sabato 2 gennaio 2010

Diario - 31 dicembre 2009



Vincenzo A. e Marta al riparo dal vento sotto un bonsai "non addomesticato" - foto by Indio. sotto: 1.loricati sul crinale ovest in eccellente stato vegetativo 2. un'immagine simbolica della lotta per la vita: uno dei due "fratelli" ha compiuto il suo trapasso ma il suo corpo resterà  ancora per molti decenni ad affrontare il vento impetuoso delle creste; 3. lungo l'ultimo tratto del crinale ovest, dove incontriamo le prime "sentinelle" della foresta di abete bianco; 4.  la ripida e selvaggia parete della "timpa del ladro", presso Piano Iannace; 5. La luna fa capolino tra i rami della foresta avvolta ormai dall'oscurità della sera

"Andare in montagna è tornare a casa"
(John Muir, pioniere della preservazione dei grandi spazi selvaggi)
 


Ultimo dell'anno al giardino degli dei - Tra i loricati del crinale ovest

Con l’amico Vincenzo A. dovevamo organizzarci questo Natale per una due giorni sul Pollino, con l’obiettivo di percorrere tutta la cresta di Serra delle Ciavole affrontando il secondo giorno il crinale nord del Dolcedorme…
ma il tempo non è stato clemente e così abbiamo optato per il 31, che le previsioni davano come un giorno soleggiato. Invece di stare a casa pensando ai preparativi per il cenone e per i festeggiamenti notturni  dedicheremo quest’ultimo giorno dell’anno alla contemplazione del “giardino degli dei”. Ad accompagnarci anche Marta, girlfriend di Vincenzo e nostra maestra di arrampicata sportiva in alcune falesie del Lazio. Il cielo è sereno e la giornata promette bene. L’itinerario è stato percorso da me decine di volte, ma mi piace sempre ritornare negli stessi posti, che stessi poi non sono mai, perché la mutevolezza della natura e delle stagioni dona ai luoghi atmosfere sempre diverse.Come diceva John Muir andare in montagna è come tornare a casa e questo atteggiamento vale come non mai per la mia montagna più cara, ovvero la Serra di Crispo, un giardino roccioso popolato da monumentali pini loricati e circondato dall’immensa foresta dominata dalle cime sempreverdi dell’abete bianco. Ed eccoci sul sentiero che attraversa il bosco Cugno dell’Acero.  Al Piano di San Francesco prendiamo il mio “sentiero segreto” che costeggia all’inizio il canale dell’omonimo bosco e che attraversa il regno dell’abete bianco. La vecchia strada forestale è invasa da decine e decine piccoli abeti bianchi. Avranno dieci - quindici anni. Riflettiamo su questo fatto e anche se non siamo dei botanici concludiamo che essendo  la strada in piano e non in pendenza forse i semi degli abeti germogliano con più facilità; inoltre il terreno ritiene maggiore umidità e dato che c’è la strada la luce del sole penetra nel bosco e aiuta a crescere i piccoli abeti. Fra qualche anno forse il sentiero scomparità, inghiottito dalla foresta, proprio grazie a questi piccoli abeti. Mi piacerebbe arrivare a cento anni, poter tornare qui e vedere chi di loro sia riuscito a vincere la “battaglia per la vita” ammirando quelli che si ergeranno con le loro cime sulla foresta. La camminata procede allegramente. Parliamo della “bifolchità” e dell’eccentricità dei pollinesiani… una scoperta per Marta che pollinesiana non è! Cerchiamo inoltre di prospettare l’eventuale mio ritiro in solitudine nella foresta, vivendo in una caverna, praticando la caccia al cinghiale la raccolta di frutti del bosco. A quel punto, quando sarei diventato un “trapper” potrei vestirmi con una pelle di cinghiale… così il mio nome nuovo sarebbe “Dente di Cinghiale”, in omaggio al grande trapper “Unghia d’Orso” del grande film di cui siamo appassionati io e Vincenzo: “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”.
A Piano Iannace non c’è traccia di neve. Non avevo mai visto la montagna a dicembre in queste condizioni. I venti di scirocco e le alte temperature hanno spogliato la montagna del suo bianco manto invernale. Al Piano di Toscano la situazione è la stessa. Procediamo per il sentiero classico e arriviamo sulla sommità di Serra Crispo, ammirando i monumentali pini loricati contornati da giganteschi e arrotondati massi rocciosi. Ora maestosi e dritti, ora piegati dalla forza dei venti, dai rami contorti, scheletrici e bianchi ma ancora in piedi, accasciati a terra e marcescenti… Ammiriamo in particolare il pino loricato che cresce in mezzo a due giganteschi massi rocciosi: un vero monumento della natura. C’è una splendida luce oggi, quella ideale per il fotografo naturalista. L’aria è tersa e montagne, paesi e valli lontane si stagliano nitidamente all’orizzonte.  Lo Ionio e il Golfo di Sibari, le coste della Puglia, la diga di Senise e le valli desertiche attorno a Craco… e poi il Monte Alpi, il Sirino, gli Alburni il mar Tirreno e (forse), persino il Vesuvio, per ritornare in Calabria con i lontani monti dell’Orsomarso. 
Il Pollino sembra dominare gli estremi orizzonti di questa parte del mondo... La natura selvaggia quassù continua a perpetrarsi secondo le leggi che le sono proprie, in quella primordiale lotta della vita a contatto con le grandi forze che muovono il cosmo. La vita e la morte, la rinascita, la lotta con gli elementi,  entrano in scena in questo selvaggio anfiteatro naturale dove il pino loricato è il protagonista supremo.  Non c’è traccia di altri esseri umani e il silenzio domina sulla sommità della montagna; il  sibilo impetuoso del vento che imperversa oggi sui crinali scoperti sembra essere anch’esso parte di questo silenzio . Si può parlare di wilderness, concetto che esprime “sia una condizione che uno stato d’animo” perché la natura selvaggia ha una vita propria ma rappresenta al tempo stesso una via per l’elevazione interiore dell’uomo che sa entrare in sintonia con i suoi ritmi… Riparati dal forte vento da un loricato “bonsai” consumiamo il nostro pranzo frugale. Dalla cima ci dirigiamo verso il crinale nord-ovest, molto selvaggio e percorso in genere da pochi “eletti”. Attraversiamo un nevaio  ghiacciato creando dei gradini con i talloni. Le rocce del crinale sono delimitate da colonie di maestosi esemplari di pino loricato. Bisogna trovarsi la strada tra  i massi rocciosi e le macchie di ginepro e aggirare i punti in cui il crestone diviene impraticabile.La spalla ovest  è coperta di tanto in tanto dal bosco di faggio. Un’ultima colonia di imponenti pini loricati popola un’ isola di terreno roccioso scoperto, poi ritorna il bosco e lo attraversiamo seguendo la linea del versante. Siamo sulla “ timpa del ladro” e qui vicino è situata  la grotta del brigante Franco, una caverna con l’ imboccatura simile ad un pozzo e  profonda circa quattro metri. Possiamo ammirare in tutta la sua estensione la foresta di faggio e abete bianco che ammanta i pendii della montagna. Vincenzo mi confessa che anche per lui Serra di Crispo è la montagna che più di tutte gli è “rimasta nel cuore”. Anche Marta ha potuto ammirare la bellezza delle nostre montagne e io sono sempre contento di mostrare agli amici quei luoghi spesso “scoperti” e percorsi in solitudine nei miei vagabondaggi sulle montagne. L’ultimo tratto del crinale è popolato da alcune piante giovani di pino loricato e di abete bianco.
Ritroviamo finalmente il sentiero che conduce a Piano Iannace e a Pietra Castello mentre la luce rossastra annuncia l’imminente tramonto del sole. Alle spalle ci lasciamo la ripida parete rocciosa del crinale ovest, illuminata dalla tersa luce del crepuscolo mentre il sole scompare in pochi secondi dietro la sagoma di Serra del Prete, il cui aspetto mi ricorda vagamente un “gigante buono”. Superiamo Canale Gugno dell’Acero e ci lasciamo dietro il bosco di faggio sbucando a Piano Iannace. Ci aspetta una lunga discesa, mentre il buio cala lentamente nella foresta e la  luna piena  sorge alzandosi in direzione del nostro cammino, quasi a volerci indicare la via da seguire.  Procediamo con le lampade frontali e il silenzio che domina tutt’intorno nei meandri della foresta sembra non esserci più estraneo. Certo, in una serata come questa in cui ci  si prepara alle piazze delle città affollate di gente, ai botti e alle luci sfarzose  potrebbe sembrare anacronistico parlare del silenzio della foresta. Ma c’è sempre da imparare dalla natura, perché indipendentemente dalle convenzioni umane, qui nella foresta domani non ci sarà un 2010. Semplicemente l’alba rischiarerà gli anfratti del bosco e gli uccelli col loro canto annunceranno l’arrivo del giorno nuovo, com’è stato e come sempre dovrebbe essere…





6 commenti:

  1. Vincenzo A.: Grazie Indio, hai scritto un post bellissimo!
    La condivisione di queste esperienze, il nostro comune desiderio si seguire una Via che ci conduca al superamento di noi stessi, la serena comprensione della ciclicità imperturbabile della Natura che sovrasta le nostre lillipuziane fragilità, tutto questo tesse fra di noi un filo invisibile.
    Questo legame spirituale permane fortissimo anche quando siamo distanti e ci unisce ad altri esseri umani, molti dei quali rimarranno a noi sempre sconosciuti, che sono più o meno coscientemente alla ricerca d' una liberazione.

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  2. gran belle foto e gran bel post, riflessioni in cui mi ritovo pienamente.

    A presto

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  3. Caro Indio Rispetto molto il tuo punto di vista sull'argomento Pollino-turismo. Comunque ti dico tranquillamente che non si discosta molto dal mio,c'è solo da fare qualche chiarimento. Concordo sul fatto che non si può sacrificare l'integrità della nostra montagna,la sua wildrness che è l'essenza stessa del Pollino ecc. Come premessa devo obiettare su quello che tu chiami turismo di massa sul Pollino.A mio avviso credo che sul Pollino non si può parlare di turismo di massa. Rispetto agli altri parchi nazionali è frequentato da pochissima gente, maggiormente concentrata in estate nel Massiccio Centrale (Pollino,Dolcedorme,Piano Ruggio ecc.) e qualche "isola"dell'Orsomarso (Piano Novacco,Campolongo,Cozzo del Pellegrino).Non voglio di certo incoraggiare il turismo banale e distruttivo (vedi ad esempio cosa succede alla festa della Madonna del Pollino e al Ferragosto di Piano Ruggio)ma anche la presenza di gente che va in montagna solo per abbuffarsi e sporcare. Ricorda che chi invece fa le vette è sempre un appassionato che rispetta pienamente la natura e il suo habitat. Quindi mi riferivo ad un tipo di turismo "intelligente" e regolamentato. Tu dici che il motivo per cui i visitatori sono pochi dipende dal fatto che la bellezza del Pollino è ignorata dai più.In parte è vero.Infatti poco tempo fa un blogger mi ha commentato dicendo quanto segue:" bei posti, una dimensione del sud che non conosco affatto".E non era l'unico. Però c'è da chiedersi perché la nostra terra venga ignorata. Di fatto non esiste una "offerta"adeguata,non si crea nessun presupposto a canalizzare quel tipo di turismo di cui parlavo. Il nostro parco è il più grande d'Italia,estendendosi dal Tirreno allo Jonio ma quando il turista giunge nei nostri paesi costieri per le vacanze al mare ad esempio non trova nessun tabellone pubblicitario che lo inviti a visitare il Parco del Pollino,non esiste nessun centro informativo,nessuna bacheca con le carte dei sentieri,come invece avviene sulle Alpi. Quindi il Pollino è sconosciuto. Guarda caso,la Calabria è conosciuta maggiormente per la Sila e mi chiedo se il motivo non sia da ricercarsi sulla presenza di aree attrezzate abbastanza rinomante come i villaggi turistici e le piste da sci. Ora, non volevo assolutamente intendere di operare scempi del tipo Plateau Rosà sul Monte Rosa dove il paesaggio è stato deturpato da un numero abnorme di piste,o sulla pessima idea dei primi anni settanta di costruire un villaggio turistico ai Piani di Pollino che si sarebbe dovuto chiamare "Pollinia"(emulando forse Cervinia)ma di creare una sola pista da sci su Serra del Prete versante N con cabinovia che collegasse la zona del Colloreto a Sud alla cima di Serra del Prete e una "limitata"presenza di strutture ricettive a Piano Ruggio.

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  4. Un'altra struttura potrebbe sorgere ai Piani di Novacco nel versante dell'Orsomarso.Questo basterebbe ed avanzerebbe ad attrarre coloro che provenendo dal Nord non sarebbero costretti ad andare a sciare in Sila o sul Sirino.Ti ricordo che nella maggioranza dei Parchi italiani esistono piste da sci.(vedi es. Gran Sasso Campo Imperatore e Prati di Tivo) e nessuno si è mai lamentato. Dallo sci si svilupperebbe l'alpinismo,l'arrampicata sportiva e quant'altro. Di conseguenza potrebbero nascere vere guide del Parco e parlo di alpinisti esperti "del posto" che eserciterebbero la loro attività per mestiere come avviene sulle Alpi,la nascita di alberghi nei paesi attorno al Pollino tipo Castrovillari,negozi specializzati di abbigliamento e attrezzatura alpinistica ecc.Tu ed io ad esempio potremmo lavorare come guide alpine (non sarebbe male come idea). Anche sul discorso rifugio vale la stessa cosa. La tenda va benissimo d'estate. Parlavo invece di rifugi di tipo alpino come quello splendido a Colle Gaudolino e il Rifugio Belvedere sotto il Monte La Caccia. Questi permetterebbero di realizzare fantastiche ascensioni alpinistiche nel cuore dell'inverno anche di più giorni evitando in tal modo il lungo ed estenuante avvicinamento alle vette maggiori. E non disdegnerei per lo stesso motivo qualche bivacco nel versante sud del Dolcedorme come a "Campobase" lungo il Crestone dei loricati.Il tutto nel pieno rispetto della natura. Forse mi sono dilungato anch'io e avrei altre cose da dire. Non ci resta che incontrarci e fare questa bella salita al Dolcedorme da Sud.Ti aspetto. Un carissimo saluto.

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