchettio dei picchi... Ecco la strada sterrata che mi porterà alla strada asfaltata e poi alla mia mountain bike... Nuvoloni si addensano e il lago di Barrea muta d'aspetto. Forse arriverà un temporale...

Diario 11 settembre 2011



i dirupi rocciosi di Monte Capraro - foto by Indio


Tra i camosci delle rocce: da Val di Rose a Val Iannanghera


Sono gli ultimi giorni di tirocinio in cui ho fatto interviste ai turisti per una tesi di Master... Gli ultimi giorni saranno dedicati ad escursioni guidate e in solitaria, per scoprire i paesaggi delle alte vette, sia a fini di studio che ludici. La cosa migliore è sempre unire l'utile al dilettevole...! Finora avevo visto i posti più "turistici" del Parco, Camosciara, Val Fondillo ecc. Volevo un contatto con la natura selvaggia del Parco, con le sue foreste impenetrabili e i paesaggi delle vette. La mia prima escursione è quella che dalla Val di Rose porta a Forca Resuni, per poi percorrere la selvaggia Valle Iannanghera. In agosto e fino al dieci settembre l'escursione è giustamento a numero chiuso e con accompagnatore... Dal 10 in poi si può andare liberamente anche da soli.
E' bene che ogni turista si informi su queste disposizioni: ricordiamo che il turista è un ospite e deve come prima cosa rispettare le regole messe in atto per la tutela della fauna selvatica. C'è ancora qualche turista in giro. Nella faggeta che subentra al bosco misto più umido, incontro subito un animale selvatico... forse è un capriolo, ma non riesco a distinguerlo tra gli alberi. Dal bosco della Val di Rose, dopo aver attraversato radure con resti di stazzi degli antichi pastori, ecco le rocce... Noto subito un camoscio tra le rocce... poi salendo ne sbucano altri due. Ci sono altri escursionisti che già li stanno fotografando. Non sembrano per niente spaventati dalla presenza degli escursionisti, anche se restano guardinghi ad osservarci. E' il  mio primo avvistamento del camoscio del PALM, dopo il bel maschio incontrato alla Val Maone sul Gran Sasso. Col passo veloce supero tutti i turisti che ho davanti a me, compreso un ragazzo a cui indico i camosci per fotografarli. Scambio quattro chiacchiere con lui mentre si procede verso il (bruttissimo, per dire la verità) rifugio Forca Resuni... La visione è stupenda quando ci affacciamo sui dirupi della Camosciara-Monte Capraro, coperti dal raro pino mugo...quest'albero è basso e schiacciato ed è capace di creare boschetti densi e intricati (a ben vedere è la prima volta che vedo un pino mugo nella mia vita!). Non ho la mia Nikon ma solo uno scrauso cellulare, ma faccio lo stesso qualche foto. Si sente anche il richiamo del cervo in amore... Il ragazzo si aggrega a me quando gli propongo di fare un anello invece che di tornare per lo stesso sentiero dell'andata. Percorreremo la selvaggia Val Iannanghera, che si rivelerà più suggestiva della Val di Rose, per i faggi enormi e per gli spazi più aperti della foresta... Eccomi alla Sorgente Iannanghera... una piccola pozza da cui escono dei rivoletti che però bastano a dissetarmi. A Civitella Alfedena saluto l'amico di Roma e ci scambiamo i contatti... chissà, forse ci rincontreremo per far equalche altra escursione assieme....

venerdì 2 settembre 2011

In MTB nel Parco d'Abruzzo... per caso!

La traversata, in rosso, sulla strada che collega Villetta Barrea, Opi e Pescasseroli... in blu altri percorsi... by Indio

Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Sto dando questionari ai turisti per uno stage. Tutto ok, tranne che ho problemi a stampare e fotocopiare i file. Dopo una piccola odissea per trovare un posto dove stampare nei paesini dove risiedo ecco che la fotocopiatrice della cartoleria dove vado si scassa. Per il giorno successivo ho bisogno dei questionari e non c'è altro da fare che andare a Pescasseroli, paese più popoloso e attrezzato. Nella cooperativa dove faccio lo stage mi hanno prestato una mountain bike... ed eccomi a pedalare alle 8 di mattina da Villetta B. diretto a Pescasseroli, passando per Opi. La panoramica e quasi pianeggiante strada asfaltata collega i paesi più "famosi" del Parco e attraversa bellissime valli , da cui si ammirano montagne come La Camosciara, Monte Mattone, Monte Marsicano... costeggiando spesso il limpido Fiume Sangro. Una strada ideale per la bicicletta da corsa... Rifarò altre due volte la "traversata", che comporta circa un'ora sia all' andata che al ritorno, se si procede come ciclisti dilettanti. Sarà un buon modo per tenermi in forma anche se sto lavorando. Farò più volte anche la strada (purtroppo asfaltata, visto che siamo in un luogo naturale) della Camosciara, oltre alla salita di Civitella Alfedena: qui a Civitella i tacchetti consumati della mia bici provocheranno un rumore insopportabile, tra l'abbaiare dei cani e le proteste dei turisti: "Non è mia la bicicletta, l'ho noleggiata!"...è la mia giustificazione...

domenica 21 agosto 2011

Diario - 18/20 agosto 2011

Tra Gole e Timpe: tre giorni a San Lorenzo Bellizzi


20 agosto - Gole del Raganello (Barile) con l’amico Giuseppe alias “Pollino Fantastico” 


Cascata nell'ultimo tratto del Raganello, prima delle sorgenti - foto by Indio. sotto: 1.veduta del tratto più ampio del letto del torrente; 2. veduta delle pareti strapiombanti di Timpa di San Lorenzo; 3. il canyon in un'immagine caratteristica; 4. l'anfiteatro del diavolo; 5. l'ultimo tratto del canyon; 6. autoscatto: da sinistra Vincenzo A., Giuseppe e Indio; e... vari scatti dei "momenti d'azione"!

Giuseppe, ci aspetta al bar “Pino Loricato”. Dopo aver sgombrato la casa di Franco delle nostre cose, ci dirigiamo al parcheggio. Finalmente dopo tanti scambi di impressioni su itinerari di trekking e sulla montagna in generale, con commenti reciproci sui nostri blog Leucodermis e Pollino Fantastico (non per vantarci ma sono due blog molto curati sull’escursionismo nel Pollino), abbiamo l’occasione di conoscerci personalmente e di compiere un’escursione assieme. 


Oggi sarà lui la nostra guida, dato che è ormai un veterano del Raganello e visto che possiede la corda e l’attrezzatura necessaria per affrontare alcuni passaggi impegnativi. Era da tempo che volevo affrontare le gole del Raganello, e sentivo un vuoto nella mia esperienza di escursionsita e di appassionato del Pollino; anche perché le Gole rappresentano uno dei luoghi più selvaggi del Pollino, dall’ indiscutibile valore “wilderness”. Partiamo presto e ci portiamo nelle gole scendendo dallo strapiompo con una corda. Proprio l’imbocco della gola è ostruito curiosamente da enormi massi rocciosi: sembra quasi un atto di scherno della natura nei confronti dei visitatori. Mi preoccupano solo due cose: incontrare pozze troppo profonde (non so nuotare, ok? adesso prendetemi anche in giro…) e bagnare la macchina fotografica. Giuseppe dice che c’è solo una pozza che può rappresentare un problema. L’acqua nelle gole non è poca e oltre ad essere fredda è anche limpidissima, perché siamo i primi stamane a percorrerle. Seguiamo il bravo Giuseppe, che con sicurezza e tecnica supera passaggi più impegnativi come cascatelle e massi rocciosi. 

Arriviamo in un tratto in cui letto del torrente si allarga ed assume un aspetto più tranquillo… poi di nuovo si restringe, fin quando arriviamo alla superba visione della parete più alta della Timpa di San Lorenzo… Superiamo un primo balzo roccioso con la corda, sulla destra di una cascata. Ogni tanto levo fuori la macchina fotografica dallo zaino, aprendo le varie buste di plastica in cui l’ho inserita e fotografo gli ambienti più suggestivi. Vorrei fare molte più foto, sia di paesaggio che quelle delle nostre azioni più spettacolari, ma non voglio rischiare di bagnare una Nikon costatami quasi settecento euro! Perciò mi rassegno a che la macchina resti purtroppo nello zaino anche quando ciò che vedo meriterebbe di essere immortalato… Eccoci all’ "Anfiteatro del Diavolo” un superbo scenario dove le pareti della Timpa di San Lorenzo cadono a picco, creando quasi una volta di pietra sul torrente… Non dimentichiamo che il torrente Raganello è anche un habitat per molte specie, tra le quali incontriamo una biscia d’acqua che impaurita cerca subito di nascondersi (peccato: non riesco a metterla a fuoco), un rospo che se ne sta fermo, quasi indispettito dalla nostra presenza, e le classiche raganelle che stranamente non sembrano avere troppa paura di noi, visto che tardano a saltare al nostro passaggio… Eccoci al masso ciclopico incastonato nel canyon tra le rocce, che ci obbliga a passare sotto: è d’obbligo la classica foto in cui si “solleva” il masso… 
Un punto impegnativo è il superamento di una cascata di circa quattro metri: sono l’ultimo ad andare e mi sembra di non arrivare con la gamba all’altra roccia, ma spostando il mio corpo sulla destra il gioco è fatto, poi l’aggancio alle prese nella roccia e la mano di Giuseppe che mi aiuta… Ritornano in questo percorso tra le gole i rudimenti base dell’arrampicata: progressione col piede in aderenza, tecnica degli opposti (tipica nelle risalite di camini di roccia), importanza dell’equilibrio… il tutto innaffiato da cascate di acqua! Di sicuro le gole non sono “adatti a tutti”, perché richiedono una buona dose di esperienza escursionistica e di padronanza di sé… 


Giuseppe ci fa notare come il corso del torrente sia parecchio cambiato: proprio qui c’era un passaggio alternativo in un cunicolo tra le rocce, passaggio ormai ostruito dai massi; alcune cascate sono scomparse, com’è scomparsa la pozza molto profonda che mi faceva temere per il mio proseguimento. Il torrente, indifferente alle categorizzazioni umane relative ad itinerari e passaggi di canyoning, continua la sua corsa nelle gole, modificando a piacimento l’ambiente e continuando a scavare la gola, seppur in maniera impercettibile all’occhio umano… L’acqua in alcuni punti è profonda, arrivando quasi al naso, ma non ho alcun problema, anzi, è bellissimo essere immerso da capo a piedi in quest’acqua montana, limpida e fresca; e non mi faccio nessun problema a berla, visto che il torrente scorre impetuosamente. 
Il canyon si fa sempre più stretto, buio e suggestivo… Siamo arrivati quasi alla fine del percorso. C’è un altro punto difficile, una pozza profonda e una cascata alta da superare, e poi ci sono altri dieci minuti per arrivare alle sorgenti.. Giuseppe fa un tentativo, ma la corrente è forte e non riesce ad arrampicare… 



Qui finisce la nostra suggestiva risalita e un autoscatto nel canyon è d’obbligo. Adesso ci tocca scendere, superando le varie cascate ora con la corda, ora scivolando semplicemente. Arriviamo allo splendido scivolo naturale di roccia: Giuseppe ci dice come fare, scivolando piano piano fino al salto di qualche metro della cascata e poi saltando, ma almeno in quest’occasione mi voglio lasciare andare: così mi lascio trascinare dalla corrente che mi spedisce direttamente nella pozza d’acqua con un tonfo: “Questa non me l’aspettavo”, dice Giuseppe… “Pensi di stare a Gardaland?”, aggiunge Vincenzo… Proseguiamo nella discesa, ognuno scegliendosi il percorso che gli aggrada; Giuseppe saltella agilmente tra i massi perché vuole evitare di bagnarsi troppo… 

Lungo il percorso di discesa incontriamo parecchi turisti: l’acqua è diventata torbida, per il loro passaggio, e notiamo come la situazione sia cambiata da stamane, quando le gole erano solo “nostre” e di nessun altro: siamo stati fortunati, perché, anche se per poche ore, siamo stati immersi nella “wilderness” delle gole, testimoniata dall’acqua cristallina dei giorni di sole, dalla biscia d’acqua e dal silenzio interrotto solo dal rumore fragoroso delle cascate…



foto... in azione!














19 agosto - Esplorazione di Timpa di Cassano lungo la dorsale centrale 


Vincenzo A. guarda le pareti di Timpa di Cassano mentre inizia la lenta discesa - foto by Indio; sotto: 1. l'imbocco della via; 2. la grotta del "cerchio"; 3. caverna; 4. lastroni di roccia alla base delle pareti strapiombanti sullo sfondo; 5. Indio vicino al pilone di roccia durante la discesa; 6. il "Guerriero di Pietra" di Palma Nocera; 7. veduta degli strapiombi di Timpa di Cassano sovrastanti la Gola di Barile, con gradoni spioventi di roccia, : un'immagine di forza e di invincibilità della natura selvaggia...

La proposta di salire sulla Timpa di Cassano è stata una mia idea, che l’amico Vincenzo A. ha subito approvato con entusiasmo. In realtà avevamo informazioni abbastanza vaghe sul percorso… 


Avevo solo una foto con una via segnata da qualcuno del c.a.i di Castovillari. Il problema che subito saltava agli occhi era relativo al passaggio che consentisse di arrivare alla linea di cresta. 
Guardando bene col binocolo dalla finestra di casa si notava che una barriera di alte pereti verticali impediva l’accesso alla cima… l’unica soluzione sembrava arrampicare lungo le pareti di un enorme blocco di roccia più spiovente che si ricongiungeva alla cresta. Anche sula destra, le pareti seppure più basse erano comunque verticali. La montagna era a noi completamente ignota e il suo aspetto di certo non era rassicurante: un dislivello impressionante, canaloni di pietrisco e pareti invalicabili; ma contavamo sull’esistenza di una flebile traccia di sentiero che ci avesse guidati nella giusta direzione. 

Ci alziamo presto. Dal nostro balcone c’è una vista stupenda; le pareti della Gola di Barile si tingono all’alba di un colore rosso fuoco. Vincenzo A. entra nella mia stanza e mi vede già in osservazione col binocolo, un po’ in apprensione. Dpopo una veloce colazione usciamo e col fuoristrada ci dirigiamo verso la frazione Maddalena. Da lì rifacciamo il percorso di ieri fino a Palma Nocera per poi deviare sulla sinistra, a ridosso di un ghiaione che costeggia le pareti della dorsale. Lungo il percorso scopriamo una roccia che ricorda in maniera impressionante il profilo di un guerriero dall’elmo d’acciaio, con lo sguardo rivolto a Nord: è la sentinella di Palma Nocera e ci viene l’idea di creare un logo con questo profilo, con su scritto… “i guerrieri del Pollino”.
La zona di Palma Nocera è anche un sito archeologico e sono abbastanza evidenti i resti di edifici di pietra, probabilmente antichi stazzi di pastori, e (forse) di massi scolpiti. La traccia di un sentiero c’è e seguiamo questa, perché sembra portarci comunque nella giusta direzione, visto che costeggia le pareti rocciose che risalgono fino alle sommità della Timpa. Dopo aver aggirato i ghiaioni il sentiero (“chiamamilu sintiero!"), si porta direttamente a ridosso delle pareti rocciose che ci sovrastano, poi ad un certo punto scompare lasciando posto solo alla roccia. Il percorso si fa sempre più ripido: ormai si tratta solo di arrampicare tra lastroni di roccia e pietre rotolanti sfruttando il grande aiuto delle paretine di roccia che ci sostengono durante il cammino. Almeno però l’ombra della roccia ci fa salire al fresco. La dorsale ad un certo punto si spezza, concludendo la sua ascesa in un frastagliato pilone di roccia di una decina di metri.
A sinistra c’è l’intricato bosco di leccio: non si può che proseguire sulla destra, aggirando le rocce di una nuova dorsale rocciosa, stavolta coperta nei fianchi dal bosco di leccio. I lecci si mostreranno provvidenziali, perché aiutandoci con i loro rami riusciamo ad avere qualche presa salda per non scivolare sulle pietre instabili di questi dirupati versanti, percorsi in passato solo dalle capre e da qualche pastore. Nei boschetti che costeggiano la dorsale rocciosa facciamo anche delle belle scoperte: come una caratteristica grotta con un un buco a forma di cerchio geometricamente perfetto (poi scopriremo che è conosciuta dagli abitanti locali e legata alle leggende sui brigati), e una caverna che ricorda quelle che usavano gli uomini preistorici… L’ambiente è selvaggio e suggestivo… luoghi wilderness a pochi chilometri da un centro abitato… Dopo il bosco sbuchiamo in un canale di pietrisco e massi franosi e incontriamo un piccolo salto roccioso, che si rivelerà il passaggio più pericoloso e impegnativo anche sulla via del ritorno: bisognerebbe arrampicare superando una roccia ma la cosa mi sembra troppo rischiosa, perché il pendio è troppo ripido e non possiamo permetterci di rischiare. 
“No, non me la sento…è pericoloso” dico ascoltando il mio istinto, e mi porto sulla destra per aggirare il salto sfruttando le prese fornite da alcuni lecci. Sono ancora loro ad aiutarci, con i loro rami robusti: a volte viene quasi voglia di dargli delle "pacche" sui... rami, come si fa a degli amici fidati... Superato il salto risaliamo il canalone e sopra di noi si comincia a vedere la “mistica” barriera rappresentata dalle pareti di roccia sommitali della Timpa di Cassano. E, sotto di essa, si profila davanti a noi una macchia fitta e sempreverde di leccio, dall’aspetto rassicurante. Sbucati dal bosco incontriamo dei “lisci”, lastroni ripidi di roccia, da cui possiamo notare meglio la barriera che arresta la nostra speranza di arrivare in cima alla montagna. Dov’è il passaggio per arrivare sulla sommità? Io vedo solo rocce invalicabili… Il passaggio forse c’è, ma siamo sfiniti, non tanto dalla fatica ma soprattutto dal caldo… il sole brucia e sento la mia testa ribollire. Dovremo proseguire e poi esplorare la zona alla ricerca del passaggio tra le rocce. L’ascesa termina qui: sarebbe stato bello osservare nuovi panorami dalla vetta, ma ormai è meglio rinunciare,anche perché ci aspetta una discesa lunga e impegnativa. 
Nel canalone che precede il piccolo salto roccioso si ripresenteranno i problemi. Vincenzo avanti vede com’é la situazione e dice che non si può proseguire, allora propongo di attraversare la pietraia e di portarci sulla destra a ridosso delle rocce, dove sembra ci si possa aiutare sfruttando la presenza degli alberelli: ma anche qui c’è piccolo salto roccioso, ma sotto c’è un (quasi) rassicurante tappeto di foglie secche.. Non resta che buttare zaino e bastoni sotto e di saltare da seduti. Vado prima io, poi Vincenzo. Una foto ricordo del “salto” è d’obbligo. Continuiamo a scendere con attenzione sui nostri passi finché raggiungiamo Palma Nocera e poi il sentiero della Gola di Barile. L’escursione ci ha regalato momenti unici, anche se è stata molto impegnativa e faticosa, anche per il caldo opprimente. 

In paese, chiacchierando con un amico di San Lorenzo che ci ascolta,  veniamo a sapere qualcosa in più sulla Timpa di Cassano. La via che abbiamo fatto noi in realtà prevede il raggiungimento di un passaggio tra le rocce: si tratta di arrampicare per circa tre metri e poi seguire un valico che porta alla cresta. Ma nel percorso di ritorno non si fa la stessa strada bensì una via che scende a Colle Marcione. Inoltre di passaggio ce ne sarebbe anche un altro, che da quello che ho capito però va affrontato con attrezzatura alpinistica. La nostra è stata solo un’avventurosa esplorazione; ritorneremo sicuramente sulla Timpa alla ricerca del passaggio che ci consenta l’accesso allo splendido panorama della sua sommintà… 




18 agosto - Ritorno alla Scala di Barile

sulla sinistra traccia del bellissimo sentiero della Scala di Barile - foto by Indio

Siamo arrivati stamane a San Lorenzo Bellizzi, con la fuoristrada dell’amico Vincenzo A. . Abbiamo in programma un paio di escursioni impegnative, la Timpa di Cassano e il percorso di torrentismo della Gola di Barile. La Timpa di Cassano sarà un’esplorazione avventurosa fatta da soli mentre per le Gole del Raganello abbiamo preso appuntamento con Giuseppe, alpinista e autore bel blog pollinofantastico.blogspot.com. 

A San Lorenzo Bellizzi sarò ospite nella casetta del mio amico Franco, che però non c’è, perché ancora non è venuto qui per le ferie. Nei vicoletti del paese incontro e parlo con le tante persone conosciute l’anno scorso. E’ un paese “altro” San Lorenzo, unico forse anche nel Pollino, per quell’isolamento nella natura e la conservazione del suo aspetto “rurale”, ma soprattutto per la simpatia dei sallorenziani e la presenza di tante persone di cultura che difendono gelosamente le loro radici, e in questi rientrano oltre ai sallorenziani “originari”, che tornano qui solo per le ferie, anche e quelli “acquisiti”, che qui magari hanno comprato una casetta e se la sono ristrutturata. Un borgo del silenzio, dove la vita si svolge secondo ritmi ancora lenti e in cui è viva ancora la dimensione comunitaria dei borghi di montagna. Questi giorni saranno anche l’occasione per rinnovare la mia tessera all’associazione “I ragazzi di San Lorenzo Bellizzi”, fondata con lo scopo di promuovere lo sviluppo socioeconomico del paesino difendendo al contempo la natura e le bellezze del luogo. 

Il pomeriggio decidiamo di sgranchire le gambe percorrendo la stradina che dal paese porta alle Gole del Raganello; raggiunte la Gola di Barile ci inerpichiamo verso le alture di Palma Nocera per andare a prendere il sentiero della Scala di Barile percorso anni fa nel percorso dell’”Anello delle Aquile” (vedi tra i post del 2007). Raggiungiamo il punto panoramico più bello del sentiero, quello in cui il sentiero sembra portare verso un precipizio senza speranza (quando in realtà raggiunto il dirupo il sentiero supera il punto esposto costeggiando in discesa le rocce sulla sinistra). Restiamo qui così a contemplare il superbo paesaggio della gola alle luci del crepuscolo, per poi ritornare in paese con le lampade frontali mentre il buio scende sui boschetti circostanti.