mercoledì 15 febbraio 2017

Sulle creste del Monte Alpi

Qualche foto dell' escursione ad anello al Monte Alpi del 31 gennaio, con M. Lofiego e M. Simonetti. Itinerario: Itinerario: Rifugio Armizzone, Cresta nord-ovest, cima, Santa Croce, Rifugio Favino.
















domenica 8 gennaio 2017

Diario - 8 gennaio 2017

 Il silenzio gelido 
Escursione alla Serra di Crispo by Indio, M. Lofiego, U. Genovese, M. Simonetti. Foto by Indio



Come di consueto dopo le nevicate è d'obbligo fare un "pellegrinaggio" ai pini loricati delle vette per ammirarli nel loro splendore invernale. La neve sulle cime non è molta in realtà, ma asciutta e farinosa, perciò da affrontare oblligatoriamente con le racchette. Le temperature molto rigide di questi giorni e il vento gelido di alta quota hanno messo alla prova il nostro fisico. Il problema principale era che, una volta raggiunta le crestae, a causa della bassa temperatura e del vento gelido, le mani perdevano facilmente sensibilità. E' stata un'mpresa quindi scattare delle fotografie: appena si levava la mano dai guanti da sci questa "gelava" in pochi secondi.  La temperatura più bassa è stata -12,7. La media è stata sugli 11 gradi sottozero per tutta la durata dell'escursione. La cima di Serra Crispo era avvolta dalla nebbia, i loricati in questi casi un'atmosfera spettrale. Anche le atmosfere "gotiche" della foresta che ammanta le pendici di Piano Iannace  sono particolarmente suggestive, con esemplari vecchi e giovani di abete bianco ricoperti di neve...






















venerdì 6 gennaio 2017

Leucodermis 2007 - 2017: dieci anni di emozioni e avventure

Il blog leucodermis.blogspot.it compie 10 anni! Un anniversario che mi piace ricordare, per essere particolarmente legato a questo spazio virtuale, che è ormai diventato un archivio di fotografie, memorie, aneddoti e riflessioni raccolte nel corso di un decennio.
Nel 2007 ero già un escursionista esperto e compivo escursioni soprattutto in solitaria. La passione per la fotografia che avevo già da tempo, mi aveva portato all'acquisto di una reflex digitale Nikon D70. Mi piaceva inoltre scrivere e avrei voluto raccontare le mie avventure. Il web, con i blog gratuiti, mi diede l'occasione di creare un blog dedicato al Pollino, dove potessi tenere un diario delle  escursioni, inserire le mie foto e dedicare delle sezioni a mie riflessioni, recensioni di libri e film sulla natura e la montagna... Con i blog le emozioni provate durante un trekking  e le immagini catturate si possono condividere con altre persone. E' un modo anche per sensibilizzare chi legge sulle bellezze e i valori ambientali del Pollino e in generale della montagna, nonchè sulla necessità di preservare gli ambienti attraversati nel loro stato di "wilderness". Tra i blog dedicati al Pollino, leucodermis fu uno di quelli "pioneristici". Tante avventure si sono susseguite, spesso vissute in compagnia di amici con cui si sono condivisi momenti anche adrenalinici. Con il tempo è diventato un blog con il suo piccolo pubblico e, nell'era di facebook, oggi è molto più facile dare visibilità ai propri scritti.

Indio

giovedì 8 dicembre 2016

Diario - 7 dicembre 2016

Grotta del pipistrello 

"E questa stanza è lontana?"
"In linea retta un 200 metri ma qui, purtroppo, vie dirette non ce ne sono."
(dal film "Stalker" di Tarkowskij)


L'ingresso trovato cinque giorni fa in solitaria andava esplorato per bene. Mi ero segnato il waypoint sul GPS per poter ritrovare il punto da cui calarsi. Perciò con l'amico Maurizio abbiamo subito deciso di andarlo ad ispezionare, muniti di attrezzatura speleo. Valutando bene ciò che ci aspettava, ci portiamo due corde, una da 60 e una da 30, per essere sicuri che tutto vada bene anche in caso di qualche imprevisto (corda che rimane impigliata con rischio di restare imbottigliati senza poter né scendere né risalire, ad esempio). La zona come dicevo è impervia e per raggiungerla abbiamo dovuto faticare parecchio. All'inizio pensando di accorciare ci ritroviamo in una giungla di rovi e spine. Apro la strada con il coltellaccio ma ci sono punti in cui non si può passare. Torniamo indietro a malincuore. Ci tocca fare il giro lungo passando dalla faggeta, dove il terreno è più libero. Per fortuna ci sono delle tracce di cinghiale e di mucche che ci consentono di passare. E pensare che qui un tempo i contadini coltivavano grano e patate, c'erano campi e pascoli puliti. L'abbandono della montagna fa avanzare inesorabilmente il bosco. Riusciamo ad uscire infine dall'inferno della vegetazione e torniamo alla strada. 

immagine purtroppo sfuocata di un cervo tra gli alberi

Giunti alla faggeta cominciamo a costeggiare le pareti per arrivare al punto prestabilito. Ci capita di fare un bell'incontro: notiamo tra gli alberi un bellissimo cervo maschio che appena ci vede corre via. Avevamo già incontrato le sue fatte in questa zona e finalmente siamo riusciti ad avvistarlo nel suo habitat selvaggio. Riesco a fotografarlo ma nella foto non si capisce quasi nulla, perché è venuto sfuocato. Arrivati alla zona della grotta ci tocca una dura arrampicata lungo pendii e canaloni. Le alternative sono due: o arrampichiamo lungo una parete rocciosa o ci caliamo dall'alto. Nonostante abbia registrato l'altra volta il punto GPS mi distraggo e vado troppo a destra rispetto alla zona delle pareti da arrampicare. Poi riesco a ritrovarla. Maurizio prova a salire ma capiamo subito che la roccia è viscida e scivolosa: troppo pericoloso, optiamo per la calata dall'alto, anche se per raggiungere il punto dobbiamo continuare ad arrampicare i pendii, in modo da aggirare il canalone e discenderlo appunto dall'alto. Queste zone sono labirintiche; è facile sbagliarsi. Per ritrovare il punto da cui calarsi dobbiamo sudare un po', perché invece di andare a sinistra capitiamo troppo in alto. Ridiscendiamo e finalmente lo ritroviamo. Siamo sopra le pareti che sovrastano il canalone: da qui si vede l'ingresso della grotta. Passiamo la corda da 60 metri attorno ad un albero e ci caliamo in doppia lungo un ripido canalino roccioso. 


Scendendo noto che non c'è più la roccia dove mettere i piedi: è una grotta e adesso mi trovo sul tetto e posso vedere un'ampia fessura! Il vero ingresso sta sotto di me. Capisco subito che la grotta vera era nascosta, non essendo visibile da nessun punto; quella che vedevamo dall'alto è sì una grotta ma non è profonda come pensavamo, ingannati dall'ombra. In sostanza le grotte sono due, una, simile più ad una spaccatura verticale, l'altra una grotta più ampia e profonda, la sola che prendiamo in considerazione dal punto di vista speleologico. E' molto improbabile che altri uomini prima di noi siano mai stati qui. Intanto aspetto che Maurizio scenda per andare dentro. Notiamo subito che la grotta è stretta e abbastanza profonda, ma si dirama verso l'alto, perciò dobbiamo arrampicare. La roccia calcarea è asciutta e non abbiamo problemi nel salire fino al punto dove termina la caverna. 





Ci accorgiamo che è presente del guano di pipistrello e più sopra ne vediamo anche uno, isolato, appeso a testa in giù. Ricordandoci della lezione appresa nel workshop sui chirotteri organizzato a novembre dal Gruppo Lupi, abbassiamo subito la voce, per non disturbare il pipistrello (i pipistrelli infatti, udendo dei rumori possono svegliarsi, con gran dispendio dell'energia che gli serve durante la fase di ibernazione). Ma il disturbo arrecato è minimo, restiamo nella grotta per pochi minuti [abbiamo appurato in seguito che si trattava di un Rhinolophus ferrumequinum (Ferro di cavallo maggiore)]. Abbiamo potuto osservare delle belle concrezioni calcaree: piccole stalattiti e altri generi ancora... 

Rhinolophus ferrumequinum (Ferro di cavallo maggiore)
Usciti, mangiamo all'interno dell'altra grotta a fianco, a forma di spaccatura. Poi ritiriamo la corda con cui siamo scesi e la giriamo attorno ad un albero: adesso ci tocca un'altra calata in doppia, per tornare al punto di prima e ridiscendere il ripido canalone. 





 Video 




 

sabato 3 dicembre 2016

Diario - 2 dicembre 2016

Solitaria esplorativa alla ricerca di grotte

breve video

Mi rincuora sempre che  nel Massiccio del Pollino, e precisamente nell'Alta Valle del Frido, possano esistere ancora luoghi oltre che wilderness anche ignoti, o quantomeno ignoti ai più (ricordiamo sempre che pastori e cacciatori conoscevano bene queste montagne). Se poi pensiamo alle grotte e alla possibilità che si aprano spiragli verso un mondo sotterraneo del tutto sconosciuto, la tentazione esplorativa diventa ancora più forte. Sebbene non tanto distanti da casa, sono luoghi impervi quelli che mi accingo ad percorrere oggi, che però da un po' di anni, anche assieme agli altri amici, ho imparato a conoscere bene.
Ma i meandri di queste montagne recano ancora dei segreti, che forse non scopriremo mai. Mi raccontava un anziano del mio paese che quando faceva il pastore, da giovane, scivolò in un buco con le gambe; riuscì a liberarsi è scoprì subito dopo, quando vi buttò un sasso - del quale non riuscì a sentire il rumore -  che il buco era forse una voragine profonda. Oppure si vociferava di una caverna da cui era possibile ascoltare il rumore di un fiume sotterraneo, per non parlare di tutte le leggende sulle grotte legate ai briganti. E' questo lo spirito, forse un po' fanciullesco (ma sta bene così), che mi porto appresso quando vado in esplorazione e che permette di sopportare anche la fatica e i pericoli della natura selvaggia e impervia. In un mondo globalizzato ed esplorato in ogni dove, tenuto sotto controllo dai satelliti, misurato, calcolato, è di sicuro rincuorante poter ritrovare "francobolli" di wilderness, anche ignota. Da sempre non mi piace la visione museale della natura, propria delle "riserve integrali"; non perché non siano a volte necessarie (a causa dell'affollamento turistico), ma perché penso che la natura vada anche "vissuta": è questo in fondo il concetto di wilderness. Lo spirito dell'esplorazione deve però accompagnarsi sempre a quello della conservazione. Vivere la natura selvaggia significa allo stesso tempo volerne conservare lo stato di integrità naturale e la quiete  di certi suoi luoghi, che sono anche habitat importanti per numerose specie di flora e fauna. E' ovvio che questa conciliazione può sussistere solo se prendiamo in considerazione pochi visitatori, coscienti e motivati.   Se (soprattutto nella speleologia) adottiamo il punto di vista dei "colonizzatori", dei primati e delle etichette, della trasformazione di luoghi integri in località banalizzate e addomesticate dal turismo, ci allontaniamo da un approccio "etico" alle aree selvagge.

Mi avvio da casa a piedi. L'escursione mi ha permesso di fare anche interessanti osservazioni naturalistiche. Lungo la strada avvisto un toporagno: il mistero riguarda il fatto che è  la seconda volta che vedo un toporagno.
e, strano a dirsi, l' ho ritrovato nello stesso e preciso punto in cui ne trovai l'anno scorso uno stesso esemplare, sempre morto... Il toporagno non è un "topo", in quanto appartenente alla famiglia dei soricidi, la stessa a cui appartengono le talpe. Non è semplice avvistarlo, soprattutto da vivo...

All'inizio devo farmi strada nella vegetazione intricata con il mio  coltello da sopravvivenza. Arrivato alle gole le costeggio un po', seguendo un sentiero di cinghiali. Devo superare il tratto impervio per poter costeggiare la sponda  sinistra e cominciare l'esplorazione. Il terreno è accidentato e pieno di salti e sporgenze rocciose che a volte bisogna aggirare facendo faticosi saliscendi. Noto un allocco che si posa su un albero. C'è un grande gracchiare di ghiandaie, forse spaventate dal rapace. Arrivo alla zona da esplorare e comincio a costeggiare le alte pareti rocciose, quando intravedo una cavità, dalla forma stretta e allungata verso l'alto. Non dovrebbe essere lunga  e profonda, ma vale la pena di andarla a visitare. Pare da lontano inaccessibile, ma poi mi rendo conto che basta arrampicare un po' per entrarvi. E' di sicuro una bella formazione naturale. Potrebbe chiamarsi "Caccaviedd", piccolo caccavo (il caccavo era il recipiente che usavano i pastori per bollire il latte). Purtroppo non ho la macchina fotografica e perciò  devo accontentarmi solo di qualche pessima foto fatta con il cellulare. Continuo la perlustrazione. Tutta questa zona è interessante, per la presenza di buchi e di fratture, queste ultime causate probabilmente da una faglia. Più avanti noto quello che dev'essere un altro ingresso, posto in alto sovrastante un ripido canalone.
Non si passa, c'è un salto roccioso che dovrei arrampicare, sono solo e rischierei l'osso del collo, perciò non mi resta che salire da u'n altra parte raggiungendo l'ingresso della grotta dall'alto, magari vedendo se c'è un modo per accedere da su. Arrivo sopra dopo una faticosa arrampicata lungo i pendii e raggiungo l'inizio del canalone. Posso vedere l'ingresso, sta sotto di me e c'è un impressionante salto roccioso. Registro il waypoint, perché è un punto buono da cui potersi calare con la corda.
 La grotta c'è e l'ingresso è anche ampio, potrebbe continuare per molte decine di metri o per poco, chi lo sa. Ho con me solamente una corda da 15 metri e da solo comunque sarebbe pericoloso calarsi. Ci toglieremo il dubbio quando verrò con gli altri compagni del Gruppo Lupi, attrezzati a dovere. Continuo ad esplorare il versante e mi devo fare strada tra i ripidi cocuzzoli rocciosi ammantati dal bosco di leccio. Ad un certo punto capisco che sto andando troppo in alto, così scendo giù, ma devo superare, in un paio di casi, due saltini con la corda, calandomi per pochi metri. Incontro altre belle formazioni rocciose, sempre alla ricerca di possibili grotte, poi arrivo finalmente alle zone già esplorate più volte in passato, supero il torrente e mi porto nel bosco. Incontro fatte e tracce di cervo. Dal bosco si arriva alla zona di rovi e spine, superata la quale, aiutandomi con il coltello, arrivo finalmente alla strada sterrata...








martedì 15 novembre 2016

Diario - 13 novembre 2016

 Monte Pollino dal "Canale nascosto"


Dopo giorni di pioggia e vento incessanti il Pollino ha avuto il 13 novembre un intermezzo di sole, e le montagne si sono mostrate nello loro veste invernale, coperte dalla prima neve. Era l'occasione buona per sfoderare le piccozze e percorrere una delle vie del Monte Pollino. Decidiamo con Maurizio, i fratelli Stimolo e Marco di ascendere lungo il "canale nascosto", la variante del canale sud-ovest. Già da anni avevo in mente di esplorarlo, ma poi per vari motivi avevo sempre rimandato l'escursione. 

L'aria è secca, il freddo in questi casi fa bene, tempra l'organismo. Nella prima parte dell'escursione ripercorriamo il canale sud-ovest. Notiamo che si è accumulata un bel po' di neve sul valangone, asciutta e farinosa. Monumentali pini loricati cominciano ad affacciarsi appena usciamo dalla vegetazione, ricoperti di galaverna. Notiamo anche delle candele di ghiaccio su un pino loricato secco abbattuto dalle intemperie. Sembra una grande "pisciata" ghiacciata, ma ci accorgiamo che l'effetto è dovuto probabilmente alla resina.


Per accedere al canale nascosto dobbiamo procedere in diagonale, costeggiando pareti di roccia ricoperti di magnifici loricati.




Raggiungiamo il canalone e procediamo. Questa neve di novembre, ovviamente poca, è benvenuta; neve e ghiaccio creano quelle atmosfere uniche che maggiormente apprezzo del Pollino. Troviamo dei tratti di neve ghiacciata, bisogna scalciare e creare dei gradini. Abbiamo i ramponi ma nessuno ha voglia di metterseli; sarebbero utili ma non sono ancora indispensabili. Mi allontano dalla fila per non seguire le orme lasciate dai compagni, voglio affaticarmi e scalciare anch'io sulla neve ghiacciata, anche perché mi mancava da parecchio, viste le scarse o quasi nulle nevicate dell'inverno scorso. Ogni tanto mi creo dei gradini con la piccozza, o uso la becca: questo è un gioco che mi piace, non c'è niente di meglio. Il canale nascosto offre davvero scorsi unici e la scalata è facile. Le pietre del canalone, che in condizioni di non innevamento scivolerebbero giù, sono stabilizzati dalla neve ghiacciata.



 Sbuchiamo nei pressi della cima, a breve dovrebbe arrivare un altro gruppo di amici della nostra Associazione, che però sono saliti per la via normale: Umberto, Santino, Vincenzo e Federico. Ci raggiungono e la foto in vetta con la nostra bandiera è d'obbligo. Una bandiera che simboleggia soprattutto legami umani, momenti di socialità e passione per la natura selvaggia e la propria terra.


Scendiamo senza percorso obbligato in direzione della dolina, che adesso è occupata da un bel laghetto. Fa quasi caldo, il versante è esposto a sud e scendendo la neve diventa sempre di meno. Per la discesa propongo di seguire la bella cresta che avevo percorso anni fa, quella che conduce al sentiero per il Pollinello. Anche qui regna un'atmosfera selvaggia, con pini loricati abbarbicati a rocce a strapiombo, che dominano impervi canaloni. E' la wilderness del Pollino, che rappresenta in qualche modo anche la sua "anima"...