venerdì 18 agosto 2017

La strada per la città - Racconti di vita fuorisede

"Sulla cima della montagna che avrebbero dovuto
scalare il giorno dopo, imperversavano ancora nubi
minacciose; l’immagine inquietante e allo stesso
tempo magnifica di una natura selvaggia che attraeva
e respingeva. Si misero le ciaspole e indossarono
il passamontagna per il freddo tagliente. Per terra
erano caduti un paio di centimetri di neve fresca. Il
manto nevoso sottostante era ghiacciato e si marciava
comodamente. Il tempo cominciò a migliorare
via via che si lasciarono alle spalle il pianoro. Presero
il sentiero che andava verso dei piani ancora
più estesi, passando accanto a secolari esemplari di
faggio. I pini e le rocce dei crinali soprastanti erano
spruzzati di nevischio. I grandi pianori erano illuminati
dalle prime luci del sole, che aveva cominciato
a spuntare… Davanti a loro si estendeva una distesa
piatta di neve ghiacciata, coperta dal sottile strato di
neve fresca, caduta quella notte; il vento, che anche
qui soffiava molto forte, la smuoveva e sembrava
che volasse sul manto ghiacciato, un po’ come succede
con la sabbia del deserto.
Luciano, appartato nella sua intimità, si commosse
e diede le spalle all’amico per non farsi vedere."


(dal racconto "La natura selvaggia è meglio della droga", tratto dal libro "La strada per la città"




“La strada per la città” è il libro di esordio dello scrittore lucano Saverio De Marco pubblicato dalla casa editrice Italic Pequod. I protagonisti dei racconti sono studenti meridionali, che per frequentare l'università, dai loro piccoli e sperduti paesini d'origine, si trasferiscono nei quartieri popolari della Capitale. Tra questi spicca Luciano, che seguiamo nelle sue avventure e disavventure fuorisede: gli esami che non finiscono mai, le esperienze politiche, le sbornie selvagge, i lavoretti infimi per mantenersi agli studi, occupazioni, le manifestazioni e scontri di piazza, le ragazze e gli amori difficili, il richiamo della propria terra, i vagabondaggi nella Lucania ancestrale e selvaggia... La politica e i grandi eventi dell'attualità metropolitana restano sullo sfondo, mentre a tenere uniti i fili narrativi sono i rapporti umani e d'amicizia tra studenti con la medesima origine e condizione sociale. Luciano, ormai immerso nella vita della Capitale, mantiene sempre un legame istintivo con la sua terra e comunità d’origine. La sua identità si colloca in ultima analisi tra due mondi estremi: la grande metropoli e un paesino spopolato di montagna, luoghi profondamente diversi, anche se entrambi "periferici".
Questo libro, a tratti “on the road”,  narra episodi di vita quotidiana, ora apparentemente banali, ora inconsueti, a volte ai limiti del grottesco (quando non tragicomici), ma sempre con un tono ironico, che suscita il sorriso, e, spesso, la riflessione.
L’autore
Saverio De Marco (nome d’arte Indio), classe 1980, risiede a San Severino Lucano, nel cuore del Parco del Pollino. Laureato in Sociologia alla Sapienza di Roma, si occupa di temi socio-ambientali e di turismo nelle aree protette. È una Guida Ambientale Escursionistica (GAE), ambientalista, blogger e giornalista free-lance. È appassionato di letteratura, disegno e fumetti. Ha scritto racconti per siti e blog. Un suo racconto, L’Inganno, è stato pubblicato in “Percorsi”, Il Fauno Edizioni 2010. È autore inoltre di un fumetto satirico sulla vita degli studenti fuorisede a Roma: Le avventure di Luciano, lo studente lucano (Kalura 2015). La strada per la città (Italic Pequod) è il suo libro d’esordio.
Il libro è disponibile dal 4 maggio nelle principali librerie italiane e nei bookstores online come Feltrinelli, Ibs.it, Amazon, Mondadori Store, libreriauniversitaria.it.




sabato 5 agosto 2017

Diario - 2 agosto 2017

Nell'Inghiottitoio di Zaperna
Nell'Inghiottitoio di Zaperna - foto di M. Lofiego

Fa caldo e questo pomeriggio non ho voglia di uscire... nè di camminare nè di prendere la bici. Maurizio mi chiama con l'idea di andare all'Inghiottitoio di Zaperna. Io non c'ero stato ancora: quando Maurizio, Antonio e Tonino andarono a vederla un anno e mezzo fa, ero fuori regione.
 Come premessa, bisogna fare cenno alla storia delle esplorazioni di questa magnifica grotta. La prima esplorazione dell'Inghiottitoio di Zaperna, detto in dialetto anche "Auz i Pizzulu", risale agli anni Novanta, ad opera di Giorgio Braschi e altri escursionisti di San Severino Lucano. Si sapeva che da quelle parti ci fosse una grotta ma solo i pastori conoscevano il sito. Gli speleologi riuscirono a trovarla su indicazione di "Zulio", un escursionista di Viggianello. Successivamente il Gruppo Speleologico Sparviere fece un'altra perlustrazione ed eseguì il rilievo della grotta, per procedere poi ad accatastarla. La relazione e il rilievo sono presenti nel libretto edito da "Il Coscile" "Le grotte della Valle del Mercure" (di C. Marotta, A. Larocca, A. Tedesco).
Esiste un video di Antonio Provenzano della prima esplorazione, e mi andava di fare delle riprese con la mia Go Pro al fine di creare un video per il nostro canale youtube. Arrivati all'ampio ingresso ci mettiamo le nostre tute da lavoro e cominciamo a scendere. Si procede facilmente senza corda luno un ampio corridoio, in discesa, per poi incontrare una stretta galleria. Bisogna strisciare, il passaggio è angusto. Questo è il punto chiave, una bassa strettoia che inizialmente era ostruita dai massi e che fu liberata nel corso della prima esplorazione speleologica. Una cosa che ci stupisce subito è il luccichio dorato delle rocce: l'effetto è dovuto a quelli che sono probabilmente dei licheni, i quali, coperti da goccioline di acqua che trasudano dalla roccia, riflettono la luce delle lampade frontali. Accanto a questi licheni dorati ne esistono anche altri "argentati". Cominciamo ad ammirare le belle concrezioni calcaree e le piccole stalattiti delle pareti. La galleria a volte si restringe ma con un po' di pazienza si passa facilmente. In alcuni punti si trovano delle rocce taglienti, a lama di coltello (a me hanno ricordato anche i denti degli squali!). Le nostre tute di cotone e l'imbrago si impigliano a volte su queste pareti. Solo in due casi mettiamo la corda, in prossimità di due salti rocciosi di due e tre metri, tranquilli ma scivolosi a causa dell'acqua: è sempre bene perciò assicurarsi. Nonostante i percorsi stretti e tortuosi subentra non la claustrofobia, ma una sensazione di sicurezza, quasi di pace, di libertà. Lasciarsi alle spalle il mondo della superficie con tutti i suoi problemi ed accedere al mondo sotterraneo... E' un ritorno simbolico al grembo di Madre Terra, che le culture primitive veneravano offrendo doni e realizzando pitture proprio nelle grotte. La luce delle lampade esplora le meraviglie create dall'acqua nel suo contatto con la roccia e le concrezioni calcaree sono i monumenti di queste cattedrali sotterranee. Un pipistrello svolazza in alto nelle spaccature della volta della grotta, successivamente troviamo degli strani funghetti su un ramo marcio portato dall'acqua. Si notano degli insetti appartenenti all'ordine dei ditteri, delle mosche che popolano gli ambienti ipogei. E' possibile che in ambienti come questi esistano specie ancora sconosciute.

Il momento più emozionante è quando troviamo le "perle di grotta", che Maurizio aveva già visto: in gergo geologico si chiamano pisoliti e si creano nelle vaschette piene d'acqua a causa di piccoli vortici che generano il deposito di successivi strati di calcite, per accrescimento intorno ad un nucleo iniziale. In questo caso ricordano dei "confetti" lucidi e luccicanti. Al di là dell'interesse scientifico, è primariamente la bellezza in sè di queste formazioni a sucitare la nostra meraviglia. Ovviamente questi piccoli tesori vanno solo ammirati, nemmeno toccati. La loro rimozione creerebbe un dano enorme all'integrità e alla bellezza di questa grotta; ed ecco perchè è bene che tali cavità siano conosciute e visitate da poche persone che le rispettino (e senza rivelarne l'ubicazione). Almeno in questo caso comunque la grotta si difende da sè, perchè richiede esperienza speleologica. Ci sono ancora altri saltini e tratti stretti di galleria prima di arrivare alla stanza finale, dopo la quale l'esplorazione si interrompe. Proprio qui abbiamo una grande sorpresa: Maurizio trova un cranio di capriolo con un bellissimo palco. L'ipotesi è che il cranio sia stato trascinato dall'acqua dall'ingresso oppure che qualche lupo abbia trascinato la carcassa all'interno della parte iniziale dell'inghiottitoio per nasconderla, e poi l'acqua l'abbia spinta ancora più giù. La grotta è lunga 165 metri, si sviluppa obliquamente, non è quindi un pozzo con lunghi salti verticali, che altrimenti avrebbe richiesto calate e risalite su corda per decine di metri. Siamo a circa 50 metri sottoterra. L'istinto è quello di contnuare, vorremmo ancora scendere, chissà quali altre meraviglie ci attenderebbero. E' il fascino dell'ignoto, è il richiamo della scoperta e dell'avventura che forse mai è amplificato come nelle grotte: forse l'ultima frontiera di una wilderness immutata nei millenni, che l'uomo ha esplorato solo in minima parte...

Video dell'uscita speleologica all'Inghiottitoio di Zaperna






venerdì 21 luglio 2017

Diario - 21 luglio 2017

Anello del Monte Caramola in mountain bike

 Itinerario: Serra di Tuppo Gentile, Coste di Caramola, Piani di Caramola, Agrumetti, Murge di Ciminelli, Scivolatore, Rifugio La Caserma, Lago d'Erba, Ciuccio Morto, Tre Confini


il percorso: in blu le strade asfaltate, in giallo lo sterrato

Spesso sostengo che "il Pollino non si finisce mai di scoprire". Un esempio della validità di questa affermazione è l'itinerario di oggi, che ancora mi mancava tra quelli che ho percorso in mountain bike nell'arco di più di dieci anni. Il Monte Caramola, coperto da estese faggete, si può dire sia un po' snobbato, almeno per quanto riguarda la mountain bike. Spesso si preferisce andare in alta quota, ma questo percorso è la dimostrazione che nelle zone di bassa montagna del Pollino esistono percorsi di mountain bike spettacolari, per gli ambienti naturali (e rurali)  che attraversano. Il pregio di questi sterrati è che attraversano per chilometri e chilometri una faggeta molto estesa, con tratti ancora vetusti: si va da quella delle Coste di Caramola, per arrivare alla Riserva Naturale del Bosco di Rubbio, dove compare anche l'abete bianco. L'anello del Monte Caramola è stato impegnativo, soprattutto nella prima metà del percorso, perché non c'è segnaletica e si incontrano numerosi snodi. Senza una carta, una bussola e l'aiuto del GPS non è facile districarsi in questi boschi così fitti con la mountain bike: ma il bello dell'escursione è stato proprio questo, la sensazione di scoperta e avventura. Come si vede dalla traccia GPS ho alcune volte sbagliato strada e son dovuto tornare indietro sui miei passi, come quando ho seguito una pista forestale che poi si è persa andando a finire sul crinale boscoso della montagna. Anche se queste sono faggete sfruttate, che cioè hanno subito vari tagli in passato, non posso non notare lungo il percorso maestosi esemplari di faggio, tipici delle faggete vetuste. Si notano i versi di picchi di varie specie.  E' quasi tutta discesa ed è molto divertente. Ogni tanto bisogna scendere dalla sella per attraversare zone fangose create dai ruscelli che attraversano la strada. L'acqua comincia a scarseggiare, se non incontrerò presto una fontana dovrò ricorrere alle pastiglie potabilizzanti. Incontro altri bivi e devo sempre consultare carta e bussola per capire qual è la direzione migliore. Uno dei tratti più belli che attraverso è quello dei Piani di Caramola, dall'erba dorata e dalle verdi felci che lo popolano. Un'area intatta, frequentata solo da pastori e boscaioli: speriamo resti sempre tale...  Sono sceso parecchio, l'obiettivo è raggiungere la strada asfaltata che mi porti verso il Rifugio La Caserma. Arrivo ad un'area pic-nic, mi disseto ad una fontana dall'acqua fresca e poi vado dritto per il rifugio (chiuso da molti anni come tanti altri). Da lì si incontra il Lago d'Erba e qui la strada - come giustamente dovrebbe essere in aree naturali delicate - è chiusa da un cancello di ferro. Si passa però a piedi da un cancelletto di legno. Da lì in poi si respira l'atmosfera della vera foresta e compaiono i primi abeti bianchi: siamo nel Bosco Rubbio. Non posso fare a meno di notare qualche inutile staccionata, ma nel complesso in quest'area, chiusa al traffico, si può godere la pace e il silenzio della natura. Bisogna ancora salire, ma Tre Confini non è lontana. Superato l'altro sbarramento mi porto sulla strada che va a Palladoro: qui mi chiamano alcuni paesani, che mi hanno riconosciuto e che mi invitano a bere con loro un bicchiere di vino. Mi fermo un po' a chiacchierare e poi riparto, godendomi la discesa su sterrato, senza interruzioni, che conduce fino alla Giostra di Holler... e da lì proseguo per Mezzana, chiudendo l'anello.












lunedì 26 giugno 2017

Diario - 24 giugno 2017


Inghiottitoi e grotte dei briganti: 
una giornata di ricerca speleologica
Escursione esplorativa di Indio, Maurizio Lofiego, Antonio e Michele Mitidieri


Nell'inghiottitoio Jules Verne: foto di Michele Mitidieri

Sono sicuramente tante le porte d’accesso al mondo sotterraneo del Pollino. Spesso però sono chiuse al passaggio dell’uomo, altre volte sono aperte ma portano a dei vicoli ciechi. L’importante è continuare la ricerca e non arrendersi alle difficoltà. La giornata di oggi è stata dedicata alla ricerca speleologica in alcune aree selvagge ed impervie delle pendici di Serra di Crispo. L’inghiottitoio, dedicato a Jules Verne, è tappato dalla terra, ma presenta un foro che abbiamo allargato con una zappa quel tanto che è bastato per passare e infilarci nella grotta sotterranea. Appena scesi giù per due metri, ci siamo resi conto che sotto di noi c’era un pozzo verticale, per accedere al quale bisognava scivolare lungo uno stretto passaggio. Un problema è stato il tipo di roccia incontrata, caratterizzata da dentellature aguzze e taglienti. Affacciandoci giù, capiamo che il pozzo non è profondo e che c’è possibilità di poggiare i piedi. Decidiamo di calarci e di affrontare lo stretto passaggio. Va per primo Maurizio, sceso giù ci comunica che l’nghiottitoio continua ma il passaggio è troppo stretto. Ci passa l’acqua ma non una persona! Speravamo che questo inghiottitoio potesse rappresentare l’accesso a qualche caverna sotterranea, ma non è così purtroppo. In tutto il pozzo è lungo circa sette metri. Una scoperta comunque interessante, perchè raramente si trovano inghiottitoi non tappati in cui si può accedere. La risalita con la maniglia presenta qualche difficoltà, perchè le dentellature della roccia trattengono la tuta e l’imbrago, che quindi si impigliano. Ma con un po’ di pazienza e facendo presa sugli appigli della roccia ci tiriamo su e riusciamo a superare il passaggio insidioso. Ci leviamo tute e imbraghi e proseguiamo nell’esplorazione, nella foresta selvaggia e maestosa, diretti ad una zona che, certe testimonianzae orali raccolte in paese, indicavano come quella della leggendaria grotta del brigante Franco. Arrivati alla meta ci dividiamo ed ognuno esplora un settore. Io trovo una zona rocciosa spettacolare, con profondi karren, frutto dell’erosione carsica superficiale. Mi segno anche il waypoint di un buco che va giù per circa due metri. Terminata l’esplorazione raggiungo i compagni che hanno esplorato un altro settore. Loro hanno trovato due piccole grotte; me le fanno vedere così le posso filmare. Una in particolare, intitolata “Grotta Verde”, è simile come conformazione alla Grotta di Timpone Vitelli ed è probabile, essendo questa zona frequentata dai briganti, che fosse usata dagli stessi come nascondiglio. L’altra è invece formata da massi accatastati gli uni sugli altri. Veramente un luogo wilderness, da sogno. Poco dopo sulla via del ritorno, scopriamo invece un “capovento”, un buco da cui esce aria fredda: segno che là sotto ci dev’essere di sicuro una caverna! Il buco è stretto e non si può passare. Ritorneremo sicuramente in questa zona per esplorarla meglio, perchè dal punto di vista speleologico… promette bene.

Video


 Foto (di Michele Mitidieri e Maurizio Lofiego)













lunedì 3 aprile 2017

Heidegger e la questione della tecnica: spunti di riflessione per il presente



Martin Heidegger

“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”.
M. Heidegger, L’abbandono (1959)

Tra le tante opere di Heidegger, la lettura dei “Saggi e discorsi”[1] è una di quelle più illuminanti, anche per fornire spunti di riflessione ad una “filosofia ambientale” che rifletta sulle questioni del mondo contemporaneo. All’interno di questa raccolta, il saggio “La questione della tecnica”, tratto da una conferenza che il filosofo tenne nel 1953, appartiene alla seconda fase del pensiero heideggeriano, rappresentando un primo sforzo per articolare in maniera positiva le indicazioni contenute nello scritto “Lettera sull’umanismo”[2].

Il pensiero di Heidegger ci induce a fare i conti con l’epoca attuale, “l’era della tecnica”, superando sia la fede illusoria in un progresso illimitato che l’ingenua aspirazione ad un utopico mondo preindustriale, non contaminato dalla tecnologia.
La lettura di Heidegger risveglia la necessità etica di andare oltre la rappresentazione della natura e dello stesso essere umano come “oggetti”, attraverso l’acquisizione di un “pensiero meditante” che sia capace di considerare l’essere delle cose al di là della loro oggettivazione tecnica. Scrive Ruggenini in proposito, su Heidegger e la sua interpretazione della tecnica:



Attraverso tale interrogazione egli ha saputo interpretare lo smarrimento che accompagna la coscienza del tempo davanti al potere incalcolabile di forze sconosciute, benché apparentemente scatenate dall’uomo, che rendono il volto del mondo ancora più enigmatico. Anziché mostrarsi sicura del proprio destino, l’umanità appare sopraffatta da un carico di responsabilità a cui, palesemente, non era preparata. Forse la verità profonda dell’interrogazione di Heidegger è nella rivelazione di un nuovo compito che attende l’uomo e che non è tanto di ricondurre la tecnica sotto il proprio potere, quanto di disporsi a pensare la verità della tecnica (…) attraverso l’abbandono di trovare in essa lo strumento per avere il mondo nelle proprie mani (…) La grande possibilità che l’avvento della tecnica dischiude per l’esistenza è allora, inaspettatamente, di carattere etico, nel momento in cui rende possibile una ripresa radicale del discorso sull’essere dell’uomo e sul suo destino terreno[3].


Heidegger in questo saggio pone subito l’esigenza di discostarsi dalla rappresentazione comune, strumentale, della tecnica. La tecnica non si identifica con l’essenza della tecnica e allo stesso modo l’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico[4]. Tale definizione strumentale concepisce la tecnica come un mezzo da controllare nel modo adeguato, da dominare[5]. Per Heidegger cioè, è troppo semplicistica una visione della tecnica come puro strumento neutrale a disposizione dell’uomo. Come osserva anche Umberto Galimberti in Psiche e techne: “per orientarci occorre innanzitutto farla finita con le false innocenze, con la favola della tecnica neutrale che offre solo i mezzi che poi gli uomini decidono di impiegare nel bene o nel male. La tecnica non è neutra, perché crea un mondo con determinate caratteristiche che non possiamo evitare di abitare e, abitando, contrarre abitudini che ci trasformano ineluttabilmente. Non siamo infatti esseri immacolati ed estranei, gente che talvolta si serve della tecnica e talvolta ne prescinde”[6].
Ma in che cosa consiste l’essenza della tecnica? “La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento (…) cioè della verità”[7]. Il discorso che ci interessa è quello della tecnica moderna, nella quale il disvelamento assume i contorni della pro-vocazione della natura.
La tecnica antica era diversa, perché si armonizzava, diremmo oggi, con la natura, non stravolgendo cioè l’essenza delle cose. Heidegger lo spiega in questi passi illuminanti:

Lo svelamento che vige nella tecnica moderna non si dispiega in un produrre nel senso della poiesis. Lo svelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione, la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata. Ma questo non vale anche per l’antico mulino a vento? No. Le sue ali girano sì spinte dal vento, e rimangono dipendenti dal suo soffio. Ma il mulino a vento non ci mette a disposizione le energie delle correnti aeree perché le accumuliamo. All’opposto, una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. In modo diverso appare il terreno che un contadino coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare. L’opera del contadino non pro-voca la terra del campo. Nel seminare il grano essa affida le sementi alle forze di crescita natura e veglia sul loro sviluppo. Intanto però, […] l’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione[8].

vecchio ponte: l'armonia della tecnica antica

Si è detto che il disvelamento proprio della tecnica moderna ha a che fare con la pro-vocazione; quest’ultima consiste nel fatto che “l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni” [9]. Con la tecnica moderna cambia il significato che noi diamo agli enti di natura, il cui essere è pensato ormai solamente in vista del loro possibile “impiego”.
Un altro esempio è quello del fiume Reno: “la centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l’antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all’altra”. Qui il fiume stesso è incorporato nella costruzione della centrale. Il fiume rimane, ma solo come oggetto “impiegabile”, magari “per le escursioni organizzate da una società di viaggi”. Per chiarire quest’esempio (di P. Ciccarelli) ci si può mettere, nei panni di un ingegnere: “che cosa vede un ingegnere in un fiume come il Reno?
Non un semplice corso d’acqua o uno spettacolo naturale. Vede un oggetto che ha una velocità e una portata idraulica, una fonte di energia idroelettrica trasformabile in energia cinetica (…), una via di trasporto delle merci, una fonte di irrigazione deviabile per un migliore sfruttamento. Quell’ingegnere è un metafisico occidentale senza saperlo: vede nel Reno un ente a disposizione, calcolabile, usabile, manipolabile, vede una cosa che può assumere funzioni; anzi, non vede la cosa, ma solo le sue funzioni possibili. Ai suoi occhi, la cosa, l’ente, non ha nessuna essenza propria (…) è come se la cosa non esistesse: in questo consiste il nichilismo”[10]. La natura è cioè ridotta a oggetto, sparisce la sua essenza. Ne deriva che l’essere è posto così dalla volontà umana: ma questo non significa altro che… ridurlo pari a nulla. La differenza tra tecnica antica e moderna ci riporta all’attualità. L’esempio del Reno potrebbe essere sostituito da qualsiasi altra opera che stravolge la natura riducendola a mero “ente a disposizione”, in una concezione puramente utilitaristica. 
Basti pensare a certe montagne delle Alpi, invase da piste da sci, città in alta quota, impianti di risalita. Anche in questo caso, sparisce l’essenza della montagna come ambiente dove la presenza umana poteva solo “adeguarsi” ad esso senza stravolgerne le caratteristiche peculiari, e subentra la montagna come “industria del turismo”, ovvero come mera risorsa da sfruttare e addomesticare.

impianti di risalita sul Monte Bianco

Diverso era il lavoro del pastore o del contadino, i quali, pur adoperando le risorse della montagna erano obbligati a sottostare, per così dire, alle sue “leggi”. Gli esempi potrebbero continuare e mostrano come il pensiero heideggeriano seppure sembri a volte astratto e “oscuro”, offra spunti interessanti per una filosofia del rapporto uomo/natura, che non si fermi in superficie e vada al fondo delle cose. In un passaggio dell’“Oltrepassamento della metafisica”, Heidegger affermerà che la tecnica “fa violenza alla terra e la trascina nell’esaustione, nell’usura e nelle trasformazioni dell’artificiale”. Le sue continue innovazioni e invenzioni non dimostrano affatto che la tecnica possa rendere possibile anche l’impossibile. La tecnica, infatti, “obbliga la terra ad andare oltre il cerchio della possibilità che questa ha naturalmente sviluppato”. Heidegger ricorre, per contrasto, all’immagine delle api e delle betulle, che seguono le leggi naturali: “la legge nascosta della terra la mantiene nella moderata misuratezza del nascere e del perire di tutte le cose entro i limiti delle loro possibilità, che ognuna di esse segue e che tuttavia nessuna conosce. La betulla non oltrepassa mai le sue possibilità. Il popolo delle api abita dentro all’ambito della sua possibilità”. Sono considerazione quanto mai attuali se si pensa alla crisi ecologica globale che investe il nostro pianeta, dove la produzione capitalistica e lo sfruttamento delle risorse naturali oltrepassano proprio quelle “possibilità”, cioè i limiti, che lo sviluppo non dovrebbe superare.

Canada: devastazione della foresta a seguito dell'estrazione di sabbie bituminose

Non si tratta tuttavia di accettare o rifiutare la tecnica, ma di approfondirne il suo carattere ambiguo: la verità dell’essere non è infatti il contrario della tecnica, ma il suo nascosto fondamento[11].

Il pericolo non è la tecnica. Non c’è nulla di demoniaco nella tecnica; c’è bensì il mistero della sua essenza. L’essenza della tecnica, in quanto è un destino del disvelamento, è il pericolo (…) La minaccia per l’uomo non viene dalle macchine e dagli apparati tecnici, che possono anche avere effetti mortali. La minaccia vera ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza. Il dominio dell’ im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principiale[12].

Come scrive Franco Volpi: “Nella configurazione del Ge-Stell[13] (…) si arriva alla realizzazione essenziale del padroneggiamento conoscitivo ed operativo dell’ente da parte dell’uomo pensato come soggetto padrone, e quindi alla piena dimenticanza dell’essere (…) Heidegger ha validi motivi per ribellarsi all’accusa rivoltagli di essere un critico romantico della tecnica. Non pensa all’utopia di un giardino terrestre senza “artefatti”, né evoca phisis in uno struggimento nostalgico che guarda all’indietro (…) Heidegger vede nella tecnica (...) la via verso un ‘altro inizio’”[14]. Heidegger afferma infatti, citando il poeta Holderlin, che dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva[15].
Va ribadito che “Heidegger non pensa alla natura come a una entità complessiva, e ancor meno può essere considerato un esponente di una filosofia che indichi nella spontaneità dei processi naturali una guida per l’agire umano o una fonte di norme etiche (…) Heidegger non è interessato a dare indicazioni per l’agire pratico. Non c’è dubbio che personalmente si sentisse più a casa nella Foresta Nera che in una metropoli industriale, ma non c’è rapporto diretto fra questi suoi gusti (…) e l’originaria e costante impostazione ontologica del suo discorso”[16]. Il filosofo di certo non era il cantore di una idilliaca società rurale opposta al dominio della tecnica e della scienza moderne, anche se “è pur vero che Heiddeger stesso ha alimentato quest’immagine al grande pubblico, con l’insistito richiamo – proveniente dal suo Rifugio di Todtnauberg, nella Foresta Nera – alla potenza originaria del pensiero che corrisponde silenziosamente alle forze telluriche e abissali del mondo.


l baita di Heidegger (hütte) nei pressi di  Todtnauberg, Foresta Nera

Ma la traduzione che spesso se ne è fatta è quella secondo cui nel mondo ci sarebbe, nascosto, un senso primordiale dell’essere, purtroppo contraffatto e soffocato dal dominio calcolante e strumentale della tecnica calcolante”[17]. È vero anche che Heidegger ha scritto pagine densamente poetiche sul rapporto con la natura e la dimensione rurale, che si configura come “nutrimento” stesso del pensiero. Si può ricordare in proposito lo scritto “Perché restare in provincia?” nel quale esplica la relazione che ha il suo lavoro di filosofo con l’ambiente della Foresta Nera:


Soltanto il lavoro apre lo spazio per questa realtà montana. Il corso del lavoro rimane immerso nell’acca­dere del paesaggio. Quando in una profonda notte d’inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita e tutto co­pre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica del coniare il linguaggio è simile alla resi­stenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro fi­losofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico. Esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini. Come il giovane contadino trascina su per il pendio la pe­sante slitta cornuta per riportarla poi, carica di ciocchi di fag­gio, in pericolose discese, giù alla propria fattoria; come il pastore spinge con passo lento e meditabondo il suo gregge su per pendio; come il contadino nella sua stanza appronta con cura le innumerevoli scandole per il suo tetto, così il mio lavoro è dello stesso tipo[18].



Altre sue opere inoltre, riprodurranno la metafora di un pensiero “in cammino”, dove i vari percorsi sono simboleggiati dai sentieri della foresta. Basti pensare all’opera Holzwege, “Sentieri interrotti” (“Holzwege sono i sentieri nel bosco... ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L'uno sembra l'altro... legnaioli e guardaboschi sanno cosa significa "trovarsi in un sentiero che, interrompendosi, svia")[19]. Quest’immagine metaforica scaturisce in modo diretto dalle circostanze di vita di Heidegger stesso, abituale frequentatore della Foresta Nera, dunque di sentieri e boschi dove fare lunghe passeggiate. In questo senso Heidegger sembra intendere che il pensiero umano non deve proporsi una meta definitiva; esso non può che procedere, al contrario, se non come continuo sviamento, come irriducibile erranza. Non vi è dunque un’unica via per la riflessione, ma tutti i percorsi di pensiero sono ugualmente legittimi e utili[20].
Si può inoltre richiamare anche il concetto di Heimat, il quale non asserisce all’idea di “patria” come “sangue e suolo”, nel senso che fu poi proprio dell’ideologia nazista. “La parola Heimat che qui impiega Heidegger – e per cui è difficile trovare una appropriata traduzione nella lingua italiana – rinvia non tanto, come l’italiano ‘patria’ ed il corrispondente tedesco Vaterland, al senso di appartenenza ad una comunità statale o nazionale caratterizzata soprattutto da una comune storia civile e politica, ma alla piccola comunità, al luogo fisicamente e paesaggisticamente determinato, in cui si è nati e cresciuti o in cui, per confidenza acquisita attraverso una lunga frequentazione ed una profonda sintonia, ci si sente a casa”[21]. È un concetto che si lega strettamente al tema della tecnica moderna, proprio perché una delle sue conseguenze consiste nell’estraniazione e nello sradicamento dell’uomo moderno, con lo smarrimento del senso dell’ “essere a casa”[22].
Il disvelamento pro-vocante investe non solo la natura, ma la stessa essenza dell’uomo. L’uomo entra a far parte di ciò che Heidegger chiama “fondo”; è egli stesso pro-vocato. “Se però l’uomo è in tal modo pro-vocato e impiegato, non farà parte anche lui, in modo più originario che la natura, del ‘fondo’? Il parlare comune di ‘materiale umano’, di ‘contingente di malati’ di una clinica, lo fa pensare”[23]. Heidegger anticipa, con toni profetici, gli scenari inquietanti aperti dalle biotecnologie. Nel saggio “Oltrepassamento della metafisica” scriverà: “poiché l’uomo è la materia prima più importante, ci si può aspettare che, sulla base delle attuali ricerche della chimica, un giorno si possano creare fabbriche per la produzione artificiale di materiale umano (…) le ricerche (…) aprono già la possibilità di regolare in modo pianificato, secondo i bisogni, la generazione di esseri viventi di sesso maschile o femminile”[24] (Heidegger sembra in questo passaggio profetizzare la pratica dell’utero in affitto, che ha suscitato, un vivace dibattito, con posizioni, anche a sinistra, che deprecavano questa pratica di “mercificazione” del corpo umano e dei bambini[25]).

L’uomo però, in quanto esercita la tecnica, prende parte all’impiegare come modo del disvelamento. Il comportamento impiegante dell’uomo è legato all’apparire della moderna scienza, che cerca di afferrare la natura come un insieme di forze calcolabili. La tecnica moderna si è messa cioè in moto solo quando ha potuto appoggiarsi sulla scienza della natura[26]. In quanto tale la tecnica moderna non è il polo opposto della metafisica, ma il suo compimento. La tendenza intrinseca della metafisica, fin dalle origini, a dimenticare l’essere lasciando venire alla presenza solo l’ente in quanto tale si realizza perfettamente nel mondo della tecnica[27]. “La tecnica richiede dunque, per poter dominare, che il mondo sia considerato come una realtà calcolabile, e la calcolabilità a sua volta richiede la riduzione del mondo alle nostre rappresentazioni, cioè all’oggettività assicurata come certa da un soggetto conoscente. In una parola, chiede il costituirsi del mondo a ‘immagine’ (...) In questa rappresentazione oggettiva dell’ente da parte del soggetto è come se il mondo – inteso come la totalità dell’ente – non fosse altro se non ciò che è posto da noi…”[28]. La tecnica non è altro, perciò, che il definitivo compiersi della metafisica, il suo destino. “Il termine ‘la tecnica’ è qui inteso in modo così essenziale che il suo significato si identifica con ‘metafisica compiuta’”[29].
Il progetto metafisico che guida la storia occidentale è fare dello svelamento dell’ente in quanto tale, un oggetto a disposizione dell’uomo; l’accadere in cui le cose si manifestano appare quindi il risultato del volere umano[30]. È da queste premesse che scaturisce “l’oblio dell’essere”: “l’essere dell’ente non è più neanche remotamente qualcosa che vada cercato oltre l’ente stesso, è il suo effettivo funzionare dentro a un sistema strumentale posto dalla volontà del soggetto. In questa situazione, il pensiero non è più altro che escogitazione tecnica…”[31]. La metafisica pertanto, giunge alla fine realizzando proprio la sua essenza di oblio. Proprio dinanzi a questa estrema povertà del pensiero diventa però possibile oltrepassare la metafisica e uscire dall’oblio dell’essere che appunto la caratterizza[32]. Con la fine della filosofia non è quindi il pensiero che giunge alla fine, “esso passa invece ad un altro cominciamento”[33].
Dalla scienza moderna scaturisce un richiamo a considerare ciò che non appare, ma che ogni oggettivazione di ciò che appare porta con sé. Dirà Heiddeger in “Scienza e meditazione”: “la rappresentazione scientifica non può mai racchiudere l’essenza della natura, perché l’oggettità della natura è fin dal principio solo uno dei modi in cui la natura si pro-spetta. La natura rimane così, per la scienza fisica, l’inaggirabile”[34]. Ciò che vale per la fisica vale anche per altre scienze: “natura, uomo, storia, linguaggio restano, per le scienze menzionate, l’inaggirabile che si dispiega e domina all’interno della loro oggettità”. L’oggettità “resta sempre essa stessa un modo dell’esser presente, in cui la cosa può bensì apparire, ma non appare necessariamente e sempre”[35]. L’inaggirabile è sempre presente in ogni scienza ma nessuna può coglierlo mediante i suoi procedimenti; così la fisica in quanto tale non può essere oggetto di un esperimento, né si potrà stabilire l’essenza della matematica tramite un calcolo matematico.
L’altro modo di rappresentarsi il reale è ciò che Heidegger chiama “meditazione”. Va ribadito però che “tale pensiero meditante non è mai una semplice alternativa al pensiero oggettivante (…) La meditazione non è una via di fuga per ‘anime belle’, né la rivendicazione di uno spazio spirituale sottratto all’implacabile tirannia della tecnoscienza”[36]. La meditazione “è di natura diversa dal divenir consapevole e dal sapere della scienza, e anche di natura diversa dalla cultura”. La meditazione “resta qualcosa di più provvisorio, di più paziente e povero di quanto non fosse la cultura (…) La povertà della meditazione è però la promessa di una ricchezza i cui tesori risplendono nella luce di quell’inutile che non si lascia mai calcolare”. È proprio quell’inutile che non si lascia mai calcolare che va rimarcato per capire il senso di un pensiero capace di pensare l’essere al di là della sua oggettivazione. La meditazione è un “domandare rivolto all’inesauribilità di ciò che è degno di essere domandato”[37]. Alla luce di queste considerazioni, si può intendere diversamente anche la celebre affermazione di Heidegger secondo cui “la scienza non pensa” e “non può pensare”. “È facile stigmatizzare questa posizione come un oscuro anti-scientismo, ma almeno bisogna comprenderla nella sua reale intenzione, a partire cioè dal fatto che la scienza si rappresenta oggettivamente il mondo (e deve farlo, per poter essere scienza), ma non può esaurire con la sua procedura l’intera presenza del reale. Il pensiero meditante non rifiuta a priori la scienza, né si pone contro di essa, ma sta a dire che non possiamo affrettatamente far coincidere la nostra capacità di pensare l’essere del mondo con la nostra abilità nell’oggettivarlo scientificamente”[38]. Come afferma Franco Volpi, nel compimento della tecnica sta la possibilità per il pensiero di ascoltare il richiamo dell’essere e di corrispondervi, perché, come è detto nella conclusione della conferenza La questione della tecnica, “quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano ad illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo. Perché il domandare è la pietà del pensare”[39].

Saverio De Marco 




 

Note 

[1] Cfr. M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991
[2] Cfr. Ibidem
[3] M. Ruggenini, L’essenza della tecnica e il nichilismo in: AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997
[4] Cfr. Ibidem, p. 5
[5] Cfr. Ibidem, p. 6
[6] U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli 2002, p. 24-25,
[7] , M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 9. “La pro-duzione conduce fuori dal nascondimento della disvelatezza (…) Produzione si dà solo in quanto un nascosto viene alla disvelatezza. Questo venire si fonda e prende avvio (…) in ciò che chiamiamo il disvelamento (…) Ma dove siamo andati a perderci? Il nostro problema è quello della tecnica, e ora siamo arrivati all' aletheia, al disvelamento. Che ha da fare l'essenza della tecnica con il disvelamento? Rispondiamo: tutto […] Se poniamo con ordine il problema di che cosa sia veramente la tecnica concepita come mezzo, arriviamo passo a passo al disvelamento. In esso si fonda la possibilità di ogni azione producente. La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento Se facciamo attenzione a questo fatto, ci si apre davanti un ambito completamente diverso per l’essenza della tecnica. È l’ambito del disvelamento, cioè la verità.”
[8] Ibidem, p.
[9] Ibidem, p. 12
[10] P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 565
[11] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 141
[12] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 21
[13] Gestell “qui viene inteso, a partire dal suffisso Ge- (indicante una raccolta), come l’insieme di tutti i modi in cui l’uomo è chiamato a ‘porre’ (stellen), ‘disporre’ (bestellen), produrre (herstellen) ecc. in riferimento alla natura come ‘fondo’. Im-posizione si chiama il modo di disvelamento che vige nell’essenza della tecnica moderna senza essere esso stesso qualcosa di tecnico” (C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 140).
[14] F. Volpi, Vita e opere in AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997, p. 51
[15] Ibidem, p. 22
[16]P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 566
[17] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 137
[18] M. Heidegger, Perché restiamo in provincia? (http://www.parodos.it/lettersheidegger.htm)
[19] M. Heidegger, M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968
[20] Sentieri interrotti (https://it.wikipedia.org/wiki/Sentieri_interrotti)
[21] S. Gorgone, Crescere nella terra e fiorire nell’etere. La Heimat di Heidegger (http://aifr.it/index.php/11-articoli-recenti/24-crescere-nella-terra).
[22] Cfr. Ibidem
[23] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 13
[24] Ibidem, p. 62
[25] Cfr. D. Fusaro , Utero in affitto, il corpo che diventa merce (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/15/utero-in-affitto-il-corpo-che-diventa-merce/2377192/) e M. Borghesi, Utero in affitto, lo scontro tra le due sinistre (http://www.vita.it/it/article/2016/01/18/utero-in-affitto-lo-scontro-tra-le-due-sinistre/137951/)
[26] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 16
[27] G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza 2000, p. 93
[28] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 144
[29] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 52
[30] Cfr. P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 565
[31] G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza 2000, p. 93
[32] Cfr. Ibidem, p. 93
[33] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 54
[34] Ibidem, p. 39
[35] Ibidem, p. 39-40
[36] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 147
[37] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 44
[38] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 147
[39] F. Volpi, Vita e opere in AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997, p. 52