lunedì 3 aprile 2017

Heidegger e la questione della tecnica: spunti di riflessione per il presente



Martin Heidegger

“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”.
M. Heidegger, L’abbandono (1959)

Tra le tante opere di Heidegger, la lettura dei “Saggi e discorsi”[1] è una di quelle più illuminanti, anche per fornire spunti di riflessione ad una “filosofia ambientale” che rifletta sulle questioni del mondo contemporaneo. All’interno di questa raccolta, il saggio “La questione della tecnica”, tratto da una conferenza che il filosofo tenne nel 1953, appartiene alla seconda fase del pensiero heideggeriano, rappresentando un primo sforzo per articolare in maniera positiva le indicazioni contenute nello scritto “Lettera sull’umanismo”[2].

Il pensiero di Heidegger ci induce a fare i conti con l’epoca attuale, “l’era della tecnica”, superando sia la fede illusoria in un progresso illimitato che l’ingenua aspirazione ad un utopico mondo preindustriale, non contaminato dalla tecnologia.
La lettura di Heidegger risveglia la necessità etica di andare oltre la rappresentazione della natura e dello stesso essere umano come “oggetti”, attraverso l’acquisizione di un “pensiero meditante” che sia capace di considerare l’essere delle cose al di là della loro oggettivazione tecnica. Scrive Ruggenini in proposito, su Heidegger e la sua interpretazione della tecnica:



Attraverso tale interrogazione egli ha saputo interpretare lo smarrimento che accompagna la coscienza del tempo davanti al potere incalcolabile di forze sconosciute, benché apparentemente scatenate dall’uomo, che rendono il volto del mondo ancora più enigmatico. Anziché mostrarsi sicura del proprio destino, l’umanità appare sopraffatta da un carico di responsabilità a cui, palesemente, non era preparata. Forse la verità profonda dell’interrogazione di Heidegger è nella rivelazione di un nuovo compito che attende l’uomo e che non è tanto di ricondurre la tecnica sotto il proprio potere, quanto di disporsi a pensare la verità della tecnica (…) attraverso l’abbandono di trovare in essa lo strumento per avere il mondo nelle proprie mani (…) La grande possibilità che l’avvento della tecnica dischiude per l’esistenza è allora, inaspettatamente, di carattere etico, nel momento in cui rende possibile una ripresa radicale del discorso sull’essere dell’uomo e sul suo destino terreno[3].


Heidegger in questo saggio pone subito l’esigenza di discostarsi dalla rappresentazione comune, strumentale, della tecnica. La tecnica non si identifica con l’essenza della tecnica e allo stesso modo l’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico[4]. Tale definizione strumentale concepisce la tecnica come un mezzo da controllare nel modo adeguato, da dominare[5]. Per Heidegger cioè, è troppo semplicistica una visione della tecnica come puro strumento neutrale a disposizione dell’uomo. Come osserva anche Umberto Galimberti in Psiche e techne: “per orientarci occorre innanzitutto farla finita con le false innocenze, con la favola della tecnica neutrale che offre solo i mezzi che poi gli uomini decidono di impiegare nel bene o nel male. La tecnica non è neutra, perché crea un mondo con determinate caratteristiche che non possiamo evitare di abitare e, abitando, contrarre abitudini che ci trasformano ineluttabilmente. Non siamo infatti esseri immacolati ed estranei, gente che talvolta si serve della tecnica e talvolta ne prescinde”[6].
Ma in che cosa consiste l’essenza della tecnica? “La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento (…) cioè della verità”[7]. Il discorso che ci interessa è quello della tecnica moderna, nella quale il disvelamento assume i contorni della pro-vocazione della natura.
La tecnica antica era diversa, perché si armonizzava, diremmo oggi, con la natura, non stravolgendo cioè l’essenza delle cose. Heidegger lo spiega in questi passi illuminanti:

Lo svelamento che vige nella tecnica moderna non si dispiega in un produrre nel senso della poiesis. Lo svelamento che vige nella tecnica moderna è una pro-vocazione, la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata. Ma questo non vale anche per l’antico mulino a vento? No. Le sue ali girano sì spinte dal vento, e rimangono dipendenti dal suo soffio. Ma il mulino a vento non ci mette a disposizione le energie delle correnti aeree perché le accumuliamo. All’opposto, una determinata regione viene pro-vocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela ora come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali. In modo diverso appare il terreno che un contadino coltivava, quando coltivare voleva ancora dire accudire e curare. L’opera del contadino non pro-voca la terra del campo. Nel seminare il grano essa affida le sementi alle forze di crescita natura e veglia sul loro sviluppo. Intanto però, […] l’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione[8].

vecchio ponte: l'armonia della tecnica antica

Si è detto che il disvelamento proprio della tecnica moderna ha a che fare con la pro-vocazione; quest’ultima consiste nel fatto che “l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni” [9]. Con la tecnica moderna cambia il significato che noi diamo agli enti di natura, il cui essere è pensato ormai solamente in vista del loro possibile “impiego”.
Un altro esempio è quello del fiume Reno: “la centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l’antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all’altra”. Qui il fiume stesso è incorporato nella costruzione della centrale. Il fiume rimane, ma solo come oggetto “impiegabile”, magari “per le escursioni organizzate da una società di viaggi”. Per chiarire quest’esempio (di P. Ciccarelli) ci si può mettere, nei panni di un ingegnere: “che cosa vede un ingegnere in un fiume come il Reno?
Non un semplice corso d’acqua o uno spettacolo naturale. Vede un oggetto che ha una velocità e una portata idraulica, una fonte di energia idroelettrica trasformabile in energia cinetica (…), una via di trasporto delle merci, una fonte di irrigazione deviabile per un migliore sfruttamento. Quell’ingegnere è un metafisico occidentale senza saperlo: vede nel Reno un ente a disposizione, calcolabile, usabile, manipolabile, vede una cosa che può assumere funzioni; anzi, non vede la cosa, ma solo le sue funzioni possibili. Ai suoi occhi, la cosa, l’ente, non ha nessuna essenza propria (…) è come se la cosa non esistesse: in questo consiste il nichilismo”[10]. La natura è cioè ridotta a oggetto, sparisce la sua essenza. Ne deriva che l’essere è posto così dalla volontà umana: ma questo non significa altro che… ridurlo pari a nulla. La differenza tra tecnica antica e moderna ci riporta all’attualità. L’esempio del Reno potrebbe essere sostituito da qualsiasi altra opera che stravolge la natura riducendola a mero “ente a disposizione”, in una concezione puramente utilitaristica. 
Basti pensare a certe montagne delle Alpi, invase da piste da sci, città in alta quota, impianti di risalita. Anche in questo caso, sparisce l’essenza della montagna come ambiente dove la presenza umana poteva solo “adeguarsi” ad esso senza stravolgerne le caratteristiche peculiari, e subentra la montagna come “industria del turismo”, ovvero come mera risorsa da sfruttare e addomesticare.

impianti di risalita sul Monte Bianco

Diverso era il lavoro del pastore o del contadino, i quali, pur adoperando le risorse della montagna erano obbligati a sottostare, per così dire, alle sue “leggi”. Gli esempi potrebbero continuare e mostrano come il pensiero heideggeriano seppure sembri a volte astratto e “oscuro”, offra spunti interessanti per una filosofia del rapporto uomo/natura, che non si fermi in superficie e vada al fondo delle cose. In un passaggio dell’“Oltrepassamento della metafisica”, Heidegger affermerà che la tecnica “fa violenza alla terra e la trascina nell’esaustione, nell’usura e nelle trasformazioni dell’artificiale”. Le sue continue innovazioni e invenzioni non dimostrano affatto che la tecnica possa rendere possibile anche l’impossibile. La tecnica, infatti, “obbliga la terra ad andare oltre il cerchio della possibilità che questa ha naturalmente sviluppato”. Heidegger ricorre, per contrasto, all’immagine delle api e delle betulle, che seguono le leggi naturali: “la legge nascosta della terra la mantiene nella moderata misuratezza del nascere e del perire di tutte le cose entro i limiti delle loro possibilità, che ognuna di esse segue e che tuttavia nessuna conosce. La betulla non oltrepassa mai le sue possibilità. Il popolo delle api abita dentro all’ambito della sua possibilità”. Sono considerazione quanto mai attuali se si pensa alla crisi ecologica globale che investe il nostro pianeta, dove la produzione capitalistica e lo sfruttamento delle risorse naturali oltrepassano proprio quelle “possibilità”, cioè i limiti, che lo sviluppo non dovrebbe superare.

Canada: devastazione della foresta a seguito dell'estrazione di sabbie bituminose

Non si tratta tuttavia di accettare o rifiutare la tecnica, ma di approfondirne il suo carattere ambiguo: la verità dell’essere non è infatti il contrario della tecnica, ma il suo nascosto fondamento[11].

Il pericolo non è la tecnica. Non c’è nulla di demoniaco nella tecnica; c’è bensì il mistero della sua essenza. L’essenza della tecnica, in quanto è un destino del disvelamento, è il pericolo (…) La minaccia per l’uomo non viene dalle macchine e dagli apparati tecnici, che possono anche avere effetti mortali. La minaccia vera ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza. Il dominio dell’ im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principiale[12].

Come scrive Franco Volpi: “Nella configurazione del Ge-Stell[13] (…) si arriva alla realizzazione essenziale del padroneggiamento conoscitivo ed operativo dell’ente da parte dell’uomo pensato come soggetto padrone, e quindi alla piena dimenticanza dell’essere (…) Heidegger ha validi motivi per ribellarsi all’accusa rivoltagli di essere un critico romantico della tecnica. Non pensa all’utopia di un giardino terrestre senza “artefatti”, né evoca phisis in uno struggimento nostalgico che guarda all’indietro (…) Heidegger vede nella tecnica (...) la via verso un ‘altro inizio’”[14]. Heidegger afferma infatti, citando il poeta Holderlin, che dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva[15].
Va ribadito che “Heidegger non pensa alla natura come a una entità complessiva, e ancor meno può essere considerato un esponente di una filosofia che indichi nella spontaneità dei processi naturali una guida per l’agire umano o una fonte di norme etiche (…) Heidegger non è interessato a dare indicazioni per l’agire pratico. Non c’è dubbio che personalmente si sentisse più a casa nella Foresta Nera che in una metropoli industriale, ma non c’è rapporto diretto fra questi suoi gusti (…) e l’originaria e costante impostazione ontologica del suo discorso”[16]. Il filosofo di certo non era il cantore di una idilliaca società rurale opposta al dominio della tecnica e della scienza moderne, anche se “è pur vero che Heiddeger stesso ha alimentato quest’immagine al grande pubblico, con l’insistito richiamo – proveniente dal suo Rifugio di Todtnauberg, nella Foresta Nera – alla potenza originaria del pensiero che corrisponde silenziosamente alle forze telluriche e abissali del mondo.


l baita di Heidegger (hütte) nei pressi di  Todtnauberg, Foresta Nera

Ma la traduzione che spesso se ne è fatta è quella secondo cui nel mondo ci sarebbe, nascosto, un senso primordiale dell’essere, purtroppo contraffatto e soffocato dal dominio calcolante e strumentale della tecnica calcolante”[17]. È vero anche che Heidegger ha scritto pagine densamente poetiche sul rapporto con la natura e la dimensione rurale, che si configura come “nutrimento” stesso del pensiero. Si può ricordare in proposito lo scritto “Perché restare in provincia?” nel quale esplica la relazione che ha il suo lavoro di filosofo con l’ambiente della Foresta Nera:


Soltanto il lavoro apre lo spazio per questa realtà montana. Il corso del lavoro rimane immerso nell’acca­dere del paesaggio. Quando in una profonda notte d’inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita e tutto co­pre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica del coniare il linguaggio è simile alla resi­stenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro fi­losofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico. Esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini. Come il giovane contadino trascina su per il pendio la pe­sante slitta cornuta per riportarla poi, carica di ciocchi di fag­gio, in pericolose discese, giù alla propria fattoria; come il pastore spinge con passo lento e meditabondo il suo gregge su per pendio; come il contadino nella sua stanza appronta con cura le innumerevoli scandole per il suo tetto, così il mio lavoro è dello stesso tipo[18].



Altre sue opere inoltre, riprodurranno la metafora di un pensiero “in cammino”, dove i vari percorsi sono simboleggiati dai sentieri della foresta. Basti pensare all’opera Holzwege, “Sentieri interrotti” (“Holzwege sono i sentieri nel bosco... ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L'uno sembra l'altro... legnaioli e guardaboschi sanno cosa significa "trovarsi in un sentiero che, interrompendosi, svia")[19]. Quest’immagine metaforica scaturisce in modo diretto dalle circostanze di vita di Heidegger stesso, abituale frequentatore della Foresta Nera, dunque di sentieri e boschi dove fare lunghe passeggiate. In questo senso Heidegger sembra intendere che il pensiero umano non deve proporsi una meta definitiva; esso non può che procedere, al contrario, se non come continuo sviamento, come irriducibile erranza. Non vi è dunque un’unica via per la riflessione, ma tutti i percorsi di pensiero sono ugualmente legittimi e utili[20].
Si può inoltre richiamare anche il concetto di Heimat, il quale non asserisce all’idea di “patria” come “sangue e suolo”, nel senso che fu poi proprio dell’ideologia nazista. “La parola Heimat che qui impiega Heidegger – e per cui è difficile trovare una appropriata traduzione nella lingua italiana – rinvia non tanto, come l’italiano ‘patria’ ed il corrispondente tedesco Vaterland, al senso di appartenenza ad una comunità statale o nazionale caratterizzata soprattutto da una comune storia civile e politica, ma alla piccola comunità, al luogo fisicamente e paesaggisticamente determinato, in cui si è nati e cresciuti o in cui, per confidenza acquisita attraverso una lunga frequentazione ed una profonda sintonia, ci si sente a casa”[21]. È un concetto che si lega strettamente al tema della tecnica moderna, proprio perché una delle sue conseguenze consiste nell’estraniazione e nello sradicamento dell’uomo moderno, con lo smarrimento del senso dell’ “essere a casa”[22].
Il disvelamento pro-vocante investe non solo la natura, ma la stessa essenza dell’uomo. L’uomo entra a far parte di ciò che Heidegger chiama “fondo”; è egli stesso pro-vocato. “Se però l’uomo è in tal modo pro-vocato e impiegato, non farà parte anche lui, in modo più originario che la natura, del ‘fondo’? Il parlare comune di ‘materiale umano’, di ‘contingente di malati’ di una clinica, lo fa pensare”[23]. Heidegger anticipa, con toni profetici, gli scenari inquietanti aperti dalle biotecnologie. Nel saggio “Oltrepassamento della metafisica” scriverà: “poiché l’uomo è la materia prima più importante, ci si può aspettare che, sulla base delle attuali ricerche della chimica, un giorno si possano creare fabbriche per la produzione artificiale di materiale umano (…) le ricerche (…) aprono già la possibilità di regolare in modo pianificato, secondo i bisogni, la generazione di esseri viventi di sesso maschile o femminile”[24] (Heidegger sembra in questo passaggio profetizzare la pratica dell’utero in affitto, che ha suscitato, un vivace dibattito, con posizioni, anche a sinistra, che deprecavano questa pratica di “mercificazione” del corpo umano e dei bambini[25]).

L’uomo però, in quanto esercita la tecnica, prende parte all’impiegare come modo del disvelamento. Il comportamento impiegante dell’uomo è legato all’apparire della moderna scienza, che cerca di afferrare la natura come un insieme di forze calcolabili. La tecnica moderna si è messa cioè in moto solo quando ha potuto appoggiarsi sulla scienza della natura[26]. In quanto tale la tecnica moderna non è il polo opposto della metafisica, ma il suo compimento. La tendenza intrinseca della metafisica, fin dalle origini, a dimenticare l’essere lasciando venire alla presenza solo l’ente in quanto tale si realizza perfettamente nel mondo della tecnica[27]. “La tecnica richiede dunque, per poter dominare, che il mondo sia considerato come una realtà calcolabile, e la calcolabilità a sua volta richiede la riduzione del mondo alle nostre rappresentazioni, cioè all’oggettività assicurata come certa da un soggetto conoscente. In una parola, chiede il costituirsi del mondo a ‘immagine’ (...) In questa rappresentazione oggettiva dell’ente da parte del soggetto è come se il mondo – inteso come la totalità dell’ente – non fosse altro se non ciò che è posto da noi…”[28]. La tecnica non è altro, perciò, che il definitivo compiersi della metafisica, il suo destino. “Il termine ‘la tecnica’ è qui inteso in modo così essenziale che il suo significato si identifica con ‘metafisica compiuta’”[29].
Il progetto metafisico che guida la storia occidentale è fare dello svelamento dell’ente in quanto tale, un oggetto a disposizione dell’uomo; l’accadere in cui le cose si manifestano appare quindi il risultato del volere umano[30]. È da queste premesse che scaturisce “l’oblio dell’essere”: “l’essere dell’ente non è più neanche remotamente qualcosa che vada cercato oltre l’ente stesso, è il suo effettivo funzionare dentro a un sistema strumentale posto dalla volontà del soggetto. In questa situazione, il pensiero non è più altro che escogitazione tecnica…”[31]. La metafisica pertanto, giunge alla fine realizzando proprio la sua essenza di oblio. Proprio dinanzi a questa estrema povertà del pensiero diventa però possibile oltrepassare la metafisica e uscire dall’oblio dell’essere che appunto la caratterizza[32]. Con la fine della filosofia non è quindi il pensiero che giunge alla fine, “esso passa invece ad un altro cominciamento”[33].
Dalla scienza moderna scaturisce un richiamo a considerare ciò che non appare, ma che ogni oggettivazione di ciò che appare porta con sé. Dirà Heiddeger in “Scienza e meditazione”: “la rappresentazione scientifica non può mai racchiudere l’essenza della natura, perché l’oggettità della natura è fin dal principio solo uno dei modi in cui la natura si pro-spetta. La natura rimane così, per la scienza fisica, l’inaggirabile”[34]. Ciò che vale per la fisica vale anche per altre scienze: “natura, uomo, storia, linguaggio restano, per le scienze menzionate, l’inaggirabile che si dispiega e domina all’interno della loro oggettità”. L’oggettità “resta sempre essa stessa un modo dell’esser presente, in cui la cosa può bensì apparire, ma non appare necessariamente e sempre”[35]. L’inaggirabile è sempre presente in ogni scienza ma nessuna può coglierlo mediante i suoi procedimenti; così la fisica in quanto tale non può essere oggetto di un esperimento, né si potrà stabilire l’essenza della matematica tramite un calcolo matematico.
L’altro modo di rappresentarsi il reale è ciò che Heidegger chiama “meditazione”. Va ribadito però che “tale pensiero meditante non è mai una semplice alternativa al pensiero oggettivante (…) La meditazione non è una via di fuga per ‘anime belle’, né la rivendicazione di uno spazio spirituale sottratto all’implacabile tirannia della tecnoscienza”[36]. La meditazione “è di natura diversa dal divenir consapevole e dal sapere della scienza, e anche di natura diversa dalla cultura”. La meditazione “resta qualcosa di più provvisorio, di più paziente e povero di quanto non fosse la cultura (…) La povertà della meditazione è però la promessa di una ricchezza i cui tesori risplendono nella luce di quell’inutile che non si lascia mai calcolare”. È proprio quell’inutile che non si lascia mai calcolare che va rimarcato per capire il senso di un pensiero capace di pensare l’essere al di là della sua oggettivazione. La meditazione è un “domandare rivolto all’inesauribilità di ciò che è degno di essere domandato”[37]. Alla luce di queste considerazioni, si può intendere diversamente anche la celebre affermazione di Heidegger secondo cui “la scienza non pensa” e “non può pensare”. “È facile stigmatizzare questa posizione come un oscuro anti-scientismo, ma almeno bisogna comprenderla nella sua reale intenzione, a partire cioè dal fatto che la scienza si rappresenta oggettivamente il mondo (e deve farlo, per poter essere scienza), ma non può esaurire con la sua procedura l’intera presenza del reale. Il pensiero meditante non rifiuta a priori la scienza, né si pone contro di essa, ma sta a dire che non possiamo affrettatamente far coincidere la nostra capacità di pensare l’essere del mondo con la nostra abilità nell’oggettivarlo scientificamente”[38]. Come afferma Franco Volpi, nel compimento della tecnica sta la possibilità per il pensiero di ascoltare il richiamo dell’essere e di corrispondervi, perché, come è detto nella conclusione della conferenza La questione della tecnica, “quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano ad illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo. Perché il domandare è la pietà del pensare”[39].

Saverio De Marco 




 

Note 

[1] Cfr. M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991
[2] Cfr. Ibidem
[3] M. Ruggenini, L’essenza della tecnica e il nichilismo in: AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997
[4] Cfr. Ibidem, p. 5
[5] Cfr. Ibidem, p. 6
[6] U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli 2002, p. 24-25,
[7] , M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 9. “La pro-duzione conduce fuori dal nascondimento della disvelatezza (…) Produzione si dà solo in quanto un nascosto viene alla disvelatezza. Questo venire si fonda e prende avvio (…) in ciò che chiamiamo il disvelamento (…) Ma dove siamo andati a perderci? Il nostro problema è quello della tecnica, e ora siamo arrivati all' aletheia, al disvelamento. Che ha da fare l'essenza della tecnica con il disvelamento? Rispondiamo: tutto […] Se poniamo con ordine il problema di che cosa sia veramente la tecnica concepita come mezzo, arriviamo passo a passo al disvelamento. In esso si fonda la possibilità di ogni azione producente. La tecnica, dunque, non è semplicemente un mezzo. La tecnica è un modo del disvelamento Se facciamo attenzione a questo fatto, ci si apre davanti un ambito completamente diverso per l’essenza della tecnica. È l’ambito del disvelamento, cioè la verità.”
[8] Ibidem, p.
[9] Ibidem, p. 12
[10] P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 565
[11] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 141
[12] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 21
[13] Gestell “qui viene inteso, a partire dal suffisso Ge- (indicante una raccolta), come l’insieme di tutti i modi in cui l’uomo è chiamato a ‘porre’ (stellen), ‘disporre’ (bestellen), produrre (herstellen) ecc. in riferimento alla natura come ‘fondo’. Im-posizione si chiama il modo di disvelamento che vige nell’essenza della tecnica moderna senza essere esso stesso qualcosa di tecnico” (C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 140).
[14] F. Volpi, Vita e opere in AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997, p. 51
[15] Ibidem, p. 22
[16]P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 566
[17] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 137
[18] M. Heidegger, Perché restiamo in provincia? (http://www.parodos.it/lettersheidegger.htm)
[19] M. Heidegger, M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968
[20] Sentieri interrotti (https://it.wikipedia.org/wiki/Sentieri_interrotti)
[21] S. Gorgone, Crescere nella terra e fiorire nell’etere. La Heimat di Heidegger (http://aifr.it/index.php/11-articoli-recenti/24-crescere-nella-terra).
[22] Cfr. Ibidem
[23] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 13
[24] Ibidem, p. 62
[25] Cfr. D. Fusaro , Utero in affitto, il corpo che diventa merce (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/15/utero-in-affitto-il-corpo-che-diventa-merce/2377192/) e M. Borghesi, Utero in affitto, lo scontro tra le due sinistre (http://www.vita.it/it/article/2016/01/18/utero-in-affitto-lo-scontro-tra-le-due-sinistre/137951/)
[26] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 16
[27] G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza 2000, p. 93
[28] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 144
[29] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 52
[30] Cfr. P. Ciccarelli, Heidegger in: Filosofia cultura cittadinanza, vol. 3, La Nuova Italia 2011, p. 565
[31] G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza 2000, p. 93
[32] Cfr. Ibidem, p. 93
[33] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 54
[34] Ibidem, p. 39
[35] Ibidem, p. 39-40
[36] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 147
[37] M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia 1991, p. 44
[38] C. Esposito, Heidegger, Il Mulino 2013, p. 147
[39] F. Volpi, Vita e opere in AA. VV. Guide ai filosofi - Heidegger, a cura di Franco Volpi, Laterza 1997, p. 52

venerdì 31 marzo 2017

Diario - 30 marzo 2017


Calata al Cacch'v

Discesa in corda doppia alla grotta del Cacch'v - by Indio e Maurizio Lofiego



Era da tempo che volevamo fare una calata al Cacch’v, la mitica grotta conosciuta dai pastori e dai cacciatori di un tempo. Finora avevamo esplorato l’interno e il foro sommitale in due diverse escursioni. Con la calata abbiamo potuto fare una discesa integrale unendo i due percorsi. Arrivati all’ingresso prepariamo l’attrezzatura. E’ una discesa delicata, ogni manovra deve essere valutata con attenzione. In primo luogo avvolgiamo la mia mezza corda di 30 metri attorno ad un albero per arrivare al punto in cui dobbiamo fissare la corda di 60 metri, con cui ci caleremo nella grotta dall’ampio foro sommitale. Maurizio si assicura alla corda e si cala in doppia fino al grande albero su cui fisseremo la corda lunga, avvolge una fettuccia e tramite una longe si assicura all’albero creando una sosta; solo dopo che ha fatto questo si sgancia dal discensore.


Poi scendo io, sempre in doppia sul ripido pendio per portargli la corda lunga, che ho sullo zaino. Mi aggancio anche io all’albero. Srotoliamo insieme la corda e la buttiamo giù. “Fa impressione anche solo buttare la corda là dentro”, afferma Maurizio. Ed è così, il Cacch’v visto dall’alto fa un’enorme impressione ed è certo che in questi casi non si possono sbagliare le manovre, perché si rischia davvero “l’osso del collo”. Il Cacch’v era il recipiente usato dai pastori per bollire il latte, di forma cilindrica. In questo caso abbiamo a che fare con un cilindro di una trentina di metri, quasi a forma di imbuto. Preparo il discensore e comincio a calarmi, un passo alla volta. Qualche pietra inevitabilmente rotola giù, finendo nella grotta con un rumore ritardato. Qualche anziano mi ha raccontato che da giovani i pastori si divertivano a buttare le pietre dall'alto per sentirle rotolare giù per diverse decine di metri.

Arrivati sull’orlo della grande apertura circolare, sappiamo che non potremo più tenere i piedi alle pareti e dovremo calarci nel vuoto per una quindicina di metri. E’ il momento più adrenalinico della discesa. Ci sono finalmente, è ora di staccarmi dalle pareti; il movimento mi viene un po’ brusco e sbatto con il ginocchio sinistro, ma non forte; la corda si tende, resto sospeso nel vuoto. In realtà calarsi nel vuoto appesi "ad un filo" è più facile e comodo rispetto a quando si tengono i piedi alla parete; averne timore è per lo più un fatto psicologico. Arrivato giù, grido a Maurizio che sono sceso e mi sono staccato dalla corda. Mi allontano dall’apertura, perché Maurizio smuoverà delle pietre che potranno cadere... e così succede. Maurizio da sopra mi grida che cascano le pietre, ma lo tranquillizzo perché sono al riparo sulle pareti sul lato destro della grotta. Accendo l'action-cam e la macchina fotografica, per riprendere la scena, fra un po’ Maurizio sarà dentro: arriva, sembra stare a testa in giù come un pipistrello. Eccolo staccarsi e scendere sullo sfondo del cerchio illuminato dell’apertura circolare, che contrasta con la scarsa luce dello "stanzone" interno della grotta.
Recuperiamo la corda, facciamo una sosta e poi ridiscendiamo: ci attendono altre due calate in doppia più facili, l’ultima delle quali difficoltosa per la presenza dei rovi. Stavolta usiamo la mezza corda da trenta metri. Mentre mi calo mi fermo dove posso e con il coltellaccio a taglio i rami delle spine, per agevolare la discesa del mio compagno. E’ un misto di speleologia, alpinismo ed escursionismo su terreno impervio e selvaggio, l'escursione di oggi.
Ma al di là dell’adrenalina e dei dettagli più tecnici di questa discesa, le osservazioni naturalistiche non sono mancate durante l'escursione: a cominciare dall’avvistamento di una grossa fatta di lupo, del merlo acquaiolo e di una coppia di corvi imperiali, oltre alle fatte ed impronte di cervo. Quel che conta è vivere la natura nel suo stato di wilderness, cercare sempre l’avventura, indipendentemente dall’attività praticata.



Video 

(https://www.youtube.com/watch?v=IVpstrkvpeE&feature=youtu.be)
 





mercoledì 15 marzo 2017

Diario - 14 marzo 2017

Quando la montagna chiama e respinge: sotto le selvagge pareti est di Serra delle Ciavole  

Itinerario: Gole di Iannace, Grande Porta, pareti est di Serra delle Ciavole (cascata e imbocco via normale), Casino Toscano, Pietra Castello, Piano Iannace, Canalone) - by Indio e M. Lofiego


Per gli amanti della wilderness, più certi ambienti sono selvaggi e maggiore è loro richiamo. E il richiamo delle spareti est di Serra delle Ciavole si faceva da un po' di tempo sentire. Con Maurizio  avevamo già percorso l'impegnativa via normale alla parete est, in autunno. Ma ci andava di ritornare a  respirare le atmosfere invernali di questo versante: il ghiaccio, la neve che ricopre i ripidi pendii sugli strapiombi e i canali, i pini loricati che svettano sulle ripide pareti rocciose. Sapevamo che di questi tempi l'escursione sarebbe stata un'impresa delicata: con temperature non troppo basse, l'azione del sole e l'esposizione ad est, quel versante diventa impegnativo, per la presenza di neve che può diventare marcia già a metà mattinata. Era d'obbligo  partire di notte, per tentare di raggungere la base delle pareti il più presto possibile, sfruttare la consistenza della neve ghiacciata e cercare di arrivare in cima. Tentativo fallito (ma ci aspettavamo questa eventualità), come si vedrà.  Poco male: anche solo ammirare dal basso le spettacolari pareti di questa montagna ricompensa dei sacrifici e della lunga marcia sulla neve per arrivarci.


Alle 3 di notte siamo già sul sentiero, percorrendo le Gole di Iannace mentre i raggi lunari illuminano le rocce e l'ombra degli alberi si proietta sulla neve. Giunti a Piano Iannace possiamo fare a meno della lampada frontale, la luna come un lampione rischiara le tenebre e quasi ci conforta... Qui l'aria è calma, non fa freddo, non c'è un alito di vento. La neve è ghiacciata, si procede speditamente. Giunti verso la Grande Porta, comincia ad albeggiare, mentre il vento gelido ci secca la faccia.


Cominciamo a costeggiare le pareti della cresta nord di Serra delle Ciavole, che ci sovrastano quasi minacciose,  ammirando la faggeta selvaggia e procedendo ora in salita e ora indiscesa sui pendii, abbondantemente innevati. Ogni tanto, disseminati nella foresta, si notano massi enormi, evidentemente precipitati chissà quando dalle pareti per centinaia di metri.



L'escursione di oggi ha per noi anche un valore esplorativo, visto che da queste parti non c'eravamo ancora stati; infatti intravediamo per la prima volta uno spettacolare fenomeno naturale di cui avevamo già sentito parlare: la cascata di ghiaccio di Serra delle Ciavole alta un centinaio di metri (considerata come la più a sud presente in Italia e scalata nei mesi scorsi da un gruppo di alpinisti). Ancora non si è sciolta, ma sembra attualmente di scarso spessore.



Qui siamo negli ambienti più wilderness del Pollino, le pareti a strapiombo abitate da rade formazioni di piccoli e quasi sofferenti pini loricati ce lo dimostrano. Luoghi che in qualche modo si difendono da sè, una natura che mette alla prova e sembra quasi respingere l'uomo e il suo desiderio di esplorarla.


Giungiamo all'imbocco della via. Purtroppo non siamo riusciti ad arrivare prima delle otto e mezza, ma la neve qui è già marcia, complice anche la temperatura più mite della giornata di oggi. La nostra caparbietà stavolta non è servita. Saliamo lungo i ripidi pendii, la neve è poco compatta, è facile scivolare e lo stesso innevamento delle zone attraverso cui dovremo passare per seguire la via (che in gergo alpinistico viene chiamata la "Via dei Moranesi) è scarso. L'esposizione è notevole e in questi casi non si può sbagliare. Anche la via normale che in autunno eravamo riusciti a fare senza troppe difficoltà, nonostante alcuni punti esposti e il terreno accidentato, oggi ci sembra assolutamente da evitare.


Avanziamo lungo il pendio per valutare meglio la situazione,  ma siamo perplessi e ci siamo già convinti che forse è meglio desistere nella prosecuzione dell'ascesa. La parola definitiva ci viene dalla montagna. Dalle pareti sovrastanti di fronte a noi, non tanto lontane, non si staccano solo frammenti di ghiaccio ma anche delle pietre, sotto l'azione del disgelo. Eccone una di quelle pietre, piccola, dopo un po' eccone delle altre. Il rumore sordo che fanno somiglia a un monito, un avvertimento. La montagna sembra parlare, "tornate sui vostri passi", sembra dirci. Ed è così che facciamo. Scalare una montagna di certo è sempre qualcosa di adrenalinico ed entusiasmante, ma anche la rinuncia è doverosa di fronte a difficoltà e pericoli oggettivi. In realtà è poco ciò a cui abbiamo rinunciato: siamo estasiati da ciò che ci sovrasta e restiamo ad ammirarlo. Di tanto in tanto ci fermiamo, distratti, silenziosi... quelle pareti, quei ripidi canali innevati, i loricati inavvicinabili, i pinnacoli di roccia più in alto... tutto contribuisce a creare uno scenario di vera wilderness appenninica.


Notiamo penzolanti dalle pareti in alto delle gigantesche stalattiti di ghiaccio. Ridiscesi sui nostri passi osserviamo altri fenomeni  interessanti, come il tronco di un pino loricato carbonizzato, spezzato in due e colpito da un fulmine. A Maurizio ricorda (non so perché!) una signora vestita a lutto con le braccia sollevate. Oppure il pino appollaiato su uno spuntone di roccia divisa quasi in due da una spaccatura.



Togliamo i ramponi e rimettiamo le ciaspole. Non ci va di tornare per la stessa strada e visto che a noi piace complicarci la vita, decidiamo di allungare l'escursione, diretti a Pietra Cstello.  Arriviamo a Casino Toscano, l'antico casolare di pastori che purtroppo noto sempre più sporco, pieno di rifiuti e in disfacimento.  Una struttura che se ristrutturata secondo i canoni tradizionali e affidata alla gestione di qualche associazione come il CAI, potrebbe fungere da rifugio per gli escursionisti. Purtroppo in questo Parco si costruiscono a volte mastodontiche opere inutili e si lascia cadere a pezzi la memoria storica delle genti del Pollino...



Dopo una lunga marcia nella foresta si arriva a Pietra Castello e da lì ci ricolleghiamo a Iannace per tornare alla macchina lungo la scorciatoia del "Canalone": in tutto, abbiamo camminato circa 14 ore: un'altra avventurosa escursione  si aggiunge al nostro bagaglio di ricordi.