domenica 21 agosto 2011

Diario - 17 agosto 2011

Il sentiero delle "Pietre Tonanti" (escursione con G. Braschi)

un anziano escursionista alla ricerca della superba visione delle "Pietre Tonanti" - foto by Indio; sotto: 1. allocco; 2. "pietre tonanti"; 3. Giorgio Braschi, su un masso; 4. foto panoramica del torrente...




E' sempre bello poter fare un'escursione assieme al maestro Braschi, e così non mi son lasciato sfuggire quella organizzata dal comune di San Severino Lucano al nuovo sentiero delle "Pietre Tonanti".

Si tratta del ripristino di sentieri di pescatori che portano alle rive di un tratto del torrente Frida, molto suggestivo e selvaggio, presso bosco Magnano, partendo da località "Taverna". Braschi è un libro vivente per le sconfinate conoscenze naturalistiche delle montagne del Pollino  ed è sempre interessante seguirlo nelle sue (poche purtroppo) escursioni guidate. Vengo con due  miei amici,  marito e moglie, e ci uniamo al resto del gruppo formato da famiglie, con parecchi bambini e qualche signore più anziano al seguito. Notiamo subito un rapace notturno che dorme appollaiato su un ramo. Si accorge di noi alla fine e vola via. Dovrebbe trattarsi di un allocco: controllo sul mio manualetto di birdwatching e mi rendo conto che proprio di questa specie si tratta. Braschi ci porta alla scoperta del bosco spiegandoci le caratteristiche delle varie specie vegetali; per esempio parlandoci dell'uso storico dell'Erica, che veniva utilizzata per le pipe, o dell'impatto del vischio, pianta parassita, testimoniabile  dalle  grosse palle di legno che si formano a causa sua sui rami dei cerri.

Il sentiero delle pietre tonanti è un percorso adatto a famiglie e facilmente accessibile: ma contemporaneamente permette di avvicinarsi a visioni maestose di natura selvaggia. Ce ne accorgiamo subito quando scendiamo alle rive del torrente Frida, il cui corso è qui ingombro di massi enormi, da cui scendono delle belle cascatelle. Questo tratto di riva era ingombro di rovi che nascondevano lo spettacolo a cui possiamo ora  assistere, per cui è stato necessario tagliare i rovi e sarà sempre necessaria un po' di manutenzione perchè i rovi, con la scomparsa del pascolo, invadono qualsiasi tratto di torrente; l'altra riva è invece completamente selvaggia e impraticabile.
L'intento del buon Giorno è sempre quello di mostrare gli spettacoli della natura senza però deturparla, con sentieri non invadenti (e del resto già esistenti in passato) ma allo stesso tempo resistenti del tempo. Questo tratto del Frida d'inverno è spesso invaso dalla piena, per cui il sentierino estivo che si snoda lungo la riva è sommerso dall'acqua e perciò Giorgio ha creato una variante invernale, che valica due rocce che lui vorrebbe chiamare "sentiero delle teste dei briganti". Con Giorgio discutiamo della possibile istituzione, impegnando l'AIW, di un' Area Wilderness delle Gole del Frida di Magnano, a partire dall'area ricadente nel comune di San Severino Lucano... che comprenda, a parte questo breve tratto di facile accesso, il restante corso del fiume, che  è completamente selvaggio e praticabile solo con attività di torrentismo. E' una bella idea!


C'è un signore anziano nel gruppo che agilmente e senza bastone saltella tra i massi e sembra felicissimo di quello che sta osservando. La natura selvaggia è un bisogno che tutti hanno e può riempire di gioia i cuori dei vecchi come dei bambini... l'importante è viverla con naturalità e semplicità... Dopo le teste dei briganti c'è il posto che più mi ha colpito delle "pietre tonanti", una di quelle visioni capaci di commuoverti... degli alberi caduti e marcescenti, vegetazione lussureggiante, un ampio letto del torrente con delle belle pozze d'acqua, dei massi enormi, uno dei quali ha forma di una "tartaruga". Anche l'arzillo e anziano signore va ad osservare lo spettacolo, con le sue sottili scarpine di pelle, indifferente alle pietre e al terreno accidentato...




lunedì 15 agosto 2011

Tramonto di Ferragosto


La montagna allora è solo una sagoma evanescente, sostanza immateriale, miraggio scenico che si confonde con la volta crepuscolare...
 nell'atto di un'unione tra cielo e terra, che si realizza nell'immateriale sostanza della luce.
Indio

sabato 13 agosto 2011

La Montagna - di Mauro Corona




Mauro Corona, alpinista, scultore, scrittore, ma soprattutto "montanaro"; sotto: copertina de: "Il volo della Martora", il suo primo libro e il più bello per chi scrive; Mauro in arrampicata; un'immagine delle Dolomiti Friulane (fonte internet); il Campanile di Val Montanaia, in un disegno di Corona; Veduta di Val Montanaia e del "campanile".

(fonte articolo: http://www.wildworld.it/index.php?option=com_content&view=article&id=66:la-montagna-di-mauro-corona-leggetelo-tutto&catid=23:storie-e-articoli-di-montagna&Itemid=81)

"Io credo che la montagna abbia la voce e ci parli. Parla, sì parla. Siamo noi che non vogliamo più sentirla perché oggi ci mette a nudo. Molti l’hanno uccisa - dentro di loro prima di tutto - ma la montagna parla ancora. Perché la montagna è dio, è il mare, è il deserto è la vita che ci ha dato da mangiare. Dio, siccome non poteva farci da mamma, con la sua presenza, ha fatto la montagna. Essa ci aiutava a tenerci in vita ma, con la sua energia, anche ad ascoltare, a sentire. E’ questo che abbiamo ucciso. Era ricca la montagna, noi ne abbiamo spento le risorse proprie. E la montagna prova dispiacere, si vede. E’ chiaro che parla ancora a chi la vuol sentire. Ma oggi la spremono solo per fare soldi, per accumulare questi maledetti soldi: quindi non ce la fa più.
E’ spremuta. Hanno illuminato la Tofana: lasciate piuttosto che la illumini la luna. La montagna deve essere come una medicina, che ci aiuta a stare un po’ meglio. Non risolve tutti i nostri problemi, ma ci aiuta. Invece la vogliono fare diventare una fabbrica di soldi. Non ce la fa, è chiaro che non ce la fa. A nche l’alpinismo e i suoi club hanno spesso rovinato la montanga. Sport, fretta, prendi e getta, conquista, moda. Invece bisogna insegnare ai bambini, a scuola, a percorre la montagna, anche piano. Occorre introdurre le guide alpine nelle scuole, che insegnino a camminare i primi cento metri, i più difficili, a fare un mucchietto di sassi, a rompere un rametto, in modo che se ti perdi sai come tornare indietro. La montagna è stata sempre vissuta in maniera naturale, ora la preconfezionano. Così parla a quei pochi, ormai, che hanno l’antico sentire, ma sempre meno ai giovani. Che sono isolati: sono stati isolati dalla montagna. Vanno con tute che non fanno nemmeno sentire la neve addosso ai bambini, non glielo permettono. Invece la neve era un massaggio cardiaco, fresca, faceva magari freddo alle mani, ma scaldava il cuore. I ragazzi si fortificavano. Oggi invece la montagna viene isolata dall’uomo, si cancella il freddo, il buio, la fatica, la paura: c’è una mancanza assoluta di naturalità nel rapporto fra l’uomo e la montagna. Lei si avvilisce e non parla più. Per questo dovrebbe essere tutti gli anni «l’anno delle montagne». Per me lo è, da tutta la vita e per sempre: altro che una botta e via, qualche miliardo di pubblicità, manifestazioni e poi tutto resta com’è. Il rischio è di fare l’ennesimo «anno contro le montagne» parlandone bene. Se manca la naturalità, la montagna è muta, chiusa in se stessa. Ogni scusa è buona. Il centenario di questo, l’anno di quell’altro. Hanno illuminato il campanile di non so che cosa, quel pinnacolo di Montanaia o le torri del Vajolet, vogliono fare delle cose che non sono naturali per la montagna: concerti rock sulle piste, rally attraverso i pascoli abbandonati dalle vacche. Deve invece restare la luna a illuminare la montagna, non le lampadine, o i fari lungo le piste per sciare di notte sulla neve artificiale. Ma ci rendiamo conto della realtà? E questo lo fanno perchè? Per far tirar fuori dalle tasche l’euro al turista. E’ il tempo per tornare a educare i bambini, l’alta quota non può essere solo divertimento.

Non va bene. Se non nevica non si va a sciare, ecco. E non si va avanti a miliardi: perché allora devono fare la neve, devono attingere alle fonti d’acqua per fare la neve, già ce ne era poca di acqua. Ma lo vogliamo capire che le cose si fanno quando si possono fare? Se non nevica più perché l’uomo ha devastato il cielo e l’atmosfera dove abita dio, pazienza: non si va più a sciare. Un castigo, ma l’avete voluto voi. Io credo invece che si possa vivere in montagna senza trasformarla in questa spaventosa macchina per fare soldi. Certo che si può rimanerci, ma la verità è che non si vuole più solo vivere. Si vuole qualcosa di più. Chi vive in montagna ce la farebbe. Vivo pure io, o i boscaioli. Felici. Ma troppi vogliono invece solo arricchirsi: non quanto basta, molto. Allora il boscaiolo non si accontenta più dei tre milioni al mese che potrebbe guadagnare lavorando, ne vuole trenta, come succede a un boscaiolo qui, che porta giù dodici camion al giorno di legname. L’arricchimento: è questo il punto di cui si fatica a parlare. Non è più avere ciò che basta per mangiare con la propria famiglia, per avere una casa. Quello che conosco io va in giro in Ferrari, assassinando i boschi. E lo permettono, perché lo permettono. La mia speranza sono i bambini. Ad essi bisogna cominciare fin dall’asilo a introdurre nel cuore la montagna, la naturalità del vivere in montagna, l’amore. Insegnare anche ad usarla con i sensi, con l’olfatto, con l’udito, i rumori, i colori. Hanno girato un film sul Vajont: nessuno degli attori mi ha mai parlato dei colori della montagna. Non li vedevano. E a questo vanno educati i piccoli nelle scuole. Anche introducendo la figura della guida alpina come maestro di supporto. Ma lo vedete che attraversano i torrenti ingrossati e non capiscono che il torrente gli parla? E annegato uno scout. Ha attraversato il torrente, ma lui dopo otto giorni che pioveva gli stava dicendo: guarda che sono ingrossato, sono pericoloso. I bambini guardano un albero che si muove fuori dalla stanza e non sanno capire che c’è il vento.

Pensano che sarà qualcuno che lo muove, o le pale del Mulino Bianco. Dobbiamo pensare a queste cose. Oppure decidiamo di uccidere la montagna, ma diciamolo chiaramente, non facciamo finta di fare gli ecologisti o di promuovere gli anni internazionali che ingrassano chi se ne occupa e inpoveriscono chi vive sui monti. Non è possibile che in un parco, dove prendono miliardi di finanziamenti, come nel parco delle Dolomiti friulane, scorazzino in macchina due trecento maleducati al fine settimana e possono fare ciò che vogliono impedendo il silenzio, o di guardare gli animali. Mentre ai cacciatori, se onesti amanti profondi della natura, tutto è vietato. In montagna vanno per prendere, non più per ricevere un dono, un’energia, una medicina per la vita, un po’ di tranquillità. Perché è medicina anche l’energia degli alberi, soprattutto in primavera: senti che stai bene, che ti lasci alle spalle le magagne. Non sanno più usarla, la montagna, e non riescono più a lasciare a casa la città. Così arrivi in un rifugio e ti trovi con una radio a tutto volume. Non vi proibisco di portare la radio, se proprio la volete, ma tenetela bassa. E se ascoltate la radio o guardate le tivù, non sentirete la montagna, gli alberi, il vento. Sarete altrove, dove siete sempre. La montagna poveretta, vede tutto questo e si è avvilita a morte, proprio avvilita. Adesso ha bisogno di essere rimeditata. E’ un dono di dio e non è retorica falsa. E’ spiritualità perché la montagna è anche un compagno di viaggio, è un grembo materno. Naturalmente ogni tanto la mamma si stiracchia e butta giù qualche pulcino, come accade ad una chioccia. E’ sì, soprattutto spiritualità, è un messaggio divino vedere queste cose di bellezza, di potenza, anche questi messaggi di rimprovero: ma tutto al fine di farci stare meglio. In mancanza della mamma ci si affida a questa natura. Ma bisogna avvicinarsi con l’educazione del sentire e oggi non te la danno più. Anche i programmi televisivi e i libri sulla montagna, sulla natura, sono solo tecnici: nessuno parla di dio, della consolazione, della serenità che può infondere un bosco o un sentiero. E’ tecnica. C’è il geologo con il martellino che ti dice che questa pietra è del giurassico, 300 milioni di anni. No: trecento milioni di preghiere, di anime, non di anni. La vogliono ridurre a pietra, e non va. E poi è assolutamente una scuola di vita. E’ una scuola se tu la frequenti e qui torno a insistere, in maniera naturale. E’ scuola sì. Quando hai camminato dieci ore per arrivare su una cima (e non scalare, quello è un esercizio che va al di là), quanto arrivi su un cima e poi torni giù, quella è scuola. Perché ti insegna, la montagna, che da una vetta non vai in nessun posto, puoi solo scendere. Quindi anche nella vita, ti fa capire, che chi raggiunge dei traguardi deve poi solo imparare a scendere da essi. Ed è difficile, perchè si è stanchi e spesso l’ora è tarda. Dopo di che insegna la fatica, poiché la montagna è in salita, come la nostra vita.

Ti consuma energie, ma quando arrivi in un rifugio o a casa tua e mangi un panino, capisci e che il tonno non deve tagliarsi con il grissino, per essere buono. Deve prima di tutto essere vero. Così la montagna ti mette a nudo la naturalità, ti impegna a essere in rapporto con le cose autentiche, con la verità delle cose fisiche. Ed è qui che la spiritualità si salda alla fisicità, che la spiritualità moltiplica la percezione di tutti i sensi. Quando dopo le ore di cammino trovi una sorgente che butta acqua capisci quanto dio è stato il dio che ha inventato l’acqua e quanto preziosa è. E nella fatica apprezzi non solo il bicchiere d’acqua, o il pane, ma anche l’amicizia, gli incontri. La montagna manda questi messaggi: anche gli odori, i rumori. Ma avete mai sentito il torrente correre? Chi si ferma a sedersi per sentire che l’acqua non fa differenze come noi, ma bagna tutti i sassi? Quelli neri e quelli bianchi, quelli limacciosi e quelli lucidi? Però bisogna essere umili per capire. Bisogna ascoltare. Spogliarsi di tutto quello di falso e apparente che c’è. Quando ascolto l’acqua di un torrente non mi importa niente della Ferrari, ma quando mancherà l’acqua - e mancherà - tutti questi Soloni che parlano di petrolio e di automobili avranno il terrore, perchè avranno ucciso il bene più prezioso del pianeta. Allora, con la montagna, avranno ucciso anche un pezzo di dio".


Mauro Corona




venerdì 29 luglio 2011

Diario 27 luglio 2011


Un uomo, un cane  e un lupo.  L' anello di Serra Crispo.


 autoscatto alla fonte Pittacurc - by Indio. Sotto: 1. radura lungo il sentiero che sale alla Grande Porta; 2. fatta di lupo; 3. massi rocciosi nel bosco lungo il sentiero: siamo quasi arrivati; 4. Buck tra i pini loricati.






"Anche chi non ne sa decifrare il significato nascosto, tuttavia, sa che il lupo esiste, perché la sua presenza si percepisce in tutti i territori popolati dai lupi, distinguendoli da tutti gli altri luoghi. È il brivido che percorre la schiena di chiunque senta i lupi di notte o ne segua le tracce di giorno. Anche senza vederli o udirli, la loro presenza è implicita in centinaia di piccoli eventi: il nitrito di un cavallo da soma a mezzanotte, il rotolare di sassi, il balzo di un cervo in fuga, la presenza di orme all’ombra degli abeti". 
(Aldo Leopold)

 Non amo tanto l'estate per andare sulle cime... anzi, l'estate se vogliamo è la stagione peggiore: monotonia dei paesaggi, prati secchi, afa e i micidiali tafani. Amo le cime d'inverno soprattutto, scalare creste e canaloni. D'estate mi capita di fare escursioni soprattutto accompagnando qualche amico. 


Ma una bella camminata appena tornato a casa ci voleva, magari nella foresta, senza andare su nessuna cima e accompagnato dal fido Buck, che essendo un cane, non può certamente partecipare d'inverno a scalate di creste e canaloni. Quando il cane mi accompagna vuol dire che faccio l'avvicinamento a piedi, da casa fino in montagna... il mio cane non entrerebbe nemmeno morto in un'automobile (odia tutto ciò che ha a che fare con la meccanica e l'elettronica, comprese biciclette e cellulari). Prendiamo il sentiero che sale alla strada di Fosso Ianacce, poi da là prendo l'altro che sale fino a Piano di Iannace. L'imbocco è segnalato da due giovani abeti bianchi. E' un sentiero segnalato non molto bene, per cui è facile smarrire il percorso nel bosco... più che un sentiero è un valico quindi, che costeggia a est la zona delle gole. Siamo nella località Bosco Tre Valli. Infatti sbaglio e mi porto troppo sotto incontrando una strada: è una pista che si ricongiunge alla stradina che sale a Iannace.  Ma sarà una fortuna l'aver deviato. Proprio prima di arrivare a Iannace sento un rumore nel pendio boscoso che costeggia la strada. Dal rumore sembra  un grosso animale selvatico. Guardo tra gli alberi aspettandomi di vedere subito il classico cinghiale. Anche Buck ha drizzato le orecchie ma aspetta ad andare a vedere. L'animale si fa vivo tra gli alberi per un qualche secondo, ma non mi pare proprio un cinghiale. Per quanto sia lontano e nascosto tra gli alberi riesco a distinguere un canide allungato, dal pelo corto e chiaro, che dopo la sua apparizione fugge via furtivo nel bosco, senza fermarsi e senza abbaiare. Dopo l'apparizione comincio a fare delle ipotesi su quello che ho visto. Se fosse un cane da pastore lo avrei riconosciuto, di solito i cani da pastore son tutti maremmani-abruzzesi, e poi non ho mai visto un cane aggirarsi così furtivo nel bosco. Inoltre di solito i cani da pastore abbaiano, a maggior ragione se incontrano un altro cane. Mi è capitato più volte di difendere il mio Buck, che è un meticcio maremmano di media taglia, dagli assalti di enormi cani da pastore,  in prossimità del loro gregge. 
Il canide aveva il pelo corto e chiaro... ma rifletto sul fatto che i lupi nella stagione estiva dovrebbero perdere il pelo e il loro mantello di solito diventa chiaro... L'ipotesi che quello che ho  visto sia un lupo potrebbe essere fondata. Il mio cane sente l'animale fuggire nel bosco,  forse ha visto anche la sua sagoma tra gli alberi e subito dopo va a controllare, nel punto in cui il canide si è affacciato, ma poi ritorna subito da me. E' ovvio che essendo un cane da compagnia non ha sicuramente capito con chi ha a che fare e non ha nemmeno rizzato il pelo. Una volta ero con mio padre in montagna per funghi e il nostro cane da caccia, Zeus, aveva stranamente rizzato il pelo... forse in quell'occasione aveva avvertito il passaggio del lupo nelle vicinanze. Lasciamo il lupo o quel che sarà al suo destino e ci dirigiamo alla sorgente situata appena si lascia bosco Iannace, nel bosco sulla sinistra. Facciamo rifornimento e lascio il cane bere per un po'.
 Ritorniamo indietro e prendiamo l'imbocco del sentiero che costeggia Serra di Crispo. E' uno dei sentieri più belli del Pollino. Anche Buck dopo la salita ha modo di procedere davanti nel sentiero quasi tutto  in piano. Un cane da pastore non disturba assolutamente la fauna, perchè segue sempre il sentiero e resta vicino al padrone. Al massimo Buck si limita a mettere il muso nei cespugli dove le lucertole fanno rumore. Finalmente sono tra i boschi della mia montagna preferita, Serra di Crispo e compierò un anello che mi porterà alla Grande Porta fino a ricongiungermi con Piano Iannace. Oggi vorrei fare un po' di birdwathching, dato che ho un binocolo della Nikon che è un vero gioiellino:  individuo branchi di uccelletti, ma questi non stanno un secondo fermi spostandosi da un ramo all'altro. Non ho tanta pazienza per queste cose e lascio perdere.... Riconosco delle cince: sono molto piccole e si tratta o della cincia bigia o della cincia mora. Attraversiamo Pietra Castello e proseguiamo per il sentiero... Incrociamo il sentiero fatto l'anno scorso che viene da Fronte di Mola, un santuario dell'abete bianco e proseguiamo a destra per la Grande Porta. Incontriamo il caratteristico e piccolo promontorio popolato sol oda piccoli abeti bianchi... 

Poi attraversiamo le belle radure di questa zona, da cui è possibile ammirare i versanti dirupati di S. di Crispo e S. delle Ciavole. Col binocolo osservo i dirupi alla ricerca di possibili vie alpinistiche per l'inverno: ne trovo una fattibile a Serra Crispo su un canalino che si snoda tra loricati monumentali. Vado con la memoria a quando, molto più giovane e incosciente, attratto dalla curiosità mi spinsi in ad arrampicare d'estate sul versante dirupato della Serra. Capii l'errore e riuscii a trovare un passaggio che mi portò fuori pericolo...  scivolai anche sul pietrisco e mi lacerai il gomito dov'è rimasta la cicatrice che ricorda quel giorno. Ci inoltriamo nel bosco... il sentiero è scavato a tratti sul terreno roccioso. Trovo degli escrementi di lupo: oltre alle dimensioni inequivocabili della fatta, una caratteristica che è facile incontrare nelle fatte dei lupi attuali è quella del pelo sottile di cinghialini al suo interno. Troviamo così un'altra traccia del misterioso predatore che popola da sempre queste foreste. Saliamo ancora, ascoltando i campanacci delle mucche vicine e finalmente ci portiamo verso la Grande Porta, dove tra i pini loricati consumiamo la nostra colazione: una pesca, biscotti e fichi secchi per me, pasta asciutta condita con olio per il mio cane. Dopo esserci dissetati alla Fonte Pittacurc arriviamo a Iannace dove Buck abbaia ad un branco di cavalli... poi incontriamo una nutrita comitiva di turisti, circa trenta ragazzi... "Mica avete paura del cane, dico io?" . "No, assolutamente", dice uno. "Mi sa che è lui che ha paura di voi" dico io, perchè Buck sembra non voler proseguire... Buck, nonostante la mole è un cucciolone timido e ha sempre paura quando vede assembramenti di gente, perciò come era prevedibile si rifuta di procedere assieme ai turisti, e cerca di seguirmi  trovando un passaggio alternativo nel bosco.  Così aspetto che i ragazzi si allontanino. Poi riprendiamo il sentiero fatto stamane e gradualmente ci portiamo a valle. Abbiamo camminato per ben 12 ore nella foresta, cane  e uomo, ognuno con i suoi pensieri e la sua "visione del mondo"...




giovedì 21 luglio 2011

Nella terra dell'orso marsicano


 torrente nel bosco presso la Val Fondillo

 Serra Gravare sullo sfondo: dalla Val Fondillo

Val Fondillo, pastore abruzzese (non dite mai maremmano i n Abruzzo sennò vi mandano a quel paese!) 


 ramneti presso il Rifugio di Iorio, sullo sfondo di Coppo del Principe

 la zona dei ramneti frequentata dall'orso bruno marsicano, presso Tre Confini


 torrente Scerio (Camosciara)

 Monte Serrone sullo sfondo

 cervo fotografato dalla macchina, in pieno giorno, a Villetta Barrea

Val Fondillo 

veduta della Camosciara

tramonto da Tre Confini

mercoledì 29 giugno 2011

Diario 28/29 giugno 2011


In solitaria al Corno Grande: Val Maone, Sella del Brecciaio, via dellaVetta Occidentale e cima del Corno Grande


Paesaggio di roccia: dalla cima del Corno Grande - foto by Indio. Sotto: 1. Sella del Breccaio; 2. la selvaggia cresta ovest del Corno Grande; 3. Ghiacciaio del Calderone, nei pressi della cima; 4. la nebbia cala sui ghiaioni e i gracchi corallini sembrano accompagnarmi nella discesa; 5. fioritura con lo sfondo del selvaggio Pizzo Intermesoli; 6. verso Campo Pericoli; 7. il massiccio del Corno Grande visto da Campo Pericoli; 8. Corno Piccolo tra le nuvole, visto dalla cresta ovest; 9.pinnacoli e abissi di roccia, dalla cima; 10. autoscatto di Indio presso il bivacco alle Capanne.



"...quanto importi nella vita non già essere forti , ma sentirsi forti ...
di essersi misurati almeno una volta....
di essersi trovati almeno una volta nella vita nella condizione umana più antica ....
Soli davanti alla pietra ... cieca e sorda....
Soli ... che le proprie mani e la propria testa ! " 
(dal film Into the Wild)



Lunedì a Teramo il caldo mi opprime e non riesco a fare nulla, nonostante sia stanco per l'aver viaggiato due giorni tra la Puglia, Roma e l'Abruzzo. Mi è rimasta la voglia di arrivare sul  Corno Grande, la meta non raggiunta dell'ultima escursione guidata assieme ai miei amici (che ci ha permesso di spingerci sino al ghiacciaio Calderone). Vorrei fare però un altro versante: quello a sud del Val Maone - Campo Pericoli e da lì raggiungere la cima attraverso Sella del Brecciaio - Vetta Occidentale, ovvero la lunga e ripida cresta ovest del Corno Grande. Decido di partire domani, sfruttando gli ultimi giorni di bel tempo, perché le previsioni per il fine settimana danno peggioramento. Una montagna come quella del Gran Sasso non è uno scherzo e in condizioni meteorologiche pessime le cime potrebbero rivelarsi davvero rischiose. Da Teramo ai Prati di Tivo ci sono solo due pullman: dovrò prendere quello delle 8.30 e ripartire domani con quello delle 11.00 dai Prati: bivaccherò in montagna e arriverò ai Prati con calma la mattina dopo. Mi appresto a scalare un versante ignoto da solo, ma queste montagne,  a differenza del Pollino, sono molto frequentate anche nei giorni feriali, per cui non c'è da preoccuparsi troppo. 

Ho portato con me un sacco a pelo di alta qualità, che mi permette di bivaccare anche in condizioni di freddo intenso ed anche all'aperto. L'idea è di bivaccare comunque o al Rifugio Garibaldi o alle Capanne dei pastori, che incontrerò al ritorno dell'escursione. A Prati di Tivo noleggio un bastoncino da sci, compro una piccola torcia da portachiavi e mi incammino verso il sentiero che porta alle cascate del Rio Arno. Mi viene in mente un verso di Withman: "Da solo e in perfetta salute mi avvio per libera strada, il lungo sentiero marrone pronto a portarmi dove io voglia". Alle sorgenti del Rio Arno faccio scorta d'acqua e procedo speditamente verso il Val Maone. Incontro un signore che sta raccogliendo delle erbe selvatiche. Mi spiega di che si tratta, dicendo che volgarmente quest'erba è chiamata spinacio selvatico, è molto pregiata e mi invita a raccoglierla. Gli dico che al ritorno dell'escursione ne raccoglierò anch'io qualche foglia per poi portarla a casa e cucinarla. Arrivo alle Capanne, le quali, come diceva il signore sono circondate da spinaci selvatici. Incontro una comitiva di signore tedesche e chiedo a una del gruppo che parla italiano se vado bene per il Rifugio Garibaldi. Gli dico che vado al Corno Grande e loro mi dicono che il Rifugio G. è chiuso. Lo sapevo già, ma una stanza è aperta, da quello che so, per gli escursionisti. "Mi accontento di poco", dico alla signora, che capisce e sorride. Il Rifugio Garibaldi, piccolo e storico rifugio costruito a fine '800, non è gestito da nessuno e d'inverno viene sepolto dalla neve. Arrivo al rifugio e una delle stanze è aperta: ma la sporcizia è davvero tanta. 

 Le mie aspettative di trovare dell'acqua vengono tradite: dalla fontana non esce nemmeno una goccia. Quella che ho con me comunque dovrebbe bastarmi, e, in caso di necessità dovrei trovare sulla montagna i classici torrentelli che si formano dallo scioglimento dei nevai. Siamo a Campo Pericoli e adesso l'obiettivo è salire sulle pietraie della Sella del Brecciaio, che costeggiano i dirupi rocciosi della cresta ovest del Corno Grande: un ripido sentiero mi ricongiungerà alla cresta. Anche qui incontro decine di escursionisti che mi rassicurano sulla giusta direzione per Corno Grande. Il sole picchia parecchio sugli spogli e bianchi ghiaioni, popolati di tanto in tanto dai rari fiori di montagna, e il cappello a falde larghe che ho con me è indispensabile. Vado spedito ignorando la stanchezza che pur comincia a farsi sentire. Sulla linea di cresta comincia lo spettacolo: Pizzo Intermesoli a ovest è immerso nelle nuvole e all'orizzonte si stagliano i picchi rocciosi di Corno Piccolo. La cresta ovest si manifesta in tutta la sua imponenza. La mia intenzione è di seguire la via della Vetta Occidentale, che si rivelerà abbastanza impegnativa: è contrassegnata da un bollino bianco e rosso, il che indica nella segnaletica un percorso per escursionisti esperti con alcuni punti esposti. La via, opportunamente segnalata, segue la linea di cresta sia a destra che a sinistra e si rivela una divertente e facile (seppur faticosa) arrampicata in sicurezza tra rocce e pinnacoli: basta seguire i segnali sulle rocce per non avere problemi.  

Scende una comitiva di nordeuropei a cui chiedo informazioni sul tempo necessario per raggiungere la vetta e loro mi dicono che ci vorrà più o meno un'ora. Procedo nella scalata senza fermarmi, di roccia in roccia. Dato che non conosco questo versante è bene che arrivi su celermente, per poi scendere dalla montagna prendendo l'altro sentiero che costeggia la cresta ovest e arrivare a Campo Pericoli dalla Sella del Brecciaio prima del tramonto del sole. Intanto sotto di me continua lo spettacolo delle montagne che appaiono e scompaiono tra le nuvole spinte dal vento.   La vetta è ormai vicina e nell'euforia procedo ancora più velocemente: ecco il sentiero che vi conduce, sono quasi arrivato, da solo, con le mie gambe. Sebbene non sia mai stato un maniaco della scalata alla cima (anche perchè sul Pollino è un discorso quasi inconsistente) questo è un momento di forte emozione. Un pensiero fuggevole va a mio padre, a lui che era sempre in apprensione per le mie solitarie, ma che sotto sotto era orgoglioso e si fidava sempre di me.  Come vedi ce l'ho fatta, anche stavolta.
 Mi appare il Ghiacciaio Calderone, in tutta la sua maestosità. La piccola croce segnala la cima, 2912 metri: un  piccolo baluardo roccioso, un angolo di mondo circondato dagli abissi di pietra avvolti dalla nebbia.  Ci son volute sei ore per arrivare qui, il che non è nemmeno tanto, se si pensa alle dimensioni di questa montagna. Tutt'intorno è il paradiso della roccia che gli elementi hanno scolpito in forme aguzze che si protendono verso il cielo. Nei pressi della vetta mangio qualcosa, un po' di biscotti e qualche chicco d'uvetta. Il vento comincia a farsi intenso e devo mettere la giacca a vento. Adesso proseguirò per il sentiero normale, ricollegandomi alla Sella del Brecciano. Scendo lungo gli aridi ghiaioni, facendo attenzione a non scivolare, superando di tanto in tanto dei tratti di nevaio... sbaglio e mi spingo un po' più in là, in direzione del sentiero che porta alla Sella dei due Corni. Ritorno indietro scendendo in direzione della traccia visibile del sentiero, più sotto. La nebbia cala spinta dal vento; oltre al fischio sommesso del vento si ode solo il richiamo curioso dei gracchi corallini, che da questa mattina mi tengono compagnia. La coppia vola bassa fermandosi di tanto in tanto per terra... quasi mi aspettassero mentre scendo. Più sotto ancora dei nevai e dei torrentelli d'acqua che sgorgano sotto la neve... mi disseto da quell'acqua pura che bagna la roccia... anche se magari non è al massimo della "potabilità". La nebbia si dirada e ritorno al sentiero fatto ore fa. La luce del tardo pomeriggio è tersa ed è l'ideale per fotografare le stupende fioriture delle pietraie. 

Posso concedermi un quarto d'ora di pausa all'imbocco del sentiero della Sella, contemplando le pareti a strapiombo della vetta occidentale. 
Qui c'è anche una classica via alpinistica segnata sulla cartina, che però non riesco ad individuare: via che chissà, in futuro potrei anche percorrere... Ormai sono rilassato e non mi resta che procedere lentamente verso il luogo dove bivaccherò, fermandomi a fotografare il paesaggio illuminato dalla luce tersa del crepuscolo, che appunto è l'ideale per la foto di paesaggio. Adesso devo decidere se bivaccare al Rifugio Garibaldi oppure alle capanne dei pastori. Dato che il rifugio è parecchio sporco e dato che ancora manca un bel po' al tramonto, decido di procedere verso le Capanne. Poi voglio provare il mio nuovo sacco a pelo, testato fino a meno 10 gradi. Alle Capanne arrivo prima delle 20.00. L'istinto "cavernicolo" alla fine ha prevalso! Sistemo tutta la roba dentro una delle capanne: capanne per modo di dire... in pratica sono antichi ripari costruiti con delle pietre addossate a dei massi enormi. Il materassino entra giusto giusto là dentro e i piedi son rivolti verso l'apertura. Dopo aver sistemato il mio "letto", mangio qualcosa di sostanzioso: sgombro in scatola e pane. Butto sempre l'olio delle scatole ma, sarà per la fame, adesso mi sembra molto gustoso e faccio così  la "scarpetta"... 
L'ultima razione di acqua è finita e domani dovrò dissetarmi alle sorgenti del Rio Arno. Dormo tranquillamente, svegliandomi solo qualche volta. All'alba sono già sveglio, mi pulisco un po', metto le scarpe, ed esco fuori. Come diceva il signore incontrato ieri, qui è pieno di spinaci selvatici... prendo una busta vuota e ne raccolgo un po'. Ovviamente quelle non ancora "spicate". Sistemo tutta la roba e appendo la busta dei rifiuti all'esterno dello zaino, perché puzza di pesce in scatola. Si riparte per i Prati di Tivo, dove prenderò il pullman delle 11 che mi riporterà a Teramo...




lunedì 27 giugno 2011

Tra Corno Piccolo e Corno Grande

Con gli amici Vincenzo A., Vincenzo T., Marta e altri del nostro gruppo, in un'escursione guidata  (dalla quale ci aspettavamo un po' di più, visto che non si è fatta nessuna traversata nè è stata raggiunta la cima, com'era nel programma!) abbiamo  potuto ammirare da ripidi sentieri scavati nella roccia, posti come il Vallone delle Cornacchie, il Ghiacciaio del Calderone e i pinnacoli del Corno Piccolo. Località tra le più grandiose e gettonate del Gran Sasso e, forse anche per questo,  purtroppo sputtanate inevitabilmente dall'urbanizzazione degli impianti di risalita che risalgono i crinali dai Prati di Tivo fino alla Madonnina, e di vari edifici in cemento nei pressi di questa località...

 Vallone delle Cornacchie

 escursionisti verso la Sella dei due Corni

 Corno Piccolo

 In salita verso il Calderone. In primo piano l'amico Vincenzo T.

 Ghiacciaio del Calderone, il più meridionale d'Europa

 Corno Piccolo tra la nebbia dalla Sella dei due Corni