sabato 3 dicembre 2016

Diario - 2 dicembre 2016

Solitaria esplorativa alla ricerca di grotte

breve video

Mi rincuora sempre che  nel Massiccio del Pollino, e precisamente nell'Alta Valle del Frido, possano esistere ancora luoghi oltre che wilderness anche ignoti, o quantomeno ignoti ai più (ricordiamo sempre che pastori e cacciatori conoscevano bene queste montagne). Se poi pensiamo alle grotte e alla possibilità che si aprano spiragli verso un mondo sotterraneo del tutto sconosciuto, la tentazione esplorativa diventa ancora più forte. Sebbene non tanto distanti da casa, sono luoghi impervi quelli che mi accingo ad percorrere oggi, che però da un po' di anni, anche assieme agli altri amici, ho imparato a conoscere bene.
Ma i meandri di queste montagne recano ancora dei segreti, che forse non scopriremo mai. Mi raccontava un anziano del mio paese che quando faceva il pastore, da giovane, scivolò in un buco con le gambe; riuscì a liberarsi è scoprì subito dopo, quando vi buttò un sasso - del quale non riuscì a sentire il rumore -  che il buco era forse una voragine profonda. Oppure si vociferava di una caverna da cui era possibile ascoltare il rumore di un fiume sotterraneo, per non parlare di tutte le leggende sulle grotte legate ai briganti. E' questo lo spirito, forse un po' fanciullesco (ma sta bene così), che mi porto appresso quando vado in esplorazione e che permette di sopportare anche la fatica e i pericoli della natura selvaggia e impervia. In un mondo globalizzato ed esplorato in ogni dove, tenuto sotto controllo dai satelliti, misurato, calcolato, è di sicuro rincuorante poter ritrovare "francobolli" di wilderness, anche ignota. Da sempre non mi piace la visione museale della natura, propria delle "riserve integrali"; non perché non siano a volte necessarie (a causa dell'affollamento turistico), ma perché penso che la natura vada anche "vissuta": è questo in fondo il concetto di wilderness. Lo spirito dell'esplorazione deve però accompagnarsi sempre a quello della conservazione. Vivere la natura selvaggia significa allo stesso tempo volerne conservare lo stato di integrità naturale e la quiete  di certi suoi luoghi, che sono anche habitat importanti per numerose specie di flora e fauna. E' ovvio che questa conciliazione può sussistere solo se prendiamo in considerazione pochi visitatori, coscienti e motivati.   Se (soprattutto nella speleologia) adottiamo il punto di vista dei "colonizzatori", dei primati e delle etichette, della trasformazione di luoghi integri in località banalizzate e addomesticate dal turismo, ci allontaniamo da un approccio "etico" alle aree selvagge.

Mi avvio da casa a piedi. L'escursione mi ha permesso di fare anche interessanti osservazioni naturalistiche. Lungo la strada avvisto un toporagno: il mistero riguarda il fatto che è  la seconda volta che vedo un toporagno.
e, strano a dirsi, l' ho ritrovato nello stesso e preciso punto in cui ne trovai l'anno scorso uno stesso esemplare, sempre morto... Il toporagno non è un "topo", in quanto appartenente alla famiglia dei soricidi, la stessa a cui appartengono le talpe. Non è semplice avvistarlo, soprattutto da vivo...

All'inizio devo farmi strada nella vegetazione intricata con il mio  coltello da sopravvivenza. Arrivato alle gole le costeggio un po', seguendo un sentiero di cinghiali. Devo superare il tratto impervio per poter costeggiare la sponda  sinistra e cominciare l'esplorazione. Il terreno è accidentato e pieno di salti e sporgenze rocciose che a volte bisogna aggirare facendo faticosi saliscendi. Noto un allocco che si posa su un albero. C'è un grande gracchiare di ghiandaie, forse spaventate dal rapace. Arrivo alla zona da esplorare e comincio a costeggiare le alte pareti rocciose, quando intravedo una cavità, dalla forma stretta e allungata verso l'alto. Non dovrebbe essere lunga  e profonda, ma vale la pena di andarla a visitare. Pare da lontano inaccessibile, ma poi mi rendo conto che basta arrampicare un po' per entrarvi. E' di sicuro una bella formazione naturale. Potrebbe chiamarsi "Caccaviedd", piccolo caccavo (il caccavo era il recipiente che usavano i pastori per bollire il latte). Purtroppo non ho la macchina fotografica e perciò  devo accontentarmi solo di qualche pessima foto fatta con il cellulare. Continuo la perlustrazione. Tutta questa zona è interessante, per la presenza di buchi e di fratture, queste ultime causate probabilmente da una faglia. Più avanti noto quello che dev'essere un altro ingresso, posto in alto sovrastante un ripido canalone.
Non si passa, c'è un salto roccioso che dovrei arrampicare, sono solo e rischierei l'osso del collo, perciò non mi resta che salire da u'n altra parte raggiungendo l'ingresso della grotta dall'alto, magari vedendo se c'è un modo per accedere da su. Arrivo sopra dopo una faticosa arrampicata lungo i pendii e raggiungo l'inizio del canalone. Posso vedere l'ingresso, sta sotto di me e c'è un impressionante salto roccioso. Registro il waypoint, perché è un punto buono da cui potersi calare con la corda.
 La grotta c'è e l'ingresso è anche ampio, potrebbe continuare per molte decine di metri o per poco, chi lo sa. Ho con me solamente una corda da 15 metri e da solo comunque sarebbe pericoloso calarsi. Ci toglieremo il dubbio quando verrò con gli altri compagni del Gruppo Lupi, attrezzati a dovere. Continuo ad esplorare il versante e mi devo fare strada tra i ripidi cocuzzoli rocciosi ammantati dal bosco di leccio. Ad un certo punto capisco che sto andando troppo in alto, così scendo giù, ma devo superare, in un paio di casi, due saltini con la corda, calandomi per pochi metri. Incontro altre belle formazioni rocciose, sempre alla ricerca di possibili grotte, poi arrivo finalmente alle zone già esplorate più volte in passato, supero il torrente e mi porto nel bosco. Incontro fatte e tracce di cervo. Dal bosco si arriva alla zona di rovi e spine, superata la quale, aiutandomi con il coltello, arrivo finalmente alla strada sterrata...








martedì 15 novembre 2016

Diario - 13 novembre 2016

 Monte Pollino dal "Canale nascosto"


Dopo giorni di pioggia e vento incessanti il Pollino ha avuto il 13 novembre un intermezzo di sole, e le montagne si sono mostrate nello loro veste invernale, coperte dalla prima neve. Era l'occasione buona per sfoderare le piccozze e percorrere una delle vie del Monte Pollino. Decidiamo con Maurizio, i fratelli Stimolo e Marco di ascendere lungo il "canale nascosto", la variante del canale sud-ovest. Già da anni avevo in mente di esplorarlo, ma poi per vari motivi avevo sempre rimandato l'escursione. 

L'aria è secca, il freddo in questi casi fa bene, tempra l'organismo. Nella prima parte dell'escursione ripercorriamo il canale sud-ovest. Notiamo che si è accumulata un bel po' di neve sul valangone, asciutta e farinosa. Monumentali pini loricati cominciano ad affacciarsi appena usciamo dalla vegetazione, ricoperti di galaverna. Notiamo anche delle candele di ghiaccio su un pino loricato secco abbattuto dalle intemperie. Sembra una grande "pisciata" ghiacciata, ma ci accorgiamo che l'effetto è dovuto probabilmente alla resina.


Per accedere al canale nascosto dobbiamo procedere in diagonale, costeggiando pareti di roccia ricoperti di magnifici loricati.




Raggiungiamo il canalone e procediamo. Questa neve di novembre, ovviamente poca, è benvenuta; neve e ghiaccio creano quelle atmosfere uniche che maggiormente apprezzo del Pollino. Troviamo dei tratti di neve ghiacciata, bisogna scalciare e creare dei gradini. Abbiamo i ramponi ma nessuno ha voglia di metterseli; sarebbero utili ma non sono ancora indispensabili. Mi allontano dalla fila per non seguire le orme lasciate dai compagni, voglio affaticarmi e scalciare anch'io sulla neve ghiacciata, anche perché mi mancava da parecchio, viste le scarse o quasi nulle nevicate dell'inverno scorso. Ogni tanto mi creo dei gradini con la piccozza, o uso la becca: questo è un gioco che mi piace, non c'è niente di meglio. Il canale nascosto offre davvero scorsi unici e la scalata è facile. Le pietre del canalone, che in condizioni di non innevamento scivolerebbero giù, sono stabilizzati dalla neve ghiacciata.



 Sbuchiamo nei pressi della cima, a breve dovrebbe arrivare un altro gruppo di amici della nostra Associazione, che però sono saliti per la via normale: Umberto, Santino, Vincenzo e Federico. Ci raggiungono e la foto in vetta con la nostra bandiera è d'obbligo. Una bandiera che simboleggia soprattutto legami umani, momenti di socialità e passione per la natura selvaggia e la propria terra.


Scendiamo senza percorso obbligato in direzione della dolina, che adesso è occupata da un bel laghetto. Fa quasi caldo, il versante è esposto a sud e scendendo la neve diventa sempre di meno. Per la discesa propongo di seguire la bella cresta che avevo percorso anni fa, quella che conduce al sentiero per il Pollinello. Anche qui regna un'atmosfera selvaggia, con pini loricati abbarbicati a rocce a strapiombo, che dominano impervi canaloni. E' la wilderness del Pollino, che rappresenta in qualche modo anche la sua "anima"...






mercoledì 19 ottobre 2016

Diario - 17-18 ottobre 2016

L'Anello Infinito
Cresta dell'Infinito e Pareti est di Serra delle Ciavole

Itinerario: Piano Iannace - Mandre del Tarantino - Dolcedorme dal crinale Nord - Manfriana - Timpa del Principe - Fagosa - Versante est di Serra delle Ciavole, cima - Grande Porta - Piano Iannace

"Ardite rocce a strapiombo, quasi minacciose, nubi di tempesta che si accumulano nel cielo, avanzando con lampi e tuoni (...) ecc., riducono il nostro potere di resistere ad una piccolezza insignificante, se si confronta con la loro potenza. Ma se ci troviamo al sicuro, la loro vista diventa tanto più attraente quanto più temibile; e chiamiamo volentieri sublimi questi oggetti, perchè elevano la forza dell'anima al di sopra della sua abituale mediocrità e fanno scoprire in noi un potere di resistere di tutt'altra specie, che ci incoraggia a poterci misurare con l'apparente onnipotenza della natura." 
 (I. Kant, Critica del giudizio)

foto di Indio e Maurizio Lofiego 
 


L'amico Maurizio mi aveva tempo fa proposto un trekking di due giorni che avesse come meta la Manfriana e una via dal versante est di Serra delle Ciavole. Non me lo son fatto ripetere due volte, il "backpacking" è la forma di escursionismo che preferisco di più, anche se quella più impegnativa e faticosa. Il peso dello zaino è allo stesso tempo una sicurezza e una "tribolazione": sicurezza perchè permette di girovagare in piena libertà e autosufficienza senza preoccuparsi di tornare a casa avendo orari da rispettare; una "tribolazone", perchè su itinerari impegnativi rende ovviamente l'ascesa più faticosa di quanto non sia nelle consuete escursioni giornaliere. Ero già stato sulla "Cresta dell'Infinito" in solitaria due anni fa in un trekking di due giorni e avevo potuto apprezzare alcuni tra gli ambienti più wilderness del Pollino. Il secondo giorno però ero tornato per la Rueping, passando per Pietra Castello, Iannace e tornando a piedi fino a casa. Il giro ideato da Maurizio comprendeva un secondo giorno molto più impegnativo, con la scalata di un settore del versante est di Serra delle Ciavole, tra i più selvaggi e impervi - e quindi più sublimi - del Massiccio Pollino. 

Primo giorno 
Dopo essere arrivati a Iannace, ci dirigiamo verso le Mandre del Tarantino, ammirando i bei laghetti di questa zona, con le numerose foglie cadute che vi galleggiano e le alghe. 



Arrivati ai Piani decidiamo di scalare il Dolcedorme dal versante nord, da Passo delle Ciavole. I Piani di Pollino sono di un verde brillante, mentre la faggeta sta già assumendo il suo aspetto invernale. Su alcuni faggi ancora persistono i colori accesi delle foglie d'autunno, che colorano il paesaggio. Arriviamo sulla cima direttamente dai pendii del versante esposto a nord. D'inverno qui fa particolarmente freddo e l'abbondante neve vi si trova spesso compatta e giacciata. Adesso proseguiremo scendendo dalla cresta est fino al Passo del Vascello. La nebbia si alza dalle valli incontra la barriera montuosa e sale fino alla linea di cresta, non riuscendo però ad oltrepassarla, anche a causa del vento. Sul Dolcedorme si trova spesso la nebbia, anche in condizioni di tempo  stabile e soleggiato. 




Poi cominciamo ad ascendere lungo la cresta della Manfriana. La presenza del pino loricato si fa sempre più rada man mano che saliamo, anche se con monumentali esemplari, contorti  dalla forza degli elementi. Il terreno è accidentato, spesso bisogna arrampicarsi o saltare da un masso all'altro; in alcuni punti sono evidenti le stratificazioni calcaree a forma di "mattoncino". La nebbia si è fatta più insistente via via che abbiamo proseguito nell'escursione. Finalmente si staglia davanti a noi la vetta della Manfriana: per arrivarci abbandoniamo la cresta e ci buttiamo nel bosco, per giungere alla bella valletta ai suoi piedi, in modo da accorciare e risparmiare tempo. La cresta dell'Infinito ha una denominazione quanto mai appropriata, visto il tempo che ci vuole a percorrerla. Arrivando alla cima possiamo ammirare i bei massi scolpiti che ancora rappresentato un mistero archeologico. Si pensa che siano stati i greci a scolpirli e poi ad abbandonarli sulla vetta.








Si approssima il tramonto e ad un certo punto, mentre fotografo lo spettacolo della nebbia,  la mia macchina fotografica si inceppa senza che riesca a sbloccarla. Capisco a malincuore che probabilmente domani non potrò fotografare nulla... Entro le sei e mezza dobbiamo trovare un'area adatta a montare le tende e il primo posto utile che ricordo si trova in una zona di  Timpa del Principe.  Sui tratti di cresta affilata non è possibile montare alcunchè. Arriviamo in tempo al posto prestabilito, un cocuzzolo in piano contornato da giovani faggi. L'erba è alta e soffice, non sarà necessario gonfiare il materassino. Con il fornello a gas ci prepariamo un risotto alla milanese e per secondo non poteva mancare una bella soppressata autoprodotta accompagnata con delle piadine realizzate per lo scopo da mia madre (sono più leggere e meno ingombranti del pane). Dalla linea di cresta possiamo ammirare le luci di Castrovillari, che sta proprio sotto di noi. Andiamo a dormire presto, domattina dobbiamo alzarci alle sei perchè ci aspetta una giornata ancora più impegnativa... 






Secondo Giorno 
  
Verso le quattro di mattina comincia a soffiare il vento, che scuote la tenda. Fa freddo, c'è molta umidità, la temperatura interna della tenda è di otto gradi. Metto le cose a posto e comincio a smontare la tenda ancor prima che il sole abbia iniziato ad alzarsi. Dopo una veloce colazione ci dirigiamo verso la cima di Timpa del Principe, poi scendiamo dal sentiero che porta a Piano di Ratto per prendere la strada della Fagosa. Qui l'acqua è abbondante e ciò è un problema in meno, perchè altrimenti il carico d'acqua per il giorno successivo avrebbe aggiunto altro peso a quello già  notevole dello zaino. Il prossimo obiettivo è il sentiero per Piano di Fossa. Da lì dovremo puntare verso il settore che ci interessa delle pareti est di  Serra delle Ciavole, per ascendere alla cima. Non sarà un'mpresa facile, stimiamo di arrivare alla base delle pareti non prima dell'una. Lungo la strada che attraversa l'estesa (e un po' monotona) faggeta, osserviamo le impronte sul fango di un animale: mi sembrano proprio quelle del gatto selvatico (perchè non si vedono le unghia, perchè son troppo grosse per essere di gatto domestico, perchè in queste zone non esistono gatti domestici). 



Arrivati alla strada per Piano di Fossa, troviamo una pista forestale in evidente stato di abbandono, non segnata neppure sulle cartine, che va verso la direzione che interessa a noi e che ho anche calcolato con la bussola. La pista poi si perde in un tratto di faggeta davvero spettacolare, dove si respira il senso di quela wilderness che ancora al giorno d'oggi il Pollino sa regalarci. Troviamo un'area popolata da numerose piantine di geranio di San Roberto e non  mi era mai capitato di vederne così tante concentrate in una stessa area. 





Procedendo faticosamente lungo i ripidi pendii della faggeta giungiamo finalmente alla base del versante est, nei pressi di un tratto di faggeta devastato da una slavina. Le alte pareti a picco ci sovrastano, con pini loricati irraggiungibili, canaloni di pietre e dirupi spaventosi. Una visione che ricorda il "sublime" di kantiana memoria, una bellezza tanto più attraente quanto più respinge, ma che evoca anche la forza dell'individuo che vuole confrontarsi con la natura e mettere alla prova se stesso e i propri limiti. Intanto ci accorgiamo che la nebbia calando ha avvolto la sommità della montagna; vogliamo sperare che non si infittisca rendendo più difficile la visuale della strada da seguire. Ci tocca adesso costeggiare le impraticabili pareti di roccia, ora attraversando le enormi pietraie, ora dei tratti di faggeta, fino a trovare (se ci riusciamo) l'imbocco prescelto alla via (alpinistica, anche se non tecnicamente difficile) che ci consentirà di arrivare in cima. Il tempo corre e dobbiamo muoverci, entro le sei dobbiamo arrivare a destinazione. Perlustriamo la base degli aspri e a volte lisci costoni rocciosi fino a che incontriamo finalmente una zona praticabile per arrampicare, un lungo canalone che sempra portare in alto, verso gli scoscesi ma sicuri pendii erbosi.





 Ci troviamo così ad arrampicare su un ripido canalino eroso dalle acque. 
 Il problema qui non è la pendenza ma il fatto che il terreno cede facilmente sotto i piedi. Bisogna considerare inoltre che abbiamo sulle spalle oltre agli zaini pesanti anche la Cresta dell'Infinito percorsa ieri, condizioni non proprio ideali per intraprendere una scalata del genere.  Maurizio sta dietro di me e devo stare attento a non far cadere le pietre; sono obbligato anche a tastare ogni masso che ho deciso di usare come appiglio. Qualche pietra inevitabilmente scivola e cade, non posso farci niente, ma fortunatamente senza nessun danno per il mio compagno di escursione, che pensa bene ad un certo punto di ripararsi dietro una roccia aspettando che io raggiunga finalmente la sommità. Sbuchiamo così in alto e capiamo che ci aspetta un altro passaggio delicato su roccia, di traverso, parecchio esposto. 




Va avanti Maurizio e passa. Lo seguo stando attento a non scivolare. I rami di alcuni contorti pini loricati sono d'aiuto, mi tengo ad essi e supero il punto più critico del passaggio. Ora la via pare più tranquilla e la roccia finalmente più compatta e solida, ma bisogna sempre stare attenti a dove si mettono i piedi, perchè ci sono pur sempre dei tratti da affrontare arrampicando. Superiamo dei piloni di roccia, tenendoci ai rametti della macchie di ginepro che li avvolgono e ai ciuffi d'erba. Persino l'erba in tali condizioni dà una certa sicurezza. Notiamo finalmente i ripidi pendii erbosi che ci condurranno verso la cresta sommitale di Serra delle Ciavole. Un pino loricato monumentale e probabilmente ultrasecolare domina la scena. Ancora c'è molto da salire e la pendenza è notevole. Costeggiamo le pareti rocciose di destra e poi ci troviamo un accumulo di massi giganteschi: notiamo anche una piccola grotta formatasi dalla sovrapposizione dei blocchi della frana. La cresta è vicina, da lontano si nota il bastone che indica la cima.







Sono le cinque di pomeriggio e dopo una faticaccia del genere, tornare dalla cima al Santuario ci sembra adesso, nonostante la stanchezza, poco più che una passeggiata.