mercoledì 6 maggio 2009

La via interiore alla montagna. Meditazioni delle Vette - Julius Evola

"...coloro che, in fondo, può dirsi che mai ritornano alla pianura, di quelli per i quali non vi è più nè l'andare nè il tornare, perchè la montagna è nel loro spirito, perchè il simbolo è diventato realtà, perchè la scorza è caduta. La montagna per essi non è più novità d'avventura, nè romantica evasione, nè sensazione contingente, nè eroismo per l'eroismo, nè sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega ivece a qualcosa, che non ha principio nè fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sè ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana." (Julius Evola)

“Meditazioni delle Vette” ( Edizioni Mediterranee, 2003) è un'antologia di scritti sulla montagna pubblicati nel corso degli anni '30 dal filosofo tradizionalista Julius Evola, su varie testate sia specialistiche (la Rivista del C.A.I.) che giornalistiche. Sicuramente è uno dei libri più originali sull'alpinismo e la montagna (la copertina dell'ultima edizione reca un commento positivo nientemeno che di Reinhold Messner!) anche perché, come afferma Luisa Bonesio nella sua introduzione, è "sorprendente per chi non conosce questo aspetto di un pensatore che si riteneva confinato tra esoterismo e tradizionalismo" e che rivela "una prosa educativa e profonda degna del miglior giornalismo culturale." Inoltre come afferma il curatore del volume, nella rievocazione della letteratura "classica" sulla montagna questi scritti di Evola sull'approccio "spirituale" all'alpinismo sono stati del tutto ignorati. Si sa poco così dell'esperienza di Evola alpinista e delle sue difficili ascese che lo portarono a compiere imprese che arrivarono fino al quinto grado di difficoltà. Julius Evola è un pensatore generalmente associato ad un pensiero di destra, radicale, spiritualista e tradizionalista ( e, vorrei sottolineare, del tutto all'opposto della mia visione politico-ideologica!). Egli rimase sempre ai margini della politica vera e propria, e anzi uno dei capisaldi del suo pensiero era un vero e proprio appello a rifuggire l'attivismo politico, seguendo un percorso di affermazione interiore. Come intellettuale fu anche osteggiato e guardato con sospetto dallo stesso regime fascista dell'epoca. Detto ciò è indubbio che le sue opere abbiano comunque rappresentato un importante riferimento ideologico per la destra e l'estrema destra del dopoguerra. Un pensatore discutibile per l’impianto fondamentale del suo pensiero, ma sicuramente , nel bene o nel male, di alta statura intellettuale. Tuttavia in questa sede non ci occuperemo del pensiero politico-ideologico di Julius Evola, ma appunto dei suoi articoli sulla montagna che sicuramente, sia per alcuni contenuti che per la prosa vivace con cui sono scritti, rappresentano un'opera originale e interessante nel panorama della letteratura per così dire "classica" sulla montagna. Ogni libro può insegnarci qualcosa, per cui penso che chi legga e si interessi di cultura non debba seguire le facili etichettature, per cui esistono libri di "destra" o di "sinistra", pensatori da boicottare e altri da esaltare acriticamente. E' ovvio che anche gli scritti sulla montagna rispecchino la visione filosofica di fondo del filosofo tradizionalista, che si sintetizza in qualche modo in quella che Evola chiamava la "rivolta contro il mondo moderno" (tra l'altro tale definizione è anche il titolo di un altro suo famoso libro). Sebbene inevitabilmente “reazionaria”, questa visione richiama problemi e nodi irrisolti della società contemporanea, prima di tutto l'indiscutibile, effettiva ( almeno a mio avviso) rottura di quel senso di armonia dell'uomo con la natura e di conseguenza la scomparsa del "senso del sacro"di cui appunto parla l’autore. Sono affermazioni quelle di Julius Evola che, per quanto inserite in un discorso dai confini ideologici inequivocabili, inducono comunque ad una riflessione sulle modalità che assume il rapporto dell’uomo di oggi (la modernità) con il mondo naturale. Come afferma Luisa Bonesio "Evola, acuto e implacabile diagnosta della modernità, era attento ai segni di degrado del mondo naturale sotto la spinta dell'industrializzazione e del consumo turistico, consapevole che questo fenomeno è uno dei segni della fine della coappartenenza cosmica e metafisica dell'uomo con il Tutto." La sua è perciò una visione che richiama anche l'idea di "sacralità della montagna" come si configurava nell'immaginario e nella simbologia delle culture antiche.

Il fondamento generale per il simbolismo della montagna è semplice: assimilata la terra a tutto ciò che umano (... ) le culminazioni della terra verso il cielo, trasfigurate da nevi eterne - le montagne - si dovevano presentare spontaneamente come la materia più adatta per esprimere attraverso allegorie stati trascendentali della coscienza, superamenti interiori o apparizioni di modi super-normali di essere, spesso dati figuratamente come "dei" o "numi".

L'approccio all'alpinismo di Evola è, come lo stesso pensatore ammetteva, di tipo elitario, aristocratico, basato sulla riaffermazione del senso eroico della vita e sulle doti dei grandi iniziati. Proprio nell'alpinismo Evola vedeva quasi una inconsapevole manifestazione di quell'ancestrale volontà eroica, che a suo dire era stata inevitabilmente soffocata dal mondo moderno: "forse la febbre per lo sport, nei moderni, ne è, seppur in forma deviata, una manifestazione. Ma la lotta con le altezze e le vertigini montane è la forma più pura e più bella, svincolata com'è da tutto ciò che è macchina, da tutto ciò che attenua il rapporto diretto, assoluto, fra l'Io e le cose." E quest'esperienza eroica "ha per caratteristica appunto l'essere valore in sé stessa, l'essere bene in sé stessa, laddove la vita comune non va che sotto la spinta degli interessi, delle cose esterne e delle convenzioni." L'alpinismo rappresenta così la forma più alta del rapporto dell'uomo con gli elementi naturali e in montagna l'individuo è libero e lasciato solo alla sua forza e determinazione:

Sentirsi lasciati a se stessi, senza aiuto, senza scampo, vestiti soltanto della propria forza e della propria debolezza, senz'altro che sè a cui chiedere, e portarsi di roccia in roccia, di appiglio in appiglio, inflessibilmente, per ore, e il senso dell'altezza e del pericolo imminente, inebriante, e il senso della solitudine solare, e il senso di indicibile liberazione e di respiro cosmico alla fine, all'attingere le vette..

L'alpinismo per Evola va al di là dei meri intenti sportivi, delle stravaganze di gente pronta al rischio o del gusto romantico per la natura. L'alpinismo invece è soprattutto una via di liberazione e compimento interiore dove i due grandi poli della vita, per Evola rappresentati dall'azione e dalla contemplazione,si congiungono e si compenetrano. L’ascendere delle montagne ha perciò il suo corrispettivo metafisico in un’ ascesi interiore che ha come conseguenza il ricongiungimento “al nostro ambiente naturale e cosmico, che è il silenzio; alla nostra natura più profonda, che è quella delle forze elementari della terra, la cui purità possente e calma si fissa nelle vette ghiacciate e lucenti, come in apici e assoluti immateriali, come in nodi magnetici di ritmi nella grande trama del Tutto.” La montagna suscita nell'uomo che fa la sua esperienza delle emozioni, le quali si configurano come il riflesso di una grandezza che egli non riesce a spiegare e che relega all’ambito dell’irrazionale. Ma esse sorgono perchè l'individuo entra in contatto con una dimensione superiore. Le considerazioni di Evola sono su quest'aspetto di grande suggestione...

E' dall'irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi cha egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d'interiorità. E' in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie...

Ciò che gli parla e che lo muove, è il possente messaggio interiore direttamente evidente in tutto quel che la natura alpina ha di più non-umano, quasi di distruttivo e di sgomentante nella sua grandezza, nella sua solitudine, nella sua inaccessibilità, nel suo immane silenzio, nella primordialità scatenata delle sue tempeste, nella sua immutabilità attraverso il monotono susseguirsi delle stagioni e il vano alternarsi delle caligini e dei liberi cieli solari: vicenda infondente il senso più immediato di quel che è caduco e che come tale si eclissa di fronte ad un presentimento dell'eterno.

Evola parla anche dell'allenamento psichico oltre che fisico nell'alpinismo. Richiamando esperienze di dominio e di autocontrollo rilevati dagli studiosi tra i tibetani, egli nota come possa subentrare nella pratica dell'ascesa alpina uno stato emotivo, quasi di trance, grazie al quale si può distruggere la stanchezza e marciare ininterrottamente.

Il potere che il fattore psichico morale può avere sul fisico è sufficientemente noto, perchè qui si debba insistere: per via di disposizioni interne, di esaltazione o di entusiasmo, corpi anche deboli o stremati in innumerevoli casi si sono dimostrati capaci di affrontare inaspettatamente e vittoriosamente le difficoltà e gli sforzi più incredibili.

Importante è il controllo del respiro, proprio come nelle pratiche ascetiche orientali: il ritmo del respiro deve legarsi a quello del passo in una connessione che non deve mai rompersi. Anche per questo motivo, l'approccio proposto da Evola alla scalata alpina era quello dell' assalto.

Allora subentra il nuovo stato: passo e respiro formano una nuova unità naturale che non chiede più il controllo, non vi è più stanchezza, e la velocità iniziale d' "assalto", nonchè essere mantenuta senza sforzo, quasi per una misteriosa spinta dall'interno viene aumentata malgrado pendenze anche forti.

E' un approccio all'escursione che ho potuto sperimentare io stesso, pur non essendo un alpinista che abbia scalato montagne difficili ed elevate. Ricordo che in alcune escursioni impegnative anche di dodici ore su creste ghiacciate, mantenendo sempre lo stesso ritmo costante e a velocità sostenuta, subentrava davvero la sensazione di non avvertire più stanchezza; e ciò magari proprio quando si procedeva nei tratti più ripidi di un crinale o di un valico. Effettivamente la "tecnica dell'assalto" produce questa situazione.

Un'altra considerazione di Evola, al di là dei riferimenti ideologici e culturali richiamati nel libro (visione eroica dello spirito esemplificata dalla tradizione classica antica ecc.), è relativa alla scissione, prodottasi nella società moderna, tra l'attività intellettuale e l'attività fisica o sportiva. Da una parte c'è l'astrattezza della cultura, dall'altra l'esaltazione della forza fine a se stessa, priva cioè di ogni riferimento al raggiungimento di un ideale (spirituale) superiore. Infatti "nel tipo del cosiddetto 'uomo di cultura' è implicita una certa ripugnanza per ogni specie di disciplina fisica, allo stesso modo che nell'uomo di sport il senso della forza fisica spesso alimenta un disprezzo per le pallide torri d'avorio relegate fra libri e innocui battagliamenti a colpi di parole." A voler ben vedere, è proprio quando questa congiunzione tra l’attività intellettuale e l’azione si è realizzata (e si realizza) che si sono scritte (e si scrivono) a mio avviso le pagine più belle della narrativa di montagna e d’avventura in genere. Lo sport per il filosofo tradizionalista non è un fine, ma un mezzo per l'elevazione spirituale dell'individuo. Leggendo il libro si nota anche come Evola avesse già negli anni '30 ravvisato quegli aspetti negativi che possiamo riscontrare ancora oggi nell'alpinismo: il tecnicismo fine a se stesso, la mania per i record, le stravaganze più futili...

Che il tecnicismo dell'alpinismo moderno, intonato prevalentemente alla ricerca del record , alla caccia della massima difficoltà, della parete mai scalata anche quando la cima sia raggiungibilissima per altra via ecc. – che un tale tecnicismo, col suo inevitabile meccanismo, rappresenti spesso una caduta rispetto all’ideale totalitario ora accennato – ciò ci sembra difficilmente contestabile. Quel che spiritualmente può dare la montagna a chi l’affronta perché, per così dire, scelto e chiamato da essa, noi riteniamo che nessuna scuola e nessuna tecnica del quinto o del sesto grado possa darlo.

Anche l’interesse tecnico dell’ascendere può facilmente degenerare, e non di rado si incontrano degli scalatori portati automaticamente per abitudine a studiare vie di possibile ascesa per ogni dove, perfino di fronte a facciate di palazzi.

Evola è lucido anche nell’individuare le prime avvisaglie di quel turismo di massa che tanti danni ha arrecato e continua ad arrecare alle nostre montagne. Da questo punto di vista, anche se mosso dalla sua visione aristocratica della montagna, anticipa i temi della salvaguardia dell’integrità ecologica della montagna e dell’etica dell’escursionista. Il suo giudizio su quella che oggi i sociologi definiscono “urbanizzazione della montagna” ovvero la costruzione di impianti di risalita, hotel di lusso in alta quota e strade asfaltate, e quindi sull’impatto del turismo di massa, è inequivocabile e si ritrova a più riprese nei vari scritti dell’antologia

Grand Hotel delle Dolomiti. Senso come di un grande transatlantico ancorato nella penombra. Luci splendenti, allineate, regolari. Trasformazone subitanea: l’Alpe non esiste più – è un brano di metropoli mondana a 1500 metri di altezza. Eleganze, smoking per il pranzo, grooms, in un tepore artificioso. Primi sobbalzi del ritmo menadico dello jazz.

Così solitudini quasi fino a ieri inviolate, quasi sino a ieri sideree, oggi conoscono l’impronta della trivialità moderna in resti di pasti crassi, in voci e risa e lazzi, in macchine fotografiche, in promiscuità intersessuali di “comitiva”, in una allegria scema quanto la stessa vicenda puramente fisica di questi “alpinisti.”

Fu l’anno in cui venne inaugurata la teleferica che da Cervinia porta fino al ghiacciaio del Plateau Rosà, a circa 3500 metri. Le condizioni per chi ama veramente la montagna e soffre per ogni sua contaminazione turistica erano, allora, ideali. Trattandosi della zona di frontiera con la Svizzera, solo con un permesso speciale si poteva giungere fino alla stazione terminale di quella teleferica. Il rifugio mondano, villeggiantesco e pseudo-sportivo di coloro ai quali la montagna a portata di mano, quasi come in una salita d’ascensore a pagamento, era inesistente.

Al di là dei contenuti riguardanti il significato autentico dell’alpinismo e della montagna, che si ritrovano soprattutto nella prima parte del libro, sono da considerare anche e soprattutto i resoconti delle scalate effettuate dal pensatore in prima persona e che rappresentano pagine di alto livello narrativo. E’ non sempre facile trovare, nella narrativa relativa alle imprese alpinistiche dei racconti tanto evocativi e dallo stile così avvincente. Spesso purtroppo gli alpinisti non sono tanto bravi a scrivere quanto a scalare e il livello letterario dei tanti (e spesso noiosi) libri da loro pubblicati risulta abbastanza mediocre. Evola è invece efficace nel richiamare le immagini dell’ambiente alpestre, dominato da una natura aspra, primordiale, in cui risalta la forza originaria degli elementi naturali. Sono rievocazioni che non hanno nulla a che fare con una visione puramente romantica della natura, oppure condizionata dalla concezione buonista del naturismo. Ecco di seguito un’ immagine evocativa:

Verso Nord credevamo dunque, dopo ore di ascesa, di trovar dietro una nervatura rocciosa di nuova terra salda e sentiero, quando invece una strana natura fece aparizione: un mare di ghiaccio, una corrente solidificata di ghiaccio, mostruosa, quasi piana, non bianca ma bigia, di un bigio semisplendente come piombo, distesa interminabilmente fra due costoni fatti non di terra o di rupi, ma di macigni, di scaglie di roccia, qui nere, là rossastre, là livide. E un silenzio mortale, una solitudine desertica, una assenza integrale di ogni specie di vita, di animazione, di pluritonalità. Unico, e uguale, un sotterraneo scorrere di acque. Spesso dalle parole si affaccia istintivamente alla mente un loro contenuto indefinito, legato a misteriosi nessi di analogie. La parola che qui sorse fu: La Valle della Dannazione…

Evola fu sicuramente - nel bene o nel male - un “idealista”, che evidentemente cercò nella montagna una via di fuga dalle bassezze della vita quotidiana, per ricongiungersi a quel “qualcosa” indefinito, di elevato e superiore, che alcune persone sentono di avvertire quando si trovano a contatto con la natura selvaggia della montagna. Dopo essere stato “licenziato” dal fascismo, che non tollerava i suoi articoli pubblicati su La Torre dichiarò : “Io ne ebbi abbastanza, smisi e me ne andai in alta montagna...”

sabato 2 maggio 2009

Miserie dell'alpinismo. Grido di Pietra - Werner Herzog

le verticali pareti di granito del Cerro Torre in Patagonia sotto: 1. una locandina del film di Werner Herzog 2. Werner Herzog assieme all'eroe dell'alpinismo Reinhold Messner 3. una scena del film
Ho recentemente visto - per la prima volta - "Grido di Pietra" uno dei film meno noti del grande regista Werner Herzog, basato su un soggetto di Reihnold Messner e ispirato alle vicende controverse che riguardarono la scalata del Cerro Torre in Patagonia. Il Cerro Torre, detto "Grido di Pietra", è una montagna che non supera i 3000 metri ma difficilissima da scalare ,per le proibitive condizioni climatiche, per essere costituita da pareti di granito di almeno 800 metri e per la presenza sulla sua cima di un enorme fungo di ghiaccio. Il film non è uno dei più riusciti di Werner Herzog, forse anche perché non fu egli a scriverne la sceneggiatura, ma sicuramente risulta uno dei migliori film tra quelli che riguardano l'alpinismo. La caratterizzazione psicologica dei personaggi lascia a desiderare e pesa in maniera negativa anche il ritmo un po' lento del film, ma la maestria del nostro regista si manifesta lo stesso nelle inquadrature suggestive delle scalate alla montagna, nella musica e in generale in quell'atmosfera dominata dalla forza misteriosa e inquietante del "Grido di Pietra" che permea con la sua imponente presenza l'intero film. La trama è semplice: un campione mondiale di arrampicata sportiva, Martin, accetta la sfida di scalare in Cerro Torre lanciata da "Roccia", un alpinista esperto e di fama mondiale che giudica l'arrampicata sportiva uno sport di acrobazie che non ha niente a che fare con il vero alpinismo. Martin, in segno di rivalsa, si aggiunge così alla spedizione di Roccia al Cerro Torre. L'azione si sposta così tra ighiacci della Patagonia. Al campo base il tempo è instabile e Roccia è inquieto e titubante nel decidersi ad affrontare la scalata, mentre Martin non vorrebbe più aspettare. A far parte della spedizione vi sono anche la donna di Roccia, Hans e il giornalista Ivan. Approfittando del fatto che Roccia si allontana dal campo base diretto a valle per procacciarsi dei viveri , Martin convince Hans a tentare la scalata ad insaputa di Roccia. La scalata finisce in tragedia, perché Hans muore travolto da una valanga. Martin si salva calandosi in corda doppia dalle pareti di granito. Ritornato al campo base, Martin racconterà mentendo di essere salito sulla cima del Cerro Torre. Non può dimostrarlo perché le prove stanno nella macchina fotografica di Hans, sepolta assieme ad egli sotto metri di neve. A questo punto i media e il giornalista Ivan avranno tutto l'interesse a sfruttare la fama di Martin, considerato un nuovo eroe dell'alpinismo, nonostante il resoconto della scalata sia contraddittorio, per cui vecchi alpinisti di fama mondiale mettono in dubbio la verità del suo resoconto. Martin, che intanto ha sottratto a Roccia non solo la notorietà ma anche la sua donna, deciderà , sotto l'impulso di un moto d'orgoglio, di tentaredi nuovo la scalata, questa volta in solitaria e sotto i riflettori televisivi. Prende così contatto con un magnate della televisione che gli impone i dettami del business dell'industria televisiva. Roccia intanto si ritira in una casa di montagna nei pressi del Cerro Torre, vagando nella natura selvaggia, per fuggire la meschinità che lo circonda. La storia narrata nel film ripercorre le vicende che riguardarono la scalata di Cesare Mestri al Cerro Torre nel 1954. Cesare Maestri sostenne di essere arrivato in cima ma senza poterlo dimostrare, proprio perché il suo compagno di scalata era scomparso assieme alle prove dell'avvenuta conquista della cima. Il resoconto di Maestri si dimostrò fallace anche perché gli alpinisti che seguirono successivaente l'itinerario da egli descritto non riuscirono mai ad arrivare in cima. Nel 1970 Maestri tentò la scalata dalla parete sud-est, attrezzò la parete grazie ad un martello compressore e arrivò alla sommità della parete rocciosa senza tuttavia riuscire a raggiungere la cima dell'enorme fungo di ghiaccio, che secondo Maestri "non faceva parte della montagna"(sic!). Molto rappresentativi sono nel film i personaggi, tipicamente herzoghiani, della vecchia india le cui parole, provenienti da una saggezza ancestrale, sommergono la vanità degli alpinisti che si affannano inutilmente nella corsa alla cima, e dell'alpinista folle (personaggio di contorno ma che alla fine si rivelerà decisivo) che si aggira come uno spettro in tutto il film, collezionista di foto dell'attrice americana Mae West, un uomo che sostiene di aver scalato il Cerro Torre e che mostra la sua mano senza dita, "mangiate dalla crudeltà della montagna". Il pregio maggiore del film sta a mio avviso proprio nell'avere messo in risalto la meschinità e le miserie che hanno spesso circondato il mondo dell'alpinismo: la rincorsa smodata al record, alla notorietà e al denaro, l'esasperante spirito di competizione senza limiti, che porta gli alpinisti a ricorrere persino allo stratagemma della menzogna, i tecnicismi di ogni sorta e il narcisismo stesso dell'alpinista (del narcisismo degli alpinisti ha parlato recentemente anche Mauro Corona in un'intervista). Senza dimenticare ovviamente il prezzo in termini di vite umane che ha richiesto l'ossesione della "conquista della cima". Le scene finali con alpinisti che perforano tramite trapani elettrici le pareti dell'inviolata montagna per appendervi le telecamere necessarie a filmare l'impresa di Martin ci rimandano al consumismo e alla spettacolarizzazione di pessimo gusto che hanno spesso circondato il mondo dell'alpinismo... Va dato atto in primo luogo a Messner l'avere aperto una riflessione sulle questioni etiche ed ecologiche sollevate dalla pratica di questo sport, e che rimandano più generalmente al rapporto tra l'alpinista e l'ambiente naturale della montagna, all'etica dell'alpinismo e alle relazioni con le comunità indigene. Sicuramente record, tecnicismi, stravaganze e fenomeni consumistici di massa hanno poco a che fare con la vera essenza della montagna. Il vero alpinismo è invece quello che abbina contemporaneamente l'"azione" alla "contemplazione"... Ma torniamo al film. Le scene finali sono quelle più spettacolari e ridanno vigore al ritmo scenico del film. Ha luogo finalmente la sfida titanica tra l'arrampicatore Martin e l'alpinista Roccia, che attaccano la montagna da due opposti versanti. Durante la scalata sopraggiunge una tormenta di neve che distrugge le pale degli elicotteri che dovrebbero filmare l'evento della conquista della cima; le troupes televisive sono costrette a rifugiarsi in tenda. Le riprese di Herzog sono davvero entusiasmanti, da lasciare col fiato sospeso; qui c'è il vero cinema di Herzog, quello delle imprese e dei sogni di uomini folli che si confrontano con una natura imperscrutabile dominata da "caos, conflitto e morte", una natura che con la sua forza sommerge le miserie e le illusioni umane. Martin sfrutta le sue doti di arrampicatore e durante la tormenta, a differenza di Roccia, non si ripara ma continua a scalare, arrivando per primo alle pareti di ghiaccio dell'enorme fungo; ma una piccola valanga lo fa precipitare nel vuoto: la scarsa conoscenza dell'ambiente alpino rende vane le sue abilità acrobatiche. Roccia giunge sulla cima e trova conficcata nel ghiaccio una vecchia picozza con un'immagine di Mae West, la prova che dimostra la veridicità della storia raccontata dall'ex alpinista folle... Il pilastro roccioso del "Grido di Pietra", col suo enorme fungo di ghiaccio domina la scena e gli uomini che si sono affannati su di esso per la conquista di glorie effimere, sembrano adesso solo due puntini sospesi sull'abisso...

domenica 12 aprile 2009

Il disgelo

alberi allo specchio
foglie secche sulla neve
primi bucaneve accanto ai nevai primaverili
piccoli abeti bianchi
muschio caduto sulla neve
radura fiorita ad Acquatremola torrente nella foresta

Panorama dalla cresta nord

Il bel panorama che si può ammirare dalla cresta nord di Serra Crispo: partendo da sinistra possiamo notare Timpa Falconara, Timpa di San Lorenzo e Timpa di Cassano, immediatamente dietro il Monte Sellaro, Timpa del Principe e Manfriana, Serra delle Ciavole più vicina e a destra della foto la sommità della Serra Crispo...

sabato 11 aprile 2009

Diario - 11 aprile 2009

contemplando il panorama dalla cresta nord del "giardino degli dei"- foto by Indio. sotto: 1. nel regno dell'abete bianco 2. la "pagnotta della provvidenza" 3. cornicioni di neve a Serretta della porticella 4. verso la sommità del Giardino degli Dei
Al Giardino degli Dei - Acquatremola, Serretta Porticella, Serra di Crispo, discesa dalla cresta nord
Con questa escursione sono ritornato dopo soli tre giorni alla Serra di Crispo. Stavolta però mi sono tolto le vesti del "lupo solitario" in quanto ho avuto il piacere di essere accompagnato dagli amici Vincenzo A. compagno delle impegnative escursioni di più giorni di cui ho parlato nel blog , Vincenzo T., e Luigi, che ancora non conoscevo di persona. Oltre ad essere compagni d'escursione, condivido ormai da tempo con questi miei amici le tante avventure e disavventure nella giungla d'asfalto della metropoli, un ambiente che richiede tutt'altro tipo di "cordate". All'inizio volevamo andare a Serra delle Ciavole, ma dato che Vincenzo T. e Luigi non avevano ancora visto le pendici della Serra di Crispo ammantate dalla foresta di faggio e abete bianco, abbiamo optato per un'escursione al "Giardino degli Dei". Lasciamo l'auto prima di Acquatremola, perché la neve ingombra un tratto di strada. Una famigliola, nonni, coniugi e bambini sono stipati in una panda proveniente probabilmente da Terranova, che arrischia a voler superare il tratto innevato, ignorando il nostro consiglio di non proseguire. L'auto, com'era prevedibile, resta bloccata... cerchiamo di aiutarli a spingere e a togliere la neve ma ormai solo un trattore può tirare la povera panda incastrata nella neve. Lasciamo l'imprudente famigliola al suo destino e proseguiamo prendendo la strada forestale per Iannace e arriviamo così al Piano di San Francesco, dove facciamo rifornimento d'acqua alla bella sorgente. Da qui prendiamo il sentiero che attraversa il cuore della foresta, godendo degli scorci stupendi che ci regalano gli anfratti del bosco. Arrivati al Piano di Iannace indossiamo le ciaspole. Da lì arriviamo al Piano di Toscano, e stranamente sulla neve notiamo una pagnotta di un paio di chili, abbandonata là da chissà chi. La pagnotta è morbida e quindi ancora bella fresca e sembra giunta insolitamente qui per mano della provvidenza divina. Dato che "buttare il pane è peccato", come ci insegna la nostra cultura contadina, recuperiamo la pagnotta e ce la portiamo appresso, per consumarla comodamente sulla cima. Guardando il canalone nord-est del Pollino prendo un abbaglio. Ci sono due o tre alpinisti che stanno tentando la scalata, dico io. Ma gli alpinisti sembrano non muoversi mentre passa il tempo. Grazie anche allo zoom della macchina di Luigi notiamo invece che i puntini che somigliano tanto a persone lontane sono in realtà delle rocce, evidentemente scoperte a causa della neve che si è sciolta. Meno male, li stavo già invidiando e subito era sorto il desiderio di raggiungerli per tentare di nuovo la scalata del mitico canalone! Alla Grande Porta contempliamo i maestosi pini loricati, tra i più belli di tutto il parco e poi proseguiamo verso Serretta della Porticella, il bellissimo crinale che si congiunge a Serra Crispo. Qui ammiriamo i crepacci nella neve e i cornicioni sulla ripida crestina, popolata principalmente da monumentali loricati secchi. Ci colleghiamo così alla dorsale di Serra di Crispo e iniziamo a salire. C'è una luce particolarmente bella oggi, ideale per fare fotografie. Arriviamo in cima e ci riposiamo un po', rifocillandoci con alimenti più svariati, dalle scatolette di tonno ai fichi secchi ai piselli in scatola. Prendiamo il nostro pane pasquale piovuto dal cielo grazie alla provvidenza, lo tagliamo a fette e lo distribuiamo tra di noi, durante il convivio alla cima della montagna. Non torniamo per la stessa strada, ma ci dirigiamo verso la cresta nord, che mi preme far vedere ai miei amici per la bellezza del panorama che si gode da qui. La cresta è ripida e procediamo lentamente tra le pietre. Sono stato qui pochi giorni fa ed è curioso come nello stesso posto, con una luce di poco differente, si riescano ad individuare scorci sempre diversi e fare così foto che contengono in sempre qualcosa di novo. "Conosci il giardino di casa e conoscerai il mondo intero", recita un saggio proverbio. La montagna non si finisce mai di scoprire e gli stessi posti in realtà non sono mai gli stessi... Arriviamo al sentiero che porta a Pietra Castello, lo attraversiamo e ci inoltriamo nella foresta, per seguire il valico che conduce al Piano di San Francesco. I pendii sono ripidi e la foresta è intricata, tanto da mettere alla prova le nostre capacità d'orientamento. Vincenzo T. dice giustamente che un'escursione normale non è possibile quando la nostra compagnia si riunisce, perciò è arrivato il momento del "trekking delirante". L'idea era di arrivare al Piano di San Francesco e ricongiungerci alla strada, come nell'escursione di tre giorni fa, ma evidentemente sbaglio l'imbocco del valico, che conduce sotto il piano, per cui non ci resta altro da fare che continuare a scendere dritti senza percorso obbligato fino a sbucare nei pressi di Acquatremola. Poco male, perché attraversiamo altri angoli della foresta selvaggia, circondati nient'altro che da alberi, senza poter vedere dove siamo precisamente, passando in mezzo ad abeti secolari e attraversando torrenti ingrossati dallo sciogliersi della neve, in un'atmosfera quasi fiabesca. Arriviamo finalmente nei pressi di Acquatremola, nella strada forestale che si prende dopo aver attraversato la radura con la fontana. Altri dieci minuti di cammino sull'asfalto e giungiamo finalmente dove abbiamo lasciato l'auto...

giovedì 9 aprile 2009

Diario - 8 aprile 2009

l'autore del blog alla "Timpa del Ladro" - autoscatto. sotto: 1. la foresta di faggio-abete nei pressi di Piano Iannace 2. veduta dalla "Timpa del ladro" 3. loricati monumentali sulla dorsale nord-ovest 4. veduta dalla cresta nord: l'immensa foresta ammanta le pendici di Serra Crispo
La Timpa del Ladro - dorsale nord-ovest di Serra Crispo, discesa dalla cresta nord La "Timpa del Ladro" è il toponimo popolare attribuito alla parte iniziale della dorsale nord-ovest di Serra di Crispo, situata proprio sopra Piano Iannace. Me ne parlava mio padre, che in questo posto andava anche a caccia. La prima volta che andai a Piano Iannace, da ragazzo, mentre ero ancora nel bosco, tra gli alberi notavo via via lo stagliarsi imponente di questa parete rocciosa, che all'epoca mi sembrava davvero imponente. L'escursione di oggi ha avuto come obiettivo proprio la salita della ripida dorsale, l'arrivo sulla sommità di Serra Crispo, e la discesa dalla cresta nord, scalata a dicembre dell'anno scorso. Inoltre in quest'escursione ho inteso (ri)attraversare quegli angoli remoti del regno dell'abete bianco, ovvero del bosco Cugno dell'Acero. Sono ritornato così alle atmosfere incantate di quella che considero la "mia" montagna, quella che ritengo più familiare. Parto un'ora prima dell'alba. Cammino accompagnato dalla sommessa melodia degli uccelli, ancora appollaiati nei cespugli, che annunciano con il canto l'mminente sorgere del sole. Mentre cammino, ancora con la lampada frontale sulla testa, vedo una strana luce sulla stradina. Sarà il riflesso di un sasso, penso. Mi avvicino e noto che la luce s'è spostata nei cespugli sotto la strada, e sta lì immobile. Capisco subito che un animale selvatico, forse una volpe o una faina mi sta osservando, nascosto dietro i cespugli. La luce della lampada si è riflessa nei suoi occhi, che adesso brillano come due piccole lanterne... La primavera è alle porte e nelle foreste di più bassa quota la neve resiste ormai in poche chiazze, più o meno fino alla radura di Piano San Francesco. La foresta è percorsa dal rumore dei ruscelli, sono spuntate le primule e i bucaneve, e si sono creati già quei caratteristici "buchi" nella neve che circondano i tronchi degli alberi. Dal Piano di San Francesco invece di andare dritto proseguo per un sentiero che si dirama a sinistra, in discesa, e che costeggia la strada principale per Iannace. Questo sentiero è molto bello perché attraversa il cuore della foresta di abeti, permettendovi di osservare esemplari maestosi di abete bianco, accanto ai tanti piccoli abeti che adesso crescono proprio sul tracciato del sentiero. Qui indosso le ciaspole perché la neve è ancora alta e si sprofonda. Ma la marcia non è faticosa, in quanto la neve è abbastanza compatta. Arrivato a Piano Iannace, ancora innevato, mi dirigo nel bosco, seguendo il percorso del sentiero che mi porterà verso l'inizio della dorsale nord-ovest.Passo accanto ai caratteristici "monumenti", enormi massi dalle punte aguzze, posti tra gli alberi, nei pressi del Canale Cugno dell'Acero. Ho tolto già le ciaspole perché il terreno si fa sempre più roccioso. Mi congiungo dopo un po' alla base della dorsale e comincio a salire. La dorsale nord-ovest è quasi totalmente libera dalla neve, spazzata via dai venti e disciolta delle alte temperature di questo periodo. Qui non esiste un sentiero, per cui bisogna salire facendosi largo tra le rocce, arrampicandosi facilmente per superare alcuni passaggi. La salita è impegnativa ma non difficile. Arrivo sulla sommità della "Timpa del Ladro", un posto che conosco da tanto tempo, e da qui ammiro la verticale parete rocciosa sulla cui sommità svetta un solitario pino loricato. Nel bosco, proprio qui vicino, c'è una profonda caverna, simile ad un pozzo, che fu utilizzata in passato come nascondiglio dalla banda del brigante Franco. Provai una volta di scendere nella caverna, con una corda, ma non riuscii a posare i piedi e mi ritirai dal tentativo. Non mi dirigo verso la grotta ma in direzione dei monumentali pini loricati delle rocce, posti più in alto. Essi sono proprio quei pini maestosi che si possono notare in lontananza guardando da Piano Iannace. Dopo aver superato questi pendii rocciosi arrivo quasi subito sotto la sommità di Serra Crispo, costeggiando sempre la linea della dorsale. Qui però incontro di nuovo la neve, compatta e scivolosa, per cui indosso i ramponi; non sarebbero indispensabili ma nella marcia in salita mi aiutano a restare in equilibrio sulla neve e quindi a non scivolare. Sono sulla sommità del "Giardino degli Dei" e adesso non mi resta che congiungermi alla cresta nord per scendere dalla montagna. La cresta nord è ripida e formata da lastroni di roccia compatta. A dicembre dell'anno appena trascorso è stato divertente scalarla in salita, superando i tratti di neve ghiacciata. Anche qui la neve è stata quasi spazzata del tutto dal vento, perciò ormai racchette e ramponi non servono più. Scendendo lungo la cresta si può ammirare uno scenaio superbo: sotto ai miei piedi si estende l'immensa foresta di faggio-abete bianco, da cui spuntano le rocce di Pietra Castello; il panorama spazia a sud tra Timpa di San Lorenzo, Manfriana e Serra delle Ciavole, mentre a nord si stagliano le lontane sagome del Monte Alpi e del Sirino... Arrivo al sentiero "Rueping" che conduce a Pietra Castello, lo attraverso e mi inoltro nella foresta, seguendo il valico che mi riporterà al Piano di San Francesco. Qui vado a dissetarmi con l'acqua fresca della vecchia fontana, nascosta dagli alberi. Mentre bevo e riprendo fiato mi fa compagnia un topolino dei boschi, che si aggira sospettoso tra le foglie secche, nei pressi della sorgente...

giovedì 2 aprile 2009

Cani randagi

La cagnetta mi guarda con i suoi occhi stupiti mentre scatto la foto. Gli ho dato dei pezzi di pane e delle ossa. Non riesco a fargli afferrare il pane dalle mie mani. Si avvicina furtiva, timorosa. E' stata abbandonata nel nostro villaggio da qualche mese e adesso ha quattro cuccioli da sfamare. Abbaia chiunque si avvicini alla sua "tana". Sicuramente avrà perduto un bel po' di fiducia nell'essere umano...

domenica 29 marzo 2009

Diario - 28 marzo 2009

un ambiente primordiale: pini loricati aggrappati alle rocce del canalone nord-est, sullo sfondo del Dolcedorme - foto by Indio
La scivolata - Canalone nord-est del Monte Pollino
Il canalone nord-est del Monte Pollino era uno dei miei obiettivi fin da un po' di tempo... il classico luogo mitico da cui non è possibile staccare gli occhi. Quest'escursione al canalone resterà una delle più avventurose che abbia fatto. Le previsioni dicevano che sabato sarebbe stata una bella giornata, per cui dovevo assolutamente sfruttare il bel tempo per andare in montagna, nonostante il forte mal di denti di questi giorni. Arrivo a Colle Impiso senza particolare difficoltà. La neve è veramente tanta e degli alti muraglioni si alzano ai lati della strada. Inizia la ciaspolata da Colle dell'Impiso. Dai piani di Vaquarro mi dirigo verso il fossato sopra il quale inizia il sentiero che mi dovrebbe portare ai Piani di Pollino. Noto che ho lasciato il cellulare nella borsa della mountain bike: si è aggiunto un ulteriore problema, perché i miei mi chiameranno e risulterà che io non rispondo. Ma ormai è fatta e bisogna proseguire. Per capire la quantità di neve che si è accumulata basti pensare che i fossati scavano gole nella neve creando dei muri alti circa tre metri! In qualche occasione mi capita di dover superare con qualche difficoltà queste gole scavate dai fossati nella neve. Il mal di denti ogni tanto si rifà vivo e per attutire il dolore mi metto un po' di neve in bocca... potremo parlare di rimedi naturali! Subentra un altro problema quando, per non aver chiuso bene la borraccia, l'acqua si riversa nello zaino. Per il resto dell'escursione sarò costretto così a bere l'acqua dei fossati o a dissetarmi con la neve (il dissetarsi è apparente, perché la neve, come immagino tutti sappiano, non contiene sali minerali). La neve ha sommerso tutto ed è così tanta che non riesco, in alcuni tratti, a individuare il tracciato del sentiero che si snoda nella fitta foresta (ovviamente di segnalazioni manco a parlarne!!!). Comunque conosco la zona e so più o meno dove dovrebbe snodarsi il valico che porta ai piani. La marcia è faticosissima: si sprofonda, perché il manto nevoso è reso inconsistente dalla temperatura mite dello scirocco. Inoltre devo districarmi con le ciaspole tra i piccoli faggi buttati a terra dalla neve, che in questo modo intralciano il sentiero. Sto impiegando molto più tempo del previsto e i Piani di Pollino sembrano lontani anni luce. Ma la faciloneria si paga e a volte bisognerebbe essere meno impulsivi nel programmare un' escursione. L'idea era di scalare il canalone, arrivare in cima e scendere per la via classica a Gaudolino. Riesco finalmente ad arrivare ai Piani. Dato che è già tardi forse dovrei rinunciare. Ma ho faticato tante ore per arrivare fin qui e non me la sento di cedere in ritirata. Il problema principale risulta proprio quello di rispettare gli orari. Devo arrivare in cima per le tre al massimo e non posso farmi sorprendere dal buio. Sono da solo, in una distesa sterminata di neve, non ho il cellulare e se facessi tardi i miei si allarmerebbero. Speravo di trovare la neve più compatta e ghiacciata, almeno sulle pendici del Monte Pollino... ma niente: si sprofonda e si scivola. Ho accumulato tanta stanchezza e tensione e sicuramente non mi sto godendo al meglio i paesaggi stupendi che mi circondano. Mi porto alla base dell'inizio del canalone. Anche qui la neve, sebbene un po' più compatta, è molto scivolosa. Il pendio comincia a farsi più ripido, metto via le ciaspole, tiro fuori la picozza e per avere più libertà di movimento indosso i ramponi. D'ora in avanti comincia l'itinerario alpinistico vero e proprio. Ho fatto un lacciolo lungo, con un cordino, attaccato al foro per il moschettone della testa della picozza e legato al polso, in modo da evitare che la picozza rischi di sfuggirmi dalle mani precipitando lungo il ripido pendio. Inizio la progressione in salita, lentamente, un passo alla volta, con tanta fatica. Speravo di trovare della neve ghiacciata, almeno qui. Ma la neve del canalone è scivolosa e solo appena più compatta di quella dei piani, per cui i ramponi non riescono a fare presa, risultando così quasi inutilizzabili. Anche la picozza, il mio unico mezzo d'autoassicurazione, a volte sprofonda, facendomi mancare il punto d'appoggio necessario a mantenere l'equilibrio. Mi capita anche che, forse perché ho stretto male le cinghie, in un paio di occasioni i ramponi si sfilano e devo rimetterli allo scarpone mentre sto in una posizione che lascio a voi immaginare, ovvero scomodissima, mentre cerco di restare aggrappato al ripido pendio. E' in questi momenti che si nota quanto siamo legati ad oggetti come la picozza o il proprio zaino, da cui dipende tutta la nostra sicurezza. Sono impegnato nella durezza della salita ma ciò non mi ha impedito di ammirare la visuale eccezionale che si gode da qui. Il canalone nord-est appare come un immenso corridoio tra rocce ripide e scoscese, popolate da pini loricati inavvicinabili e il suo limite, indicato dai cornicioni di neve, sembra portare verso un tesoro indefinito e misterioso. La neve, le rocce e i pini loricati che sovrastano il canalone fanno da cornice all'immensa bastionata del Dolcedorme... Il posto dà la sensazione di qualcosa di primordiale e a tratti anche inquietante, sensazione che cresce nell'ultimo tratto quando il pendio si fa ancora più ripido. Arrivo alle rocce che costeggiano il tratto sommitale del canalone dominato dai cornicioni di neve. E' così scosceso che ormai non posso fare altro che procedere accovacciato, scalciando con forza le punte degli scarponi nella neve, e usando la picozza come fittone, oppure di tanto in tanto scavando dei gradini con la paletta della picozza per creare dei punti d'appoggio per i piedi. Non posso nemmeno aiutarmi con la picozza utilizzando la becca, proprio perché, in assenza di vetrato, essa non mi può tenere. Sono quasi nel tratto finale e la cima è (apparentemente) a meno di un soffio... Ma si procede lentamente proprio perché l'ultimo tratto del canalone è molto ripido, perciò difficile e insidioso. La sommità del canalone appare vicinissima e allo stesso tempo lontana e inafferrabile. Altro problema: arrivato sulla sommità del canalone dovrei superare poi la barriera verticale delle alte cornici di neve, un'operazione delicata e pericolosa e che porterebbe via sicuramente parecchio tempo. Procedere ancora richiederebbe perciò tanta calma e pazienza, cose che non posso permettermi. L'ideale sarebbe stato campeggiare, magari con un compagno e prendersela comoda nella salita. Sono passate le tre e mezza e mi rimangono a malapena tre ore di luce. Ripenso al fatto di non avere il cellulare. Se mi sorprendesse il buio cosa potrebbero pensare i miei familiari? Questo pensiero mi fa andare in agitazione. Per giungere alla cima impiegherei come ho già detto parecchio tempo. Devo allora arrendermi e rinunciare alla cima. Tuttavia tornare indietro ai Piani di Pollino sarebbe ancora peggio, perché impiegherei un casino di tempo nel rifare in discesa lo stesso percorso del canalone su una pendenza per giunta così elevata. Sopraggiunge la sensazione di sentirmi imbottigliato. A mali estremi però, estremi rimedi... Osservando il canalone in discesa si nota che è sgombro da rocce sporgenti e da alberi. Giungo alla conclusione che l'unica alternativa è... la scivolata. A questo punto mi avrete già dato del pazzo... Ma se opto per questa scelta è anche perché ricordo di aver letto su un utilissimo manuale di alpinismo come la scivolata possa diventare, con le dovute accortezze, una tecnica veloce di discesa. Le ginocchia vanno tenute piegate leggermente. Non bisogna avere ai piedi i ramponi. La picozza invece fa da freno, morde la neve e viene tenuta con entrambe le mani. Prima di procedere però metto il copribecca di gomma alla picozza, per evitare che nella discesa questa mi possa ferire. Così mi posiziono per terra e mi lascio andare lungo il canalone. All'inizio scivolo perfettamente ma l'estrema pendenza del canalone, com'era inevitabile, mi fa acquistare subito velocità e non riuscendo a mantenere l'equilibrio inizio a rotolare su me stesso per un bel po' di metri. Mi fermo, un po' scosso, tutto imbrattato di neve, che copre anche gli occhiali, osservo se è tutto a posto e ricomincio a scivolare. Stavolta sto più attento a sollevare e ad allargare maggiormente le gambe e noto che così va molto meglio. Sotto il sedere si forma una specie di slittino naturale di neve, che mi fa scivolare alla perfezione. Prima di fermarmi faccio un'altra breve rotolata. Sono alla base del canalone. Ho percorso in pochi secondi ciò che avevo faticosamente scalato in ore di dura salita. E' una scivolata che ho deciso di fare in una situazione di emergenza, e solo perché il canalone era sgombro da rocce sporgenti; ma a costo di sembrare esagerato, non posso non ammettere che sia stata anche... divertente! Arrivato così (velocemente) in fondo al canalone, mi rimetto le ciaspole ai piedi e mi dirigo ai Piani di Pollino, seguendo le tracce del percorso dell'andata che mi porteranno senza difficoltà fino ai Piani di Vaquarro... Non ho "conquistato" nessuna cima, molte cose sono andate male, ma sicuramente non dimenticherò questa avventurosa escursione...

mercoledì 25 marzo 2009

La storia di Buck

il piccolo Buck - foto by Indio
Tanti anni fa (avevo circa diciassette anni), nel nostro villaggio cominciò ad aggirarsi un cane da pastore bianco, un maremmano, di grosse dimensioni. O era stato abbandonato oppure qualche pastore lo aveva smarrito. Il randagismo è diffusissimo dalle nostre parti e ogni tanto sbuca sempre qualche nuovo cane dall'aria spaurita e con lo sguardo perso. Il cane era femmina e si conquistò subito la simpatia del vicinato. Cominciai ad avvicinarlo, a dargli da mangiare e ad accarezzarlo. Notai subito che era un cane socievole e affettuoso, e lo dimostrava quando ti guardava con quei suoi grandi occhi dolci. La cagnetta ebbe anche il suo (nuovo) nome: Gemma, così la chiamò il mio vicino di casa. Gemma si era subito affezionata a me e avrei voluto tanto adottarla; ma all'epoca avevamo già un cane, il mitico Zeus, e poi il fatto che fosse anche femmina ci avrebbe creato non pochi problemi. La cagnetta così rimase tra i vicoli del vicinato e per il suo carattere affabile era sempre coccolata da tutti. Dopo un po' andò in calore e quando partorì ebbe due cuccioli bellissimi, bianchi come lei. Era una cagnetta intelligente e si scelse come tana un piccolo scantinato di una casa disabitata, vicino alla strada. Ricordo che mi lasciava sempre entrare nella "tana" e mi dava il permesso di toccare i suoi cuccioli. Non aveva assolutamente timore di me. I cuccioli furono allattati e quando li svezzò mi occupavo di portargli sempre da mangiare. Ma la situazione prima o poi doveva cambiare, perchè i cuccioli di lì a poco dovevano essere adottati da qualcuno. La foto della cagnetta finì anche sulla Gazzetta del Mezzogiorno, comparendo in un articolo sul randagismo nel Pollino, scritto dalla mia vicina di casa, che all'epoca era corrispondente di quel giornale. I cuccioli già cominciavano ad uscire dal piccolo scantinato e andavano sulla stradina, dove ogni tanto scendeva anche qualche auto. Era pericoloso. Avvenne il peggio, perchè un cucciolo venne travolto dalle ruote di un'auto. Sotto la disperazione della madre andai a seppellire il cucciolo in un terreno incolto lì vicino. Era il secondo cane che seppellivo. Ne avrei seppelliti ancora altri due in futuro, i nostri Zeus e Brahms; loro adesso stanno sotto le radici di un boschetto di olmi cresciuto come per magia, dopo il taglio di un grande olmo, nel giro di dieci anni. Dovevo assolutamente trovare un padrone per l'altro cucciolo. Domandai a mio padre se mi facesse tenere il cucciolo con noi ma ricevetti una risposta negativa. La prima persona che mi venne in mente fu il buon Antonio, che aveva un bel po' di campagna attorno a casa sua e avrebbe così potuto accudire il cucciolo a dovere. Andai a domandargli così se voleva il cucciolo e lui mi rispose che avrebbe tenuto anche la cagnetta. Portai così il cucciolo in braccio seguito dalla madre che mi veniva appresso col suo sguardo apprensivo... Non rividi per quasi due anni la cagnetta. Poi un giorno mi trovai a passare con la bici e ci incontrammo. Mi riconobbe subito. Mi guardava come in passato con quegli occhi dolci, che risplendevano d'affetto. La accarezzai per un bel po' e lei venne appresso alla bici per quasi due chilometri. Non la rividi più. Passarono molti anni ancora e poi la cagnetta morì, lasciando la sua numerosa prole, ovvero dei bellissimi cani da pastore dal pelo candido come la neve. Era il mese di gennaio di quest'anno e stavo passando un brutto periodo. Nevicava e girovagavo pensieroso per le strade deserte del villaggio. Pensai che forse mi avrebbe fatto bene trovarmi un cucciolo da accudire. Avrei voluto un cane da pastore, un maremmano magari, cani dalla scorza dura e che ho sempre ammirato. Da grande un cane così mi avrebbe fatto compagnia nelle mie lunghe camminate in montagna o quando sarei andato a funghi. Vado verso il negozio di Antonio sperando di trovarlo, per domandargli se la sua cagnetta, la figlia di Gemma, sia magari in procinto di avere dei cuccioli. Mentre scendo i gradini che portano verso il negozio mi vedo di fronte la cagnetta di Antonio, già gravida, che mi guarda un po' timorosa. "Là, in quella pancia c'è il mio cane", penso. Parlo con Antonio e lui mi comunica che la cagnetta partorirà tra un po' e che penserà lui a portarmi il cucciolo una volta svezzato dalle cure della madre. Mentre torno a casa penso già al nome che dovrò dargli. Anche se è poco originale non posso che dargli il nome di "Buck", il cane protagonista de: "Il richiamo della foresta" il famoso libro del mio scrittore preferito, ovvero il mitico Jack London. Il pastore maremmano è un cane rude e ama la libertà dei grandi spazi; sul Pollino poi è stato ed è uno dei più grandi alleati dell'uomo nel custodire i greggi e difenderli dai lupi. Non sono un pastore e Buck avrà poco da lavorare qui da me, ma sicuramente diventerà un cane fedele e mi seguirà nei miei vagabondaggi sul Pollino, tra foreste e pascoli di alta montagna. Buck è a casa mia da pochi giorni e già dimostra di essere un cane affettuoso, dagli occhi dolci e un po' malinconici... un po' come quelli di sua nonna, la cara vecchia "Gemma"...

venerdì 20 marzo 2009

Il taglialegna e l'albero


Sembra che la natura obbedisca ad una logica imperscrutabile. “In montagna c’è il freddo, allora all’uomo che vive nelle sue valli è stato dato il bosco e quindi la legna, e così egli può scaldarsi…” Questa era una riflessione di mio padre che era un grande boscaiolo e conosceva bene gli alberi e la loro personalità. Fin da piccolo lui mi portava nei boschi (di nostra proprietà ovviamente) a fare la legna. Lui si metteva a lavorare e io mi allontanavo un po’ per i sentierini che si snodavano tra i cerri e gli agrifogli che apparivano di tanto in tanto con il loro verde luccicante. E’ in queste occasioni che mi avvicinai al bosco e alla natura. Sono quasi laureato e perciò nella mia vita ho praticato più che altro l’attività intellettuale, ma sono contento di avere appreso, anche se non in maniera completa, l’arte – durissima e faticosa – del taglialegna. Già dai quindici anni mio padre cominciò a insegnarmi come si lavora la legna. All’epoca facevamo tutto a mano. L’abbattimento dell’albero era un’operazione delicata e pericolosa. Si studiava l’albero e la direzione della sua pendenza e poi si cominciava a segarlo con la motosega. Quando l’albero era caduto si divideva in pezzi da circa un metro e mezzo. Alcune volte poteva capitare che, nella caduta, restasse appoggiato ai rami degli altri alberi e allora bisognava o tirarlo con la corda per farlo cadere oppure cominciare a tagliarlo così come era rimasto appeso. Quando era stato tagliato a pezzi, bisognava poi ad uno ad uno alzare i ceppi, a volte davvero grossi e pesanti, e farli stare in equilibrio in verticale. Se il ceppo era lungo di diametro si utilizzavano due cunei contemporaneamente e con la mazza pesante di cinque chili si dava un colpo ad uno e poi all’altro. I cunei non si inserivano a caso… bisognava sfruttare le piccole lesioni già esistenti nel legno: era il segno che il cuneo poteva penetrare all’interno del ceppo. Il cuneo poi non va mai inserito nel cuore, perché quest’ultimo è molto duro, ma nella parte più vicina alla corteccia, in dialetto “la vilinga”. Se i legamenti del legno resistevano si utilizzava un grosso cuneo di legno, la cui funzione è quella di allargare le spaccature che non si aprono. Quando la spaccatura si era allargata abbastanza si spingeva a terra il tronco e si finiva il lavoro con l’ascia. Si rialzava poi una delle metà del tronco e si ricominciava il lavoro, fin quando i pezzi che si erano ricavati risultavano non troppo pesanti per essere maneggiati. Ricordo che all’inizio quando portavo sul cuneo il colpo della mazza, non riuscivo a prendere la mira. Sembra facile, ma ci vuole esercizio. A volte eravamo costretti a tagliare alberi che crescevano sui pendii anche ripidi. Mio padre non amava la comodità a tutti i costi e la sua regola era sempre tagliare (e mai nellos stesso posto!)li alberi “adulti”, anche quelli che crescevano nelle zone più ripide, per fare spazio a quelli più giovani, che potevano così vedere la luce e crescere. Così il bosco sopravvive, si mantiene sempre, diceva. Mai nello stesso posto, sceglievamo ogni anno una zona diversa del bosco.La cosa più aberrante per lui era tagliare le piante giovani, disboscando un'intera area. Lo considerava un vero danno, perché così facendo il bosco scompariva. La vecchia cultura contadina è stata presentata a volte come antiecologica, ma in realtà c’erano dei criteri che venivano sempre rispettati nel taglio della legna. E poi in passato nemmeno esistevano le motoseghe per cui mio nonno e altri ad esempio si procacciavano il legname soprattutto con i muli e gli asini, caricandosi cioè la legna secca, che è sempre abbondante tra i boschi. I veri responsabili dei disboscamenti del Pollino e delle foreste di alta montagna sono state le aziende di legname, che sfruttavano in aggiunta il duro lavoro della manodopera degli operai del posto. Durante gli anni del fascismo fu una ditta tedesca, la Rueping, ad arrecare i maggiori danni ai nostri boschi (pubblici). Quando tagliavamo un albero su un costone dovevamo far ruzzolare tronchi rotondi lungo il pendio, facendoli cascare sulla strada. Ma se la distanza tra il luogo dove sorgeva l’albero abbattuto e la strada era troppo lunga, oppure se la strada era a monte rispetto all’albero, bisognava spaccare la legna sul pendio, accatastarla, e poi portarla sulla strada con una carriola. I tronchi possono essere fatti ruzzolare, ma è una dannazione se si impigliano tra i piccoli alberi e i rovi. Ricordo che a volte dovevamo scavare dei sentierini con il piccone per far procedere la carriola piena di legna. Un giorno d’estate di tanti anni fa portai sulla strada tonnellate di legna con questo metodo, tra gli sciami di tafani che mi avevano infestato! Così “cacciavamo” la legna, che veniva poi accatastata ai margini della strada in “canne”. Una canna di legna è se non ricordo male quattro metri di lunghezza, un metro di larghezza e circa un metro e mezzo di altezza. Anche mettere i pezzi uno sull’altro senza lasciare spazio richiedeva abilità. Mio padre diceva che era come l’arte dei muratori, o meglio dei “mastri”, che un tempo costruivano i muri grazie all’abilità del gioco ad incastro delle pietre rotonde, tenute assieme solo dall’argilla dei fossati. La legna andava poi caricata sul trattore o sul motozappa e scaricata dove di dovere. Spaccare la legna era e ancora è un lavoro molto duro, e spesso ammiravo la forza di padre che maneggiava ceppi enormi e sembrava non si stancasse mai. Anche adesso, quando c’è da sistemare la legna, spaccarla e accatastarla non mi pesa farlo. E se oggi ho una schiena molto robusta, capace di reggere i molti chili di un trekking di più giorni, è anche grazie a questo lavoro... Ho sempre ammirato gli alberi e ricordo che tanti anni fa si ergeva un quercius cerris secolare nei nostri terreni, altissimo e dal tronco di due metri di diametro. Mio padre diceva che non l’avrebbe mai tagliato. Ma un giorno lo ritrovammo squarciato dalla ferita di un fulmine, che lo aveva sbucciato dalla base fino alla cima. I fulmini uccidono gli alberi come il cerro, perché è come se gli bruciassero il cuore. Posseggo ancora la foto dell’albero ferito a morte. Mio padre allora decise di abbatterlo, perché era ormai destinato a rinsecchirsi. L’albero produsse tantissima legna da ardere, ma che si rivelò non buona per il fuoco, perché il fulmine l’aveva resa fradicia e poco infiammabile. Noi lo avevamo risparmiato, ammirandone la bellezza, ma non era servito, perché la natura aveva deciso già il suo destino…