lunedì 2 dicembre 2019

Diario - 1 dicembre 2019

Ascesa all'Eremo di San Saba


Prologo


Non sarà facile scalare la “piramide” di argilla e pietre, dal versante che guarda verso il fiume le pareti sono ripide e scivolose, senza alcun tipo di appiglio. Siamo curiosi di esplorare la sommità e vedere se magari ci sono i resti dell’antico eremo. Siamo pessimisti, ma tentar non nuoce. Dal crinale nord-est del pinnacolo notiamo degli alberetti che ci permetterebbero di arrampicarci fino in cima. Decidiamo di provare. Ci sono una trentina metri di pendio, con tratti quasi verticali. Con prudenza e molto attenti a dove mettiamo i piedi, aggrappandoci alle radici e ai rami di piccoli ornielli, roverelle e ginestre, ci portiamo appena sotto la sommità della rupe, nei pressi di un boschetto di lecci e lentisco. Ad un certo punto sento esclamare Maurizio,  è davanti a me, mi chiama, è emozionato. Ha trovato qualcosa!  Mi avvicino e mi appare una struttura in blocchi litici con un architrave sommitale. E’ l’entrata di una probabile celletta, tappata in gran parte dalla terra, ma si notano perfettamente l’architrave e i muretti di pietra, perfettamente squadrati. Una struttura antropica sicuramente antichissima e caduta da secoli nell’oblio…





Nelle ultime esplorazioni nei calanchi del Sinni, io ( Saverio De Marco) e Maurizio Lofiego, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione Gruppo Lupi San Severino Lucano, avevamo raccolto informazioni sull’Eremo di San Saba, che sulla base delle testimonianze storiche doveva essere situato in cima all’isolotto piramidale nei pressi del Sinni, chiamato anche “Dorso d’Elefante” in gergo geologico. Le informazioni sugli eremi di questa zona ci disorientavano: lo stesso Braschi, nostro Presidente onorario e guida storica del Parco, ci aveva indicato la presenza di una grotta di sua conoscenza, nota per essere stata usata come romitorio dal Beato Giovanni da Caramola, che è situata a nord del pinnacolo piramidale. Tentiamo di trovarla seguendo le sue indicazioni ma non ci riusciamo. 
In un altro articolo del 2017 a cura dell’archeologo  Valentino Vitale ecco cosa si legge: “L’eremo di San Saba doveva essere situato pertanto sulla riva sinistra del fiume Sinni, nella località che il catasto denomina Cella dell’eremita, attualmente in agro di Fardella.
Oggi è possibile vedere dalla S.S. Sinnica un isolotto piramidale nel letto del fiume che fino al 1660 doveva essere attaccato alla terraferma, tanto che Gregorio De Lauro nei capitoli III e IV della Vita del Beato Giovanni lo descrive come una penisola. Giovanni si stabilì in quest’eremo nel pianoro a settentrione dell’isolotto dove ancora oggi esistono un pozzo d’acqua e una piccola grotta scavata nella roccia” (https://associazionexerospotamos.wordpress.com/eremo-del-beato-giovanni/)
 Altre informazioni  reperite in rete indicavano la cima della “piramide” come sito dell’Eremo di San Saba. Ecco cosa ci aveva detto Alberto Viceconte di Episcopia, conoscitore di storia locale: “quell'enorme scoglio che hai fotografato e hai commentato come "cima inviolata" in realtà inviolata non è perché fu il rifugio e l'eremo del Santo monaco italo greco Saba il Giovane che ne abitò la sommità ben 1067 anni fa. In seguito questa imponente struttura prese proprio il nome di "Eremo di San Saba" e venne abitata dal Beato Giovanni da Caramola nel XIV sec. e dal monaco Pietro Cafaro di Episcopia nel secolo successivo.” Secondo la  testimonianza di un  “anonimo trecentesco” raccolta in un libro presente anche  online sul Beato Giovanni da Caramola si parla appunto di un eremo in cima alla rupe e delle difficoltà di accesso allo stesso: “questo eremo si trova nel territorio di Chiaromonte, su un'altissima rupe, sito inaccessibile per natura e impervio, con possibilità di accesso da un solo lato; e anche questo, sia per l'altezza a cui arriva, sia per la difficoltà del cammino, unico praticabile perché gli altri non hanno uscita, è pericolosissimo anche oggi dopo che è stata praticata un'apertura nella roccia e dopo che, ai nostri giorni, è stato aperto un adito; e ci si arrampica con le scale”. (http://www.lucania.one/caramola/index.htm). Su un altro sito si fa riferimento alla Cella dell’Eremita e all’isolotto piramidale, ma si riporta la documentazione fotografica della grotta già conosciuta e di un pozzo, in una zona facilmente accessibile e attribuita appunto alla frequentazione del Beato Giovanni da Caramola (vedi foto della grotta a questo link https://www.visitfardella.it/leremo-di-san-saba-e-il-beato-giovanni-da-caramola/). Arrivati in cima all’isolotto chiamiamo al telefono Giorgio Braschi per comunicargli il ritrovamento, mentre al ritorno dell’escursione parliamo con il nostro amico archeologo  Vincenzo Tedesco, membro del direttivo del Gruppo Lupi,  a cui facciamo vedere le foto dei ritrovamenti (e che ringraziamo per la consulenza archeologica fornita per la redazione di questo articolo).
Dalla documentazione in nostro possesso  non risulta, tramite foto online  e articoli scientifici,  che sulla cima della “piramide”  fosse stata trovata una qualche tipo di struttura che comprovasse l’esistenza del romitorio, anche se, come già detto, le testimonianze storiche nonché le “voci di popolo” , parlano della sommità della rupe come del sito dell’Eremo di San Saba.
Oltre alla celletta di pietra, sulla sommità scoperta della rupe esistono i ruderi di un’antica struttura quadrangolare di modeste dimensioni: è possibile notare le fondamenta, con le pietre allineate. Le strutture murarie sono realizzate in blocchi litici sommariamente sbozzati, messi in opera senza alcun legante (anche se le porzioni apprezzabili sono assai limitate ). In associazione a tali evidenze è stato possibile osservare sul terreno la presenza di tegole frammentarie. Inoltre, tutt'intorno, nei pressi del boschetto di leccio,  si riconosco ancora ulteriori blocchi sbozzati, forse riferibili al crollo parziale degli elevati della struttura. Abbiamo notato anche la presenza di un ulivo, con relativi frutti. Il ritrovamento è stato documentato con foto e video: non sappiamo a che epoca risalgono le ultime frequentazioni del sito, né se qualcuno sia stato quassù prima di noi in tempi più recenti, ci siamo limitati a documentare e descrivere quanto visto. Il paesaggio che si gode dalla “piramide” è spettacolare e il luogo emana davvero un senso di elevazione spirituale e di comunanza con il creato. Immaginiamo che anche questi dovevano essere i sentimenti di quegli antichi monaci eremiti che si spingevano in questi luoghi isolati per pregare e meditare. Era un luogo sacro… Non spostiamo e non prendiamo nulla di quel che abbiamo visto e cerchiamo di lasciare meno tracce possibili. Ci godiamo il paesaggio, mangiamo qualcosa sotto il sole che illumina la cima e poi ci prepariamo a tornare giù. In discesa è d’obbligo la corda, il terreno è scivoloso, si rischierebbe di cadere e di farsi male seriamente. Sistemiamo la corda in doppia e affrontiamo il ripido pendio, in tutto saranno una trentina di metri fino alla base della piramide… Quella di oggi è stata una bella scoperta (o meglio “riscoperta”): per noi di sicuro è una giornata indimenticabile che ci ha catapultati nei secoli passati, in un’epoca in cui le nostre montagne e vallate erano rifugi che nutrivano l’anima degli antichi monaci eremiti…

Saverio De Marco e Maurizio Lofiego
(rispettivamente Presidente  e Segretario del Gruppo Lupi San Severino Lucano)


VIDEO



FOTO


















giovedì 28 novembre 2019

Diario - 26 novembre 2019

                                          Nei Calanchi del Sinni (Serra Cerrosa)



'“Ogni cosa si muoveva fluttuando nel cuore del canyon. I raggi del sole e le farfalle fluttuavano avanti e indietro tra gli alberi. Il ronzio delle api e il mormorio del torrente erano un fluttuare di suoni. E il fluttuare dei suoni e il fluttuare dei colori parevano intrecciarsi insieme per creare una trama impalpabile che non era lo spirito del luogo. Era lo spirito di una pace che non era quella della morte, ma di una vita dal pulsare lieve, di una calma che non era silenzio, di un movimento che era azione, di una serenità palpitante di energia, senza la violenza della lotta e della fatica. Lo spirito del luogo era lo spirito della pace dei vivi reso sonnolento dal placido benessere della prosperità, e non disturbato da voci di guerre lontane”.

(Jack London, "Il canyon tutto d'oro")



E' da quando ero studente e dalla Sinnica osservavo il paesaggio a ridosso del fiume, che sarei voluto andare a curiosare tra i calanchi che sovrastano il tratto del Sinni compreso tra Francavilla ad Episcopia. Questa zona è l'esempio di come i luoghi selvaggi non debbano per forza di cose essere lontani da case e strade trafficate. Ambienti selvaggi dove non va mai nessuno ci sono anche a poca distanza da una strada a scorrimento veloce. Doveva essere una mattinata di birdwatching per osservare gli uccelli acquatici, è finita come un'escursione esplorativa nei calanchi del Sinni. Attraversiamo il fiume con gli stivali e facciamo un po' di foto ad aironi e cormorani. Sono animali estremamente diffidenti, appena ti vedono si allontanano. Lasciamo gli stivali per poi riprenderli al ritorno. In un punto non si può proseguire lungo la riva destra, per chè le pareti sono a strapiombo sul fiume, per cui le aggiriamo arrampicandoci sopra i calanchi. La piana alluvionale inganna, le distanze son lunghe, mentre le mete sembrano vicine. L'ambiente è quello tipico della vegetazione ripariale, unito alla macchia mediterranea delle colline argillose che sovrastano il fiume: pioppi neri, elicriso, macchie di lentisco, corbezzoli, lecci, roverelle, canneti. Incontriamo anche fatte e impronte di cervo. Ridiscesi alla riva del fiume lungo la scarpata ci dirigiamo verso la nostra meta, una specie di canyon che crea una spaccatura tra i calanchi. L'ambiente ricorda quello visto in tanti fumetti e film western... potrebbe essere il Rio Bravo, nel Texas... Procediamo lungo un canale mentre la vegetazione comincia ad infittirsi: l'ambiente qui è insidioso. Possiamo osservare le particolari formazioni geologiche di questa zona: massi e pietre levigate (trasportati quindi dalle acque) sono incastrati nella matrice argillosa che forma i calanchi. Si incontrano, a terra, anche conglomerati di roccia dura, la cui matrice tiene unita frammenti (clasti) di varie dimensioni. E poi stratificazioni di argille dal verdastro al bordeaux, forse metamorfosate e le particolari "pieghe" degli strati sedimentari, dovute ai movimenti tettonici. Un ambiente unico, la cui unica nota stonata è il costante rumore delle macchine che sfrecciano a qualche chilometro da noi. Continuiamo a salire lungo un fossato, ma per arrivare alla spaccatura dobbiamo superare un groviglio di rovi. Ci aiutiamo con i nostri coltellini a serramanico e ci apriamo la strada fino in alto."Il canyon del diablo", questo è il primo nome fantasioso che mi è venuto in mente. Questo è il luogo più spettacolare. Un masso è rimasto incastrato sopra di noi, tra le pareti della forra. Tornati giù ci dirigiamo verso quello che abbiamo chiamato "L'Anfiteatro", con alte pareti a picco verticali. Sulla destra si notano particolari formazioni erosive, una delle quali ricorda il profilo di un fungo. E' il tramonto e dobbiamo tornare alla macchina. Bisogna guadagnare la riva destra del fiume, perchè dobbiamo aggirare il tratto dove il fiume costeggia le pareti. Il metodo non può essere che uno: levarsi le scarpe e legarle a tracolla. Ripetiamo l'attraversamento del fiume un'altra volta, infatti, per andare a recuperare gli stivali dobbiamo tornare sulla riva sinistra; e così facciamo mentre cala il crepuscolo, recuperiamo gli stivali, li indossiamo e torniamo alla macchina dopo avere attraversato un sottopasso...
Foto by Indio e Maurizio Lofiego


























M. Lofiego


M. Lofiego


M. Lofiego


M. Lofiego

M. Lofiego

M. Lofiego

M. Lofiego
M. Lofiego



sabato 26 ottobre 2019

Diario 25/10/2019

Ritorno al Cacch’v



Con l' amico Quirino, già membro del Soccorso Alpino e guida ufficiale del Parco e Maurizio, abbiamo programmato in questi giorni un'escursione al Cacch’v la mitica grotta nota alla comunità dell’Alta Valle del Frido di cui mi parlavano e di cui parlano ancora pastori, cacciatori, contadini. Siamo così partiti per rifare la discesa integrale in corda doppia già compiuta nel marzo 2017 da me e  Maurizio Lofiego. Già verso il 2010, ascoltando appunto i racconti degli anziani del posto, mi misi alla ricerca di questa grotta. Nel 2014, basandomi sulle indicazioni di ex pastori e cacciatori del mio paese, come mio padre,   riuscii in solitaria ad esplorare l’ingresso da sotto, salendo con difficoltà un ripido canalone. Il 14 giugno con Maurizio Lofiego, attrezzati di corda, riuscimmo ad entrare nella grotta. Ci restava da esplorare l’ingresso superiore. Le indicazioni di un vicino di casa parlavano di un sentiero che un tempo veniva percorso con le capre, che passava proprio sull’ingresso sommitale. Ricordo che il Cacch’v ha una forma cilindrica, con due ingressi, uno dall’alto e uno dal basso a forma di porta (come si vede dalle foto). Riuscimmo a scoprire così l’imbocco di quel che restava del sentiero che costeggia alte pareti rocciose, oggi percorso solo da cervi e cinghiali. Una volta scoperto questo spettacolare imbuto sommitale, ci balzò così in mente subito di calarci nel Cacch’v per percorrerlo nella sua interezza, scendendo in doppia con una corda di 60 metri e una più piccola per le calate minori. In totale oltre alla calata principale di 30 metri con una quindicina nel vuoto, ce ne vogliono almeno altre due per scendere e guadagnare i sentieri che riportano alla civiltà. E’ un misto di speleologia, alpinismo e trekking in una delle zone più selvagge del Massiccio. Nulla di difficile, ma si perde tempo nelle varie manovre e comunque bisogna stare attenti per l'asprezza di queste zone rocciose. Portiamo la meraviglia del Cacch’v a tutta la comunità locale, con foto e video, ma molto gelosi di questo luogo di cui non diamo le indicazioni precise, proprio per preservarne l’integrità e lasciare alle nuove generazioni il gusto dell’avventura esplorativa, così come l’abbiamo vissuta noi. Quindi, nessuna intenzione di “valorizzazione” turistica, ma solo di tutela, anche per l’asperità di questi luoghi impervi che consentono l’accesso solo ad escursionisti preparati e motivati. Siamo ben consapevoli però che la conoscenza di questi "luoghi dell’identità e della memoria" è doverosa per il rispetto che dobbiamo alle generazioni passate di giovani che ne erano attratti (in fondo perché li amavano), per vivervi avventure indimenticabili… 

Saverio "Indio" De Marco












Ritorno al Cacch'v - Video