martedì 11 agosto 2009

Diario - 10 agosto 2009

un pastore conduce il suo gregge lungo il fianco del Monte Pelato - foto by Indio
Gli ultimi pastori - Nei pascoli del Monte Pelato
Il Monte Pelato è una piccola e strana montagnetta spoglia, dalla conformazione di terreno lavico. Esso fu nella mia adolescenza meta delle mie prime escursioni, quando mi avventuravo da solo per le stradine dei pastori e nei boschetti di faggio che ammantano i fianchi della montagna. La cima del monte è facile da raggiungere dal versante est. Si arriva con l'auto fin sotto la sommità e si prende il sentierino che vi conduce. Il versante ovest è molto più selvaggio e scosceso e ai suoi piedi si estendono ampi pascoli dove ancora oggi gli ultimi pastori di Mezzana conducono greggi di pecore e capre. I pascoli sono punteggiati da una grande varietà di alberi, dal cerro al faggio ai salici agli alberelli di spine e ogni tanto ci si imbatte in alcuni stagnetti dove crescono alti giunchi... Ricordo che da ragazzino mi fermavo in questi stagni ad osservare i girini che vi nuotavano e le rane nascoste nel fogliame che saltavano in acqua al rumore dei miei passi. Un fossato costeggia i piedi della piccola montagna e il terreno qui è tutto franoso. Gli alberi che crescono lungo le sponde a volte vengono sradicati e travolti così dalla frana. Questo terreno accidentato e brullo è percorso da sentieri creati dal calpestio delle greggi. Sono molto attaccato al Monte Pelato ed è nei suoi pascoli che son voluto ritornare dopo tanti anni, assieme al mio cane che oggi compie la sua prima vera escursione. Lungo il sentiero mi tornano alla mente quegli scorci che avevo scoperto durante le passeggiate della mia infanzia... Sciami di tafani (dette anche mosche cavalline) mi ronzano intorno. I loro morsi non si sopportano. Arrivo ai piedi della montagna e supero la frana formata dal fossato per poi dirigermi nei boschetti di faggio e risalire il fianco della montagna a sinistra. Buck è affannato dal caldo ma mi segue dovunque vada. Superiamo il fossato che scende lungo il fianco del monte, coperto dalle macchie di faggio. Buck ha difficoltà a superare un grande masso ma alla fine riesce a saltare. Esco dal bosco e noto che un pastore scende conducendo il suo gregge di pecore e capre, assieme ad un bellissimo cane da pastore bianco pezzato di marrone, che già digrigna i denti per avere avvistato il mio cane. Lego Buck al guinzaglio per evitare che il grosso cane possa aggredirlo. Riconosco il pastore, è Mario del mio paese, che non vedevo da tanto tempo. Gli dico chi sono perché ho capito che invece lui non mi ha riconosciuto. Faccio due chiacchiere con lui che mi rammenta un episodio della mia vita, quando un giorno (all'epoca avevo quindici anni) mi avventurai in questi luoghi da solo, il sole era tramontato e io ancora non ero ritornato a casa. Il villaggio si era allarmato per la mia "scomparsa" e subito erano cominciate le ricerche, alle quali si era unito anche il pastore. Non mi ero perso ma avevo fatto tardi e mia madre e un parente mi scontrarono proprio sopra il paese, mentre stavo ritornando, lungo la strada che scende dalla montagna. Saluto Mario che si allontana costeggiando il pendio e mi dirigo verso la fontana e il vecchio abbeveratoio, proprio dove finisce la strada asfaltata. Da qui si segue il brevissimo sentierino che conduce sulla sommità della montagna, popolata da basse macchie di ginepro. Il panorama è stupendo e per goderlo appieno bisogna stare qui nelle ore del tramonto, come stasera, quando i prati e il brullo terreno del monte riflettono la luce dorata del crepuscolo; le sagome delle montagne lontane, avvolte dalla foschia della torrida giornata estiva, si tingono invece di un azzurro pallido. Sulla cima sono giunti anche tre giovani turisti che cercano di accarezzare il mio cane. Lui diffidente non si fa toccare, da buon cane da pastore abituato a seguire il padrone e a rifiutare le coccole degli estranei! Il cane sembra un po' disorientato e resta sempre vigile e attento a quello che si muove intorno, forse perché finora non lo avevo mai portato così lontano e forse perché oggi sta scoprendo troppe cose tutte assieme. Dalla cima ci dirigiamo giù per prendere la via del ritorno. Un altro pastore, anche lui di una frazione di Mezzana, ha ormai concluso la sua giornata e comincia a dirigere il gregge sulla strada di casa. La sua giacca é infestata dai tafani ma egli non sembra badarci. Lego di nuovo Buck al guinzaglio perché uno dei cani del pastore si sta avvicinando. E' davvero grosso, bianco, con una cicatrice sul muso, si ferma vicino a me per annusare Buck, si tranquillizza e poi si allontana. Saluto il pastore che riprende a richiamare e spronare le sue pecore con quelle parole che sembrano i lasciti di un gergo arcaico, e riprendo così il sentiero. Intanto la luce soffusa del tramonto si espande dappertutto. Con il crepuscolo in questi pascoli sembra diffondersi come sempre un'atmosfera di serenità e calma interiore. L'aria è fresca e camminare adesso è davvero piacevole. Comincio a fischiettare lungo la strada... persino il cane sembra più giocoso, perché adesso mi corre davanti voltandosi a guardarmi, facendo finta di essere inseguito. Passo accanto ai ruderi degli ovili attorniati dai salici. I salici venivano piantati prima della costruzione dell'ovile perchè era necessario che le pecore stessero sempre al fresco, riparati dai raggi del sole. Gli alberi sembrano dei sopravvissuti a questi edifici di pietra ormai in rovina, muti testimoni di una civiltà , quella agropastorale, che già adesso appartiene ad un lontano passato. Lo sterrato finisce, ritrovo la strada asfaltata e mi avvio verso casa...

Pascoli di luce - nei dintorni di Pelato

dalla cima di Pelato le sagome lontane di Serra del Prete, Timpa della Madonna e Grattaculo
Buck, il mio cane
cardi Serra Crispo dalle rocce di Pelato i resti di un ovile fiore di ginestra, bello nella sua essenzialità
affioramento di roccia di colore rosso fuoco
la sagoma arrotondata del monte si proietta sui boschi sottostanti
il "pulieiu", pianta officinale usata un tempo per curare il raffreddore mosaico nella roccia

giovedì 6 agosto 2009

Nel castello di roccia

Foto scattate a Pietra Castello, by Indio.
enormi massi a ridosso delle pareti rocciose, testimonianze delle vicende geologiche del Pollino
loricato accasciato su uno sperone di roccia
piccoli esemplari di abete bianco, che qui e solo qui convivono assieme al pino loricato
tra le rocce della sommità di Pietra Castello, sullo sfondo il pino loricato "sentinella"
i "gemelli", piccoli esemplari di ontano
leucodermis: particolare della corteccia
ramo spezzato di pino loricato secco
piccolo loricato nato su "madre roccia"
macchia di ginepro sullo sfondo di un maestoso pino loricato

Diario - 5 agosto 2009

stiamo contemplando le impressionanti radici dei pini loricati di Pietra Castello. La loro è una lotta tenace che li porta a resistere e a non sradicarsi per nessuna ragione dalla terra in cui sono nati... - foto by Indio
Ritorno a Pietra Castello
Sono tornato per le ferie decisamente non in forma. Ho così dovuto purtroppo accantonare i soliti trekking a volte massacranti in mountain bike o a piedi che abitualmente faccio d'estate. Ma non ho voluto comunque rinunciare a qualche breve escursione in alcune località da me tanto amate del Pollino. L'occasione mi è stata data dall'amico Pino, in ferie in questi giorni al mio paese, che voleva compiere un'escursione breve e da farsi in mattinata. Mi fa sempre piacere fare da guida a persone che apprezzano la bellezza della nostra terra. Mi è venuta subito in mente Pietra Castello, uno dei luoghi più affascinanti del Pollino, che nelle mie escursioni non era stata mai una meta ma solo una tappa per escursioni più lunghe. Pietra Castello rapresenta un posto ideale per coloro i quali vogliono compiere un'escursione facile e breve che permetta comunque di accedere ad uno degli angoli più suggestivi e caratteristici del versante lucano del Pollino, nel regno del pino loricato. Un luogo mistico. Un vero monumento naturale con le sue rocce, i suoi abeti bianchi che convivono a fianco al pino loricato e la spettacolare colonia di loricati che vegeta su questo sperone roccioso, il quale ricorda molto la sagoma di un castello in rovina., da qui il toponimo "Pietra Castello". Non parliamo poi del panorama che si gode da qui: sotto di noi, in direzione della Garavina si estende l'estesa foresta di faggio e abete bianco mentre sopra , verso sud, i versanti scoscesi di Serra di Crispo e Serra delle Ciavole dominano sulla foresta sottostante. Arrivare a Pietra Castello è semplice. Si può lasciare l'auto ad Acqua Tremola per prendere una strada forestale e arrivare a piedi all'imbocco del sentiero per Lago Fondo, oppure giungere in quest'ultimo posto salendo con l'auto dalla frazione Casa del Conte. L'imbocco del sentiero per Lago Fondo non è segnalato (i resti della tabella stanno per terra: l'ente parco pensa all'arte postmoderna ma mai alla manutenzione dei sentieri...), ma con la cartina non ci si può sbagliare. Il sentiero sale costeggiando un fossato e poi attraversa angoli di bosco superbi, con esemplari maestosi di abete bianco. Il sentiero si biforca ad un certo punto, ma io sono abituato a mantenermi sempre sulla destra e a salire lungo il valico popolato dagli abeti bianchi (ancora una volta: carenza di segnaletica). Si sbuca su un piccolo promontorio roccioso e si prosegue in direzione del sentierino scavato in questo tratto nel pietrisco, che proviene da Piano Iannace e che conduce poi nella Fagosa e alla Grande Porta. E' bello aggirarsi sulle rocce di Pietra Castello e osservare i caratteristici pini loricati che, proprio come sentinelle di un castello, fanno guardia a questo angolo incantato di paradiso....

martedì 4 agosto 2009

Un bell'inferno... - Meridiano di sangue di Cormac McCarthy

"I libri mentono, disse.  Dio non mente. 
No disse il giudice. Lui no. E le sue parole sono queste. Sollevò un pezzo di roccia. Lui parla con le pietre e gli alberi, lo scheletro delle cose." 
(Cormac McCarthy)
 


"Meridiano di sangue" è uno dei grandi libri di Cormac McCarthy, il solitario scrittore di El Paso (noto anche per le trasposizioni cinematografiche tratte dalle sue storie come "Non è un paese per vecchi" e "La strada", non ancora uscito nelle sale) lontano dai riflettori e dalla vita mondana degli ambienti letterari. Il libro, un western dai contorni cupi e visionari, racconta le sanguinarie vicende di una banda di cacciatori di scalpi, le cui gesta creeranno una spirale di violenza e atrocità senza fine. Il romanzo si ispira alle gesta dei cacciatori di scalpi, bande di delinquenti che negli anni '40 dell' Ottocento venivano assoldati in Messico dai governanti per contrastare le scorrerie degli indiani, radendo al suolo i loro villaggi e trucidando uomini, donne e bambini. Il personaggio intorno a cui ruota la vicenda è il giudice Holden, il "filosofo" della banda Glanton (un antesignano se vogliamo della volontà di potenza tristemente nota nei gerarchi nazisti e in generale in tutti gli ideologi della supremazia di tipo razziale o culturale o anche antropocentrica), la personificazione di una lucida volontà totalitaria e di dominio, di quel Male e di quella violenza sulla cui natura in ultima analisi si incentra gran parte della rilessione di Cormac McCarthy, in tutti i suoi libri. I protagonisti di questa storia non sono solo gli uomini; anzi, nei libri di McCarthy è sempre lil paesaggio il "protagonista" principale. Sicuramente non siamo di fronte in questo romanzo, ad una visione romantica della natura... Nella natura si può trovare qualche tipo di consolazione, ma è sempre illusoria, perchè nella visione dello scrittore, la natura stessa è già pregna di violenza, che in questo caso appare quasi violenza allo stato primordiale. Nel libro la natura è simboleggiata dai paesaggi sconfinati del West: selvaggia, enigmatica e sempre capace di stupire, con la sua forza mortale e la sua bellezza senza fine; nè benigna e nè maligna, che guarda con indifferenza alle miserie e alle tragedie umane. Ma le mie parole non bastano per descrivere la grandezza di questo libro, che potrà comunque anche risultare all'inizio ostico e non di facile lettura. Bisogna abituarsi piano piano allo stile narrativo di questo scrittore, che risulta asciutto, essenziale, fortemente simbolico... uno stile che sembra quasi intessuto delle pietre o del vento o del sangue da cui le parole prendono corpo; piano piano ci si innamorerà della prosa evocativa e così originale di McCarthy...Voglio riportare un passo del libro, che è una lucida riflessione su come la volontà di conoscenza dell'uomo possa trasformarsi in un'azione totalitaria nei confronti della natura, per assogettarla alla propria sete di dominio. Le parole del giudice suonano purtroppo attuali, in un mondo dove l'individualismo sfrenato cerca di calpestare sotto di sè sia la libertà e la dignità degli uomini che quelle aree di "vita autonoma" del regno naturale... Che dire, invito tutti alla lettura di questo autore, che rappresenta davvero una bella novità negli ultimi dieci anni nel panorama della letteratura americana (e mondiale come comincia a riconoscere la critica). Ma adesso diamo la parola al giudice Holden...


Qualunque cosa esista, disse. Qualunque cosa esista nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso. Si guardò intorno nella foresta scura dove bivaccavano. Accennò col capo agli esemplari che aveva collezionato. 
Queste creature anonime, disse, possono sembrare poco o niente nel mondo. Eppure l'esserino più piccolo può divorarci. Qualunque minuscola creatura stia sotto quella roccia, al di fuori della conoscenza umana. Solo la natura può rendere schiavo l'uomo, e solo quando l'esistenza di ciascun essere sarà stata snidata e denudata di fronte a lui, egli sarà davvero il sovrano feudale della terra.  
Cos'è un sovrano feudale?
 Un padrone. Un padrone o signore supremo. 
Perchè non chiamarlo padrone, allora? 
Perchè è un padrone di tipo speciale. Un sovrano feudale comanda anche dove altri comandano. La sua autorità revoca le sentenze locali.
Toadvine sputò. Il giudice appoggiò le mani a terra.Guardò il suo inquisitore. 
Questo è il regno cui ho diritto, disse. Eppure in esso ci sono ovunque nuclei di vita autonoma. Autonoma. Perchè esso mi appartenga non devo permettere che qualcosa vi accada senza il mio permesso.
Toadvine sedeva con gli stivali incrociati davanti al fuoco. Nessun uomo può arrivare a conoscere tutte le cose di questa terra, disse.
Il giudice piegò la grossa testa di lato. L'uomo che crede che i segreti del mondo resteranno nascosti per sempre vive nel mistero e nella paura. La superstizione lo trascinerà in basso. La pioggia eroderà gli atti della sua vita. Ma l'uomo che si assume il compito di individuare nell'arazzo il filo che tutto ordisce, in virtù di questa sola decisione si fa carico del mondo, ed è soltanto facendosene carico che egli può trovare il modo di dettare i termini del proprio destino. 
Non vedo cosa c'entri questo col fatto di catturare uccelli.
La libertà degli uccelli è un insulto per me. Li metterei tutti negli zoo.
Bell'inferno di zoo, sarebbe.  Il giudice sorrise. 
Sì, disse. Proprio così.

domenica 7 giugno 2009

Pionieri del Pollino - a cura di Mimmo Pace

passione per la montagna: un escursionista degli anni quaranta esulta appena arrivato in cima - dal libro "Pionieri del Pollino". sotto, alcune foto tratte dal volume
Proprio per un caso ho avuto l'occasione di reperire un libro fotografico che già considero uno di quelli più importanti che posseggo e che custodirò gelosamente nella mia libreria, accanto ai capolavori di Giorgio Braschi. Il libro in questione è "Pionieri del Pollino". Più che di un libro in realtà si tratta di un catalogo di una mostra organizzata a maggio di quest'anno a Castrovillari, curata e organizzata da Mimmo Pace, storico esponente del C.A.I di Castrovillari e anche lui tra i primi "pionieri" del Pollino. Purtroppo il libro è fuori commercio e presumo che fra un po' di tempo sarà difficile da reperire. Sarebbe auspicabile una ripubblicazione ad opera di qualche casa editrice locale. Il pregio del catalogo è quello di presentare foto eccezionali dal punto di vista storico, le quali documentano il rapporto tra l'uomo e la montagna sul Pollino dagli anni quaranta fino agli anni settanta. Sarà poi molto gradito agli escursionisti appassionati vicini al C.A.I. (tra cui alcuni blogger molto stimati dal sottoscritto), visto che il volume esplora soprattutto l'attività pioneristica di tanti giovani del Pollino calabro che nel corso degli anni cinquanta compirono le prime escursioni sulle cime più importanti del Pollino. A molti di loro si devono le prime azioni dirette alla scoperta, alla salvaguardia e alla valorizzazione a fini sportivi ed educativi delle supreme bellezze naturali della nostra montagna. E' la passione e l'impegno di questi giovani che porterà, attraverso vari tentativi, come l'associazione G.A.C. (Gruppo Alpino Castrovillarese) alla costituzione nel 1999 del C.A.I. di Castrovillari, al cui decennale anniversario il volume è dedicato. Ma il pregio del catalogo non si ferma qui. Nel volume non sono raccolte solamente le foto dei "pionieri" dell'escursionismo, ma tante altre foto che documentano la vita delle comunità del Pollino: sono le immagini di contadini, boscaioli, cacciatori, pellegrini; uomini e donne che vissero e lavorarono sulle nostre montagne... E' negli anni '50 che, come afferma il curatore del volume, c'è il maggior fermento di iniziative giovanili. Pace ricorda nella sua introduzione al volume "questi ragazzi audaci degli anni '50 (...) che dopo aver supplicato e persuaso i genitori, si avviavano a mezzanotte da Castrovillari con un lacero "tascapane" sulle spalle e le scarpe logore e, percorsa l'interminabile Petrosa, Conca del Re e Mazzicanino, risalivano al Colle Gaudolino, per inerpicarsi fin sul Pollino e far ritorno a tarda sera, spesso nel buio pesto! La nostra era pura passione per la montagna, anche se un tantino folle e temeraria. Poco importava se venivano le vesciche ai piedi o se rincasavamo stremati per aver speso ogni nostra energia. Eravamo felici di aver potuto scoprire angoli fiabeschi ed aver vissuto intense sensazioni di libertà." Tra i pionieri del Pollino spiccano figure come Pino Bellizzi, immortalato in alcune tra le foto più belle del catalogo, "alpinista, escursionista e cacciatore a un tempo", il quale ebbe anche il merito di scrivere alcuni "verbali-blog" cioè delle riflessioni e dei resoconti delle sue escursioni... davvero pioneristica come cosa se si pensa ad esempio all'abitudine ormai consolidata di molti giovani escursionisti di oggi (tra cui chi scrive) di parlare delle proprie ascensioni riportandole sui blog. Cambiano i mezzi, ma l'ispirazione che animava i giovani di allora è rimasta la stessa! Anzi, ricordarli ci può anche aiutare a riscoprire un approccio alla montagna più spontaneo e avventuroso, privilegiando la passione e la scoperta piuttosto che gli schematismi e i tecniscismi che spesso caratterizzano l'alpinismo e l'escursionismo attuale. Proprio Pino Bellizzi fu il primo a tentare di organizzare il C.A.I. a Castrovillari anche se inutilmente, per il limitato numero di iscritti che impediva la costituzione di una vera e propria sezione. Riuscì comunque a promuovere l'associazione G.A.C. che si distinse per iniziative di valorizzazione visiva del Pollino, con la promozione del 1° Raduno della Montagna e per la "7^ Festa Nazionale della Montagna, celebrata a Piano Ruggio. Negli anni Sessanta il fervore che aveva animato i giovani degli anni '50 sembrò di colpo spegnersi. Il Pollino fu minacciato dalle mire di chi, parlando di "valorizzazione turistica", avrebbe voluto devastare la nostra bellissima montagna con villaggi turistici d'alta quota, strade e impianti di risalita. Per fortuna le lotte di tante personalità dell'ambientalismo (senza dimenticare la mobilitazione delle comunità locali) riuscirono ad evitare il peggio. Come dice Pace "tante battaglie essi combatterono in nome della salvaguardia ambientale del Pollino, ma la loro opera, pur se tenace, riuscì solo ad arginare in qualche modo gli scempi che furono regolarmente e inesorabilmente perpetrati..." Gli anni '80, anche se fanno parte della storia recente del Pollino (e di cui il libro non si occupa) vedono in Giorgio Braschi un altro pioniere indiscusso dell'escursionismo, che ebbe il merito di valorizzare il massiccio del Pollino attraverso le sue bellissime foto, i suoi libri, l'ideazione di decine e decine di itinerari e l'impegno concreto per la salvaguardia dell'ambiente naturale del massiccio. L'istituzione del Parco Nazionale è stata un passaggio importante, ma il Pollino non è mai decollato come area protetta e anzi subisce ancora oggi l'isolamento, la trascuratezza e gli scempi ambientali a cui siamo stati purtroppo abituati. Anche "noi", giovani di oggi (spesso già emigrati ma legati a questa terra da radici che nessuna cosa potrà mai spezzare), appassionati del Pollino e cresciuti all'ombra delle sue cime maestose vorremmo essere in qualche modo dei "pionieri", perché tuttora la salvezza del Pollino e la sua salvaguardia non sono scontate, ma anzi rappresentano una scommessa ancora tutta da giocare. Oggi come ieri, ciò che è importante e decisivo è sempre la stessa cosa: la passione per il Pollino, l'Amore per la nostra Terra...

lunedì 1 giugno 2009

I cani non dimenticano

l'Indio e Buck - foto by Carmela De marco
"Ma come Buck capiva che gli insulti erano parole d'amore, l'uomo capiva che quei finti morsi erano carezze." (Jack London)
Era un mese e mezzo che non vedevo il mio Buck. L'avevo lasciato a metà aprile, restando assieme a lui nemmeno una ventina di giorni. Allora aveva solo circa due mesi e mezzo di vita. In tutto questo tempo pensavo che inevitabilmente mi avesse dimenticato. Sabato torno a casa da Roma, esco dalla macchina reggendo le valigie e rivedo finalmente il mio cane dietro il cancello. Com'è cresciuto! Io non l'ho visto da un mese e rispetto ai miei familiari posso notare la differenza. Il cucciolo mi vede e abbaia... sembra disorientato. Sicuramente non si ricorda di me, penso. Cerco di andargli incontro ma lui si nasconde dietro le piante alte che circondano la sua cuccia... Mi guarda, ma non abbaia più. Entro in casa, sistemo le valigie e poi ridiscendo. Buck sta adesso dietro al cancello, un po' intimidito ma con gli occhi sorridenti. Mi appoggio al cancello e tendo il braccio verso di lui. Si avvicina cautamente, ma senza paura. Mi annusa la mano e poi comincia a leccarla affettuosamente, e con la zampa mi tocca il braccio. Sono quasi commosso. Buck mi ha riconosciuto. Sento quasi una sorta di riconoscenza da parte sua, perché il cane ricorda evidentemente, seppure in maniera istintiva, tutte le carezze e i giochi fatti quando era un batuffolo bianco di due mesi, appena arrivato. Entro nell'orto e Buck mi salta addosso per la gioia, sporcandomi tutti i vestiti. La disposizione verso l'Altro, l'affetto o anche l'amore sono sentimenti universali, che possono gettare un ponte anche col mondo non umano... perché vanno oltre ogni convenzione e ogni distinzione...

lunedì 18 maggio 2009

Diario - 16/17 maggio 2008

le "Fortezze delle Aquile", così mi piace chiamarle, strane formazioni rocciose a ridosso del lungo crinale del Monte Amaro - foto by Indio. sotto: 1. momenti della risalita della cascata di Fonte dell'Orso 2. salendo lungo il crinale 3. suggestive formazioni rocciose 4. il maestoso versante ovest del Monte Amaro 5. alla Forchetta della Maiella, 2400 metri 6. sulla via del ritorno, immersi nella nebbia, sotto la minaccia dell'imminente temporale
La montagna austera - Monte Amaro, Parco Nazionale della Maiella
Il parco nazionale della Maiella era da un po’ di tempo uno dei nostri obiettivi. Per il suo territorio aspro e selvaggio non poteva che rappresentare un’attrattiva ideale per chi come noi ricerca da sempre il contatto con la natura selvaggia. Il gruppo è quello dell’ultima escursione compiuta ad aprile: l’Indio, Vincenzo A., Vincenzo T. e Luigi. Avevamo studiato bene l’itinerario da percorrere sulle cartine e sui siti internet. L’idea iniziale era molto ambiziosa: compiere un’escursione al Monte Amaro fino ad arrivare alla cima (quasi 2800 metri) e scendere dall’altra parte, seguendo il percorso della direttissima. Il Monte Amaro è una immensa barriera montuosa, e la neve resiste fino all’estate in alta quota, per cui era evidente che l’itinerario prescelto sarebbe stato molto impegnativo, tanto da richiedere due giornate di cammino. Purtroppo le previsioni meteo non erano confortanti e per sabato indicavano piogge e temporali... mentre per domenica prospettavano bel tempo. Sicuri che sabato sarebbe piovuto, l’alternativa rimaneva quella di arrivare in serata a Campo di Giove, accamparsi e partire domenica all’alba, cercando di arrivare alla cima entro le tre di pomeriggio. Ma agli intenti non sono corrisposti i fatti: il Monte Amaro si è rivelata una montagna severa, che ha messo a dura prova le nostre abilità di escursionisti anche esperti e avvezzi alle difficoltà dell’ambiente montano; inoltre non conoscendo la zona e non essendo accompagnati da una guida, era probabile commettere degli errori lungo il percorso prestabilito.La nostra escursione si rivelerà così una faticosa esplorazione di una parte di un versante di questa immensa montagna appenninica. Prima di arrivare a Campo di Giove (bellissimo paese, sede dell’Ente parco) passiamo e visitiamo la bella cittadina di Sulmona. Anche qui l’atmosfera è condizionata dai lasciti del terribile terremoto che ha colpito L’Aquila. Infatti notiamo le tendopoli della protezione civile e chiese ed edifici storici chiusi al pubblico. La città ha importanti monumenti e caratteristici sono i negozi di confetti, nelle cui vetrine spiccano fiori realizzati con confetti colorati. Ci accampiamo al bellissimo campeggio “Orsa Minore” circondato dai rimboschimenti di altissimi pini neri. La solenne bastionata del Monte Amaro domina tutta la scena. Ci informiamo sul percorso e il gestore del campeggio dice che la neve su è ancora tanta, per cui ci converrebbe affittare delle ciaspole presso un suo amico. La sera usciamo e andiamo in un ristorante ad assaggiare i famosi “arrosticini” abruzzesi e poi passiamo dal proprietario del negozio di noleggio di materiale per scialpinismo per affittare le ciaspole (oltre agli arrosticini noto che anche le ragazze abruzzesi costituiscono una lodevole "attrattiva"!). Il Monte Amaro, per le sue immense distese innevate fino all’inizio dell’estate risulta proprio l’ideale per chi pratica questo lo sialpinismo. Ci mettiamo in tenda verso le undici di sera. Alle cinque ci dobbiamo svegliare, perché l’escursione sarà lunga. Ci alziamo alle prime luci dell’alba e dopo una veloce colazione ci dirigiamo con l’auto verso l’imbocco del sentiero di Fonte dell’Orso. La strada attraversa dei bellissimi pianori chiazzati da estese macchie di ginepro. Abbiamo delle difficoltà a trovare l’imbocco perché la segnalazione non è proprio eccellente. Perdiamo così una mezz’ora di tempo andando avanti e indietro con la macchina. Trovato l’imbocco del sentiero seguiamo (sbagliando, come avremo modo di capire alla fine dell’escursione) una stradina che sembra portare verso il ripido canalone. La stradina ad un certo punto si perde, sepolta da un’alta muraglia di neve, che si erge davanti a noi. Tutta questa neve è stata portata qui da una enorme slavina, che ha travolto tutti gli alberi che si è trovata innanzi. La neve è quasi ghiacciata e il pendio si fa subito ripido. Ci vorrebbero ramponi e picozza, ma già è una fortuna se possiamo procedere con le ciaspole che abbiamo affittato. Capiamo qui che o abbiamo sbagliato percorso oppure che la traccia del sentiero si perde sotto la neve e non possiamo pertanto più sapere dove va. Dobbiamo pertanto procedere fino alla gola del ripido canalone, la cui sommità è dominata dal gettito di una spettacolare cascata. Senza volerlo stiamo percorrendo uno dei percorsi alpinistici segnati anche sulla cartina. Infatti in inverno la cascata è ghiacciata e si può praticare la “piolet traction”, con ramponi e picozze: una via che deve essere uno sballo! Il gettito d’acqua ha scavato un buco nel nevaio per poi continuare la sua corsa giù a valle, sotto la neve della slavina. E’ un posto davvero spettacolare. Mi viene in mente una scena del film “Nosferatu”, di Werner Herzog, nella quale il protagonista ascende una ripida montagna seguendo la linea delle cascatelle. Sbagliando percorso abbiamo così attraversato questo luogo selvaggio (che poi ho individuato sulla cartina col nome di Valle di Fondo) che almeno per me si rivelerà una delle sequenze più interessanti dell’intera escursione. Superato il nevaio, dobbiamo arrampicarci adesso sulle rocce soprastanti. Il terreno è anche ingombro di pietrisco e perciò si rischia di scivolare. Andiamo uno avanti uno alla volta, perché se malauguratamente uno di noi dovesse scivolare travolgerebbe anche gli altri. Io sono l’ultimo ad arrampicarmi. Arrivato sulla sommità devo ritornare di nuovo giù , perché il bastone mi cade e devo andare a recuperarlo. Così ripeto l’operazione due volte. Questo passaggio ci farà perdere un bel po’ di tempo. Siamo arrivati finalmente verso il Fondo di Maiella. La neve è ancora tanta e i pendii sono molto ripidi. Il sentiero escursionistico segue il vallone che conduce a Forchetta di Maiella. Il dislivello da Fonte dell’Orso alla “forchetta” è di ben 700 metri! Non avendo i ramponi ma ciaspole da passeggiata (come rimpiango le mie racchette “alpinistiche”!) decidiamo che è meglio salire sulla lingua di terreno scoperto, rappresentata dal ripido crinale che costeggia il canalone, dirigendoci verso la sommità, dominata da strani e suggestivi denti rocciosi. Sotto la sommità della cresta del Monte Amaro si ergono invece, allineate come tante fortezze, delle strane rocce dalla forma vagamente dolomitica. Da lontano si notano alcuni scialpinisti, che risalgono lentamente i canaloni innevati della montagna. La nostra salita si rivelerà più lunga e faticosa del previsto, anche perchè dobbiamo affrontare lunghi tratti di pietrisco. Non ho difficoltà a salire, perché il fiato non mi manca, ma si rifà vivo un fastidioso dolore al tendine del mio ginocchio sinistro… bisogna sopportare e proseguire comunque! E’ una montagna che inganna sulle distanze questa: una roccia, un canalone innevato sono molto più lontani di quanto possa sembrare a prima vista. E’ una montagna selvaggia e austera, dall’aria quasi inospitale e che richiede tanto impegno e forza di volontà, tanto più con le condizioni ancora tipicamente invernali che persistono ancora adesso ad alta quota. Perciò la Maiella sembra molto diversa dall’ambiente del Pollino, che, pur presentando alcune vie di elevata difficoltà, è anche l’ideale “montagna per tutti”, un immenso “giardino” per la modesta difficoltà delle vie classiche. Siamo quasi sulla sommità del crinale. Ci dispiace ammetterlo ma dobbiamo ormai rinunciare alla cima. Siamo infatti in estremo ritardo con la tabella di marcia. Non siamo arrivati ancora a Forchetta di Maiella, l’avvallamento da cui inizia il Fondo di Femmina Morta e poi il Vallone di Femmina Morta (che conduce verso la cima). Anche marciando speditamente arriveremo alla cima per le cinque e al ritorno ci sorprenderebbe il buio. L’obiettivo nostro è diventato molto più modesto, perché arriveremo a Forchetta di Maiella e poi prenderemo la strada del ritorno. Arriviamo così sulla linea della cresta, raggiungendo la sommità del crinale (a più di 2400 metri) e da qui possiamo ammirare le distese enormi del Vallone di Femmina Morta. Ci riposiamo e mangiamo qualcosa. Nubi basse scendono sulla linea di cresta mentre all’orizzonte si avvertono tuoni minacciosi. Il tempo diventa sempre più instabile per cui decidiamo di arrivare alla “forchetta” per poi iniziare immediatamente a scendere. Il pendio è molto ripido e dobbiamo decidere da dove cominciare a scendere. Faccio io da apripista. Provo all’inizio a scendere in diagonale in direzione delle rocce sottostanti, ma mentre scavo i gradini con gli scarponi avverto che la mia posizione è instabile, per cui rischierei di perdere l’equilibrio e di scivolare, finendo magari contro le rocce. Torno indietro e provo a scendere giù, in direzione della traccia del sentiero classico, scoperto in un tratto dalla neve. Il pendio è molto ripido ma riesco a creare dei gradini profondi con lo scarpone, agendo di tallone, mentre gli altri mi seguono in fila indiana ripercorrendo i miei passi. Continuo così senza problemi, fino a che il pendio si fa meno ripido. Abbiamo perso velocemente quota e ci dirigiamo cosi verso il fondo del vallone, dove si può notare un rudere di pastori. Intanto la nebbia ha ormai sommerso Forchetta di Maiella e il cielo si è tinto di un grigio cupo e minaccioso. Il mio sguardo si concentra sulle rocce di forma dolomitica allineate sotto la linea del crinale. E’ da stamattina che le sto osservando. Dalla loro sommità possiamo udire uno stridìo di uccelli che lacera il silenzio di questa grande desolazione… Forse i richiami che ascoltiamo provengono da qualche nido di aquile posto sulla sommità di questi templi naturali. Resto come ipnotizzato da quest’immagine, accompagnata dalla melodia dei richiami dei rapaci, che echeggiano nella vastità di questi grandi spazi. Ho così la mia “visione”, un attimo di fugace immersione nel “Grande Mistero”, che sparisce lasciandomi gli occhi umidi per la commozione... Per un momento, anche se in compagnia dei iei amici, sono rimasto solo con me stesso, a contemplare qualcosa che ha a che fare con la suggestione dell' eternità... La nebbia intanto cala anche su queste formazioni rocciose, a cui associo spontaneamente il nome di “Fortezze delle Aquile”, e i pinnacoli di roccia sembrano adesso svanire e riapparire come fuggevoli ombre scure… Dico ironicamente agli altri che questo sarebbe un buon posto per dedicarsi ad una vita ascetica e contemplativa! I tuoni si fanno sempre più vicini e alla fine si mette prima a piovere e poi a grandinare. Adesso dobbiamo affrontare l’ultimo tratto della discesa, quello che ci porterà all’imbocco nei pressi del quale abbiamo lasciato l’auto. Non possiamo ridiscendere lungo il canalone perché sarebbe molto pericoloso; non sappiamo inoltre dov’è il sentiero di Fonte dell’Orso che avremmo dovuto prendere stamane. Un sentierino sembra procedere verso il bosco, aggirando la slavina della gola di stamane sulla destra. Dopo aver esplorato un crinale dalla vegetazione fittissima decidiamo che l’unica alternativa è seguire il sentiero notato poc’anzi. Il sentiero risulterà essere proprio quello che avremmo dovuto percorrere stamane. Il sentiero attraversa una bellissima faggeta e passa accanto alla sorgente Fonte dell’Orso: è l’acqua che sgorga da qui che alimenta il gettito della cascata attraversata stamane. Il sentiero si ricongiunge alla stradina che abbiamo percorso all’inizio dell’escursione, proprio nelle vicinanze del posto in cui abbiamo lasciato l’auto. Possiamo dire che ormai conosciamo la zona e che alla prossima escursione al Monte Amaro sapremo dove dirigerci… Sì, perché la nostra esperienza con l’austera montagna, con la "Grande Madre" (appellativo che con cui ci si riferisce alla Maiella) non finisce qui: ritorneremo su questa bellissima montagna, magari a luglio, per ammirare finalmente il vasto panorama che si aprirà a quota 2793 metri!

mercoledì 6 maggio 2009

La via interiore alla montagna. Meditazioni delle Vette - Julius Evola

"...coloro che, in fondo, può dirsi che mai ritornano alla pianura, di quelli per i quali non vi è più nè l'andare nè il tornare, perchè la montagna è nel loro spirito, perchè il simbolo è diventato realtà, perchè la scorza è caduta. La montagna per essi non è più novità d'avventura, nè romantica evasione, nè sensazione contingente, nè eroismo per l'eroismo, nè sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega ivece a qualcosa, che non ha principio nè fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sè ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana." (Julius Evola)

“Meditazioni delle Vette” ( Edizioni Mediterranee, 2003) è un'antologia di scritti sulla montagna pubblicati nel corso degli anni '30 dal filosofo tradizionalista Julius Evola, su varie testate sia specialistiche (la Rivista del C.A.I.) che giornalistiche. Sicuramente è uno dei libri più originali sull'alpinismo e la montagna (la copertina dell'ultima edizione reca un commento positivo nientemeno che di Reinhold Messner!) anche perché, come afferma Luisa Bonesio nella sua introduzione, è "sorprendente per chi non conosce questo aspetto di un pensatore che si riteneva confinato tra esoterismo e tradizionalismo" e che rivela "una prosa educativa e profonda degna del miglior giornalismo culturale." Inoltre come afferma il curatore del volume, nella rievocazione della letteratura "classica" sulla montagna questi scritti di Evola sull'approccio "spirituale" all'alpinismo sono stati del tutto ignorati. Si sa poco così dell'esperienza di Evola alpinista e delle sue difficili ascese che lo portarono a compiere imprese che arrivarono fino al quinto grado di difficoltà. Julius Evola è un pensatore generalmente associato ad un pensiero di destra, radicale, spiritualista e tradizionalista ( e, vorrei sottolineare, del tutto all'opposto della mia visione politico-ideologica!). Egli rimase sempre ai margini della politica vera e propria, e anzi uno dei capisaldi del suo pensiero era un vero e proprio appello a rifuggire l'attivismo politico, seguendo un percorso di affermazione interiore. Come intellettuale fu anche osteggiato e guardato con sospetto dallo stesso regime fascista dell'epoca. Detto ciò è indubbio che le sue opere abbiano comunque rappresentato un importante riferimento ideologico per la destra e l'estrema destra del dopoguerra. Un pensatore discutibile per l’impianto fondamentale del suo pensiero, ma sicuramente , nel bene o nel male, di alta statura intellettuale. Tuttavia in questa sede non ci occuperemo del pensiero politico-ideologico di Julius Evola, ma appunto dei suoi articoli sulla montagna che sicuramente, sia per alcuni contenuti che per la prosa vivace con cui sono scritti, rappresentano un'opera originale e interessante nel panorama della letteratura per così dire "classica" sulla montagna. Ogni libro può insegnarci qualcosa, per cui penso che chi legga e si interessi di cultura non debba seguire le facili etichettature, per cui esistono libri di "destra" o di "sinistra", pensatori da boicottare e altri da esaltare acriticamente. E' ovvio che anche gli scritti sulla montagna rispecchino la visione filosofica di fondo del filosofo tradizionalista, che si sintetizza in qualche modo in quella che Evola chiamava la "rivolta contro il mondo moderno" (tra l'altro tale definizione è anche il titolo di un altro suo famoso libro). Sebbene inevitabilmente “reazionaria”, questa visione richiama problemi e nodi irrisolti della società contemporanea, prima di tutto l'indiscutibile, effettiva ( almeno a mio avviso) rottura di quel senso di armonia dell'uomo con la natura e di conseguenza la scomparsa del "senso del sacro"di cui appunto parla l’autore. Sono affermazioni quelle di Julius Evola che, per quanto inserite in un discorso dai confini ideologici inequivocabili, inducono comunque ad una riflessione sulle modalità che assume il rapporto dell’uomo di oggi (la modernità) con il mondo naturale. Come afferma Luisa Bonesio "Evola, acuto e implacabile diagnosta della modernità, era attento ai segni di degrado del mondo naturale sotto la spinta dell'industrializzazione e del consumo turistico, consapevole che questo fenomeno è uno dei segni della fine della coappartenenza cosmica e metafisica dell'uomo con il Tutto." La sua è perciò una visione che richiama anche l'idea di "sacralità della montagna" come si configurava nell'immaginario e nella simbologia delle culture antiche.

Il fondamento generale per il simbolismo della montagna è semplice: assimilata la terra a tutto ciò che umano (... ) le culminazioni della terra verso il cielo, trasfigurate da nevi eterne - le montagne - si dovevano presentare spontaneamente come la materia più adatta per esprimere attraverso allegorie stati trascendentali della coscienza, superamenti interiori o apparizioni di modi super-normali di essere, spesso dati figuratamente come "dei" o "numi".

L'approccio all'alpinismo di Evola è, come lo stesso pensatore ammetteva, di tipo elitario, aristocratico, basato sulla riaffermazione del senso eroico della vita e sulle doti dei grandi iniziati. Proprio nell'alpinismo Evola vedeva quasi una inconsapevole manifestazione di quell'ancestrale volontà eroica, che a suo dire era stata inevitabilmente soffocata dal mondo moderno: "forse la febbre per lo sport, nei moderni, ne è, seppur in forma deviata, una manifestazione. Ma la lotta con le altezze e le vertigini montane è la forma più pura e più bella, svincolata com'è da tutto ciò che è macchina, da tutto ciò che attenua il rapporto diretto, assoluto, fra l'Io e le cose." E quest'esperienza eroica "ha per caratteristica appunto l'essere valore in sé stessa, l'essere bene in sé stessa, laddove la vita comune non va che sotto la spinta degli interessi, delle cose esterne e delle convenzioni." L'alpinismo rappresenta così la forma più alta del rapporto dell'uomo con gli elementi naturali e in montagna l'individuo è libero e lasciato solo alla sua forza e determinazione:

Sentirsi lasciati a se stessi, senza aiuto, senza scampo, vestiti soltanto della propria forza e della propria debolezza, senz'altro che sè a cui chiedere, e portarsi di roccia in roccia, di appiglio in appiglio, inflessibilmente, per ore, e il senso dell'altezza e del pericolo imminente, inebriante, e il senso della solitudine solare, e il senso di indicibile liberazione e di respiro cosmico alla fine, all'attingere le vette..

L'alpinismo per Evola va al di là dei meri intenti sportivi, delle stravaganze di gente pronta al rischio o del gusto romantico per la natura. L'alpinismo invece è soprattutto una via di liberazione e compimento interiore dove i due grandi poli della vita, per Evola rappresentati dall'azione e dalla contemplazione,si congiungono e si compenetrano. L’ascendere delle montagne ha perciò il suo corrispettivo metafisico in un’ ascesi interiore che ha come conseguenza il ricongiungimento “al nostro ambiente naturale e cosmico, che è il silenzio; alla nostra natura più profonda, che è quella delle forze elementari della terra, la cui purità possente e calma si fissa nelle vette ghiacciate e lucenti, come in apici e assoluti immateriali, come in nodi magnetici di ritmi nella grande trama del Tutto.” La montagna suscita nell'uomo che fa la sua esperienza delle emozioni, le quali si configurano come il riflesso di una grandezza che egli non riesce a spiegare e che relega all’ambito dell’irrazionale. Ma esse sorgono perchè l'individuo entra in contatto con una dimensione superiore. Le considerazioni di Evola sono su quest'aspetto di grande suggestione...

E' dall'irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi cha egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d'interiorità. E' in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie...

Ciò che gli parla e che lo muove, è il possente messaggio interiore direttamente evidente in tutto quel che la natura alpina ha di più non-umano, quasi di distruttivo e di sgomentante nella sua grandezza, nella sua solitudine, nella sua inaccessibilità, nel suo immane silenzio, nella primordialità scatenata delle sue tempeste, nella sua immutabilità attraverso il monotono susseguirsi delle stagioni e il vano alternarsi delle caligini e dei liberi cieli solari: vicenda infondente il senso più immediato di quel che è caduco e che come tale si eclissa di fronte ad un presentimento dell'eterno.

Evola parla anche dell'allenamento psichico oltre che fisico nell'alpinismo. Richiamando esperienze di dominio e di autocontrollo rilevati dagli studiosi tra i tibetani, egli nota come possa subentrare nella pratica dell'ascesa alpina uno stato emotivo, quasi di trance, grazie al quale si può distruggere la stanchezza e marciare ininterrottamente.

Il potere che il fattore psichico morale può avere sul fisico è sufficientemente noto, perchè qui si debba insistere: per via di disposizioni interne, di esaltazione o di entusiasmo, corpi anche deboli o stremati in innumerevoli casi si sono dimostrati capaci di affrontare inaspettatamente e vittoriosamente le difficoltà e gli sforzi più incredibili.

Importante è il controllo del respiro, proprio come nelle pratiche ascetiche orientali: il ritmo del respiro deve legarsi a quello del passo in una connessione che non deve mai rompersi. Anche per questo motivo, l'approccio proposto da Evola alla scalata alpina era quello dell' assalto.

Allora subentra il nuovo stato: passo e respiro formano una nuova unità naturale che non chiede più il controllo, non vi è più stanchezza, e la velocità iniziale d' "assalto", nonchè essere mantenuta senza sforzo, quasi per una misteriosa spinta dall'interno viene aumentata malgrado pendenze anche forti.

E' un approccio all'escursione che ho potuto sperimentare io stesso, pur non essendo un alpinista che abbia scalato montagne difficili ed elevate. Ricordo che in alcune escursioni impegnative anche di dodici ore su creste ghiacciate, mantenendo sempre lo stesso ritmo costante e a velocità sostenuta, subentrava davvero la sensazione di non avvertire più stanchezza; e ciò magari proprio quando si procedeva nei tratti più ripidi di un crinale o di un valico. Effettivamente la "tecnica dell'assalto" produce questa situazione.

Un'altra considerazione di Evola, al di là dei riferimenti ideologici e culturali richiamati nel libro (visione eroica dello spirito esemplificata dalla tradizione classica antica ecc.), è relativa alla scissione, prodottasi nella società moderna, tra l'attività intellettuale e l'attività fisica o sportiva. Da una parte c'è l'astrattezza della cultura, dall'altra l'esaltazione della forza fine a se stessa, priva cioè di ogni riferimento al raggiungimento di un ideale (spirituale) superiore. Infatti "nel tipo del cosiddetto 'uomo di cultura' è implicita una certa ripugnanza per ogni specie di disciplina fisica, allo stesso modo che nell'uomo di sport il senso della forza fisica spesso alimenta un disprezzo per le pallide torri d'avorio relegate fra libri e innocui battagliamenti a colpi di parole." A voler ben vedere, è proprio quando questa congiunzione tra l’attività intellettuale e l’azione si è realizzata (e si realizza) che si sono scritte (e si scrivono) a mio avviso le pagine più belle della narrativa di montagna e d’avventura in genere. Lo sport per il filosofo tradizionalista non è un fine, ma un mezzo per l'elevazione spirituale dell'individuo. Leggendo il libro si nota anche come Evola avesse già negli anni '30 ravvisato quegli aspetti negativi che possiamo riscontrare ancora oggi nell'alpinismo: il tecnicismo fine a se stesso, la mania per i record, le stravaganze più futili...

Che il tecnicismo dell'alpinismo moderno, intonato prevalentemente alla ricerca del record , alla caccia della massima difficoltà, della parete mai scalata anche quando la cima sia raggiungibilissima per altra via ecc. – che un tale tecnicismo, col suo inevitabile meccanismo, rappresenti spesso una caduta rispetto all’ideale totalitario ora accennato – ciò ci sembra difficilmente contestabile. Quel che spiritualmente può dare la montagna a chi l’affronta perché, per così dire, scelto e chiamato da essa, noi riteniamo che nessuna scuola e nessuna tecnica del quinto o del sesto grado possa darlo.

Anche l’interesse tecnico dell’ascendere può facilmente degenerare, e non di rado si incontrano degli scalatori portati automaticamente per abitudine a studiare vie di possibile ascesa per ogni dove, perfino di fronte a facciate di palazzi.

Evola è lucido anche nell’individuare le prime avvisaglie di quel turismo di massa che tanti danni ha arrecato e continua ad arrecare alle nostre montagne. Da questo punto di vista, anche se mosso dalla sua visione aristocratica della montagna, anticipa i temi della salvaguardia dell’integrità ecologica della montagna e dell’etica dell’escursionista. Il suo giudizio su quella che oggi i sociologi definiscono “urbanizzazione della montagna” ovvero la costruzione di impianti di risalita, hotel di lusso in alta quota e strade asfaltate, e quindi sull’impatto del turismo di massa, è inequivocabile e si ritrova a più riprese nei vari scritti dell’antologia

Grand Hotel delle Dolomiti. Senso come di un grande transatlantico ancorato nella penombra. Luci splendenti, allineate, regolari. Trasformazone subitanea: l’Alpe non esiste più – è un brano di metropoli mondana a 1500 metri di altezza. Eleganze, smoking per il pranzo, grooms, in un tepore artificioso. Primi sobbalzi del ritmo menadico dello jazz.

Così solitudini quasi fino a ieri inviolate, quasi sino a ieri sideree, oggi conoscono l’impronta della trivialità moderna in resti di pasti crassi, in voci e risa e lazzi, in macchine fotografiche, in promiscuità intersessuali di “comitiva”, in una allegria scema quanto la stessa vicenda puramente fisica di questi “alpinisti.”

Fu l’anno in cui venne inaugurata la teleferica che da Cervinia porta fino al ghiacciaio del Plateau Rosà, a circa 3500 metri. Le condizioni per chi ama veramente la montagna e soffre per ogni sua contaminazione turistica erano, allora, ideali. Trattandosi della zona di frontiera con la Svizzera, solo con un permesso speciale si poteva giungere fino alla stazione terminale di quella teleferica. Il rifugio mondano, villeggiantesco e pseudo-sportivo di coloro ai quali la montagna a portata di mano, quasi come in una salita d’ascensore a pagamento, era inesistente.

Al di là dei contenuti riguardanti il significato autentico dell’alpinismo e della montagna, che si ritrovano soprattutto nella prima parte del libro, sono da considerare anche e soprattutto i resoconti delle scalate effettuate dal pensatore in prima persona e che rappresentano pagine di alto livello narrativo. E’ non sempre facile trovare, nella narrativa relativa alle imprese alpinistiche dei racconti tanto evocativi e dallo stile così avvincente. Spesso purtroppo gli alpinisti non sono tanto bravi a scrivere quanto a scalare e il livello letterario dei tanti (e spesso noiosi) libri da loro pubblicati risulta abbastanza mediocre. Evola è invece efficace nel richiamare le immagini dell’ambiente alpestre, dominato da una natura aspra, primordiale, in cui risalta la forza originaria degli elementi naturali. Sono rievocazioni che non hanno nulla a che fare con una visione puramente romantica della natura, oppure condizionata dalla concezione buonista del naturismo. Ecco di seguito un’ immagine evocativa:

Verso Nord credevamo dunque, dopo ore di ascesa, di trovar dietro una nervatura rocciosa di nuova terra salda e sentiero, quando invece una strana natura fece aparizione: un mare di ghiaccio, una corrente solidificata di ghiaccio, mostruosa, quasi piana, non bianca ma bigia, di un bigio semisplendente come piombo, distesa interminabilmente fra due costoni fatti non di terra o di rupi, ma di macigni, di scaglie di roccia, qui nere, là rossastre, là livide. E un silenzio mortale, una solitudine desertica, una assenza integrale di ogni specie di vita, di animazione, di pluritonalità. Unico, e uguale, un sotterraneo scorrere di acque. Spesso dalle parole si affaccia istintivamente alla mente un loro contenuto indefinito, legato a misteriosi nessi di analogie. La parola che qui sorse fu: La Valle della Dannazione…

Evola fu sicuramente - nel bene o nel male - un “idealista”, che evidentemente cercò nella montagna una via di fuga dalle bassezze della vita quotidiana, per ricongiungersi a quel “qualcosa” indefinito, di elevato e superiore, che alcune persone sentono di avvertire quando si trovano a contatto con la natura selvaggia della montagna. Dopo essere stato “licenziato” dal fascismo, che non tollerava i suoi articoli pubblicati su La Torre dichiarò : “Io ne ebbi abbastanza, smisi e me ne andai in alta montagna...”