lunedì 29 dicembre 2008

Oltre il confine di Cormac Mc Carthy





“El lobo es una una cosa inconoscible, disse. Le que se tiene en la trampa es no mas que dientes y forro. El lobo proprio no se puede conocer. Lobo o lo que sabe el lobo. Tan como preguntar lo que saben las pietra. Los arboles. El mundo.”
“Non aveva modo di sapere quanto tempo fosse rimasto da quelle parti, ma per tutto quello che aveva visto, di buono o cattivo – cose sulle quali meditava cavalcando – sapeva di non temere più nulla di ciò che avrebbe potuto trovarvi.”

Cormac Mc Carthy è un autore americano ormai di fama mondiale e il suo ultimo libro, La Strada, è uno dei best-seller del momento. Da Non è un paese per vecchi, uno degli ultimi libri di Mc Carthy (una violentissima e cupa vicenda che ci riporta ai mali della società americana e alla sua perdita dei valori), è stato tratto il bellissimo film dei fratelli Cohen, diventato ormai un cult-movie... Su quest’autore schivo e introspettivo c’è da dire subito che i suoi libri non sono di così facile e immediata lettura. Come è stato rilevato da più parti è una scrittura non scorrevole, asciutta, essenziale, in alcune parti rivela un’attenzione descrittiva molto accentuata, quasi ridondante. Soprattutto le opere della sua fase giovanile, come Meridiano di sangue e Fratello di Dio, pubblicato recentemente, fanno riferimento a storie cupe e sanguinarie, con un’attenzione ai dettagli di scene sanguinose e violente che può apparire quasi compiacente. Nei libri degli anni novanta, che sono quelli che gli hanno dato fama e successo, come Cavalli Selvaggi e Oltre il confine del quale mi accingo a parlare, il carattere cupo, amaro e visionario della sua narrativa non scompare, ma viene accentuata anche quella dimensione, l’altra parte importante della sua narrativa, che fa riferimento al paesaggio, a un protagonismo preminente della natura (presente comunque in tutti i suoi libri) delle sue forze e dei suoi elementi. Quest’aspetto si nota bene in Oltre il confine, il quale rappresenta il secondo capitolo della Trilogia della Frontiera (il primo è Cavalli selvaggi, il terzo Città della pianura). E’ il paesaggio ad emergere preponderante nei capitoli di questo libro ed esso diventa un’arena potente, un protagonista del libro non solo quindi il semplice sfondo delle vicende dei personaggi del romanzo. Il paesaggio di cui si parla è poi particolare, perché stiamo parlando della grande vastità del sud-ovest americano, con le sue le praterie, i deserti immensi e le montagne… Una terra sconfinata dove l’uomo è un puntino disperso nello spazio infinito. Un paesaggio che è testimone delle vicende umane ma che sembra sommergerle nell’incessante fluire dei cicli della natura. Proprio nella descrizione di questo territorio selvaggio e dell’eterno girovagare dei protagonisti Mc Carthy raggiunge i livelli più alti di lirismo narrativo. Ecco ad esempio alcune descrizioni della natura…

“Si stava scatenando un temporale verso sud, lì dove la strada finiva nel deserto e tutto intorno, sotto le nuvole, prevaleva un colore blu e le sottili strisce dei lampi che si susseguivano con insistenza, sulle montagne in lontananza, di un colore blu vivo, scoppiavano nel silenzio più assoluto, come un temporale in una campana di vetro. Li colse poco prima che facesse buio. La pioggia squarciava il deserto, facendo alzare in volo stormi di colombe selvatiche; i due penetrarono quel muro di pioggia e si trovarono istantaneamente fradici.”
“Le guardò. Le gru stavano migrando a sud e lui le osservò volare in formazioni lineari lungo invisibili corridoi, disegnati nel loro sangue da centinaia di migliaia di anni”
…oppure la rievocazione dei bivacchi notturni dei cowboys nella prateria:
“In quell’altopiano selvaggio rimase a lungo coricato nel freddo e al buio ad ascoltare il vento e a guardare le ultime scintille del fuoco che si spegneva e le crepe rose nei carboni di legna che si spezzavano lungo venature inattese. Come se dal legno che si consumava emergessero geometrie nascoste, il cui ordine poteva venire completamente rivelato soltanto, così va il mondo, nel buio e nella cenere”…
Tutta la struttura del romanzo, nelle quattro parti in cui è diviso, appare come un incessante vagabondare dei protagonisti attraverso il sud-ovest, in un’epoca in cui il west non è più una terra di conquista (la vicenda è ambientata infatti negli anni quaranta del Novecento, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale). Il confine tra Stati Uniti e Messico diventa una frontiera, simbolica più che materiale, un luogo mitico in direzione del quale è intrapreso il viaggio iniziatico del giovane Billy Parham, tra vicende umane di dolore e violenza, di crescita personale, di amore per la libertà estrema e di conoscenza degli uomini. La prima volta Billy attraverserà il confine per liberare una lupa catturata dal padre sulle montagne del Messico, poi assieme al fratello Boyd per dare la caccia ai ladri di bestiame responsabili della morte dei genitori.. e altre volte ancora, in un susseguirsi di vagabondaggi a cavallo attraverso i pascoli e i deserti del sud-ovest, tra villaggi, haciendas e gost town, nel Messico antico dei peones degli indios e dei vaqueros, violento e ancestrale… Il Messico così assume le sembianze di quella terra verso cui rivolgere il proprio sguardo sperimentando il girovagare continuo senza meta, un luogo mitico dove perdersi e ritrovarsi allo stesso tempo. Fondamentali e di alta pregnanza simbolica appaiono le figure incontrate da Billy, tra cui spiccano il cacciatore di lupi, l’indio, l’eremita, il cieco e lo zingaro. Potremo identificare questi personaggi come una sorta di schiera di filosofi che Billy Parham incontra idealmente nel suo lungo vagabondare. Gli incontri con questi personaggi sono nella struttura del romanzo altrettanti stadi di passaggio in cui Billy si ferma ad ascoltare. Attraverso la loro voce e i loro racconti si disvela la coscienza profonda dei luoghi, la memoria storica e la testimonianza del passaggio dell’uomo sul mondo, con le sue speranze, le sue battaglie e le sue sconfitte... Ma soprattutto si giunge alla conclusione che il mondo vero è inconoscibile, nonostante l’uomo cerchi di dare un ordine alle cose…

“Disse che il lupo è un essere di ordine superiore, che sa cose che gli uomini non sanno: che non c’è ordine nel mondo salvo quello dettato dalla morte… Vedono le azioni delle proprie mani, oppure vedono ciò che nominano e si chiamano per nome l’un l’altro, ma il mondo lì in mezzo per loro è invisibile”

“Perché questo mondo che ci pare una cosa fata di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E’ questa in fondo la lezione. Non si può fare ameno di nulla. Nulla può venire disprezzato.”
“Somos dolientes en la oscuridad. Todos nostro. Me entiendes? Los que pueden ver. Los que no pueden. Il ragazzo osservò la maschera alla luce della lampada. Lo que debemos entender, disse il cieco, es que ultimamente todo es polvo. Todo lo que podemos ver. En éste tenemos la evidencia mas profunda de la justicia, de la misericordia. En éste vemos la bendiciòn mas grande de Dios.”

“Vedere le cose come stanno è uno sforzo. Cerchiamo dei testimoni ma il mondo non ce li fornisce. E’ questa la terza storia, la storia che l’uomo costruisce da solo con ciò che gli viene lasciato. Rottami. Qualche osso. Le parole dei morti. Com’è possibile costruire un mondo con tutto questo?”

Le tante storie di donne e uomini incontrati lungo la strada si intrecceranno con la vicenda di Billy e del fratellino Boyd. Nella prima parte vediamo Billy nel tentativo disperato di salvare la lupa dalle grinfie di alcuni messicani che vorrebbero usarla per spettacoli da baraccone. Fallirà nel suo intento ma riuscirà comunque a strappare la lupa, dopo averla uccisa, dalla schiavitù dell’uomo per seppellirla sulle montagne. Alla ricerca degli assassini dei loro genitori e dei cavalli rubati Billy e il fratello si imbatteranno in pistoleri senza scrupoli. I bandidos spareranno a Boyd che poi si riprenderà ma fuggirà assieme ad una ragazza messicana. Billy si ritroverà da solo, tornerà al ranch del padre per poi ripartire di nuovo oltre il confine, alla ricerca del fratello scomparso. Alla fine si ritroverà da solo a vagabondare di nuovo tra deserti e montagne, a lavorare come cowboy per i rancheros più disparati. Nell’emblematica conclusione del romanzo Billy lungo la strada si riparerà in un edificio diroccato e incontrerà un cane vecchio e malato. Lo scaccerà via brutalmente pentendosi subito dopo di quello che ha fatto e chiamando il cane ormai fuggito nell’oscurità


“Mentre correva sollevò di lato il muso e ululò di nuovo emettendo un suono terribile. Qualcosa che non apparteneva a questa terra. Come se un terribile cumulo di dolore si fosse insinuato dal passato. Trotterellando risalì la strada nella pioggia con le gambe ferite, continuando a ululare tutta la disperazione che aveva nel cuore, fino a che non scomparve nel tutto; poi svanì anche il suo ululato.”

La scena ci riporta alla solitudine e al dolore, e a quel male di cui, come sembra suggerire lo scrittore in tutto il romanzo, è intessuto questo mondo. Ma il mondo non è mai perduto se alla violenza e alla sofferenza si oppongono i sentimenti umani e quei gesti di solidarietà che Billy e Boyd troveranno nelle persone incontrate durante il cammino: l’ospitalità dei tanti campesinos messicani che danno da mangiare ai due vagabondi senza parola proferire, i braccianti che accorrono per aiutare Boyd, il dottore messicano che salva Boyd o ancora lo zingaro che cura il cavalo di Billy. E alla fine anche le gesta di Billy andranno in questa direzione, come quando tenterà di ridare libertà alla lupa o come quando egli riporterà nella terra dov’era nato il fratellino, nei dintorni del ranch della famiglia… Lo scrittore non lo rende esplicito, ma sono queste scene ad imprimere nella mente del lettore che l’idea della speranza (anche se è retorico potremo dire “in un mondo migliore”) non è svanita e sopravvive proprio in quei gesti…



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