giovedì 20 settembre 2018

I loricati delle Gole della Scaletta

La bella colonia di pini loricati nelle Gole della Scaletta del Frido, visti da vicino.
Foto by Indio










domenica 22 luglio 2018

Buprestis splendends, il gioiello vivente

 Video 
(da https://www.youtube.com/watch?v=S6WLalSDb3k)



Sto accompagnando un gruppetto di turisti tra i pini loricati, è l'una e il sole picchia forte, quando negli interstizi del tronco di un pino secco vedo spuntare un insetto. Capisco subito che si tratta di un coleottero. Il mio sguardo curioso si ferma subito su quel piccolo essere: è di un verde brillante, dai riflessi d'oro, mi avvicino e noto che come una specie di pietra preziosa l'insetto riflette anche altri colori, dal giallo all'azzurro al rosso, come se l'arcobaleno risplendesse sul dorso di questa creatura. Il mio pensiero va subito al Buprestis splendends, che in Italia vive solo sul pino loricato, uno dei coleotteri più rari d'Europa. Il buprestide non sta fermo, ogni tanto entra nelle cavità del legno, poi esce fuori e poi rientra, non dandomi la possibilità di metterlo bene a fuoco e di fare delle foto  decenti. Così decido di immortalarlo in un video. Anche i tre ragazzi che accompagno, venuti da lontano proprio per ammirare i pini loricati del Pollino, sono meravigliati dalla bellezza di quest'insetto. Gli dico che forse oggi siamo stati fortunati, perché abbiamo incontrato un insetto che si incontra raramente. E infetti una rapida ricerca sullo smartphone mi conferma che dovrebbe trattarsi proprio del Buprestis splendends. Un vero e proprio "smeraldo vivente", un tesoro di biodiversità che ancora una volta conferma l'importanza di tutelare gli ambienti forestali del Pollino. E anche in quest'occasione non posso che ricordare un caro amico entomologo che mi parlava di questa meraviglia naturale e che io non avevo ancora avuto la fortuna di ammirare...

Nota: ecco come commenta Franco Tassi: 
"Bellissima ripresa, bravo Saverio, è con tutta evidenza una femmina che sta cercando sul tronco i punti adatti dove deporre le uova. Per tutto il resto del tempo, questo Buprestide vive, come altri, sulle cime degli alberi (canopy= il tetto della foresta). Anche per questo è molto difficile da individuare, e la sua scoperta arricchì il Pollino di una straordinaria specie, protetta a livello europeo. Si tratta di un relitto terziario che per il suo valore biogeografico (vive in antiche pinete, isole relitte, dalla foresta di Bialowicza in Polonia al Massiccio del Pindo in Grecia), noi avevamo eletto a simbolo del progetto Biodiversità."
Informazioni sul Buprestide splendente a questo link: https://www.vglobale.it/2009/01/10/bupreste-splendente/





foto fatta da uno dei ragazzi che accompagnavo



by Indio



















domenica 10 giugno 2018

Diario - 6-7 giugno 2018

Verso la selvaggia Montea 

Itinerario: Passo dello Scalone, Monte Cannitiello, Rifugio Belvedere, Monte La Caccia, Montea dal crinle sud-ovest, Montea cresta sud-est, Passo dello Scalone


 "Le parole di Tom mettevano a nudo il cuore e i pensieri degli alberi, che erano spesso cupi e bizzarri, pieni di odio per tutto ciò che cammina liberamente sulla terra e che rode, morde, strappa, rompe, sega e brucia: distruttori e usurpatori. Non a caso veniva chiamata Vecchia Foresta, poiché era estremamente antica, l’ultima superstite di immensi boschi dimenticati. In essa vivevano ancora, invecchiando insieme alle brulle colline, i padri dei padri degli alberi, memori dei tempi in cui erano ancora loro i signori. Gli innumerevoli anni li avevan riempiti di orgoglio, di profonda saggezza, ma anche di malizia."
(J. R. Tolkien, La Compagnia dell'Anello)



Primo giorno

Quando si parla di Parco Nazionale del Pollino ci si riferisce in realtà a tanti parchi, ovvero a gruppi montuosi anche molto distanti tra di essi. Si può conoscere bene una valle o un insieme di valli o un massiccio montuoso se lo si frequenta spesso. Ma conoscere il Parco del Pollino come le proprie tasche risulta un’impresa titanica, data la grande varietà di ambienti compresi in questa immensa area protetta. Da guide ed escursionisti navigati conoscevamo poco o niente i cosiddetti “Monti di Orsomarso” e da tempo con Maurizio avevamo programmato un’escursione di due giorni nell’area più a sud del Parco, ovvero quella che comprende monti come il Cannitiello, Monte La Caccia e Montea. Sapevamo che andavamo a compiere un’escursione in luoghi selvaggi e impervi, per noi ancora da scoprire.
Partiamo da Passo dello Scalone, non molto distanti da Sant’Agata d’Esaro. Un cane randagio gironzola presso l’imbocco del sentiero. Ha una grossa zecca sul muso e pare affamato. Gli do una delle piadine che fanno parte dei viveri che abbiamo portato in vista di due giorni di intensa escursione. Prendiamo una sterrata e i segni dell’uomo, presenti con dei rimboschimenti di pino nero attraversati in qualche tratto dai segni di un passato incendio, scompaiono e inizia la faggeta vera e propria, con alberi monumentali di faggio.


 Ciò che si nota subito di queste foreste è che sono caratterizzate da pendii ripidi e valloni molto affossati. La segnaletica dei sentieri è precaria e le deboli tracce di tanto in tanto scompaiono per riapparire più avanti. Ma è in realtà è un bene che esistano posti del genere, impervi e ancora non addomesticati dal turismo. Una montagna che mette subito in difficoltà ma che regala intensi momenti di avventura. Ma pur amando l’avventura, dato che abbiamo in programma la scalata di due cime dobbiamo, per non perdere tempo, aiutarci anche con il gps; anche perchè non conoscendo queste montagne sarebbe alquanto difficile procedere e del resto... cartine dettagliate dei monti di Orsomarso non ce ne sono!

 Procediamo lungo i ripidi pendii boscosi ascoltando i versi dei picchi: si nota il picchio rosso mezzano e il picchio verde… sono loro i padroni di casa di questa silenziosa foresta. Sbuchiamo infine sulla cresta del Cannitiello. La nebbia sulle montagne e i primi pini loricati si mostrano a noi come apparizioni quasi fantastiche. Non possiamo purtroppo ammirare il panorama dalle creste. Notiamo il verde intenso dell’erba alta e l’umidità che caratterizza la zona, nonché le belle fioriture. I pini loricati sono bagnati, sembrano carbonizzati per quanto sono scuri e passando sotto di essi sentiamo sulla testa le gocce che cadono dagli aghi. 



Speriamo che la nebbia se ne vada, ma è la stessa nebbia però a creare delle immagini suggestive. Le cose si mostrano anche nella loro assenza, si può dire. Le silhouette dei faggi monumentali, spesso secchi ma ancora in piedi, compaiono come fantasmi. 



Aggiriamo la cima del Cannitiello attraversando di tanto in tanto la faggeta, poi ci portiamo su una cresta popolata da esemplari monumentali di pino loricato, abbarbicati sulle rocce a strapiombo. Compare anche la cima del Cannitiello e i suoi dirupi spaventosi, avvolti dalla nebbia che va e viene. Poi ci portiamo su un cocuzzolo roccioso sotto cui vi è un altro profondo dirupo… e poi ecco il “miracolo”: la nebbia si dirada e compare, di fronte a noi, la maestosità selvaggia della Montea, in tutta la sua bellezza . Boschi estesi, pinnacoli di roccia, creste aguzze, canaloni spaventosi e pini aggrappati alla roccia o distesi a terra a formare un cimitero di scheletri bianchi.  Forse questo è il momento più emozionante del trekking. Di fronte a noi abbiamo una manifestazione di quel sublime di kantiana memoria, una bellezza che attrae e respinge allo stesso tempo; che quasi terrorizza al momento ma che poi la razionalità cerca di “conquistare”, programmando le tappe dell’escursione e il percorso per arrivare alla cima. 



Proseguiamo lungo il crinale e notiamo la presenza di monumentali pini loricati, o vivi e vegeti  o secchi, ancora in piedi o abbattuti, che resteranno a terra ancora per decenni e decenni prima di marcire. 




Superata la cresta notiamo che siamo arrivati alla chiesetta Santa Croce e al Rifugio Belvedere. Di fronte a noi le alte e selvagge pareti di Monte La Caccia sono avvolte dalla nebbia. Andiamo al Rifugio che apprendiamo essere gestito dall’ associazione Amici della Montagna di Belvedere Marittimo. Per usufruire del rifugio bisogna chiedere autorizzazione all’associazione, che chiamiamo e che gentilmente si mostra subito disponibile. Il rifugio è ben gestito e ordinato ed ha tutti i comfort, compresa la luce elettrica. Bella la cappelletta antica di Santa Croce, ma ciò che stona è la grande e brutta croce di ferro innalzata davanti alla chiesetta, illuminata di notte!



Posata la roba al rifugio ci avviamo verso la cima di Monte La Caccia seguendo una debole traccia di sentiero. La nebbia intanto rimane a valle e si forma il caratteristico mare di nubi che se si è fortunati si può ammirare in alcune giornate dalle cime. Si intravede anche il mare, che in linea d’aria è davvero a cinque o sei chilometri di distanza! Lontane in mezzo al mare, notiamo ad occhio nudo delle barche. “Noi vi stiamo vedendo, voi non potreste mai vederci” è ciò che noto. Ecco quindi quelli che per me sono diventati subito i pini loricati del mare, con le loro silhouette che si rispecchiano nell’azzurro della “parte acquea del mondo”. 


Monte La Caccia si rivelerà una montagna che ci  meraviglierà per la bellezza dei suoi paesaggi  e lo sfondo del mare, per i suoi pini loricati dalle forme contorte, i versanti dirupati e i faggi monumentali e fiabeschi che la caratterizzano in certi tratti. Il sole sta calando e la luce rossastra del sole comincia a rispecchiarsi nel Mar Tirreno, mentre un altro mare, quello di nubi, si estende sotto di noi da ovest a est, ricoprendo foreste e valli. Le montagne del Pollino sono lontanissime, anche se riusciamo a distinguerne qualcuna. La Montea, la grande regina che affronteremo domani,  si erge maestosa alla luce del tramonto, coi suoi pinnacoli di roccia e la foresta che l’ammanta. Dopo una pausa e le foto di rito ci affrettiamo a tornare al rifugio. Scalare questa montagna non è stato uno scherzo. Arrivati al rifugio è già buio e il mare è illuminato dalle luci dei pescherecci. Domattina dovremo svegliarci presto. Ci attende un’altra dura scarpinata.







Secondo giorno
  
Lasciato il rifugio ci dirigiamo verso la Montea. Il crinale da scalare è quello sud-est. Attraversamo dei boschi misti dove di tanto in tanto si nota la presenza di qualche pino loricato monumentale. Ne notiamo uno in particolare, veramente imponente. 

Si scende un po’, si superano in diagonale dei pendii scoscesi e poi si arriva all’imbocco del percorso per il versante sud-ovest della Montea, nei pressi di alcune ruote dell’antica teleferica. I pendii boscosi si fanno molto ripidi. Si sale piano, appesantiti dai grandi zaini. Il pendio si fa poi più scoperto, dominato da grandi pini loricati, spesso contorti . Non c’è un sentiero, ma solo qualche segnale che indica la direzione su cui mantenersi.



Arrivati sopra siamo al cospetto di un anfiteatro di pareti e pini loricati. Aggiriamo pinnacoli e crestine ripide fino a ritrovarci sotto la cima della Montea. Intanto il Monte La Caccia mostra anche l’altro versante, che non avevamo ancora visto: dirupi impressionanti  cadono a picco sulle valli sottostanti, mentre lo sfondo è dominato dal mare, tanto da indurmi a fantasticare su quella che sembra un’isola montagnosa in un’oceano sperduto…
Aggiriamo poi una crestina ripida per portarci sotto la cima e giungervi dopo un po’. Ci riposiamo e rifocilliamo ammirando i bei panorami. Di fronte a noi altre montagne selvagge, estese faggete, pianori, ripidi canaloni e dirupi rocciosi. La forma arrotondata del monte La Mula promette altre suggestioni wilderness; più lontano si nota anche Cozzo del Pellegrino. E poi paesi e valli lontane, e cime vicino alla costa del Mar Tirreno, che domina l’orizzonte ad ovest.





 Si riparte. Adesso ci tocca aggirare grandi pinnacoli di roccia seguendo uno stretto sentiero che si inerpica lungo i crinali rocciosi e aggira ogni tanto gli spuntoni rocciosi, popolati da colonie rade di piccoli e contorti pini loricati, e si affaccia su alcuni ripidi canaloni che si scendono sul versante nord della montagna; i boschetti di pini loricati giovani sono più frequenti, ma incontriamo anche esemplari monumentali dalle forme contorte. 




Il terreno è accidentato, ci sono tratti di pietrisco e ci si aiuta con i bastoni. I piedi cominciano a fare male, ma la discesa è ancora lunga. Le pendenze non accennano a diminuire, nemmeno adesso che il sentiero aggira serpeggiando la ripida crestina nei tratti boscosi. Arrivati giù aumenta la copertura boschiva. I pini loricati qui convivono addirittura con il leccio. Ci sorprende la varietà della vegetazione: attraversiamo prima una zona dominata dagli ontani e poi un bosco fitto di leccio i cui pendii ripidi ci mettono a dura prova.




Il sentiero è scomparso, esiste solo nella mappa del gps. Si procede seguendo una traccia virtuale, ma è quella che ci condurrà verso la macchina. Anche le tecnologie avanzate soccombono di fronte alla potenza di questa natura che a volte sembra  quasi ostile. La discesa è snervante, sembra di essere intrappolati in una giungla da cui è impossibile uscire. Queste montagne mettono a dura prova anche l’escursionista più esperto. Ciò che appartiene al sublime non è solo bellezza, calma e gioia: è anche fatica, spaesamento e irritazione. Ma è una fortuna che in Italia esistano luoghi dove si possa provare ancora il senso dell’avventura; dove sperimentare quella possibilità di perdersi nella foresta, che allo stesso tempo provoca repulsione ed attrazione. Superato il fitto bosco di leccio ci ritroviamo nella faggeta, lungo un crinale, e ci sorprendono gli esemplari monumentali di faggio con le grandi radici scoperte che incontriamo lungo il percorso. Poi prendiamo una traccia che ci conduce in uno stretto vallone. La foresta qui è caratterizzata da una vegetazione lussureggiante di edera, felci e rovi e gli ampi spazi sono dominati da esemplari secolari di faggio. Ci appare la cima aguzza e imponente del Monte Cannitiello. Facciamo una pausa  ci riprendiamo un po’. La bellezza di questo tratto di bosco ci fa dimenticare la stanchezza e il senso di irritazione che via via era andato crescendo nel bosco fitto attraversato precedentemente. Mi vengono in mente le descrizioni  fantastiche presenti nei libri dello scrittore  J. R. Tolkien, dove  le foreste non sono solo luoghi bucolici, ma anche oscure ed ostili, irriducibili nella loro forza selvaggia.



 Finalmente arriviamo a valle, a quota 600 m., in una zona di pascoli recintati e masserie abbandonate. Si sente l’abbaiare di un cane. Sopra di noi pareti ripide popolate di rade colonie di pini loricati che qui arrivano quasi a 700 metri  di altitudine. Incontriamo la strada sterrata che ci porterà alla strada asfaltata e alla macchina. Bisognerà ancora salire. Siamo stanchi, è da 12 ore che siamo in marcia. Arrivati finalmente alla strada asfaltata ritroviamo il cane randagio incontrato ieri. Non ha più la zecca sulla testa ma sembra sempre affamato. Gli lascio tutte le piadine avanzate. Stasera si mangia, la cena è assicurata. E anche per noi adesso ci vuole una buona pizza e un bicchiere di vino prima di rimetterci in macchina e tornare nelle montagne sorelle del Pollino, la nostra vera “Heimat...



 


venerdì 30 marzo 2018

Diario - 29 marzo 2018

Una meraviglia selvaggia: nelle Gole di Fosso Torno (prima esplorazione)



Da tempo avevamo intenzione di esplorare le Gole di Fosso Torno, una località da sempre snobbata ( della serie "è solo un fosso", appunto). L'approccio della nostra associazione è esplorativo e con un occhio rivolto a località di bassa montagna per niente turistiche, ma meritevoli di attenzione.  Posti che spesso riservano delle grosse sorprese, come nel caso di queste gole. Più che di un "fosso" si tratta infatti di un vero e proprio torrente con delle forre di tutto rispetto, che ricorda in certi tratti le atmosfere del Raganello. Una meraviglia naturale usata nei decenni come discarica, ma che meriterebbe di essere bonificata e fatta conoscere, anche come un percorso di canyoning. 
  Dalla famiglia Oliveto che gestisce il bar di Torno, già avevamo saputo che la discesa del torrente era stata compiuta da alcuni speleologi pugliesi in estate tanti anni fa (forse l'unica esplorazione di torrentismo che si conosca). Non può essere certo un posto turistico e facilmente fruibile, essendo impervio e selvaggio, ma quantomeno bisognerebbe  rimarcare che nel territorio di Viggianello esistono gole così spettacolari. 

All'inizio l'obiettivo era "speleologico", ovvero quello di esplorare alcune cavità che si vedevano sotto la strada, da Cozzo Cricchio. Lasciamo la macchina vicino al muro e scendiamo nel bosco. Sotto la strada c'è una discarica a cielo aperto: copertoni, lavatrici, recipienti di plastica vari, persino due carcasse di vecchie auto! Evito di pubblicare le foto dei rifiuti, mettendo in risalto solo ciò che abbiamo visto di bello. Incontriamo le pareti che ci interessano e ci facciamo strada con il macete tra i rovi. Dalle belle pareti percola l'acqua. Di grotte nessuna traccia però, solo piccoli "ripari" sotto le pareti. 




Da lontano si vede anche un ruscello che forma una cascata molto alta che scende nel torrente lungo le alte pareti (dagli abitanti di Torno al bar, verremmo dopo a sapere che si chiama "cascata della zita"). 

Allontanandoci dalla strada scompare finalmente l'immondizia: siamo in un bel bosco di leccio. Arriviamo finalmente giù, ma per giungere al letto del torrente dobbiamo usare la corda doppia, seppure per un breve tratto. Scesi sotto ci accorgiamo subito della bellezza del posto, un vero e proprio torrente incassato nella roccia e delimitato da alte pareti. Anche qui purtroppo di tanto in tanto si incontrano dei rifiuti, anche se più che altro di piccola entità (oggetti di plastica soprattutto). Forse la bonifica del torrente sarà possibile solo se i futuri torrentisti che frequenteranno le gole avranno la pazienza poco alla volta di portarsi uno zaino più capiente dove riporre i rifiuti incontrati. 






Continuiamo a scendere giù, cercando di non bagnarci i piedi e saltanto da una riva all'altra, in equilibrio su massi scivolosi. Comincia a balenare subito l'idea di una discesa integrale con le corde del torrente, quando comincerà a fare caldo ma ci sarà ancora l'acqua, che qui già verso giugno scompare. Procedendo ancora in discesa incontriamo un bellissimo tratto, più stretto, con una cascata a forma di scivolo.


foto di M. Lofiego
Qui decidiamo di fare marcia indietro per risalire il torrente fino alla frazione di Torno. Raggiungiamo il punto in cui ci siamo calati e poi proseguiamo. Non ce l'aspettavamo, ma qui le gole si restringono: sono i tratti più interessanti. Finora eravamo riusciti a non bagnarci i piedi, saltando da un masso all'altro, ma per risalire certi tratti siamo cotretti a bagnarci.


foto di M. Lofiego

foto di M. Lofiego

Incontriamo una cascatina con una pozza di acqua alta circa un metro e mezzo ma riusciamo arrampicandoci ad aggirarla. Si prosegue la salita, le gole restano strette, lungo il torrente incontriamo grandi massi. Evitiamo di passare, per la puzza, vicino alla carogna di una pecora, forse caduta da sopra... Si prosegue ed ecco la sorpresina: una cascata di cinque metri ci sbarra la strada. Non c'è proprio modo di aggirarla. Anche se avessimo la muta e potendoci bagnare, sarebbe difficile lo stesso superarla. Si rafforza l'idea che dovremo affrontare il torrente quando farà caldo e ci sarà ancora l'acqua, attrezzati di mute e corde, scendendo le cascate con la corda in doppia, ancorata agli alberi. 







Dobbiamo tornare indietro, ma più sopra, visto il dislivello che c'è ancora fino a Torno, dovrebbero esserci altri salti e altre cascate. Adesso dobbiamo trovare un modo per superare le pareti delle gole e arrampicarci, fino a raggiungere i pendii boscosi che ci porteranno alla strada provinciale. Troviamo un punto ripido che riusciamo a superare, ma arrivare sopra è più difficile di quel che sembra: il terreno è instabile e il punto da superare molto esposto, scivolare significherebbe cadere direttamente giù sulle rocce del torrente. Così mettiamo una corda in doppia ad un albero che funga da sostegno. Superato il punto esposto saliamo lungo i pendii e ci portiamo sulla strada. 



Poi andiamo al bar a bere una birra e parliamo con gli avventori della nostra esplorazione. Da una foto capiscono la zona della grotta che cercavamo e ci dicono che il nome della grotta, o meglio del riparo, è "Grotta del Monaco". Poi parliamo delle gole, che sono conosciute da alcuni locali; c'era chi attraversava Fosso Torno con le capre e chi conosceva le gole perchè ci andava  a caccia. La prima esplorazione integrale di torrentismo pare che risalga però al 2001, ad opera del Gruppo Speleo 'Ndronico di Lecce. La famiglia Oliveto ci mostra un passpartu con le foto che all'epoca fecero gli speleologi pugliesi. 
Oggi è tempo che le Gole di Fosso Torno escano dal dimenticatoio e si cominci a pensare ad un serio progetto di bonifica e di fruizione sostenibile,  nel rispetto della wilderness di questa meraviglia naturale...



foto di M. Lofiego