lunedì 31 agosto 2009

In Calabria - il Pollino di Vittorio De Seta

il regista Vittorio De Seta - sotto: 1. la copertina del dvd pubblicato da Feltrinelli 2. un'immagine tratta dal corto "Pastori ad Orgosolo"


"Lo sguardo neutrale è una menzogna, specie nel mio lavoro, dove basta spostare la macchina da presa di pochi centimetri perché tutto cambi"
(Vittorio De Seta)

Ultimamente ho avuto la fortuna di scaricare da internet un grande documentario che avevo visto in passato in televisione, ma a metà, ovvero il film In Calabria, del grande cineasta Vittorio De Seta. Di lui ultimamente si è parlato a proposito della pubblicazione in cofanetto, ad opera della Feltrinelli, di una raccolta dei corti che egli girò nel sud negli anni cinquanta, i quali documentano la vita di pastori, pescatori e contadini, spesso a contato con una natura aspra e selvaggia. Il film in questione è piuttosto recente, essendo stato girato nei primi anni '90 e documenta perciò, accanto alla persistenza di attività lavorative ancestrali (come la pastorizia, ad esempio) le conseguenze della incontrollata espansione urbana e dello sviluppo del capitalismo industriale degli scorsi decenni, il cui apice probabilmente fu raggiunto con il "modernismo" degli anni '80. Molte immagini di quel film provengono proprio dalla nostra terra, il Pollino. Sicuramente il film rappresenta una delle pochissime occasioni in cui la macchina da presa di un regista di importanza nazionale come De Seta si sia confrontata con gli ambienti e i paesaggi del Pollino. E' proprio l'asprezza e la magia del Pollino ad aprire e chiudere questo bellissimo film. Nella prima inquadratura vediamo un paesaggio montuoso innevato e desolato, percorso dalla tormenta. C'è solo il silenzio, interrotto solamente dal sibilo del vento... Un gregge. Un pastore con indosso la "cappa", il caratteristico mantello che si portava un tempo, fa cadere la neve dalle ginestre in modo che le capre e le pecore del suo gregge possano cibarsene. Il regista poi mostra la preparazione del formaggio nei casolari. Ma ecco apparire la parete sud-ovest di Timpa di San Lorenzo (ho riconosciuto la zona di Colle Marcione). La macchina da presa poi scende e va ad inquadrare i pascoli ancora innevati e cosparsi di pecore. Altra scena: sullo sfondo di Timpa di San Lorenzo un pastore gioca amichevolmente col suo cane. Intanto, a commentare queste immagini è iniziato un antico ed evocativo canto arberesh lungrese, che farà da colonna sonora all'intero documentario. Sono immagini di grande fascino, che lasciano gli occhi umidi  per l'emozione... Il Pollino calabro apparirà ancora in altre scene: sono da ricordare le inquadrature del convento di Colloreto, le immagini di Laino Castello, il Raganello e Civita, i pini loricati. L'occhio di De Seta fa parlare il paesaggio, si insinua in mezzo alle pecore e alle capre, nei vicoli dei paesini, segue attento le operazioni dei pastori e dei contadini, il lavoro, la loro manualità e gestualità... Quello di De Seta non è un semplice documentario, è il documentario elevato ad opera d'arte: stupenda la fotografia, scene chiare ed essenziali, macchina da presa che alterna la staticità e il movimento, un montaggio che rispecchia le contraddizioni che il film vuole raccontare. De Seta diceva che non si può essere neutrali nel cinema; è infatti il suo film è anche un punto di vista, perchè l'immagine, frutto sempre di una costruzione mentale, è pure una riflessione sul presente. E sono proprio le immagini contrastanti del documentario che ci portano a riflettere su ciò che è avvenuto al sud con l'era dello sviluppo urbano e industriale e le relative contraddizioni. "Può sembrare incredibile, ma in Calabria ci sono persone che vivono ancora come all'origine dei tempi"  così dice il regista all'inizio del film. Ancora, sulle montagne, si ara la terra con l'aratro di ferro e si alleva il bestiame secondo le abitudini del passato (siamo nel 1992...). Sono i lasciti della civiltà contadina che resiste ancora, nonostante tutte le avversità. Nella Calabria contadina l'uomo conduceva una vita di sopravvivenza e di stenti, cercando di strappare ad una natura spesso ostile i mezzi per il proprio sostentamento. Era una realtà di dura fatica e di povertà. Non c'è in De Seta una ingenua esaltazione idilliaca del mondo contadino e delle sue tradizioni, e questo si capisce subito, già dalle prime scene. Il suo è uno sguardo lucido sulle cose e non si cade mai nella tentazione di idealizzare il passato. Del resto tutti i suoi corti hanno sempre voluto raccontare la realtà del lavoro nel sud, sia che si tratti del mare, della montagna o della miniera. Ma ecco che le scene successive del film ci proiettano nella dimensione delle contraddizioni attuali: ruspe al lavoro, l'edilizia sfrenata, gli impianti industriali, le cattedrali nel deserto. La febbre "sviluppista" dell'Italia industriale ha condotto ad un abbaglio, perchè d'un colpo tutto un mondo di tradizioni, di attività, di cultura del territorio, di armonia con i cicli naturali è stato frettolosamente congedato con l'etichetta di "arretratezza". "Le macchine e le fabbriche hanno rappresentato una grande speranza, perchè permettono di dominare la natura,  di alleviare la fatica umana. Ma queste speranze sono andate in gran parte deluse. Gli uomini hanno cominciato a produrre cose che non potevano più fare con le proprie mani e per procurarsele hanno dovuto vendere il loro lavoro. E inoltre la vita  è divenutata incerta, perchè le fabbriche possono chiudere da un momento all'altro, e ancora perchè non sempre producono cose utili a tutti".  Lo sviluppo industriale della Calabria (e del sud in generale) è come una promessa mai realizzata, che ha avuto come conseguenza i gravissimi scempi ambientali oltre al degrado sociale e alla perdità di quell'identità comunitaria che caratterizzava il mondo contadino. Lo sviluppo, in ultima analisi, non ha coinciso con il "progresso". Suggestive appaiono nel film le immagini degli impianti industriali dismessi e dei palazzoni anonimi di periferia, simboli di una modernizzazione apparente e che lascia dietro di sè solo squallore e rovine. Il problema, dice De Seta, è stata la contrapposizione forzata tra vecchio e nuovo, l'incapacità di conciliare la modernizzazione con ciò che c'era da salvare della cultura contadina: aver considerato la sua morte come una condizione imprescindibile per il progresso (come dire: si volle buttare via l'acqua sporca assieme al bambino). All' antico modo di vita subentrarono solo le illusioni del  progresso, i cui risvolti  furono spesso il deturpamento del paesaggio, la disoccupazione e l'emigrazione cronica. Sarebbe potuta esistere una tipologia differente di sviluppo, pensato a partire da una modernizzazione che  si fondasse anche sulla valorizzazione del paesaggio, dei prodotti tipici, dell'arte e delle tradizioni popolari, ovvero uno sviluppo che trasformasse, senza ucciderlo, il mondo contadino? De Seta sembra suggerire proprio questa possibilità, anche perchè le scene di questo film documentano la bellezza e la ricchezza, paesaggistica, ambientale, culturale del Pollino e della Calabria: i suoi borghi (Laino, Civita) i suoi castelli, le sue splendide coste e le montagne, le tradizioni, l'agricoltura e l'artigianato... potenzialità enormi soffocate, ancora oggi purtroppo, da una concezione dello sviluppo economico basata unicamente sul valore del profitto, che è il portato di un capitalismo sfrenato e senza scrupoli. Nel finale del film dalle scene caotiche del traffico girate a Reggio Calabria si passa alla mistica apparizione dei pini loricati, immersi nella nebbia; a luoghi  impressi per sempre nell'anima, come gli splendidi Piani di Pollino e la Serra delle Ciavole... che ci ricordano quali sono i veri "tesori" della nostra bella e martoriata terra del sud...

3 commenti:

  1. L'ho visto il documentario è veramente interessante, è un tuffo nella vita del nostro Parco vissuto dalle nostre famiglie, genitori o nonni.........
    Tutta n'altra storia vivere allora?????

    Ciao Indio, ti aspetto alla prima neve!!!

    RispondiElimina
  2. Belle e pienamente condivisibili le tue parole... purtroppo ad oggi non s' intravede una via d' uscita, quel passato è ormai cancellato per sempre ed anche i giovani che vivono sul Pollino coltivano un immaginario consumistico omologato a quello di coloro che vivono nelle grandi aree urbane. Solo in inverno sulle ventose creste del nostro massiccio riecheggia ancora l' antica e dolente mistica della civiltà agro-pastorale con la sua struggente, sofferta bellezza.

    Vincenzo A.

    RispondiElimina
  3. Grande Vincenzo!
    Indio

    RispondiElimina