mercoledì 6 maggio 2009

La via interiore alla montagna. Meditazioni delle Vette - Julius Evola

"...coloro che, in fondo, può dirsi che mai ritornano alla pianura, di quelli per i quali non vi è più nè l'andare nè il tornare, perchè la montagna è nel loro spirito, perchè il simbolo è diventato realtà, perchè la scorza è caduta. La montagna per essi non è più novità d'avventura, nè romantica evasione, nè sensazione contingente, nè eroismo per l'eroismo, nè sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega ivece a qualcosa, che non ha principio nè fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sè ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana." (Julius Evola)

“Meditazioni delle Vette” ( Edizioni Mediterranee, 2003) è un'antologia di scritti sulla montagna pubblicati nel corso degli anni '30 dal filosofo tradizionalista Julius Evola, su varie testate sia specialistiche (la Rivista del C.A.I.) che giornalistiche. Sicuramente è uno dei libri più originali sull'alpinismo e la montagna (la copertina dell'ultima edizione reca un commento positivo nientemeno che di Reinhold Messner!) anche perché, come afferma Luisa Bonesio nella sua introduzione, è "sorprendente per chi non conosce questo aspetto di un pensatore che si riteneva confinato tra esoterismo e tradizionalismo" e che rivela "una prosa educativa e profonda degna del miglior giornalismo culturale." Inoltre come afferma il curatore del volume, nella rievocazione della letteratura "classica" sulla montagna questi scritti di Evola sull'approccio "spirituale" all'alpinismo sono stati del tutto ignorati. Si sa poco così dell'esperienza di Evola alpinista e delle sue difficili ascese che lo portarono a compiere imprese che arrivarono fino al quinto grado di difficoltà. Julius Evola è un pensatore generalmente associato ad un pensiero di destra, radicale, spiritualista e tradizionalista ( e, vorrei sottolineare, del tutto all'opposto della mia visione politico-ideologica!). Egli rimase sempre ai margini della politica vera e propria, e anzi uno dei capisaldi del suo pensiero era un vero e proprio appello a rifuggire l'attivismo politico, seguendo un percorso di affermazione interiore. Come intellettuale fu anche osteggiato e guardato con sospetto dallo stesso regime fascista dell'epoca. Detto ciò è indubbio che le sue opere abbiano comunque rappresentato un importante riferimento ideologico per la destra e l'estrema destra del dopoguerra. Un pensatore discutibile per l’impianto fondamentale del suo pensiero, ma sicuramente , nel bene o nel male, di alta statura intellettuale. Tuttavia in questa sede non ci occuperemo del pensiero politico-ideologico di Julius Evola, ma appunto dei suoi articoli sulla montagna che sicuramente, sia per alcuni contenuti che per la prosa vivace con cui sono scritti, rappresentano un'opera originale e interessante nel panorama della letteratura per così dire "classica" sulla montagna. Ogni libro può insegnarci qualcosa, per cui penso che chi legga e si interessi di cultura non debba seguire le facili etichettature, per cui esistono libri di "destra" o di "sinistra", pensatori da boicottare e altri da esaltare acriticamente. E' ovvio che anche gli scritti sulla montagna rispecchino la visione filosofica di fondo del filosofo tradizionalista, che si sintetizza in qualche modo in quella che Evola chiamava la "rivolta contro il mondo moderno" (tra l'altro tale definizione è anche il titolo di un altro suo famoso libro). Sebbene inevitabilmente “reazionaria”, questa visione richiama problemi e nodi irrisolti della società contemporanea, prima di tutto l'indiscutibile, effettiva ( almeno a mio avviso) rottura di quel senso di armonia dell'uomo con la natura e di conseguenza la scomparsa del "senso del sacro"di cui appunto parla l’autore. Sono affermazioni quelle di Julius Evola che, per quanto inserite in un discorso dai confini ideologici inequivocabili, inducono comunque ad una riflessione sulle modalità che assume il rapporto dell’uomo di oggi (la modernità) con il mondo naturale. Come afferma Luisa Bonesio "Evola, acuto e implacabile diagnosta della modernità, era attento ai segni di degrado del mondo naturale sotto la spinta dell'industrializzazione e del consumo turistico, consapevole che questo fenomeno è uno dei segni della fine della coappartenenza cosmica e metafisica dell'uomo con il Tutto." La sua è perciò una visione che richiama anche l'idea di "sacralità della montagna" come si configurava nell'immaginario e nella simbologia delle culture antiche.

Il fondamento generale per il simbolismo della montagna è semplice: assimilata la terra a tutto ciò che umano (... ) le culminazioni della terra verso il cielo, trasfigurate da nevi eterne - le montagne - si dovevano presentare spontaneamente come la materia più adatta per esprimere attraverso allegorie stati trascendentali della coscienza, superamenti interiori o apparizioni di modi super-normali di essere, spesso dati figuratamente come "dei" o "numi".

L'approccio all'alpinismo di Evola è, come lo stesso pensatore ammetteva, di tipo elitario, aristocratico, basato sulla riaffermazione del senso eroico della vita e sulle doti dei grandi iniziati. Proprio nell'alpinismo Evola vedeva quasi una inconsapevole manifestazione di quell'ancestrale volontà eroica, che a suo dire era stata inevitabilmente soffocata dal mondo moderno: "forse la febbre per lo sport, nei moderni, ne è, seppur in forma deviata, una manifestazione. Ma la lotta con le altezze e le vertigini montane è la forma più pura e più bella, svincolata com'è da tutto ciò che è macchina, da tutto ciò che attenua il rapporto diretto, assoluto, fra l'Io e le cose." E quest'esperienza eroica "ha per caratteristica appunto l'essere valore in sé stessa, l'essere bene in sé stessa, laddove la vita comune non va che sotto la spinta degli interessi, delle cose esterne e delle convenzioni." L'alpinismo rappresenta così la forma più alta del rapporto dell'uomo con gli elementi naturali e in montagna l'individuo è libero e lasciato solo alla sua forza e determinazione:

Sentirsi lasciati a se stessi, senza aiuto, senza scampo, vestiti soltanto della propria forza e della propria debolezza, senz'altro che sè a cui chiedere, e portarsi di roccia in roccia, di appiglio in appiglio, inflessibilmente, per ore, e il senso dell'altezza e del pericolo imminente, inebriante, e il senso della solitudine solare, e il senso di indicibile liberazione e di respiro cosmico alla fine, all'attingere le vette..

L'alpinismo per Evola va al di là dei meri intenti sportivi, delle stravaganze di gente pronta al rischio o del gusto romantico per la natura. L'alpinismo invece è soprattutto una via di liberazione e compimento interiore dove i due grandi poli della vita, per Evola rappresentati dall'azione e dalla contemplazione,si congiungono e si compenetrano. L’ascendere delle montagne ha perciò il suo corrispettivo metafisico in un’ ascesi interiore che ha come conseguenza il ricongiungimento “al nostro ambiente naturale e cosmico, che è il silenzio; alla nostra natura più profonda, che è quella delle forze elementari della terra, la cui purità possente e calma si fissa nelle vette ghiacciate e lucenti, come in apici e assoluti immateriali, come in nodi magnetici di ritmi nella grande trama del Tutto.” La montagna suscita nell'uomo che fa la sua esperienza delle emozioni, le quali si configurano come il riflesso di una grandezza che egli non riesce a spiegare e che relega all’ambito dell’irrazionale. Ma esse sorgono perchè l'individuo entra in contatto con una dimensione superiore. Le considerazioni di Evola sono su quest'aspetto di grande suggestione...

E' dall'irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi cha egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d'interiorità. E' in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie...

Ciò che gli parla e che lo muove, è il possente messaggio interiore direttamente evidente in tutto quel che la natura alpina ha di più non-umano, quasi di distruttivo e di sgomentante nella sua grandezza, nella sua solitudine, nella sua inaccessibilità, nel suo immane silenzio, nella primordialità scatenata delle sue tempeste, nella sua immutabilità attraverso il monotono susseguirsi delle stagioni e il vano alternarsi delle caligini e dei liberi cieli solari: vicenda infondente il senso più immediato di quel che è caduco e che come tale si eclissa di fronte ad un presentimento dell'eterno.

Evola parla anche dell'allenamento psichico oltre che fisico nell'alpinismo. Richiamando esperienze di dominio e di autocontrollo rilevati dagli studiosi tra i tibetani, egli nota come possa subentrare nella pratica dell'ascesa alpina uno stato emotivo, quasi di trance, grazie al quale si può distruggere la stanchezza e marciare ininterrottamente.

Il potere che il fattore psichico morale può avere sul fisico è sufficientemente noto, perchè qui si debba insistere: per via di disposizioni interne, di esaltazione o di entusiasmo, corpi anche deboli o stremati in innumerevoli casi si sono dimostrati capaci di affrontare inaspettatamente e vittoriosamente le difficoltà e gli sforzi più incredibili.

Importante è il controllo del respiro, proprio come nelle pratiche ascetiche orientali: il ritmo del respiro deve legarsi a quello del passo in una connessione che non deve mai rompersi. Anche per questo motivo, l'approccio proposto da Evola alla scalata alpina era quello dell' assalto.

Allora subentra il nuovo stato: passo e respiro formano una nuova unità naturale che non chiede più il controllo, non vi è più stanchezza, e la velocità iniziale d' "assalto", nonchè essere mantenuta senza sforzo, quasi per una misteriosa spinta dall'interno viene aumentata malgrado pendenze anche forti.

E' un approccio all'escursione che ho potuto sperimentare io stesso, pur non essendo un alpinista che abbia scalato montagne difficili ed elevate. Ricordo che in alcune escursioni impegnative anche di dodici ore su creste ghiacciate, mantenendo sempre lo stesso ritmo costante e a velocità sostenuta, subentrava davvero la sensazione di non avvertire più stanchezza; e ciò magari proprio quando si procedeva nei tratti più ripidi di un crinale o di un valico. Effettivamente la "tecnica dell'assalto" produce questa situazione.

Un'altra considerazione di Evola, al di là dei riferimenti ideologici e culturali richiamati nel libro (visione eroica dello spirito esemplificata dalla tradizione classica antica ecc.), è relativa alla scissione, prodottasi nella società moderna, tra l'attività intellettuale e l'attività fisica o sportiva. Da una parte c'è l'astrattezza della cultura, dall'altra l'esaltazione della forza fine a se stessa, priva cioè di ogni riferimento al raggiungimento di un ideale (spirituale) superiore. Infatti "nel tipo del cosiddetto 'uomo di cultura' è implicita una certa ripugnanza per ogni specie di disciplina fisica, allo stesso modo che nell'uomo di sport il senso della forza fisica spesso alimenta un disprezzo per le pallide torri d'avorio relegate fra libri e innocui battagliamenti a colpi di parole." A voler ben vedere, è proprio quando questa congiunzione tra l’attività intellettuale e l’azione si è realizzata (e si realizza) che si sono scritte (e si scrivono) a mio avviso le pagine più belle della narrativa di montagna e d’avventura in genere. Lo sport per il filosofo tradizionalista non è un fine, ma un mezzo per l'elevazione spirituale dell'individuo. Leggendo il libro si nota anche come Evola avesse già negli anni '30 ravvisato quegli aspetti negativi che possiamo riscontrare ancora oggi nell'alpinismo: il tecnicismo fine a se stesso, la mania per i record, le stravaganze più futili...

Che il tecnicismo dell'alpinismo moderno, intonato prevalentemente alla ricerca del record , alla caccia della massima difficoltà, della parete mai scalata anche quando la cima sia raggiungibilissima per altra via ecc. – che un tale tecnicismo, col suo inevitabile meccanismo, rappresenti spesso una caduta rispetto all’ideale totalitario ora accennato – ciò ci sembra difficilmente contestabile. Quel che spiritualmente può dare la montagna a chi l’affronta perché, per così dire, scelto e chiamato da essa, noi riteniamo che nessuna scuola e nessuna tecnica del quinto o del sesto grado possa darlo.

Anche l’interesse tecnico dell’ascendere può facilmente degenerare, e non di rado si incontrano degli scalatori portati automaticamente per abitudine a studiare vie di possibile ascesa per ogni dove, perfino di fronte a facciate di palazzi.

Evola è lucido anche nell’individuare le prime avvisaglie di quel turismo di massa che tanti danni ha arrecato e continua ad arrecare alle nostre montagne. Da questo punto di vista, anche se mosso dalla sua visione aristocratica della montagna, anticipa i temi della salvaguardia dell’integrità ecologica della montagna e dell’etica dell’escursionista. Il suo giudizio su quella che oggi i sociologi definiscono “urbanizzazione della montagna” ovvero la costruzione di impianti di risalita, hotel di lusso in alta quota e strade asfaltate, e quindi sull’impatto del turismo di massa, è inequivocabile e si ritrova a più riprese nei vari scritti dell’antologia

Grand Hotel delle Dolomiti. Senso come di un grande transatlantico ancorato nella penombra. Luci splendenti, allineate, regolari. Trasformazone subitanea: l’Alpe non esiste più – è un brano di metropoli mondana a 1500 metri di altezza. Eleganze, smoking per il pranzo, grooms, in un tepore artificioso. Primi sobbalzi del ritmo menadico dello jazz.

Così solitudini quasi fino a ieri inviolate, quasi sino a ieri sideree, oggi conoscono l’impronta della trivialità moderna in resti di pasti crassi, in voci e risa e lazzi, in macchine fotografiche, in promiscuità intersessuali di “comitiva”, in una allegria scema quanto la stessa vicenda puramente fisica di questi “alpinisti.”

Fu l’anno in cui venne inaugurata la teleferica che da Cervinia porta fino al ghiacciaio del Plateau Rosà, a circa 3500 metri. Le condizioni per chi ama veramente la montagna e soffre per ogni sua contaminazione turistica erano, allora, ideali. Trattandosi della zona di frontiera con la Svizzera, solo con un permesso speciale si poteva giungere fino alla stazione terminale di quella teleferica. Il rifugio mondano, villeggiantesco e pseudo-sportivo di coloro ai quali la montagna a portata di mano, quasi come in una salita d’ascensore a pagamento, era inesistente.

Al di là dei contenuti riguardanti il significato autentico dell’alpinismo e della montagna, che si ritrovano soprattutto nella prima parte del libro, sono da considerare anche e soprattutto i resoconti delle scalate effettuate dal pensatore in prima persona e che rappresentano pagine di alto livello narrativo. E’ non sempre facile trovare, nella narrativa relativa alle imprese alpinistiche dei racconti tanto evocativi e dallo stile così avvincente. Spesso purtroppo gli alpinisti non sono tanto bravi a scrivere quanto a scalare e il livello letterario dei tanti (e spesso noiosi) libri da loro pubblicati risulta abbastanza mediocre. Evola è invece efficace nel richiamare le immagini dell’ambiente alpestre, dominato da una natura aspra, primordiale, in cui risalta la forza originaria degli elementi naturali. Sono rievocazioni che non hanno nulla a che fare con una visione puramente romantica della natura, oppure condizionata dalla concezione buonista del naturismo. Ecco di seguito un’ immagine evocativa:

Verso Nord credevamo dunque, dopo ore di ascesa, di trovar dietro una nervatura rocciosa di nuova terra salda e sentiero, quando invece una strana natura fece aparizione: un mare di ghiaccio, una corrente solidificata di ghiaccio, mostruosa, quasi piana, non bianca ma bigia, di un bigio semisplendente come piombo, distesa interminabilmente fra due costoni fatti non di terra o di rupi, ma di macigni, di scaglie di roccia, qui nere, là rossastre, là livide. E un silenzio mortale, una solitudine desertica, una assenza integrale di ogni specie di vita, di animazione, di pluritonalità. Unico, e uguale, un sotterraneo scorrere di acque. Spesso dalle parole si affaccia istintivamente alla mente un loro contenuto indefinito, legato a misteriosi nessi di analogie. La parola che qui sorse fu: La Valle della Dannazione…

Evola fu sicuramente - nel bene o nel male - un “idealista”, che evidentemente cercò nella montagna una via di fuga dalle bassezze della vita quotidiana, per ricongiungersi a quel “qualcosa” indefinito, di elevato e superiore, che alcune persone sentono di avvertire quando si trovano a contatto con la natura selvaggia della montagna. Dopo essere stato “licenziato” dal fascismo, che non tollerava i suoi articoli pubblicati su La Torre dichiarò : “Io ne ebbi abbastanza, smisi e me ne andai in alta montagna...”

5 commenti:

  1. Grazie del passaggio.Per noi il Pollino è sempre Pollino,è la nostra terra e non si discute.
    Ormai la stagione invernale anche se c'è un po di neve è andata.Ma per il prossimo anno tra le priorità c'è la Est di Serra Ciavole e tanto tanto Pollino.
    Un caro saluto

    RispondiElimina
  2. Vincenzo A.:
    A lato delle grandi correnti del mondo, esistono ancora individualità ancorate nelle ‘terre immobili’ [...]. Essi mantengono le linee di vetta, non appartengono a questo mondo - pur essendo sparsi sulla terra e spesso ignorandosi a vicenda sono uniti invisibilmente e formano una catena infrangibile nello spirito tradizionale. [...] In numero maggior esistono individualità che, pur non sapendo in nome di che cosa, provano un bisogno confuso ma reale di liberazione.
    Orientare tali persone, metterle al riparo dai pericoli spirituali del mondo attuale, condurle a conoscere la verità e rendere assoluta la loro volontà a che alcune di esse possano raggiungere la falange delle prime, è ancora il meglio che si può fare.

    J. Evola
    -Rivolta contro il mondo moderno

    RispondiElimina
  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  4. E' la comunanza degli spiriti liberi, dissociati e dispersi ma accomunati dallo stesso rifiuto. Si può parlare di uno spirito individualista anarchici in cui mi ritrovo molto in quest'ultimo periodo di abbandono della disciplina del combattentismo bolscevico ;-)
    Indio

    RispondiElimina
  5. Buonasera,
    ho letto con piacere questa pagina e mi complimento per l'intero blog, ma per questa pagina in particolare, quella sula spiritualità e montagna.
    Forse a lei la cosa sarà del tutto indifferente, ma registro con favore 'l'abbandono del combattentismo bolscevico' per l' 'individualismo anarchico'.
    Non mi occupo più da tempo, ho 61 anni, delle cose politiche in senso stretto.
    Le segnalo il blog a cui collaboro:
    http://tracciolinodellospirito.blogspot.com/
    spero lo possa trovare di interesse, e si occupa di tematiche affini.
    Se avrà la bontà di farmi sapere la sua opinione, sarà per me un onore.
    Le porgo i piu distinti saluti
    Franco

    RispondiElimina